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INFORMAZIONE UMANISTICA, Dispense di Informatica gestionale

Documento riguardante la trattazione della rete oggi

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 11/03/2026

francesca-vollaro-1
francesca-vollaro-1 🇮🇹

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Diversa la lingua dei social. Spesso i testi sono non autosufficienti e incompleti, perché comprensibili sono in rapporto con un video o una foto: si parla di ipotesti. La rivoluzione digitale ha investito le tecniche di scrittura e i suoi supporti, le modalità di trasmissione e fruizione del sapere. La cultura libresca si sviluppava in senso gerarchico e orizzontale, mentre ora il web propone una cultura reticolare e discontinua. La comunicazione digitale enfatizza le informazioni mediate (quelle non verificate/verificabili) e messaggi decontestualizzati: il motore di ricerca permette di raggiungere un'informazione dettagliata ma anche parcellizzata e svincolata dal suo contesto (“buco della serratura”). Altra caratteristica è la disintermediazione: se la pubblicazione di un testo avveniva tramite specialisti (editori o direttori), oggi l'utente si conquista lo status di autore con la conseguenza di delegittimare le figure qualificate e di generare fenomeni quali gli haters. Uno dei principali dibattiti del nuovo millennio è l'immigrazione che ha comportato nuove situazioni di contatto. Il repertorio creatosi contempla diverse forme di convivenza e sovrapposizione tra lingue e risulta essere molto variegato. Il tema comprende da un lato lo studio delle varietà di apprendimento (le forme dell’italiano provvisorio, instabile e in evoluzione), dall'altro una riflessione sui problemi del bilinguismo. L’arrivo in Italia corrisponde all’interruzione del processo di sviluppo delle abilità nella lingua madre, che ha ripercussioni anche nell’apprendimento dell'italiano. | dialetti sembrano avere un ruolo chiave nell’integrazione. Se rimane assente una vera politica linguistica statale, molte misure sono messe in atto nelle istituzioni scolastiche. Entrano poi nell’italiano i migratismi (Kebab, hijab, burqga...), mentre la riflessione ha spinto passi in avanti da parte del mondo dell’arte (si pensi alla vittoria di Sanremo da parte di Mahmood). Tra i temi c'è poi il dibattito sul sessismo. Sabatini ha esposto linee guida per la scuola come evitare l'articolo davanti al cognome di donne o abbandonare il maschile non marcato (che si riferisce cioè anche al femminile) come lasciare diritti dell'UOMO per usare diritti umani/della persona. Inoltre, man mano che donne hanno iniziato a ricoprire incarichi tradizionalmente “maschili”, si è presentato il tema del femminile nelle professioni: rispetto a -essa che può avere connotazioni ironiche, si sono affermati femminili in -a (sindaca, ministra...), c'è chi ha preferito continuare a usare il maschile (direttore d'orchestra) o soluzioni ibride (arbitro donna). E' nato infine un dibattito sul maschile plurale non marcato nelle forme di saluto a gruppi. Se cari amici e care amiche sono rispettosi della distinzione dei due generi, sono nate affermazioni più inclusive nel rispetto dei “non binari”: car*, car@ impossibili tuttavia da pronunciare e difficoltosi per dislessici o ipovedenti, inoltre sorgerebbero problemi nell’individuazione delle forme da usare per gli articoli e i pronomi. 61 Caso particolare è // partigiano Johnny di Fenoglio, scritto originariamente in inglese e conserva nella redazione in italiano parole o frasi inglesi. Numerosi inoltre gli scrittori che sfruttano il serbatoio del dialetto, ma con fini e risultati diversi: il romanesco di Pasolini ha valore di immersione totale, mentre Mastronardi fa convivere espressionismo e realismo, o in Meneghello il dialetto ha potere evocativo. Verso il tramonto del secolo fioriscono autori che danno particolare attenzione alle scelte linguistiche: Tondelli con i suoi linguaggi giovanili e gerghi, e poi il gruppo della “lingua ipermedia” Scarpa e Mari, Lucarelli e Veronesi, fino a Nori o Nove. Nel teatro di Eduardo De Filippo è rappresentata la complessa stratificazione linguistica di Napoli: dal bilinguismo allo scontro tra italiano e dialetto, fino all'italiano colloquiale con coloriture regionali. Caso a parte Dario Fo, il cui espressionismo attinge al dialetto, ai gerghi, alle lingue straniere e ai linguaggi settoriali. Il risultato è il grammelot, lingua che riprende sonorità e l'intonazione tipiche di una varietà per creare elementi fonici non corrispondenti a parole reali. E’ la lingua letteraria perfetta perché si sottrae al dominio della grammatica e del vocabolario. La lingua poetica è ricca di riferimenti alla quotidianità del parlato, in forme che si avvicinano alla prosa e che riproducono il dialogo (Sereni, Bertolucci, Caproni): non mancano usi espressivi della lingua della Neoavanguardia. Ancora episodi di sperimentalismo con Zanzotto, Sanguineti e Rosselli. La più importante novità con la tecnologia riguarda il suo rapporto con la scritture: gli smartphone hanno cambiato radicalmente le abitudini di scrittura degli umani. Si può parlare di “italiano digitale/digitato” o di “e-taliano”: non una nuova lingua, ma una varietà che accentua aspetti preesistenti. Se una persona nel passato, finita la scuola dell'obbligo, aveva poche possibilità di scrittura, oggi scriviamo ogni giorno: per la prima volta nella storia della nostra lingua esiste una grande percentuale di scriventi! Ma la possibilità di digitare sempre e la rapidità apportano a un minore controllo sulla scrittura e a una maggiore tendenza all’informalità: questo si traduce nella presenza di tratti del parlato nello scritto e di maggiore espressività (che fa entrare in crisi l'opposizione diamesica tra lo scritto e il parlato), che spiega l’uso di aspetti grafici atti a segnalare un tono di voce alto come la punteggiatura enfatica (Che cosa?!?!2!72!), l’uso del maiuscolo, Per sopperire alla mancanza di mimica e gestualità, ci sono poi le emoticon, che simulano l'espressione del volto, e le emoji, che sostituiscono un messaggio verbale. Se l'email ha un tono ancora formale perché ricorda la struttura di una lettera, la messaggistica presenta una spiccata dialogicità: chi scrive ha l’idea che il suo destinatario sia sempre raggiungibile, quindi il messaggio omette segni di punteggiatura. Se gli SMS erano limitati a pochi caratteri, costringendo lo scrivente ad apportare abbreviazioni o gergalismi grafici (pk, cmq, k), ora la chat ha seppellito quasi del tutto queste caratteristiche. 60 Uno dei temi dibattuti è la presenza di anglicismi, i quali esplodono con la telematica, il lavoro, la finanza e il costume. Si parla di “morbus anglicus”: gli anglicismi non sono più adattati all'italiano. Nonostante l'invito e i vari gridi d'allarme, è stato provato che l’uso di inglesismi nei vocabolari non superano il 2% e che è solo a causa dei social se leggiamo costantemente queste parole (la “temperatura percepita”). Inoltre, va sottolineato che recentemente anche le istituzioni e l’amministrazione fanno largo uso di anglicismi. | mass media nascono con la nascita della radio nel 1924 e si arricchiscono col cinema sonoro del 1930 e con la televisione del 1954 (“italiani trasmessi”). Aggirano l'ostacolo dell’analfabetismo e raggiungono tutti e dovunque. Con la fine del loro scopo educativo, diventano specchio delle lingue, fanno il contrario perché riflettono le abitudini linguistiche degli italiani. Ci danno espressioni stereotipate o ricorrenti (“lingue di plastica”) come nella misura in cui, fare un passo indietro o piuttosto che, erroneamente usato per intendere “oppure”. Vediamoli uno per uno. Per capire l'influenza del cinema sulla lingua basterebbe citare Totò, Sordi o Fellini. La lingua del cinema non è mai realistica, è un codice che dà l'illusione del parlato spontaneo. L'italiano regionale è costante nella stagione del Neorealismo, quasi valore ideologico. Nella commedia si assiste a un ibridismo lingua-dialetti. La lingua del doppiaggio invece è caratterizzata dall’innalzamento diafasico, veicolo di calchi all'angioamericano. Per la televisione, basti pensare al programma Non è mai troppo tardi condotto da Manzi, che insegna a leggere e scrivere oltre un milione di italiani. L'italiano della prima televisione è controllato: gli annunciatori RAI imparano dizione e si attengono alle norme fissate da Migliorini, Fiorelli e Tagliavini. Con le TV commerciali cresce la sfera dell’intrattenimento: l’italiano è ora eterogeneo e comprende un vasto ventaglio di varietà. Non si tratta più di raggiungere il destinatario, ma di attirare la sua attenzione: allora la lingua va sopra le righe, inventa tormentoni, sdogana il turpiloquio. Comprende un’ampia gamma di varietà, dal parlato formale degli annunciatori, al parlato simulato delle fiction fino al parlato colloquiale dei quiz e della diretta. Per sedurre e convincere, la lingua della pubblicità sfrutta strategie retoriche, dal parallelismo (schermo grande, grandi emozioni) all’antitesi (prezzi corti), alle terne (batte, forte, sempre), alle metafore, alle rime. Una lingua essenziale con strutture ridotte all'osso. Abbondano i superlativi, si abusa di extra, mega, maxi, iper o di -0so, parole macedonia (morbistenza), anglicismi (What else?). | dialettismi sono usati per la gastronomia. Se la durata della pubblicità ha durata effimera, le sue ricadute sulla lingua sono vitali. La musica diventa fenomeno di massa grazie a Sanremo, impone ritornelli, propone stereotipi del melodramma e si rinnova dall'alto col cantautorato e dal basso col rap. Viene meno la necessità di rima, sostituita da assonanze o consonanze, allitterazione, lessico ricercato, retorica ludica e complicando la sintassi. Notevole la riscoperta del dialetto per caricare l'espressività: il napoletano di Pino Daniele, o il genovese di Creuza de ma di De Andrè. Oppure l’hip hop adotta il dialetto come scelta antagonista alla canzone sanremese. 58 Altro elemento è l'italiano regionale, quello parlato dalla maggioranza: la varietà con elementi locali. Se abbiamo conquistato l’italofonia, è grazie all'italiano regionale. Altro fenomeno che conferma l'interdipendenza lingua-dialetti, cioè l'aumento di dialettismi e regionalismi nell’italiano: circa 1664 parole dialettali e regionalismi. | cambiamenti più rilevanti si devono alla diffusione dei fenomeni tipici dell’oralità anche nello scritto. Diventa importante la codificazione di questi tratti, quello che Sabatini chiama “italiano dell'uso medio” o Berruto “italiano neostandard”. Tra i fenomeni ricordiamo: - le dislocazioni a sinistra; - lui, lei, loro come soggetto; - il ci attualizzante; - diffusione di ‘sto e ‘sta; - diffusione del partitivo (con degli amici invece di con alcuni amici); - presente al posto del futuro (domani parto); - imperfetto nel periodo ipotetico (se /o sapevo, venivo); - nel sistema pronominale regredisce ella, soppiantato da /ei (più resistente è egli); - è in espansione te al posto di tu in funzione di soggetto; - resta solo nella burocrazia codesto; - gliusato per/e e loro; - il che polivalente; - anacoluti (Giorgio, non gli ho detto nulla); - debbo, segga, offerse, potette, dette, veduto sono in declino; - declino del passato remoto, ascesa del passato prossimo; =. crescono i composti nome + nome per ellissi della preposizione (busta paga) o combinazioni asidentiche (effetto serra); - la frase scissa (é Mario che lo dice); - ame mi, usata come forme di censura in ambito scolastico; - c'è presentativo (c’è posta per te). La lingua letteraria cessa definitivamente di essere modello per la norma linguistica. Tra i primi a cacciare un grido d'allarme c’è sicuramente Pasolini, il quale parla della diffusione di un “italiano tecnologico” estraneo dalla letterarietà e dai latinismi e uscito dal nord industrializzato e i suoi tecnicismi settoriali, che porterebbero alla morte dei dialetti. Seppur criticato, è innegabile che abbia percepito con lucidità alcuni fenomeni. Se i programmi scolastici per le elementari sono ancora orientati verso il monolinguismo, senza apertura verso il dialetto, con l'istituzione della scuola media unica emerge la necessità di un'educazione linguistica democratica, non elitaria e che dia le stesse possibilità a tutti (don Milani). | linguisti del GISCEL, capeggiati da De Mauro, propongono di abbandonare la tradizionale e rigida didattica monolinguistica, prescrittiva e legata allo scritto, a favore di un'educazione “che educhi alla variabilità linguistica con la variabilità linguistica”, cioè che sia consapevole della diversità, dei diversi registri della lingua e dello sviluppo delle capacità comunicative. 57 Capitolo 13: il Novecento e i nuovi orizzonti della volgar lingua All’alba del nuovo secolo, l’analfabetismo è ancora incombente. Lo dimostra la Grande Guerra: se l'evento è veicolo di diffusione (trincee) genera tuttavia un vasto repertorio di scritture semicolte. La guerra ha sollecitato la scrittura anche ai piani alti della cultura: la crescita di produzioni propagandistiche ha permesso alle istituzioni di circolare modelli linguistici. L'anello di congiunzione tra produzione alta e bassa è costituito da tipologie testuali intermedie di gestione dello scritto. La dialettofonia è ancora un forte problema: i bambini si esprimono solo così e questo comportò un nuovo modello didattico: “dal dialetto alla lingua” (titolo anche dell’opera di Monaci). Questo metodo conosce forte eco con l'avvio del Ventennio: il dialetto va estirpato, valorizzando il bilinguismo in una prospettiva comparativa. Mente la riforma Gentile valorizzava il ruolo dei dialetti, le direttive del ministro Ercole impongono l'eliminazione di ogni riferimento al dialetto nelle scuole. Le difficoltà applicative riguardano la frammentaria situazione dialettale e la scarsa competenza dei maestri, i quali molto spesso insegnano in luoghi dove non sono nati. Tra l’altro i manuali coevi non tengono conto dell'italiano regionale. L'apertura al dialetto conosce una fase d'arresto quando si entra nel pieno della dittatura: nelle scuole è ora proposto un modello normativo unitario. Mussolini assume misure repressive verso le minoranze linguistiche al confine. L'italianizzazione forzata investe l'onomastica, la toponomastica e addirittura i cognomi. Altro tema è la lotta ai forestierismi, tipico del purismo ottocentesco. Si diffondono sostituti in italiano. Nasce il neopurismo: vanno rifiutati i forestierismi ma a differenza del purismo originario, vanno accettate le parole nuove che rispettano l'italiano. L'Accademia d’Italia stila liste di termine da abrogare, con le rispettive correzioni. Solo bar, film, tram e sport sono accettati perché ormai consolidate. Ma la capacità di penetrazione dei neologismi fascisti è scarsa, solo autista e regista conoscono eco. Diversa riflessione quella di Gramsci, il quale riconosce che la formazione e diffusione di una lingua siano dovuti a vari focolai (scuola, giornali, cinema...). Uno di questi è la radio, che nasce nello Stivale negli anni 20. Diventa presto uno degli strumenti di regime e della corretta pronuncia: gli speaker (termine che uso solo per dar fastidio ai fascisti, sempre che qualcuno che sta leggendo lo sia) dell’EIAR si attengono a una pronuncia basata sul fiorentino colto (gorgia e la resa affricativa delle palatali c e g), con la sola eccezione del timbro romano di e e o. Nasce un nuovo genere lessicografico, quello dei neologismi. Il capostipite è quello di Panzini, che offre uno sguardo verso l'evoluzione diacronica dei termini. Accanto alla rinascita puristica, si pensa a un vocabolario che rinnovi il Tommaseo-Bellini. Siccome i lavori per il V vocabolario della Crusca vanno a rilento, Gentile passa il compito all'Accademia di Bertoni: si crea un dizionario letterario e dell'uso che, seppur avverso ai neologismi, ne ammette alcuni troppo usati da non considerare e presenta esempi dei letterati contemporanei. Vanno diffondendosi i vocabolari monovolume, pensati per le famiglie e per gli scolari. L’idealismo di Croce (non mio parente ma pur sempre un rompicazzo) considera la lingua come una creazione individuale e irripetibile e ammette la produzione grammaticale solo 55 Questo periodo è poi caratterizzato da una produzione drammaturgica diseguale e non eccelsa, ma notevole: una cultura teatrale diffusa. | testi sono debitori ai modelli francesi della commedia borghese (Dumas figlio). La lingua poetica conosce rinnovamento tra fine Ottocento e inizio Novecento, ma ci sono ancora strutture metriche tradizionali sotto il segno di Carducci, poeta-vate e ultimo fedele linguisticamente fedele alla tradizione, che in realtà prosegue percorsi liberi, unendo l’aulico e il prosaico. Con gli scapigliati e i veristi le parole quotidiane e esposte all’oralità entrano a pieno nella poesia. Questi fermenti conosceranno con Pascoli piena maturazione. Accanto a latinismi e cultismi, include onomatopee, parole quotidiane, dialettali e anglicismi. Si segnalano le sequenze paratattiche e le segmentazioni emotive, tessiture di suoni, strutture iterative, onomatopee crude fino alla riproduzione dell'italo americano (dammi un bacio su un taxi cabrio). Anche in d'Annunzio la valenza fonosimbolica è in primo piano, ma in un rilancio del tono sublime della poesia tradizionale. Si serve di un serbatoio vastissimo, con ovvia preferenza verso i termini aristocratici. E’ in linea con la tradizione ma anche creatore di neologismi, cerca espressioni auliche e peregrine, o tecniche. Nella poesia crepuscolare la crisi della poesia tradizionale è accentuata (Gozzano: Nietzsche/camicie o in Moretti Beethoven/piove). Nei futuristi la volontà di rinnovamento assume forme ancora più dirompenti con onomatopee e sintassi disgregate (Marinetti: Zang tumb tumb). Nel corso del secolo si attigliano sempre più le differenze tra lingua poetica e prosastica. 54 discutibile è la troppa soggettività del Tommaseo, che risponde all’interno del dizionario ad attacchi personali (famoso quello contro Leopardi). Un repertorio storico dalle origini all’Ottocento, con attenzione alla contemporaneità toscana. Nascono i vocabolari d’uso. Il già citato Novo vocabolario rappresenta una continuità manzoniana, segnando allo stesso tempo uno svecchiamento nel panorama lessicografico: vengono eliminati gli arcaismi e le attestazioni letterarie. Fondato invece sulla lingua parlata è il Vocabolario dell'uso toscano (Fanfani), iniziatore di una favorevole stagione di dizionari basati sull'uso. Emergono anche dizionari specializzati: agricoltura, linguaggio storico e amministrativo, marino e militare o il Nomenclatore illustrato (Premoli) che ospita regionalismi, neologismi, forestierismi e tecnicismi. Mossi da un'intenzione scolastica (seppur conservatrice) i repertori puristici, i cui obiettivi da abbattere restano i francesismi e i dialettismi: valga per tutti il titolo Lessico dell’infima e corrotta italianità (Fanfani-Arlia). | programmi scolastici favorevoli a spiegare l'italiano tramite il metodo contrastivo si riflettono in manuali tesi a dimostrare al lettore un termine in dialetto con il suo corrispettivo in fiorentino. Ramondini ne / dialetti e la lingua comune annuncia un linguaggio d'uso intermedio, che non è né dialetto né lingua letteraria, un amalgama dei due che oggi chiamiamo “italiano regionale”. “Regione” non è intesa come area amministrativa, ma un'estensione territoriale dei tratti condivisi dalla varietà. Liberati da un secolare isolamento ed esposti alla varietà urbane e all'italiano scritto, i dialetti si avvicinano alla lingua, soprattutto nei centri urbani, dove gli idiomi si stemperano fino a coagularsi l'un l’altro. Nel Novecento le varietà regionali si estenderanno dovunque, divenendo la modalità principale dell'emancipazione della dialettofonia e contribuendo all'evoluzione del repertorio linguistico nostrano. La diffusione della lingua, si è visto, è dovuta a vari fattori, uno tra questi è la formazione delle varietà regionali (sistemi linguistici innovativi) che fioriscono in gruppi più numerosi di parlanti abituati al monolinguismo dialettale, sforzandosi ad una lingua comune. | mezzi di comunicazione di massa daranno una forte spallata all’italianizzazione. Preziosa fonte di notizie sull’italiano parlato nelle diverse zone postunitarie ci è dato da L'idioma gentile di De Amicis, il quale, dopo vari esempi lessicali, mostra le differenze fonetiche: se ai settentrionali raccomanda di evitare le consonanti doppie e a pronunciare e ed o “larghe o strette”, ai romani critica la mancanza di anafonesi toscana (fongo per dire “fungo”), per la scempiamento di rr (guera) e l'intensa b (debbole), mentre ai napoletani rimprovera la sonorizzazione meridionale delle consonanti sorde dopo nasale (piemondese, inghiostro...). All’alba del nuovo secolo l'italiano non ha ancora conosciuto l'omogeneità tanto desiderata da Manzoni. Gli impulsi centripeti sono controbilanciati da quelli centrifughi, dovuti alla secolare polimorfia e dalla stessa rivoluzione manzoniana del parlato rispetto allo scritto. - Il fiorentino monottongamento di uo non viene seguito spesso neanche dai fiorentini; solo dopo suono palatale la forma monottongata conosce fortuna (gioco e spagnolo); - il dittongo mobile è ancora è ancora infranto fuori l'accento: sonata e suonata sono usati entrambi; - si selezionano gli allotropi ma sopravvivono varianti formali; - declino della i prostetica davanti a s complicata dopo parole che escono in consonante (in /svizzera, per iscritto); - declino di pei per per i; - rarefazione dell’apocope (giardin pubblico e pensier gentile); 52 Manzoni è intanto nominato presidente della Commissione per l’Unificazione della Lingua e invia al ministro della pubblica istruzione Broglio una relazione nella quale si esprimono i seguenti concetti: - la lingua deve avere un carattere soprattutto sociale, non letterario; - il parlato ha la priorità sullo scritto; - la lingua unitaria si deve basare sul fiorentino vivo. La lingua è un bene collettivo, non un patrimonio esclusivo. La lingua letteraria è solo uno spicchio. Si rifiuta quindi il purismo (che vuole applicare la lingua del passato) e si afferma la supremazia dell'uso parlato. Un'affermazione rivoluzionaria, secondo la quale la base comune deve essere il fiorentino parlato, in quanto godente di più ampio consenso. Ma le critiche si consumarono specialmente nei modi dell’autore, il quale auspicava nel mandare maestri toscani in tutti gli angoli del Regno, toscanizzare i maestri, realizzare un vocabolario toscano da consegnare ad ogni studente. Si tratta di un dirigismo quasi militare e discriminatorio. Nel Giorgini-Broglio gli esempi d'autore sono eliminati e sostituiti da esempi inventati, oltre a essere abolito tutto ciò che è arcaico, dove resta solo la lingua d'uso. Partendo proprio dal Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze (Giorgini- Broglio) voluto da Manzoni, Graziadio Ascoli consta che il Novo nel titolo (riduzione del dittongo uo proprio del fiorentino) sia esso stesso un dialettismo, dal momento che tutta l’Italia (tutta l’Italia tutta l’Italia tutta l’Italia) prediligeva il dittongo. Propone quindi di adottare forme che la maggior parte delle regioni accetta. Ascoli riconosce l'inesistenza di una lingua comune, ma non dà istruzioni per superare la coesistenza di più centri, limitandosi ad additare la scarsa densità culturale e l'eccessiva attenzione alla forma quali cause principali. La tanto desiderata unità linguistica doveva tralasciare un modello imposto dall'autorità, e si sarebbe potuta realizzare tramite la diffusione della cultura non ancorata alla retorica. | difetti del Manzoni sono riconducibili allentusiastica unità politica raggiunta. All’autore non poteva sfuggire l'esigenza di promuovere l’italiano in un più complesso piano di sviluppo culturale e civile, cosa che Ascolti sottolinea. Ma Manzoni era proteso a perseguire il perseguibile, a costi di irrigidire il proprio pensiero in senso monolinguistico e antidialettale. L'unità linguistica era per lui un passaggio predestinato all’unità politica. Questa considerazione lo spinge a ridimensionare tutti gli altri aspetti e lo porta ad un estremismo estraneo al Manzoni libero da condizionamenti politici, tali da muovere guerra e morte ai dialetti. Ma propone l’unica soluzione adeguata antidialettale. Una soluzione non priva di prove, come dimostra l’uso che sin dalla Quarantana ha fatto la scuola. Una posizione da mediatore l’ha svolta D’Ovidio, il quale suggerisce sì il fiorentino parlato ma di non prenderlo a norma quelle volte che si differenzia dall'uso letterario. Le idee manzoniane vivono nella Grammatica, una di Petrocchi e l’altra di Morandi-Cappuccini. Sulla tradizione puristico-classicista le opere di Moise e Fornaciari: la prima è basata sugli scrittori ma non è indifferente sull'uso parlato, mentre l’altra è più ricca di premesse teoriche. Nella lessicografia spicca il Dizionario della lingua italiana di Tommaseo-Bellini, il primo dizionario italiano vero e proprio. Ricco nel lemmario e di esempi, i significati delle voci partono dal loro uso comune, ma è attento anche al suo uso tradizionale. L'aspetto 51 ricorrendo a perifrasi auliche dedotte dalla mitologia anche quando si parla di termini tecnici, i secondi cercano termini moderni e popolari. Manzoni stesso non evita ricorsi in poesia a elementi ricercati. La contaminazione tra neologismi, dialettismi, forestierismi e latinismi impiegati a scopo caricaturale è invece determinante (e giustificabile) nella poesia giocosa. Al serbatoio tradizionale attingerà anche Leopardi. Molte sue scelte sono “petrarchesche” (desio, aere, ridenti e fuggitivi -la struttura binaria del Canzoniere). Ma riesce a farlo in modo originale. Nella tragedia troviamo lo stile più sostenuto del genere lirico, a fianco di moduli declamatori del genere tragico, mutati dalla tradizione e da Alfieri. A ciò cerca di sottrarsi Manzoni, che non smette di servirsi di stilemi tradizionali: nell’Ade/chi permane il verbo alla fine, come l'inversione o il passato remoto; nel Conte di Carmagnola sopravvive l'imperativo tragico. Se la tragedia si avvia verso il declino, l'Ottocento consolida il melodramma, come certificano le espressioni estrapolate senza contesto dai libretti (croce e delizia, la donna è mobile). La lingua librettistica arieggia quella della poesia e della tragedia, portando alle estreme conseguenze la ricerca antirealistica. 49 aggiornano il loro significato (ministero o reddito). AI clima romantico partecipano termini dell'animo (buon o mal umore) mentre acquisiscono un nuovo significato termini preesistenti (abbandono, relazione, intimità). Si diffondono derivati suffissali in -ismo(cazzeggismo -non dite questa cosa all'esame che non è vero!) -ista, -ità, i deverbali senza suffisso (ratifica) e i verbi denominati in -are. Dal francese vengono termini della moda, gastronomia, tecnica, militare, domestica, burocratica e sentimentale (b/usa, dessert, metro, parola d'ordine, comò, controllo, egoismo ...). Ricordiamo poi i calchi semantici, ovvero quelle parole già esistenti che vengono travolte di un nuovo significato (coperto e effetti). L'inglese trova la strada spianata nella cronaca (budget, meeting, radicale), magri sono invece i tedeschismi (valzer), mentre lo spagnolo ci dà termini relativi alla corrida e al Nuovo Mondo (torero o sigaro). Fortissimi i termini politici (femocrazia, costituzione, anti-, -ismo). Nuovi termini anche sociopolitici come comunismo e socialismo, o parlamentare (ballottaggio) o i composti come colpo di stato. Il lessico burocratico si arricchisce durante la parabola napoleonica (dipartimento). La prosa è eterogenea: chi guarda al passato, chi alla modernità. Nasce il romanzo storico, d’appendice e psicologico. La scrittura giornalistica assume una veste più moderna. Di fronte a tutto ciò, si staglia la figura livellatrice di Manzoni, ma la sua lezione non trova sempre eco nemmeno nei seguaci. Cesari prosegue un modello arcaizzante, suscitando involontaria comicità. Chi segue Manzoni tanto nel genere (romanzo storico) quanto nello stile della Ventisettana mescola elementi letterari e colloquiali (anche lombardismi). Impasto linguistico diverso è quello di Tommaseo che nella Fede e bellezza riflette la lingua ascoltata in Toscana, generando spiacevoli dissonanze. Chi, rispetto a lui, avanzava un posizione teorica è Nievo nelle sue Confessioni di un italiano. Se Manzoni cerca omogeneità, Nievo vede nell’eterogeneità tanta ricchezza. Ora aulico, ora colloquiale, ora toscano, ora settentrionale, mostra come sarebbe stata la prosa senza Manzoni, attingendo a regionalismi, tradizionalismi letterari, latinismi e i modi toscani per stendere una veste nobile ma anche per accentuare l’effetto conversativo. La prosa classicista si dispiega nell’'equidistanza tra tradizione e innovazione: lessico sorvegliato e sintassi elaborata, il cui vertice è Leopardi, il quale attinge a modelli alti e bassi tramite un filtro fine e duttile. Le Operette morali sono monolinguistiche e pluristilistiche, dai toni patetici, alla complessità dissertante, alla vivacità discorsiva. Ma non rinuncia mai all’armonia tramite un giusto dosaggio di rapporti sintattici. Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis ci sono aspetti di lingua viva e corrente per uno stile medio epistolare, svecchiando la sintassi e accogliendo tratti destinati a grandi fortune: diradamento di periodi lunghi (alla Boccaccio nse capisce ncazzo), assenza di verbi alla fine, minori tmesi (che tancora tcapisco tche tcazzo tsignifica), frattura tra ausiliare e participio passato (non aveva in tutto quel dì desinato) o tra verbo servile e infinito, uso del pronome interrogativo ellittico cosa affianco a che cosa. Ma non si allontana dal canone della prosa tradizionale elevata. In campo teatrale, continua la tradizione goldoniana ma i risultati sono modesti: Giraud e Nota, il quale indulge a fastidiosi accenti melodrammatici. Più felice l'impasto di Ferrari. La lingua poetica invece presenta una base comune, discendente dall'esigenza di distanziarsi dalla lingua prosastica. Se in questa è ricorrente l’uso di forme colloquiali, la poesia è la fuga dalla realtà (inversioni dell'ordine, tratti arcaici “siciliani”) e le parole quotidiane sono sostituite da sinonimi arcaici: acqua è linfe. La differenza tra classicisti e romantici è che, se i primi vogliono scansarsi dalla realtà 48 Nelle Epoche della lingua italiana Foscolo abbozza una situazione (arretrata) linguistica, caratterizzata dal predominio dei dialetti nel parlato, con l'eccezione di un tipo elementare e incerto: il linguaggio mercantilelitinerante, per farsi intendere in viaggio non per conversare normalmente. Un sapore di affettazione di letteratura (o di velleitarismo) avevano certi esperimenti di italianizzazione, come il parlar finito dei milanesi, una sorta di toscano in bocca ambrosiana. Elementi regionale e popolari nello scritto si spiegano con la scarsa padronanza del mezzo tipica di scriventi imperfettamente alfabetizzati; ma il fenomeno si può collegare alla ricerca di una lingua media di registro non letterario (Ippolito Nievo inservia dialettismi nelle sue lettere per creare una vicinanza all’oralità). Salvo ibridismi, travasi e compromessi, la lingua letteraria occupa la scena dell'uso scritto, mentre i dialetti occupano quella dell’oralità. Aspetti peculiari sono rappresentati dal Piemonte, a cavallo tra dialettofonia e francofonia: il primo re d’Italia (Vittorio Emanuele II) ricorreva spesso al piemontese, mentre Cavour dominava meglio il francese. Altro caso atipico è Roma, dove il dialetto si era delocalizzato e toscanizzato a partire dal Risorgimento: esisteva un continuum dal dialetto alla lingua. Diversamente era Venezia, da secoli il veneziano è riconosciuto lingua ufficiale (nell'amministrazione e nei tribunali) ma perde tale status con l'invasione asburgica, nonostante mantenga grande vitalità. Nelle scuole, dopo le riforme settecentesche la dicotomia latino-volgare viene sostituita da quella italiano-dialetti: era richiesto che i maestri sapessero il toscano, ma pochi vantavano una cultura del genere. L’italianuccio raffazzonato diventava quindi più apprezzato delle parlate locali. A testimonianza: il Vocabolario milanese-italiano di Cherubini, il Dizionario del veneziano di Boerio, quello siciliano-italiano di Mortillaro, la Collezione delle migliori opere in milanese del Cherubini e gli Scritti impressi in veneziano di Gamba. Questa corrente si scaglia contro l’idea risorgimentale secondo la quale i dialetti sono ostacoli. Nell’alternativa tra italiano (impopolare ma nazionale) e dialetti (popolari ma municipali) colano fiumi di inchiostro. Contro Cherubini si muove l’antidialettale Giordani, che a sua volta fa intervenire Porta. Quest'ultimo si erge a cavaliere dei dialetti (fimo a chiamare Giordani Giavan, cioè sciocco). L'attività dei grammatici non è nè ampia nè originale dato che il panorama è costellato da opere rivolte al passato. Più nutrito è il genere lessicografico. L'abate Alberti pubblica il Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana, nel quale si apre ai neologismi tecnici, ai forestierismi e alla lingua viva attraverso “inchieste” dirette, non chiudendo le porte alle parole extra toscane. Assesta una decisa spallata alla Crusca. Il distacco dal canone cruscante si manifesta anche riguardo la strutturazione interna dei vocaboli: nel Vocabolario della Società Tramater le definizioni che davano per scontate varie conoscenze del lettore sono abbandonate con abbondanti spiegazioni. Sul fronte puristico, i vocabolari danno la cittadinanza a parole stantie e cadute o censurare voci entrate nell’uso corrente. Nella Crusca veronese (Cesari) crescono i lemmi ma questo è la conseguenza di uno spoglio più accurato degli autori toscani. Su maggiore tolleranza si muove il vocabolario dell'abate Manuzzi, il quale ha accolto anche Leopardi nel canone. Scaturiscono elenchi copiosi di voci che agli autori parevano indegne di cittadinanza (francesismi, dialettismi e latinismi). Tra i repertori di neologismi spicca l’Elenco di parole oggidì frequentemente in uso, le quali non sono ne’ vocabolari italiani del Bernardoni. In protesta contro le posizioni cruscanti e puristiche, Gherardini sostiene un rinnovamento linguistico. 46 L'edizione del 1827 ha già una composizione più omogenea e tendente al toscano, ancora tuttavia ricavato in via libresca (Cherubini e Cesari). Nonostante il successo, Manzoni non è soddisfatto e nello stesso 1827 si reca a Firenze per adeguare il linguaggio del romanzo ad un fiorentino parlato dai colti. Si avvale di consulenti sia popolari (Luti) sia colti (Borghi, Cioni, Nocciolini) per giungere al fiorentino dell'uso colto. Questo perché in una lettera del ‘53 afferma che bisognava riferirsi alla lingua parlata dai fiorentini colti, polemizzando con coloro che volevano ridurre il fiorentino a idiotismi dell'uso più marcatamente popolare. Il risultato è la quarantana (1840-42) nella quale non rinuncia alla qualità stilistica ma cambia fonetica, morfologia, sintassi e lessico per una lingua naturale e scorrevole. Cadono tanto le forme colte quanto quelle provinciali, rimpiazzate da elementi più vicini all'uso colloquiale e propri del fiorentino vivo: - la prima persona dell’imperfetto in -o anzichè in -a (io era diventa io ero); - forme più usuali come siano, vedo, concludere, domandare, offrire, al posto di sieno, veggio, conchiudere, dimandare e offerire; - strutture irregolari e spezzate (quattro disgraziati < quattro popolani) - la punteggiatura sottolinea l’oralità. La quarantana segue 4 direttrici: 1) eliminazione di forme auliche e arcaiche nella - fonomorfologia: nimico > nemico, romore > rumore, conchiudere > concludere - lessico aere > aria, amaritudine > amarezza, fidanza > fiducia, tema > paura, uopo > bisogno, ricordanza > memoria; - sintassi: elimina l'inversione s’era di nuovo veduto > s'era visto di nuovo 2) introduzione di forme fiorentine (ma non popolari) - fonologia: o al posto di uo (spanguolo diventa spagnolo, giuoco diventa gioco, ma resta figliolo); - morfologia: /ui al posto di egli; - lessico: spedito > lesto, cominciare > principiare, mica > punto 3) eliminazione forme concorrenti (anche se entrambe fiorentine) per lui i sinonimi non sono una ricchezza, ma ostacoli. hanno la meglio domandare su dimandare, questione su quistione, uguale su eguale, lacrima su lagrima, tra su fra 4) eliminazione dei lombardismi: pontando > puntando, cera > viso, marrone > sbaglio La sintassi già nella Ventisettana è anti normativa: dislocazioni, frasi scisse, anacoluti e il ci attualizzante. E nella Quarantana queste strutture sono accentuate: avrete pane > pane, ne avrete. Il suo modello è quindi il fiorentino contemporaneo dell’uso colto: l'italiano non deve basarsi sul toscano della tradizione ma su quello contemporaneo, e in particolare sulla varietà del fiorentino parlato dalla borghesia. 45 Capitolo 11: primo Ottocento e le risciacquature della volgar lingua L’Ottocento è, assieme al Trecento e al Cinquecento, un secolo cardine per la nostra lingua. Se Dante teorizza una lingua comune fondata sul toscano letterario e Bembo consolida questo modello tramite la sistemazione normativa, Manzoni pone le basi per l'estensione dell'italiano dall'uso scritto di pochi all'uso anche parlato di molti, anche se servirà il Novecento per consolidarlo a pieno. Nel 1806, Manzoni scrive a Fauriel che /o stato d’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l'ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa può dirsi lingua morta. L'italiano è quindi una lingua virtuale, lontana dall’uso. Foscolo osserva che nella comunicazione si usa solo il dialetto e che viaggiando per l’Italia si deve adottare una lingua mercantile o itinerario che mescola italiano letterario e dialetto. Straordinarie avventure individuali (la Divina Commedia e | Promessi Sposi) e grandi eventi (la stampa e l'Unità d’Italia) hanno accelerato o orientato il processo. L'incremento dell’alfabetizzazione dalla post rivoluzione e da Napoleone ha conseguenze positive ma non determinante; va poi ricordato il peso della stampa periodica ad un pubblico più vasto e vario. Inizia inoltre il recupero dell'identità nazionale: si ampliano i registri nella direzione dell'uso. Si fa largo l’idea di superare la barriera teorica e affrontare la realtà. Ma siamo in un quadro disgregato di squilibri linguistici di cui sono al corrente Manzoni e Leopardi. Le possibilità comunicative di cui disponevano gli italiano erano o il dialetto per la comunicazione orale o la lingua letteraria per la cultura scritta. A eccezione della Toscana e di Roma, in cui parlato e scritto erano simili, il dialetto è un ostacolo invalicabile. Ma solo con l'Unità gli italiani devono riconoscere come urgente il problema dell’analfabetizzazione. Il dibattito linguistico, scrive Cantù, è ormai di moda, questo (secondo lui) per fuggire dalla dominazione francese, acuita dal periodo napoleonico. | più ostili rispondono con il purismo e il tradizionalismo. Ma questo recupero dei valori è iniziativa della stessa ideologia giacobina (è Napoleone che ripristina la Crusca). Il purismo ha il suo cavaliere nel sacerdote veronese Antonio Cesari, che vuole accettare il toscano trecentesco “in blocco”, accettando cioè anche i testi non letterari, pratici. Muove guerra ai francesismi e nella Crusca Veronese inserisce 3000 parole rare e trecentesche. Altri puristi temperano questa intransigenza, tra cui Basilio Puoti, padre di una scuola nella quale i testi trecenteschi venivano letti e fatti esercitare. Ammiratore di Cesari, rifiuta come lui i forestierismi e i neologismi, e si allontana dalle forme popolari del 300 toscano e guarda con favore ai grandi del 500. Dal 1812 nascono vocabolari puristici, che censurano i francesismi da non usare (debutto, ruolo, egoista, crema), offrendo ai linguisti di oggi un tesoro immenso dell'800. 43 La prosa ha come tendenze la crisi del periodare classicheggiante e il decremento della retorica secentesca. Per fare ciò sono importanti la prosa galileiana e le lingue straniere. Muratori prosegue uno stile puro, naturale e chiaro, una sintassi lineare. Nella divulgazione di testi scientifici Algarotti predilige periodi semplici e frasi brevi con poche infrazioni. Baretti riconosce i pregi del toscano ma rivendica l'italianità: così la sua prosa rifiuta la sintassi latineggiante boccacciana e ricerca uno stile brillante, oltre a una ricca inventiva lessicale. Le nuove tendenze si osservano nella prefazione de Dei delitti e delle pene, assente di assetto linguistico. La seconda edizione di Verri limita la complessità sintattica ed elimina aulicismi e arcaismi: il testo assume ora una veste saggistica illuminista. Il romanzo è l’unico genere che gode di un pubblico più ampio: questo comporta che lo scrittore mercifichi la propria arte. Piazza e Chiari assecondano il gusto e sono meno attenti all'elaborazione formale. | romanzi hanno un impianto sintattico semplificato, annoverato di francesismi e neologismi. La prosa di alcuni si orienta al passato e al tradizionalismo del gusto neoclassico. Vico e la sua Scienza nuova gode di una lingua ricca di arcaismi e latinismi, una sintassi complessa e involuta. Si dedica poi alla revisione linguistica nella quale imita i toscani antichi con forme in disuso, ma non mancano dialettismi. Auspica per distanziarsi dalla lingua d'uso mediante immagini inusuali. AI classicismo si ascrive anche Verri, i cui tratti neoclassici si servono di un lessico aulico e influenzato dalla poesia, ma non incline al fiorentinismo cruscante. Alfieri approda all'italiano attraverso la spiemontizzazione e la sfrancesissazione, come testimonia il suo soggiorno a Firenze, anticipatore della risciacquatura dei panni in Arno manzoniana. Vuole praticare la lingua viva e studiare i vocabolari e i testi della tradizione. La sua Vita scritta da esso partecipa alla semplificazione sintattica tipica del XVIII secolo. Il suo è un lessico ricco di neologismi dalla derivazione, parasintesi e composizione. Scrive le sue memorie in francese (per poi spostarsi a Firenze per imparare il toscano vivo). 42