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Informatica umanistica, Sintesi del corso di Fondamenti di informatica

Riassunti del corso Informatica Umanistica

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 10/06/2026

Reb1301
Reb1301 🇮🇹

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Informatica umanistica
Introduzione
Dino Buzzetti parla di come l’informatica umanistica in Italia abbia assunto negli ultimi anni un
carattere peculiare; è ormai una disciplina che è considerata significativa non solo nella forma di
pratica metodologica, ma anche come nuova forma di riflessione. !
Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con l'introduzione di WWW, World Wide Web, si era parlato di
Humanities Computing ma col tempo forse la definizione più adatta è Digital Humanities che si
può tradurre proprio con l'italiano Informatica Umanistica. !
Non è l'informatica umanistica la semplice applicazione di strumenti tecnologici, ma è una
riflessione di qualcosa che riguarda la conoscenza di ciò che è già conosciuto, una convergenza
tra scienze sociali e gli aspetti qualitativi e quantitativi. !
Quindi sia la critica che le valutazioni critiche dell'informatica umanistica e le opportunità che può
orire l'informatica umanistica, che la quantità intesa come analisi di dati quando si fanno ricerche
empiriche. !
Quindi non è solo una questione prettamente scientifica, tecnica, quantitativa, matematica, ma
può essere utile anche nella valutazione qualitativa, quindi nella critica degli aspetti culturali che
attengono a questa digital humanities. !
Digital humanities non è altro che una galassia, è dicile stabilire dei confini netti e delinearne i
fondamenti. Lo studio è un'area di studi ancora aperta che non riguarda solo le tecnologie
computazionali e digitali e le discipline umanistiche, ma queste due cose insieme, quindi l'uso
sistematico delle risorse e dei metodi digitali insieme alla riflessione critica sulla loro applicazione
nelle scienze umane. In Italia si parla di informatica umanistica in questo senso, quindi informatica
che viene da informazione automatica, quindi studio dei processi ed elaborazione automatica
dell'informazione. Aggiungendo il termine umanistico, noi intendiamo avere un approccio alle
scienze umanistiche computazionali, cioè tutta la parte attiva metodologica, sia quantitativa che
qualitativa. !
La parte quantitativa sono anche le nuove tecniche di analisi dei dati, per poi arrivare a valutazioni
critiche, in questo ambito che si può definire digital humanities. !
Oggi l'informatica è talmente pervasiva che investe in forma ogni aspetto della vita sociale e
culturale.!
L’informatica si ritiene assolutamente un ambito nuovo, ma necessario. !
Guardare la mappa nell'introduzione, la mappa concettuale, pagina 25.
Nell'ultimo decennio, nelle digital humanities, sono presenti quelle istanze di critica sociale e
culturale che appartengono ai saperi umanistici. Attraverso proprio l'informatica umanistica è
possibile cogliere una visione critica della realtà e dei suoi squilibri culturali e sociali. !
Quindi, si può fare un'analisi e una decostruzione della microfisica dei poteri, come direbbe
Foucault, anche attraverso una critical digital humanities.
Quindi, il mondo informatico ora è importante anche per l'analisi delle procedure, analisi e
valutazioni di questi risultati. !
È necessario cercare di capire come l’informatica umanistica o le digital humanities possano
essere utili e possano definirsi come modelli paradigmi, perché la digitalizzazione dei dati è ciò
che ormai è considerato come assodato, ma l'informatica umanistica è una disciplina a pieno
titolo, concepita come convergenza sia di metodologia computazionale che di analisi critica
semiotica, formale, per le scienze umane nella loro interezza; tutto ciò è il nuovo orizzonte. !
Possiamo dire che è una galassia i cui confini emergono solo a una certa distanza, che ha un
nucleo, cioè un ambito di ricerca autonomo che si concentra su aspetti decisamente
computazionali e digitali informatici, ma anche su aspetti multidisciplinari che fanno definire poi
l'ambito delle digital humanities. !
Si parla di studio critico di interconnessioni tra metodi modelli e problemi della ricerca umanistica,
sulle loro condizioni di applicabilità, sui criteri di validazione, cioè quanto è valido questo tipo di
approccio, questo tipo di contributo. !
Ovviamente le digital humanities hanno bisogno di elaborare i contorni di un ambito disciplinare
vero e proprio che riguardi la metodologia computazionale e digitale per le scienze umane. !
Non solo un metodo per analizzare dati e risultati, ma anche un metodo critico di valutazione. !
Ecco cos'è l'informatica umanistica. !
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Informatica umanistica

Introduzione

Dino Buzzetti parla di come l’informatica umanistica in Italia abbia assunto negli ultimi anni un carattere peculiare; è ormai una disciplina che è considerata significativa non solo nella forma di pratica metodologica, ma anche come nuova forma di riflessione. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con l'introduzione di WWW, World Wide Web, si era parlato di Humanities Computing ma col tempo forse la definizione più adatta è Digital Humanities che si può tradurre proprio con l'italiano Informatica Umanistica. Non è l'informatica umanistica la semplice applicazione di strumenti tecnologici, ma è una riflessione di qualcosa che riguarda la conoscenza di ciò che è già conosciuto, una convergenza tra scienze sociali e gli aspetti qualitativi e quantitativi. Quindi sia la critica che le valutazioni critiche dell'informatica umanistica e le opportunità che può offrire l'informatica umanistica, che la quantità intesa come analisi di dati quando si fanno ricerche empiriche. Quindi non è solo una questione prettamente scientifica, tecnica, quantitativa, matematica, ma può essere utile anche nella valutazione qualitativa, quindi nella critica degli aspetti culturali che attengono a questa digital humanities. Digital humanities non è altro che una galassia, è difficile stabilire dei confini netti e delinearne i fondamenti. Lo studio è un'area di studi ancora aperta che non riguarda solo le tecnologie computazionali e digitali e le discipline umanistiche, ma queste due cose insieme, quindi l'uso sistematico delle risorse e dei metodi digitali insieme alla riflessione critica sulla loro applicazione nelle scienze umane. In Italia si parla di informatica umanistica in questo senso, quindi informatica che viene da informazione automatica, quindi studio dei processi ed elaborazione automatica dell'informazione. Aggiungendo il termine umanistico, noi intendiamo avere un approccio alle scienze umanistiche computazionali, cioè tutta la parte attiva metodologica, sia quantitativa che qualitativa. La parte quantitativa sono anche le nuove tecniche di analisi dei dati, per poi arrivare a valutazioni critiche, in questo ambito che si può definire digital humanities. Oggi l'informatica è talmente pervasiva che investe in forma ogni aspetto della vita sociale e culturale. L’informatica si ritiene assolutamente un ambito nuovo, ma necessario. Guardare la mappa nell'introduzione, la mappa concettuale, pagina 25. Nell'ultimo decennio, nelle digital humanities, sono presenti quelle istanze di critica sociale e culturale che appartengono ai saperi umanistici. Attraverso proprio l'informatica umanistica è possibile cogliere una visione critica della realtà e dei suoi squilibri culturali e sociali. Quindi, si può fare un'analisi e una decostruzione della microfisica dei poteri, come direbbe Foucault, anche attraverso una critical digital humanities. Quindi, il mondo informatico ora è importante anche per l'analisi delle procedure, analisi e valutazioni di questi risultati. È necessario cercare di capire come l’informatica umanistica o le digital humanities possano essere utili e possano definirsi come modelli paradigmi, perché la digitalizzazione dei dati è ciò che ormai è considerato come assodato, ma l'informatica umanistica è una disciplina a pieno titolo, concepita come convergenza sia di metodologia computazionale che di analisi critica semiotica, formale, per le scienze umane nella loro interezza; tutto ciò è il nuovo orizzonte. Possiamo dire che è una galassia i cui confini emergono solo a una certa distanza, che ha un nucleo, cioè un ambito di ricerca autonomo che si concentra su aspetti decisamente computazionali e digitali informatici, ma anche su aspetti multidisciplinari che fanno definire poi l'ambito delle digital humanities. Si parla di studio critico di interconnessioni tra metodi modelli e problemi della ricerca umanistica, sulle loro condizioni di applicabilità, sui criteri di validazione, cioè quanto è valido questo tipo di approccio, questo tipo di contributo. Ovviamente le digital humanities hanno bisogno di elaborare i contorni di un ambito disciplinare vero e proprio che riguardi la metodologia computazionale e digitale per le scienze umane. Non solo un metodo per analizzare dati e risultati, ma anche un metodo critico di valutazione. Ecco cos'è l'informatica umanistica.

Questo testo che si intitola “Digital Humanities, Metodi Strumenti e Saperi”, è un tentativo di elaborare una mappa della galassia con particolare attenzione per quella regione dell'universo del sapere che ospita la ricerca condotta nel contesto italiano. Nel contesto italiano, si è arrivati alla fondazione della disciplina denominata come “informatica umanistica” con Tito Orlandi e Francesca Tomasi, che hanno offerto una ricostruzione storica del campo di studi delle origini di questa disciplina fino agli sviluppi più recenti. Proprio questo studio ci permette di capire queste sconfinate possibilità che la transizione digitale offre anche agli studi umanistici, ossia capire e accettare la sfida complessa di oggi e anche contribuire a prospettive future più chiare nell'ambito della galassia delle Digital Humanities o come si dice in Italia della cosiddetta informatica umanistica. Primo capitolo: Una storia dell'informatica umanistica in Italia Uno dei precursori dell'utilizzo di macchine, che inizialmente erano semplicemente ordinatori di schede perforate, fu Roberto Busa. L'informatica umanistica è cominciata in Italia lentamente, tutto è avvenuto un po' diversamente da quello che avveniva nei paesi anglosassoni. Lì era più avanti l'utilizzo dei calcolatori personali appartenenti all'EIPOL già alla fine degli anni 70, poi è arrivato il web dal 2000 e abbiamo avuto la trasformazione della humanity computering digital humanities, e la rivoluzione degli strumenti, metodi e nuove prospettive nell'uso di sistemi e metodi computazionali nelle discipline umanistiche. Proprio nel periodo dei precursori, i computer pare che potessero trovare un utilizzo nell'ambito delle discipline umanistiche, soprattutto per produrre l'indice di opere; la prima volta fu fatto per le opere di Sant'Omaso d'Aquino. Quindi utilizzare il computer per la sua capacità meccanica di ordinare rigorosamente e rapidamente delle schede che potevano rappresentare la parola. Fu proprio Busa, che lavorò in stretto contatto con l’IBM, che riuscì ad allestire un laboratorio nel Haloisianum, un istituto dei gesuiti cui Busa apparteneva a Gallarate, quindi vicino Milano, nel

  1. Si trattava di fare degli indici e quindi poi di arrivare a organizzare una vasta mole di testi umanistici; le applicazioni informatiche riguardano anche l'utilizzo non solo di procedure di puro ordinamento e calcolo numerico, ma anche lessico, lingua, vocabolari, ecc... Per esempio si lavorò al lessico della poesia italiana del 200, quindi il computer poteva darti un'analisi dei termini magari più ricorrenti Poi si può studiare e avere risposte anche sullo stile oltre che sul lessico. E poi l'analisi lessicale si amplia e si arriva ad analizzare anche le strutture linguistiche. Avremo la linguistica computazionale. Ricordiamo Antonio Zampolli all'Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa, Ugo Berni Canani, che lavorò sui testi della Corte di Cassazione, e poi anche gli studi in Inghilterra di Samson, di Kenny e di Morton, che lavorarono alla cosiddetta stilometria, e Susanna Ockey, che fu strettamente legato all'ambiente di Oxford, anche per software pioneristici come il linguaggio Snowball, eccetera. E poi Gardin e Borillo, che svilupparono la visione dell'informatica unitaria come un nuovo linguaggio, un nuovo linguaggio rigoroso, formalizzato, adatto a descrivere fenomeni anche archeologici storici e letterari. Quindi uno slancio verso nuovi usi del computer, che da un uso puramente matematico passa all'ideazione di algoritmi e metodi di valutazione dei dati analizzati. Tutto questo avviene tra gli anni 80 e 90; proprio alla fine degli anni 80 l'introduzione di sistemi di analisi automatica sulla formulazione stessa da ragionamento critico, trasferimento del sistema di scrittura dalle superfici bidimensionali all'ambito digitale, e poi arriveremo all'inizio degli anni 90 a centri dedicati proprio all'informatica umanistica, come questa si potesse sviluppare, come ci possa essere un uso del computer in ambito linguistico, letterario, filosofico archeologico. Si costituisce una banca di dati in cui far confluire il fondo di documentazione raccolto per arrivare poi ad avere questa banca dati. Tutto questo avviene prima del 2000. Poi nel 2000 si diffonde il WWW, World Wide Web, che ha contribuito ad accendere l'interesse nei confronti di tutti i contenuti digitali da sostenere, aumentare, ecc. Dal 30 aprile 1986 l'Italia è la quarta nazione al mondo che si collega a Internet. E nel 1991 viene ideato e rilasciato il World Wide Web e anche il nostro paese inizia a entrare attivamente nella rete.

Per cui insomma, il digitale nell'ambito umanistico permette proprio un'analisi più approfondita per arrivare a una forma di comunicazione del significato dei testi, una forma di comunicazione più profonda, più precisa, più empirica. Quindi modellizzare, applicare un modello al settore umanistico, serve anche a raccogliere dati relativi a individui, luoghi, beni (se si tratta per esempio di ricerche storiche). Il modello digitale può aiutare gli studi storici a raccogliere in maniera precisa e scientifica tutti i dati che corrono per una ricerca su un certo periodo storico, su una certa società. Questa è la cosiddetta prosopografia. Si parla di un nuovo termine: fattoide. Il fattoide è un'asserzione, cioè un’affermazione fatta dagli storici, dove da una fonte documentata si arriva poi ad un’interpretazione. È come se questo concetto di fattoide desse la possibilità di dare forma e struttura a una serie di informazioni che vengono dai documenti storici, dalle fonti. Un modello fattoide permette di cogliere le relazioni tra i dati. Le risorse, quando sono digitali, permettono una migliore acquisizione dei dati, l'archiviazione di questi e contemporaneamente le risorse digitali. Si parla anche di linguaggi e metodi, quindi le digital humanities hanno bisogno anche di un modello linguistico chiaro, pragmatico, un linguaggio che cerchi un equilibrio fra gli oggetti e il linguaggio letterale; bisogna capire se si sta utilizzando un linguaggio letterale, un linguaggio metaforico, un linguaggio formale, ecc. In questo capitolo si è voluto capire il significato di modellizzazione nelle digital humanities, un insieme di pratiche, di creazione e manipolazione di dati computazionali attraverso i quali si attua un processo di ragionamento critico che assume una portata epistemologica, ossia di grande significato culturale. Epistemologia vuol dire discorso sulle fondamenta, radici di una cultura di un ambito culturale; quindi cercare modelli che permettano di concettualizzare, arrivare a una valutazione critica dei dati che si possono classificare, raccogliere e tradurre in maniera automatica. A livello computazionale, a livello digitale, per essere poi utilizzati nell'ambito umanistico, la modellizzazione nelle digital humanities esplicita le componenti umanistiche e computazionali, mettendo in relazione tutto l'aspetto culturale e umanistico, mettendo in relazione elementi interpretativi con elementi computazionali; si parla di complementarietà tra questi aspetti. Bisogna cercare di superare questo dualismo, questa dicotomia tra soggetto e oggetto, quindi tra ricercatore e oggetto di studio, attraverso la modellizzazione digitale. Questo capitolo, scritto da Fabio Ciotti, proprio il curatore di questo testo, parla di codifica del testo attraverso il modello XML e poi la TEI, che è un consorzio di istituzioni internazionali che si è sviluppato per dare una codifica standard degli aspetti umanistici dei testi. La storia della TEI rappresenta senza dubbio uno dei maggiori successi globali delle Digital Humanities. Nel corso degli ultimi trent'anni proprio la TEI è riuscita non solo a sviluppare una tecnologia abilitante, ma addirittura una vera propria infrastruttura digitale per la ricerca umanistica, promuovere una nuova consapevolezza teorica sui testi e sulla pluralità e complessità dei testi. Come hanno osservato Eli Milonas e Alain Renéard già vent'anni fa, una comunità internazionale ha aperto prospettive innovative negli studi testuali in ambito umanistico per la gestione di tutto il patrimonio culturale, di tutti i testi che si possono incontrare, da quelli descrittivi a quelli narrativi, poetici, che rappresentano il nostro patrimonio universale, umanistico. La riflessione teorica è la concreta attività applicativa, relativa alle rappresentazioni o codifica digitale del testo. Il problema principale è che cambiando il supporto elettronico digitale, si rischia di non conservare se non c'è un continuo aggiornamento; se non si va a risolvere il problema dell'obsolescenza degli strumenti, si perde tutto il nostro patrimonio culturale e umanistico. Ci deve essere un linguaggio universalmente accettato, un modello che ci permetta di rappresentare un testo e di poterlo conservare. Noi abbiamo papiri che risalgono a più di 2.000 anni fa e libri che risalgono al 1200 e le prime stampe che sono state fatte dalla fine del 400 in poi con la rivoluzione tecnologica della stampa e dei caratteri mobili. Bisognava lavorare fin dagli anni Ottanta alla digitalizzazione del testo e la sua rappresentazione attraverso un modello, un linguaggio formale digitale, riconoscibile sempre. Ecco perché è nato il TEI, che è un consorzio di istituzioni internazionali che riguardano sia il settore linguistico che letterario. Bisognava trovare un alfabeto finito e definito di simboli riconosciuti da tutti e un insieme di regole sintattiche che consentissero di concatenare i simboli per generare espressioni complesse.

Noi dobbiamo tenere presente che un elaboratore elettronico è un automa che accetta ed elabora o traduce solo espressioni ben formate, cioè generate dalla corretta applicazione delle regole che già sono insite dentro l'elaboratore. Bisogna dargli delle regole che siano precise, codificate e riconosciute formalmente. Bisognava costruire un linguaggio formale che rispondesse a queste esigenze, perché il documento vero e proprio è composto da una serie di fogli di carta, pergamene, rilegati, che contengono tracce di inchiostro disposte in vario modo. Bisognava che il testo fosse riconosciuto da un elaboratore, come una successione fissa dei significati grafici. Lo specialista in questo settore è proprio l'informatico umanistico. Bisogna che il modello digitale riconosca l'intreccio, la fabula, le strutture sintattiche, le funzioni narrative, le parole usate, le origini delle parole; questo è il lavoro dei linguisti, filologi e narratologi. Bisognava proprio dare una rappresentazione digitale a questo supporto, a questa ricerca di esperti in ambito umanistico; lavorare cercando metodi e strumenti anche tramite l'OHCO, che studia i metodi e gli strumenti della filologia digitale. Avere una metodologia condivisa che permetta di rappresentare i fenomeni testuali e che questo patrimonio codificato digitalmente sia accessibile a tutti e si possa preservare a lungo termine. Specialmente in ambito digitale c'è una tale innovazione continua tecnologica, che bisogna fare in modo di avere un linguaggio codificato, un modello che tenga presente questa obsolescenza, che avviene continuamente per cercare di mantenere uno standard dei testi umanistici in forma digitale. Il testo digitale è sempre valido nel tempo, senza il rischio di deperibilità. Bisogna tenere presente che qualsiasi codifica digitale all'interno di un elaboratore avviene mediante la numerazione binaria. Ogni numero intero che rappresenta un carattere determinato di un testo, viene diviso in una o più sequenze dette bit. Il diffondersi dell'informatica in tutto il mondo ha portato a questa ricerca di codici che potessero risolvere in modo definitivo il problema della babele informatica. C'è tutto uno studio del linguaggio di marcatura detto Markup language, che indica correzioni e trattamenti editoriali. Il linguaggio di Markup è caratterizzato dai seguenti elementi:

  • un insieme di caratteristiche testuali
  • un insieme di identificatori simbolici
  • una correlazione tra identificatori e caratteristiche del testo
  • una sintassi che regola il modo in cui gli identificatori devono essere inseriti nel testo Linguaggio markup: un linguaggio che consente di descrivere dati umanistici, testuali, tramite dei marcatori (i tag). Le caratteristiche di un documento vengono di solito rappresentate tramite un linguaggio dichiarativo, quindi l’xml (extensible markup language) è un sistema di traduzione automatica che potrebbe usare le codifiche per applicarle a particolari procedure. I linguaggi di markup si sono dimostrati efficaci per il trattamento dei documenti digitali in ambito umanistico, e soprattutto si tratta di sostituire il ben noto html per la creazione di documenti da pubblicare sul web. L'obiettivo è diffondere le informazioni, anche quelli di testi umanistici, attraverso più canali comunicativi e soprattutto dare maggiori garanzie di preservazione dei dati, in quei progetti di archiviazione digitale a lungo termine. La xml si basa su un modello di markup dichiarativo, che punta a descrivere la struttura astratta di un documento, invece che solo l'aspetto grafico. L'xml è un metalinguaggio che ci fornisce le regole per realizzare un numero indefinito di linguaggi di modifica. Per esempio in un testo riconosce capitolo, titolo, paragrafo, nota pagina. È una struttura ad albero, cioè come mettere una parentesi graffa, quadra e poi tonda; è come se i tag in xml debbano annidarsi come la parentesi in un'espressione matematica, non si possono sovrapporre. L’xml lascia la massima libertà nel costruire uno specifico linguaggio di codifica. L'influenza di xml nel settore umanistico la si deve soprattutto al Text Encoding Initiative Consortium. Nel 1988, per sviluppare uno schema di codifica che mettesse ordine, ci sono stati moltissimi studiosi provenienti da tutto il mondo, che a partire dal 1989 hanno permesso alla TEI di sviluppare

È stato definito che per indagare scientificamente empiricamente, matematicamente, il numero ideale di parole di un testo deve essere almeno 2000; solo così possiamo fare un'analisi stilometrica e riconoscere un autore, confrontandolo con altre 2000 parole tratte da altri testi. Capitolo 5: critica testuale e nuovi metodi, l'edizione scientifica digitale di Elena Pierazzo e Roberto Rosselli del Turco. È innegabile che il digitale abbia avuto un impatto sostanziale e importante sulle discipline umanistiche e che c'è un settore (specialmente la critica testuale), dove l'impatto è stato più significativo, più profondo. Le prime edizioni digitali sono state prodotte negli anni 90, approfittando del nascente WWW, World Wide Web. Per arrivare ai prodotti digitali complessi che sono le edizioni scientifiche digitali, bisogna arrivare alla metà degli anni 90, quando Peter Robinson fa un'edizione di Piero Laratore, un poema anglosassone, online. Negli stessi anni, abbiamo un'edizione CD-ROM del prologo dei racconti di Canterbury, edito da Robinson e Solopova, che a sua volta si basa sullo schema TEI. Sono molto importanti queste prime scelte fatte negli anni 90, scelte tecnologiche, e di conseguenza edizioni digitali che hanno acquisito una certa stabilità metodologica. Le prime edizioni digitali degli anni 90, ormai più di 30 anni fa, hanno aperto strade nuove. Il metodo digitale si è dimostrato più adeguato della stampa nel fornire supporto per la produzione e per la pubblicazione. Ormai i prodotti digitali, la versione web, rispetto al testo stampato, risulta piacevole, fornisce strumenti interattivi per suscitare nei, per esempio, negli discenti che devono studiare, più interesse, motivazione, più attenzione. Oggi si parla di transizione digitale in ogni ambito, anche scolastico. Tutti i moduli TEI sono comunque disponibili e combinabili a piacere, per ottenere uno schema ricco complesso. Si parla poi di collazione automatica, ossia la pratica di confrontare i testi dei vari testimoni di un testo stesso grazie all’uso di un software. Oggi però si preferisce parlare di collazione automatizzata, che prevede man mano che avviene l’elaborazione di un testo da parte del computer, un intervento umano di analisi o critica testuale. Tra i metodi più significativi si preferisce la stomatologia computazionale. Così i risultati sono stati particolarmente incoraggianti, specialmente con i primi lavori, ma anche per esempio uno studio del De Monarchia di Dante e gli stemmi prodotti dal computer si sono rivelati molto simili a quelli prodotti dai filologi, quindi dalle persone. Per quanto riguarda le prime edizioni digitali, oggi ci appaiono molto antiquate, erano rigide, c'è stata un'importante evoluzione anche degli strumenti supporti fisici CD-ROM, DVD, ora c'è la pubblicazione sul web che ormai è universale ed è diventata il metodo di diffusione delle DSE. A differenza di un testo stampato, un'edizione digitale può essere uno strumento dinamico perché è il risultato di un'integrazione tra il software di presentazione e i dati che vengono aggiunti e gestiti dai diversi componenti che lavorano all'edizione. È un lavoro d’equipe, perché altrimenti se non ci fosse questo lavoro di collaborazione tra umanisti e informatici le DSE apparirebbero quasi sempre come un prodotto frammentato. Quindi, per quanto riguarda immagini e tutto quello che viene pubblicato nel web, sarebbe necessario che ci fossero degli istituti che controllino che tutto ciò che viene pubblicato sia veramente scientifico. Già molte biblioteche stanno diventando digitali e sono anche di rilevanza internazionale, come per esempio la Biblioteca Apostolica Vaticana. Stanno sempre di più pubblicando facsimili digitali e distribuendo le immagini dei manoscritti, permettendo quindi l'uso remoto in modo semplice ed efficace. Usando vari metodi, bisogna cercare di non perdere il controllo sui dati che vengono pubblicati e che si offrono all'utente finale; se tutti i metodi digitali fossero veramente conosciuti da parte del filologo che si occupa proprio della critica testuale, saremmo in una fase molto significativa. Purtroppo chi si occupa di studi umanistici è spesso incompetente in ambito digitale: è

auspicabile che un filologo impari l'informatica oppure una collaborazione tra filologo che studia la critica dei testi e un'equipe informatica. Un altro aspetto critico è l'obsolescenza tecnologica: un libro stampato può durare anche secoli, invece nel digitale molti software diventano obsoleti. Si pensa di conservare la cultura digitalmente, ma poi le edizioni digitali non sono utilizzabili più solo dopo pochi anni dalla pubblicazione. Per garantire la circolazione dei dati informatici e la longevità, bisogna migliorare anche la manutenzione e la conservazione delle ds (pubblicazioni digitali). Sarebbe utile l'uso di repository istituzionali, cioè una specie di istituti che garantisce la permanenza e la manutenzione costante di tutti questi testi digitali. Dovrebbero essere raccolte, conservate come ogni pubblicazione di stampa nelle biblioteche nazionali. Devono essere controllate e aggiornate come sono conservati nelle biblioteche nazionali tutti i libri stampati. È necessaria una numerazione dei paragrafi oltre che dei capitoli per evitare che non ci sia rigore scientifico e che un'edizione non perda il suo livello accademico; bisogna dare valore alle edizioni digitali e alla loro pubblicazione se queste sono depositate in repository istituzionali, dove ci sono comitati scientifici che risolvono non solo il problema della permanenza online, ma anche che selezionino le informazioni, che valutino la correttezza di un'edizione critica digitale. Ci vorrà del tempo perché i libri digitali si affermino come si affermò il libro stampato. Forse fra vent'anni il digitale si libererà della cosiddetta pagina stampata, per diventare il riferimento culturale permanente.