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Overtourism Turismo esperienziale Storytelling
Tipologia: Appunti
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Si viaggia per dire di avere viaggiato, e si va dove di possono fare le foto migliori. Siamo in quella che Ruben Santopietro di Visit Italy chiama la «Checklist Era del Turismo», in pratica il punto più basso dei nostri viaggi. Siamo fatti per viaggiare? No. Con queste parole provocatorie Ruben Santopietro - CEO e founder di Visit Italy , la piattaforma indipendente per la valorizzazione turistica del patrimonio italiano - si è presentato agli ospiti in un intervento al TEDx di Padova, in cui ha introdotto la teoria delle cinque ere del viaggio : dai primi spostamenti dettati dalla sopravvivenza l’uomo, attraversando ere intermedie, è arrivato a intendere il viaggio come strumento innaturale di esibizione e affermazione sociale. Il voler apparire sempre «ben viaggiati», insieme alla rappresentazione della sedentarietà come un fenomeno negativo, ha un grosso peso : non solo per le destinazioni visitate ma per il viaggiatore stesso, che in questo modo perde di vista la conoscenza dei luoghi. I social sono il principale veicolo di questa dinamica. Nel recente report di Visit Italy intitolato « Benvenuti nella Checklist Era del Turismo » si legge che, nell'estate appena conclusa, il 75,8 percento dei turisti ha pianificato i viaggi in base a logiche da lista di luoghi da fotografare , mentre il 71% ha dichiarato di aver scelto la destinazione esclusivamente seguendo trend virali su Instagram e TikTok. Santopietro, partiamo dai numeri. Questa estate c’è stato un susseguirsi di dati in chiaroscuro sul turismo in Italia. Ora siamo in autunno: possiamo fare il punto reale della situazione? «Dai numeri a nostra disposizione - frutto dell’incrocio tra dati provenienti da Banca d’Italia, Unioncamere, dal portale di Visit Italy e dai nostri sondaggi - possiamo affermare che nei tre mesi estivi si sono registrati in Italia circa 70 milioni di arrivi, con una crescita del 6,4 percento rispetto al
luoghi. «Abbiamo definito questo fenomeno “Checklist Era”. Lungo una timeline storica che ci vede prima nomadi per sopravvivenza, poi conquistatori, poi commercianti e, nell’800, viaggiatori in cerca di arricchimento personale, siamo oggi giunti all’ultima era del viaggio, che coincide anche con il punto più basso dell’evoluzione degli spostamenti umani». Addirittura. «La realtà oggi è questa. Ci muoviamo guidati più da una ricerca di esperienze da documentare e condividere che da un vero viaggio di scoperta. La visita dei luoghi si è ridotta a una mera prestazione performativa». Colpa dei social? «Come Visit Italy constatiamo queste dinamiche ovunque, dai social ai forum: “Devo vedere assolutamente X”, “devo visitare per forza Z”. Il linguaggio ci tradisce: vogliamo spuntare tutte le caselle di una lista percepita come obbligata, il nostro viatico per l’accettazione sociale. Riconoscere questo fenomeno è l’unico modo per iniziare a superarlo». Anche nell’800 i giovani aristocratici, nei loro Grand Tour, viaggiavano per riconoscimento sociale. «C’era sempre in ballo lo status, certo. Quelle persone però viaggiavano per mesi, a volte anni, alla ricerca soprattutto di una conoscenza profonda delle culture e degli usi dei popoli. La validazione oggi non passa più dall’apprendimento della natura di un luogo e delle persone che lo abitano ma dall’ostentazione mediatica della meta raggiunta».
causa del nostro approccio con la tecnologia. Le macchine svolgono per noi il lavoro ruvido di ricerca, permettendoci di veleggiare sulla superficie liscia delle cose. Questa mancanza di profondità si riflette anche nel turismo. «In realtà, se adoperata bene, la tecnologia può trasformarsi in uno strumento unico per raccontare storie e destinazioni fuori dalle rotte più battute. Paradossalmente i social possono essere anche un antidoto all’overtourism che loro stessi hanno contribuito a creare». Tutti i principali studi concordano sul fatto che le persone in viaggio aumenteranno ancora. La sostenibilità del turismo è una chimera? «In Visit Italy ci piace parlare in termini di “equazione della sostenibilità”: se il benessere dei residenti è buono, l’esperienza è valida. Insomma: le città possono avere i turisti ma i turisti non possono avere le città». Equazioni a parte, l’overtourism è un problema. «Un problema che diventa affrontabile se iniziamo a sviluppare strategie apposite. Oggi siamo ancora lontani dal voler comprendere a fondo la portata di questo fenomeno e dall’attuare le migliori strategie per fronteggiarlo».
Le vacanze dei viaggiatori extraeuropei in Italia durano in media più di 10 giorni, ma queste persone si spostano su più località. È l’ennesimo segnale di un turismo frammentato e collezionistico? «Dimentichiamoci dei vecchi 15, 20 giorni sotto lo stesso ombrellone. La vacanza oggi è un mosaico di esperienze divise su più luoghi e nell’arco di tutto l’anno». Andrea Carraro, un suo collega, è stato piuttosto netto sull’evoluzione negativa del turismo esperienziale. «Stiamo vivendo un paradosso. Le esperienze dovevano servirci per riscoprire l’autenticità ma i buoni propositi originari sono stati mercificati. Ci sentiamo in obbligo di documentare e condividere il più possibile quando siamo in viaggio, poi torniamo a casa stanchi o vuoti. Abbiamo sempre più spesso l’impressione di non essere stati davvero nei luoghi visitati». Come se ne esce? «Si tratta di un fenomeno che ha raggiunto il suo picco. L’aspetto positivo è che in futuro - ma qualche volta succede già oggi - avremo voglia di usare i social in modo diverso e spazio per immaginare nuove forme di viaggio, più rigenerative e introspettive». Travolti dall’eccesso di stimoli tecnologici viaggeremo non più per mostrare ma per ritrovarci? «Sempre più ci sposteremo per ricercare una connessione autentica con le cose. Il bisogno di riscoprire noi stessi e il mondo prevarrà sul desiderio indotto di collezionare ed esibire i luoghi che visitiamo».