Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Integrazione immigrati in Italia, Prove d'esame di Sociologia delle Migrazioni

Muovendo da un quadro sintetico di quello che potremmo definire lo stato attuale dell’integrazione degli immigrati in Italia, emerge una composizione di luci ed ombre, di chiari e scuri .

Tipologia: Prove d'esame

2018/2019

Caricato il 30/03/2019

Lucilla98
Lucilla98 🇮🇹

4.5

(31)

59 documenti

1 / 49

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
PRIMO RAPPORTO
SULL’INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI
IN ITALIA
SINTESI
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31

Anteprima parziale del testo

Scarica Integrazione immigrati in Italia e più Prove d'esame in PDF di Sociologia delle Migrazioni solo su Docsity!

PRIMO RAPPORTO

SULL’INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI

IN ITALIA

SINTESI

NOTA REDAZIONALE Il Rapporto è il risultato del lavoro collettivo della Commissione. Ciascuno dei componenti ha collaborato con idee e suggerimenti. La stesura finale è stata curata in particolare da: Introduzione e sintesi : Giovanna Zincone. Capitolo I : Antonio Golini. Contributo di Isabella Menichini (ministero degli Affari esteri). Capitolo II : Emilio Reyneri (paragrafo 1), Antonio Payar (paragrafo 2). Contributi di Licia Celeghini e Stefano Listanti (ministero del Lavoro e della previdenza sociale). Capitolo III : Mario Giacomo Dutto. Contributi di Mahmoud Salem Elsheikh, Vincenzo Cesareo e Silvana Mosca (Sovrintendenza scolastica della regione Piemonte). Capitolo IV : Maurizio Marceca. Contributo di Giuseppe Geraci. Documento Organismo di coordinamento Cnel. Capitolo V : Antonio Tosi. Contributo di Giovanni Ronca. Documento Organismo di coordinamento Cnel. Capitolo VI : Tiziana Caponio. Contributo di Giovanna Zincone. Capitolo VII : Elisabetta Rosi_._ Contributi di Marco Mantello e Ilaria Schincaglia. Capitolo VIII : Udo Enwereuzor e Elisabetta Rosi (paragrafo 3). Contributo di Marco Mantello. Note informative : Vaifra Palanca, Angelo Achille, Marco de Martinis (Ufficio immigrazione Dipartimento affari sociali). Documenti Organismo di coordinamento Cnel. Nota n. 4 - Anna Nardini (Commissione libertà religiose). Appendice giuridica : Giulia Henry. Sondaggio : ISPO (Istituto per gli studi sulla Pubblica Opinione). Contributo tecnico e bibliografico : Vaifra Palanca, Laura Zanfrini. Sintesi del rapporto a cura di Emilia Patta. Il rapporto sarà pubblicato nella collana Percorsi de il Mulino, aprile 2000.

Introduzione

Un modello di integrazione ragionevole

Muovendo da un quadro sintetico di quello che potremmo definire lo stato attuale dell’integrazione degli immigrati in Italia, emerge una composizione di luci ed ombre, di chiari e scuri^1. Le luci prevalgono forse nei fatti, nei comportamenti reali. Aumentano i ricongiungimenti familiari. Dai circa 92.000 permessi in vigore nel 1 gennaio 1992 si è passati a più di 270.000 al 1 gennaio 1999; nel 1998 ne sono stati attribuiti più di 56.000, con un incremento del 26,4% nell’ultimo anno. Aumentano gli studenti stranieri nelle scuole: mentre dall’anno scolastico 1989 - 90 a quello 1997-98 gli alunni italiani sono scesi da circa 8,5 milioni a circa 7,7 milioni, nello stesso periodo quelli stranieri sono passati da circa 13.700 a più di 70.600, fino a superare gli 85.000 nel 1998-99; nell’anno (^1) All’46, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 recante “Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, si legge: «La Commissione ha i compiti di predisporre per il Governo, anche ai fini dell’obbligo di riferire al Parlamento, il rapporto annuale sullo stato di attuazione delle politiche per l’integrazione degli immigrati». L’altro compito assegnato alla Commissione consiste nel rispondere a specifici quesiti posti dal Governo. I quesiti hanno riguardato l’opportunità di riformare la legge sulla cittadinanza in Italia e di presentare una legge ad hoc per le popolazioni Rom e Sinti, nonché l’ideazione di strumenti specifici di integrazione di queste minoranze e l’opportunità di estendere il voto locale agli immigrati. Su questo ed altri temi la Commissione ha commissionato ricerche, organizzato convegni, pubblicato quaderni. La Commissione, presieduta da Giovanna Zincone, è composta da esperti di immigrazione e da rappresentanti dei principali ministeri coinvolti nelle politiche migratorie. Il rapporto si compone di una lunga introduzione e di otto capitoli, e si conclude con note informative inerenti la ripartizione dei fondi, l’attività delle regioni, i compiti degli organi che osservano e indirizzano le politiche di integrazione, l’attività svolta dalla Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati. I capitoli sono dedicati all’analisi demografica e all’analisi di sette aree tematiche (lavoro e piccole imprese, istruzione, alloggio, salute, partecipazione politica, sicurezza e discriminazione). L’introduzione si divide a sua volta in quattro paragrafi. Nel primo si illustrano le principali interpretazioni di integrazione che informano (in modo più o meno consapevole) le varie ricerche e i rapporti ufficiali in materia di integrazione degli immigrati. Nel secondo si presenta la nostra definizione di integrazione, si dimostra come essa abbia ispirato l’impalcatura e gli obiettivi della legge n. 40 del 1998, e si offrono suggerimenti per migliorare e completare il progetto iniziato con la legge. Nel terzo si sintetizzano e si integrano le analisi di area contenute nei capitoli successivi. Nel quarto si illustrano le difficoltà specifiche incontrate in questo rapporto, le possibili soluzioni ed i limiti di qualunque indagine di valutazione complessiva dell’impatto di una legge. Nella presente sintesi all’introduzione ci si sofferma sul progetto sotteso alla legge e su alcune proposte generali volte a completarlo.

scolastico 1999 - 2000 pare siano vicini ai 100.000. Aumentano inoltre le iscrizioni ai sindacati (alla Cisl, dal 1992 al 1998, sono raddoppiate, passando da circa 44.000 a circa 89.000; alla Cgil a fine luglio 1999 risultavano iscritti 72.000 stranieri). Per la prima volta quest’anno si è votato per un organismo eletto dagli immigrati nella città di Palermo, seguendo la strada aperta da altre città (Torino, Modena, Padova). Sul fronte del lavoro si registrano un aumento degli occupati regolari (10,9% in più tra il 1996 e il 1997), e la diminuzione delle differenze tra immigrati e cittadini tanto nel turn over , quanto nei livelli salariali. Dato curioso (anche se non confortante) rispetto alla parità salariale, l’essere donna in Italia sembra essere uno svantaggio maggiore che l’essere immigrato. Indubbiamente positivo è invece il dato secondo cui il lavoro immigrato ha rivitalizzato importanti settori economici: ad esempio la pesca a Mazara del Vallo in Sicilia, la floricoltura in Liguria, la pastorizia in Abruzzo e nel Lazio. Nell’insieme, il lavoro immigrato svolge una funzione più complementare che concorrenziale rispetto al lavoro dei cittadini italiani, dimostrandosi anzi cruciale per la sopravvivenza della nostra economia. Dal Rapporto Unioncamere del 1999 emerge infatti che nel periodo 1999 - 2000 un terzo del fabbisogno di manodopera nell’industria e nei servizi potrà essere coperto solo ricorrendo al lavoro immigrato. Un’altra luce è costituita dal fatto che gli immigrati si avviano verso sistemazioni abitative “normali”, paragonabili a quelle medie degli italiani (un’alta percentuale degli immigrati, stimata tra il 60% e l’80% a seconda delle località, trova sistemazione ricorrendo al mercato; e una buona parte di essi, tra il 50% e il 70%, consegue in tal modo soluzioni abitative considerate decenti secondo gli standard italiani). Lo stato di salute degli immigrati è infine complessivamente buono: quella dell’emigrazione non è, infatti, un’avventura per persone malate, e la maggior parte degli stranieri che arrivano nel nostro paese in cerca di migliori condizioni di vita è costituita da giovani di età compresa tra i 19 e i 40 anni. Ciò spiega la loro bassa richiesta di assistenza sanitaria, rafforzata peraltro da una generale tendenza degli immigrati a rivolgersi alle strutture del privato sociale piuttosto che a quelle della sanità pubblica.

complicanze legate alla gravidanza, al parto e al puerperio. Secondo una ricerca effettuata in Lombardia questa classe di patologie occupa il primo posto tra le cause dei ricoveri ospedalieri degli immigrati: più di 3.000 casi nella regione nel solo 1997. I dati sulla criminalità sono noti e preoccupanti: la popolazione immigrata rappresenta circa il 25% della popolazione carceraria, e la percentuale supera il 50% nelle carceri minorili. Ma si tratta di dati che vanno parzialmente ridimensionati in base ad una serie di riflessioni. Percentuali così alte dipendono infatti anche dalla difficoltà di applicare misure alternative (come gli arresti domiciliari in mancanza di domicilio) e dal fatto che arresti ripetuti riguardano spesso la stessa persona recidiva. Occorre inoltre sottolineare come gli immigrati siano essi stessi vittime della criminalità – immigrata e italiana – così come sono vittime della esosità di datori di lavoro e di padroni di casa senza scrupoli. Nei casi estremi sono vittime del traffico di persone. Le luci sull’integrazione prevalgono – ci pare – più nettamente nelle percezioni, nelle opinioni degli italiani, e questo è un elemento particolarmente confortante. Il che non esclude elementi negativi empiricamente fondati e percepiti come tali, quali la paura che l’immigrazione concorra ad aumentare attività illegali e criminali o lo scetticismo sulla capacità delle sanatorie di drenare il bacino degli irregolari^2. Ma è importante rilevare la persistenza di opinioni e atteggiamenti tolleranti e aperti. È utile a questo punto analizzare brevemente la legge, le sue promesse, la sua applicazione, e illustrare alcuni suggerimenti volti a completarne e a rivederne l’azione. Per far questo occorre innanzitutto definire gli obiettivi che le politiche di integrazione dovrebbero perseguire, servendosi delle categorie del buon governo piuttosto che di quelle del buon accademico. Per un buon governo integrazione vuol dire – a nostro parere – due cose: a) integrità della persona, buona vita , b) interazione positiva, pacifica convivenza. (^2) La Commissione ha affidato all’Ispo un sondaggio sulle opinioni degli italiani in tema di immigrazione. Il sondaggio è stato utilizzato nella redazione del rapporto e pubblicato in un quaderno.

Naturalmente, le due dimensioni, i due elementi, i due obiettivi dell’integrazione si tengono: la pacifica convivenza richiede infatti che nessun gruppo percepisca l’altro come una fonte di comportamenti e atteggiamenti nocivi per la propria integrità e buona vita. Quello proposto è quindi un modello di integrazione ragionevole , poco rigido, poco ideologico, poco pretenzioso. In sintesi, il progetto soggiacente alla legge n. 40 del 1998 prefigura proprio un modello di integrazione ragionevole. Il modello si compone di quattro tasselli e una strategia:

  1. Primo tassello. Interazione basata sulla sicurezza. Un’interazione positiva si costruisce nel comune rispetto delle regole, nella convinzione che l’altro non rappresenti per noi un pericolo. La legge fornisce diversi strumenti volti a contrastare gli ingressi clandestini, garantire le espulsioni e combattere la criminalità: dai centri di permanenza temporanea per assicurare l’efficacia dell’espulsione amministrativa, all’espulsione a titolo di misura di sicurezza, fino alle espulsioni alternative o successive alla pena a carico di chi delinque. Il traffico per sfruttamento o per avviamento alla prostituzione costituisce un’aggravante della pena prevista per questo reato e, in caso di minori o di più persone, è punito con una multa fino a cinquanta milioni di lire e la reclusione da cinque a quindici anni per ogni straniero trafficato. Sanzioni sono previste anche per il datore di lavoro che impiega alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno: arresto da tre mesi a un anno e ammenda da due a sei milioni di lire.
  2. Secondo tassello. Integrità per gli irregolari basata sui diritti della persona. Questo tassello della legge mira a tutelare il rispetto minimo dell’integrità della persona a una quota destinata a diventare sempre più ridotta di immigrati irregolari garantendo loro i diritti fondamentali della persona. Gli irregolari sono, infatti, ammessi a usufruire di tutte le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali anche se continuative. Quindi non solo le cure urgenti e la gravidanza, non solo tutte le cure per i minori come previsto dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ma anche le cure preventive e quelle essenziali per la tutela

vissuto nel paese) rispetto allo jus sanguinis (la discendenza).

  1. Quarto tassello. Interazione basata sul pluralismo e la comunicazione. La legge ribadisce il rispetto per le diversità culturali, anche destinando fondi all’insegnamento della lingua d’origine, e mira ad evitare le chiusure comunitarie, costruendo spazi e canali di comunicazione condivisi, in particolare sostenendo l’apprendimento della lingua italiana. A questo tassello di rispetto e comunicazione avrebbero dovuto affiancarsi la legge sulle libertà religiose e il tentativo di aprire nuove intese con le associazioni islamiche. La legge prevede infine di attuare le proprie politiche utilizzando anche l’intermediazione del privato sociale, prefigurando così una sorta di strategia di integrazione indiretta simile a quella attuata in Gran Bretagna, in Belgio, in Olanda e nei paesi scandinavi, dove una quota rilevante di rappresentanza degli interessi e di gestione del welfare è stata inizialmente delegata ad organizzazioni della società civile. Il legislatore ha in tal modo seguito i migliori esempi europei di avvio dell’integrazione delle classi operaie nazionali e quanto era stato sperimentato in Italia nel periodo giolittiano. Insomma, dopo anni di politica dell’emergenza, la legge 40 ha finalmente riaperto la main door policy , la porta d’ingresso principale, legale, degli ingressi e delle permanenze, una porta di fatto trascurata in passato dai governi italiani, al di là dei proclami pubblici. Si tratta di una scelta che ha allineato l’Italia ai percorsi indicati a livello di Unione europea. Nel Documento della Presidenza austriaca del Consiglio Giustizia e Affari Interni del novembre 1998 si legge: «La commissione Europea ha così definito gli elementi chiave di una politica comune: a) un’azione che incida sulle pressioni migratorie; b) controllo efficace dell’immigrazione; c) misure intese a migliorare le posizioni degli immigrati regolari». La legge del 1998 prefigura un modello di integrazione ragionevole anche perché la lotta alla criminalità e il contenimento degli ingressi irregolari costituiscono due condizioni indispensabili per raggiungere l’obiettivo di interazione positiva. Qui di seguito si illustra cosa è successo in seguito all’approvazione della legge e cosa sarebbe utile succedesse in futuro.
  1. Primo tassello. Interazione basata sulla sicurezza. Dopo l’approvazione della legge, si è assistito ad un’iniziale sottovalutazione delle conseguenze che la criminalità straniera e

l’afflusso di clandestini potevano avere sulla percezione di sicurezza e integrità dei nazionali. Inoltre, la concessione di un’ennesima grande regolarizzazione – la quarta in meno di quindici anni – può non aver giovato alla costruzione di un corretto processo di integrazione, anche se la si collocava nella logica di voltare pagina. D’altra parte, l’opportunità di regolarizzare pone al decisore pubblico un dilemma insolubile: respingerla significa precludere il primo passo verso un processo di integrazione, un passo costituito dalla sicurezza e dalla legalità dello status del soggiorno; concederla rischia di mettere in moto un meccanismo di richiamo devastante e inarrestabile. Quindi le regolarizzazioni difficilmente raggiungono l’obiettivo che si prefiggono e l’opinione pubblica ne è consapevole. Dall’indagine condotta dall’Ispo emerge una notevole sfiducia tra gli italiani sulla capacità delle regolarizzazioni di drenare il bacino degli irregolari: solo l’8,6% pensa che dopo la regolarizzazione in corso resteranno meno del 10% di irregolari, il 37,1% pensa che saranno tra il 10% e il 30%, il 34,4% crede che rimarranno in condizione illegale dal 30% al 50% degli immigrati, infine il 20% pensa che supereranno il 50%. Tuttavia, l’atteggiamento degli italiani su questo punto risulta ambivalente perché, se da una parte vorrebbero veder espulsi tutti gli irregolari anche se non hanno commesso reati (61,8%), dall’altra sono disposti a regolarizzare coloro che hanno un lavoro (72,7%). Ottima sotto questo profilo si conferma la soluzione dello sponsor, che prevede un ingresso programmato in cerca di lavoro e l’incontro tra domanda e offerta in Italia. È bene poi sottolineare che il tassello “interazione come sicurezza” è stato, in un secondo tempo, decisamente rafforzato. Si è assistito a un considerevole aumento dei respingimenti e delle espulsioni (complessivamente quasi 61.000 rimpatri dal 1.1.99 al 30.10.99, secondo il ministero dell’Interno). Sono state perfezionate le regole che governano i centri di permanenza, senza tuttavia trascurare la tutela dei diritti fondamentali delle persone trattenute (anche se bisogna rilevare che il funzionamento pratico dei centri presenta limiti vistosi). Sono state compiute importanti azioni di repressione della criminalità. Infine, i decreti correttivi hanno reso più efficaci gli strumenti di contrasto del traffico attraverso l’obbligo dell’arresto in flagranza e la confisca del mezzo di trasporto utilizzato. Tuttavia, il fatto che il principale flusso di notizie in tema di immigrazione riguardi oggi la criminalità e la sua repressione non è certo di aiuto per l’instaurarsi di relazioni a basso conflitto, di un clima di interazione positiva. È utile che il primo rapporto della Commissione per l’integrazione degli immigrati in Italia aiuti a confermare su basi empiriche il contributo

sicurezza” e “integrità per gli irregolari basata sui diritti della persona” hanno avuto una risonanza maggiore rispetto agli altri due. Di conseguenza l’attenzione dell’opinione pubblica si è rivolta all’ emergenza , alla devianza e all’emarginazione, che hanno assunto agli occhi dei cittadini un peso sproporzionato rispetto agli aspetti della legalità, del pluralismo e della comunicazione, aspetti che riguardano l’immigrazione come normalità.

  1. Terzo tassello. Integrità per i regolari basata sui diritti della cittadinanza. Come già accennato, occorre premiare ulteriormente la legalità, mettendo rapidamente in moto l’istituto dello sponsor e cominciando a rilasciare le carte di soggiorno. Occorre poi rilanciare il voto locale, garantire un accesso più facile alla cittadinanza, nonché favorire i ricongiungimenti, l’apprendimento della lingua italiana e il normale inserimento dei bambini a scuola. Arricchendo il tassello dell’integrazione nella legalità, il governo agirebbe tra l’altro con il conforto di un’opinione pubblica favorevole. È forse utile a questo punto illustrare qualcuno degli strumenti e dei comportamenti pubblici che la Commissione propone per premiare la legalità. Si è aperta la possibilità di ingresso regolare promessa dalla legge, che ha però registrato, fino a quest’anno, consistenti ritardi. Nel 1998 e 1999 i decreti, che hanno programmato ingressi legali consistenti (58.000 per ciascun anno), sono stati emanati, anche a causa di condizioni straordinarie, solo a fine anno. Per il 2000, il decreto di programmazione dei flussi in ingresso è stato, più tempestivamente, emanato a febbraio. Due grandi strumenti e premi per la legalità previsti dalla legge, lo sponsor e la carta di soggiorno , tardano ancora a partire. È su queste due grandi novità che l’efficacia e la credibilità della pubblica amministrazione saranno messe alla prova. Ma, se si vuole dare un segnale ancora più chiaro e visibile di premio alla legalità, occorre mantenere le promesse di voto locale e di revisione della cittadinanza. Su questi aspetti bisogna che il governo torni a lavorare. Le proposte di revisione della legge sulla cittadinanza presentate a suo tempo dalla Commissione su sollecitazione della ministra Turco proponevano che l’Italia rientrasse nella main stream delle riforme introdotte in tempi recenti in Europa. Gli altri paesi dell’Unione europea hanno infatti abbassato gli anni di residenza richiesti per fare domanda di naturalizzazione ed accorciato le distanze tra naturalizzazione (che è discrezionale e di solito è applicata a chi faccia domanda dopo un certo tempo di residenza) e acquisizione della

cittadinanza per beneficio di legge (che non è discrezionale e di solito è applicata in caso di matrimonio o di nascita sul territorio), semplificando e rendendo meno discrezionali le pratiche per la naturalizzazione: in tal modo hanno rafforzato gli elementi di jus domicili nei propri ordinamenti. Inoltre, quasi tutti i paesi dell’Unione hanno scoraggiato i matrimoni di comodo innalzando gli anni di matrimonio o di residenza necessari al coniuge straniero per ottenere la cittadinanza, e tutti hanno praticato la doppia cittadinanza anche quando la vietavano per legge; infine, ovunque le riforme recenti hanno facilitato l’acquisizione della cittadinanza per i bambini nati o socializzati in anni formativi sul territorio: sono stati così introdotti – ove già non fossero presenti – importanti elementi di jus soli. In Italia – con la legge del 1992 – siamo andati controcorrente rispetto a quasi tutti i punti evidenziati. La nuova legge sulla cittadinanza ha aumentato da 5 a 10 gli anni di residenza richiesti per poter fare domanda di naturalizzazione

  • la cui accettazione rimane tuttora legata a criteri di discrezionalità, come ha confermato il clamoroso caso di Younis Tawfik. La stessa legge ha previsto la concessione della cittadinanza ai nati in Italia solo nel caso in cui siano in grado di dimostrare una presenza legale e continuativa fino al diciottesimo anno di età, un requisito severo e difficile da certificare. Acquisire la cittadinanza tramite il matrimonio, invece, in Italia risulta molto più facile che in altri paesi: non stupisce quindi che il grosso delle naturalizzazioni avvenga per questa via. Le opinioni degli italiani mostrano un orientamento di segno opposto: dai sondaggi emerge infatti che gli italiani sono favorevoli tanto a facilitare l’acquisizione della cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia o che vi abbiano studiato negli anni formativi, quanto a diminuire drasticamente gli anni di attesa. Il 62,1% ritiene opportuno facilitare l’acquisizione della cittadinanza per chi risieda da almeno 5 anni in Italia e non abbia commesso reati. Il 69% vuole facilitarla ai nati in Italia ed il 52,5% ai minori che abbiano studiato per un certo numero di anni nel nostro paese. La stessa apertura, seppure di più stretta misura, si rileva in merito al voto locale (i favorevoli sono il 50,2%). Si noti che il voto ai non comunitari è già previsto in diversi paesi europei (Olanda e paesi scandinavi, solo per certe comunità e a certe

culture immigrate, così come si è visto riguardo al diritto di voto e alla riforma della cittadinanza, il governo potrebbe contare su un ampio consenso dell’opinione pubblica. L’84,1% degli italiani ritiene che – per essere accettati a pieno come membri della comunità – gli appartenenti a gruppi minoritari non debbano abbandonare la propria cultura. Il 50,9% ritiene addirittura che non debbano farlo neppure se le pratiche culturali o religiose impediscono il rispetto della legge. La legge sulle minoranze linguistiche ha purtroppo trascurato il romanès , la lingua di molti zingari, come lingua tradizionale; pur nella consapevolezza del fatto che questa lingua richiede strumenti di tutela peculiari, si ritiene che qualcosa per tutelarla andrebbe fatto. Un altro ambito in cui occorrerebbe operare in maniera più incisiva riguarda la comunicazione, in particolare l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. Da un punto di vista pratico, bisogna adattare l’orario dei corsi alle esigenze dei fruitori; ma ad un livello più alto, per dare un diverso status all’apprendimento dell’italiano, la Commissione ritiene importante avanzare la proposta di un certificato standardizzato e a vari gradi di lingua italiana , come si fa per il francese, l’inglese, il tedesco, l’americano. Il diploma potrebbe costituire un elemento di favore nella concessione del permesso di soggiorno e potrebbe far accorciare i tempi per acquisire la cittadinanza. La conoscenza preventiva della lingua facilita l’apprendimento scolastico, specie quando si tratta di partecipare a corsi avanzati. Per consentire ai minori ricongiunti di inserirsi opportunamente all’inizio dell’anno scolastico, si propone dunque di concentrare i ricongiungimenti dei minori in modo da consentire la frequenza ad un corso di italiano prima dell’inizio dell’anno scolastico. Gli immigrati denunciano la non conoscenza della lingua come un grave handicap, capace di generare frustrazioni e situazioni umilianti. E questo rappresenta anche una barriera all’integrazione intesa come interazione. La non conoscenza della lingua può incentivare chiusure nelle comunità di origine. Tale atteggiamento di chiusura comunitaria è percepita dagli italiani: solo il 40,9% ritiene che gli stranieri si inseriscano non solo nel lavoro ma anche nella società. Maggior ottimismo viene fuori sulla interazione a scuola, sulla capacità dei nuovi soggetti – al di là delle difficoltà – di arricchire gli altri: il 73,5% pensa che, se la scuola si

impegnasse a fondo in questa direzione, la presenza di bambini stranieri potrebbe arricchire l’istruzione. Nel Nord-Est, dove è più alta l’integrazione nel mercato del lavoro regolare, il maggior pessimismo sulla capacità delle culture esterne di arricchire la scuola segnala un’inopportuna diffidenza per l’altro. la tesi di un Nord-Est più chiuso si conferma con una domanda direttamente tesa a testare l’insofferenza per gli immigrati: solo al 17,4% degli intervistati italiani darebbe fastidio avere come vicino un immigrato, ma la percentuale sale al 27,7% nel Nord-Est. Questo dimostra, se ce ne fosse bisogno, che integrazione economica e integrazione sociale non vanno necessariamente di pari passo. Qualche parola va infine spesa su quella che abbiamo chiamato “integrazione indiretta”. Il Regolamento ha rafforzato la delega alle organizzazioni della società civile. Ma di fronte a una certa fragilità e volatilità dell’associazionismo immigrato, anche da noi – come in altri paesi di recente immigrazione – la delega di compiti finisce per riguardare soprattutto le organizzazioni del volontariato italiano. In generale, si può dire che la difficoltà a costruire una rappresentanza autonoma degli interessi degli immigrati produce una politica “maternalista” , che opera con atteggiamenti di tutela e di cura, senza la severità che si accompagna per solito allo stato paterno. Tale affettuosa tutela provoca una certa insofferenza tra gli immigrati politicamente più sensibili e desiderosi di parlare in prima persona. Perciò diventa importante affiancare al meccanismo indiretto di tutela degli interessi la via normale della rappresentanza attraverso il voto. Inoltre il titolare della delega, il volontariato italiano, che ha svolto un’opera di supplenza nella rappresentanza degli interessi, proprio per la sua peculiare missione caritativa si è preoccupato di tutelare soprattutto gli interessi più difficili da tutelare: quelli degli irregolari. Una tale attenzione “materna” verso chi vive nella difficile condizione di irregolarità può comportare però dei rischi proprio per gli interessati: un’eccessiva indulgenza nei confronti degli ingressi clandestini mette a rischio la tenuta delle stesse strutture deputate a erogare servizi per gli irregolari. Se vogliamo continuare a tutelare i diritti fondamentali anche degli irregolari, occorre che il bacino dell’irregolarità si restringa. Per far questo, da una parte, bisogna allargare la forbice tra i diritti concessi ai regolari e quelli concessi agli irregolari; dall’altra, si deve rendere la condizione di irregolare poco praticabile nel nostro paese. E questo significa innanzitutto tenere sotto controllo l’economia informale: la forte probabilità di trovare lavoro anche senza documenti, e quindi la possibilità di trovare un lavoro “nero”, è un fattore di grande richiamo per l’immigrazione clandestina e irregolare nel nostro paese come altrove.

Capitolo I

L’emigrazione italiana all’estero

e la demografia dell’immigrazione straniera in Italia

Dal 1992 al 1998 il numero degli stranieri regolarmente residenti in Italia è aumentato di 374.000 unità: in media 62.327 all’anno, a un tasso pari al 7,9%. Ma come è composta questa popolazione in forte crescita? Va innanzitutto notato che il numero di stranieri provenienti dai cosiddetti “paesi a forte pressione migratoria” – ossia i paesi in via di sviluppo e i paesi dell’Est europeo – è in Italia piuttosto ridotto se confrontato, in termini assoluti e relativi, con quello che si riscontra negli altri paesi europei di immigrazione: 79,1% nel 1997, a fronte di un 20,9% di stranieri provenienti da “paesi a sviluppo avanzato” come Stati Uniti, paesi Ue o Giappone. Lo squilibrio tra i sessi Facendo riferimento al periodo 1992-1997 (per il quale si dispone di dati sui permessi di soggiorno disaggregati secondo alcune variabili), la classificazione degli immigrati per sesso testimonia che i maschi sono cresciuti a un tasso annuo del 7,3% e le femmine a un tasso del 10,8%. La presenza femminile si è dunque andata rafforzando, pur rimanendo minoritaria (44%) sul totale della popolazione immigrata. Quest’inversione di tendenza rispetto ai primi anni Novanta è dovuta essenzialmente a due fattori: da una parte esiste una domanda sempre più elevata di addetti ai servizi domestici e alla cura della persona, lavori più frequentemente svolti da donne, dall’altra sono aumentati i ricongiungimenti familiari. Ma il dato positivo della normalizzazione della struttura per sesso del totale degli immigrati è adombrato dagli squilibri fortissimi esistenti all’interno di vari gruppi etnici: a un estremo le comunità filippina e peruviana, con 43-48 maschi per ogni 100 donne, all’altro la comunità senegalese, con 1.800 maschi per ogni 100 donne. Ma anche i tunisini e gli egiziani sono prevalentemente maschi (circa 480 per 100 donne). È anche per questo che il numero degli stranieri coniugati e con figli a carico, seppure in crescita, è piuttosto basso: 12-13%, ossia uno straniero su 8. Questi forti squilibri tra i sessi, assieme al gran numero

di nazionalità presenti nel nostro paese, rendono le politiche di integrazione più difficili rispetto ad altri paesi europei di immigrazione, dove gli squilibri sono meno vistosi. Quale contributo demografico? L’analisi della composizione per età conferma quanto accertato da tutte le statistiche sul tema, italiane ed estere: grande concentrazione nelle età centrali, più propriamente lavorative, e presenza ridotta di vecchi e di ragazzi. Ben il 42% dei titolari di un permesso di soggiorno si concentra nella fascia di età compresa tra i 25 e i 35 anni (16% nella popolazione italiana), mentre gli ultrasessantenni sono il 7% circa (23% nella popolazione italiana). Non vi è dubbio che, dal punto di vista economico, questi giovani adulti stranieri contribuiscono in misura importante alla produzione della ricchezza nazionale, soprattutto nelle aree del paese dove più scarsa è la manodopera. Allo stessi modo, dal punto di vista demografico, contribuiscono e contribuiranno nel breve-medio periodo a “ringiovanire” la popolazione italiana. Ma nel giro di venti o trent’anni, com’è ovvio, anche questi giovani non saranno più giovani. Una tendenza all’invecchiamento della popolazione immigrata, d’altra parte, è già in atto: fra il 1992 e il 1997 l’incremento più forte tra gli stranieri provenienti da paesi ad alta pressione demografica si è avuto per le classi di età dai 40 ai 50 anni. Nel 1995 i nati in Italia da genitori entrambi stranieri erano 13.096. Considerando tutti quelli con almeno un genitore straniero, il totale sale a 21.499, che equivale al 4,1% di tutti i nati vivi in Italia. In particolare, il tasso di natalità degli iscritti all’anagrafe – e dunque dei nuclei familiari più stabili – è stato nel 1996 di 13,4 per mille abitanti, molto più alto di quello degli italiani (9,4), ma non particolarmente alto rispetto a quello delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo e tenuto conto della struttura per età eccezionalmente giovane. Si è già detto come solo uno straniero su otto sia coniugato con figli a carico. Il dato sembra poi dimostrare che le donne straniere, una volta nel nostro paese, tendono ad adeguarsi al tasso di natalità delle italiane piuttosto che a mantenere quello del paese d’origine. Ciononostante, il contributo degli stranieri alla natalità del nostro paese, anche se non riesce ad invertire la tendenza negativa generale, è comunque importante: sempre nel 1996 il saldo nascite/morti relativo agli stranieri è stato pari a +9.369, mentre quello relativo agli italiani è stato di – 30.385. Complessivamente l’Italia, grazie ai nuovi nati stranieri, ha avuto quindi un saldo contenuto a

  • 21.016 unità.