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introduzione a fenoglio, Dispense di Letteratura Italiana

Saggio su fenoglio necessario per l’esame

Tipologia: Dispense

2022/2023

Caricato il 24/06/2023

giada.canu
giada.canu 🇮🇹

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Introduzione a Fenoglio – Francesco De Nicola.
La formazione e l’apprendistato letterario.
Nell’ottobre del 1922, pochi mesi dopo la nascita di Fenoglio, il comune di Alba veniva occupato da squadre
di fascisti provenienti dalle città vicine, che imposero le dimissioni al sindaco, il cattolico Giovanni Vico.
Questi però respinse la prevaricazione, e il suo risoluto atteggiamento, reso possibile anche dall’indifferenza
dei cittadini nei confronti del fascismo, fece di Alba l’ultimo centro piemontese ad essere piegato dalla
dittatura, che solo nel novembre 1925 sciolse d’autorità l’amministrazione comunale locale.
Centro agricolo di notevoli dimensioni, che raccoglieva i prodotti delle circostanti colline, Alba conobbe
negli anni tra le due guerre un notevole progresso economico. In questa situazione favorevole, anche un
garzone di macelleria poteva nutrire speranze concrete di migliorare la propria condizione; e Amilcare
Fenoglio, nato a Monforte nel 1882 ma da anni garzone ad Alba nella macelleria Rabino, con i sacrifici
compiuti anche dalla moglie Margherita Faccenda, riuscì ad acquistare un’altra delle macellerie della città,
con la quale avrebbe potuto assicurare ai figli Beppe, Walter e Marisa un avvenire decoroso.
Calata nella realtà cittadina, la famiglia Fenoglio non aveva però dimenticato le proprie origini paterne che
riconducevano alle alte langhe, dove i ragazzi in estate trascorrevano le vacanze presso i parenti. A
Murazzano e San Benedetto Belbo la vita movimentata ed economicamente tranquilla della città appariva
lontana e quasi impensabile, perché su quelle colline era la misera a imperversare ovunque. Un’unica via
d’uscita era rappresentata non tanto dal gioco d’azzardo o dal ricorso ai prestiti, quanto piuttosto
dall’emigrazione, anche se provvisoria, verso Torino o verso la Liguria.
La duplice realtà economica e culturale della città e della campagna, sperimentata da Fenoglio negli anni
della sua formazione, ebbe riscontro anche all’interno della sua famiglia attraverso il contrasto tra le figure
genitoriali: originario di un paese delle langhe il padre, di Canael la madre. I periodi estivi trascorsi sulle alte
colline offrivano l’opportunità al giovane Fenoglio di conosce dall’interno l’arcaica società contadina, anche
attraverso i racconti ascoltati dalla voce dei parenti che lo ospitavano, ma i giorni cittadini rappresentarono
per lui l’occasione di realizzare la sua formazione culturale.
Nell’autunno del 1982 era cominciata la sua carriera scolastica come alunno della scuola elementare Michele
Coppino di Alba, e alla conclusione della quarta il maestro Chiaffredo Cesana convinse i suoi genitori a
fargli sostenere l’esame di ammissione al I ginnasio, approdo naturale dei figli di professionisti e dei
proprietari.
Egli affrontò gli studi superiori con grande impegno e serietà, e il secondo anno di ginnasio compì la
scoperta che segnò la sua vita culturale: la lingua e la letteratura inglese, al cui studio venne avviato dalla
professoressa Maria Lucia Marchiaro. La carriera scolastica di Fenoglio fu complessivamente assai positiva,
e oltre alla già ricordata professoressa di letteratura inglese egli ebbe alcuni docenti che incisero
profondamente sulla sua formazione culturale e umana: Don Natale Bussi, professore di filosofia; Umberto
Perazzo, professore di matematico; e Pietro Chiodi, professore di filosofia e massimo studioso di Heidegger
in Italia, tutti accomunati da una visione democratica della società e da una decisa avversione al fascismo.
I risultati conseguiti al liceo determinarono la decisione di proseguire gli studi, e il 4 novembre egli si
iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia di Torino – proprio a questo periodo risale una lettera indirizzata da
Fenoglio al suo ex-compagno di liceo Giovanni Drago che tutt’oggi costituisce lo scritto fenogliano più
antico di datazione pressoché sicura, ovvero autunno 1940.
Nella parte finale della lettera, Fenoglio riferiva di un ricevimento un casa di un compagno, nel corso del
quale aveva avuto luogo una disputa in inglese sulla valutazione di un romanzo di Melville, prova del fatto
che lo scrittore, senza denunciare preoccupazioni per la guerra, era assorbito da discussioni letterarie.
il 17 maggio del 1941 Fenoglio sostenne il suo primo esame all’università, Letteratura inglese, peraltro
superato con un esito piuttosto deludente – 24 su 30, avviando una serie di risultati alterni.
La scarsa penetrazione del fascismo sul territorio albese non impedì al giovane Fenoglio di manifestare una
netta e istintiva avversione nei confronti del regime, incoraggiata dai sentimenti dei genitori e dagli
atteggiamenti dei suoi professori, e quando nel 1943 egli dovette lasciare gli ambienti familiari per arruolarsi
l’atteggiamento ostile nei confronti del fascismo ricevette una nuova e più consapevole spinta.
L’8 settembre, tornato ad Alba, Fenoglio visse dapprima nei pressi della città gli ultimi mesi del 1943 e
dall’inizio dell’anno seguente, trovandosi per un matrimonio nei pressi di Murazzano e avendo saputo che
nei dintorni operava una delle prime bande partigiane attive sulle langhe – quella del capitano Zucca, decise
di arruolarsi in essa. L’esito negativo della battaglia di Carrù lo indusse però a tornare ad Alba, ma in
settembre si arruolò nuovamente fra i partigiani, questa volta nelle formazioni badogliane azzurre di Mauri.
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Introduzione a Fenoglio – Francesco De Nicola. La formazione e l’apprendistato letterario. Nell’ottobre del 1922, pochi mesi dopo la nascita di Fenoglio, il comune di Alba veniva occupato da squadre di fascisti provenienti dalle città vicine, che imposero le dimissioni al sindaco, il cattolico Giovanni Vico. Questi però respinse la prevaricazione, e il suo risoluto atteggiamento, reso possibile anche dall’indifferenza dei cittadini nei confronti del fascismo, fece di Alba l’ultimo centro piemontese ad essere piegato dalla dittatura, che solo nel novembre 1925 sciolse d’autorità l’amministrazione comunale locale. Centro agricolo di notevoli dimensioni, che raccoglieva i prodotti delle circostanti colline, Alba conobbe negli anni tra le due guerre un notevole progresso economico. In questa situazione favorevole, anche un garzone di macelleria poteva nutrire speranze concrete di migliorare la propria condizione; e Amilcare Fenoglio, nato a Monforte nel 1882 ma da anni garzone ad Alba nella macelleria Rabino, con i sacrifici compiuti anche dalla moglie Margherita Faccenda, riuscì ad acquistare un’altra delle macellerie della città, con la quale avrebbe potuto assicurare ai figli Beppe, Walter e Marisa un avvenire decoroso. Calata nella realtà cittadina, la famiglia Fenoglio non aveva però dimenticato le proprie origini paterne che riconducevano alle alte langhe, dove i ragazzi in estate trascorrevano le vacanze presso i parenti. A Murazzano e San Benedetto Belbo la vita movimentata ed economicamente tranquilla della città appariva lontana e quasi impensabile, perché su quelle colline era la misera a imperversare ovunque. Un’unica via d’uscita era rappresentata non tanto dal gioco d’azzardo o dal ricorso ai prestiti, quanto piuttosto dall’emigrazione, anche se provvisoria, verso Torino o verso la Liguria. La duplice realtà economica e culturale della città e della campagna, sperimentata da Fenoglio negli anni della sua formazione, ebbe riscontro anche all’interno della sua famiglia attraverso il contrasto tra le figure genitoriali: originario di un paese delle langhe il padre, di Canael la madre. I periodi estivi trascorsi sulle alte colline offrivano l’opportunità al giovane Fenoglio di conosce dall’interno l’arcaica società contadina, anche attraverso i racconti ascoltati dalla voce dei parenti che lo ospitavano, ma i giorni cittadini rappresentarono per lui l’occasione di realizzare la sua formazione culturale. Nell’autunno del 1982 era cominciata la sua carriera scolastica come alunno della scuola elementare Michele Coppino di Alba, e alla conclusione della quarta il maestro Chiaffredo Cesana convinse i suoi genitori a fargli sostenere l’esame di ammissione al I ginnasio, approdo naturale dei figli di professionisti e dei proprietari. Egli affrontò gli studi superiori con grande impegno e serietà, e il secondo anno di ginnasio compì la scoperta che segnò la sua vita culturale: la lingua e la letteratura inglese, al cui studio venne avviato dalla professoressa Maria Lucia Marchiaro. La carriera scolastica di Fenoglio fu complessivamente assai positiva, e oltre alla già ricordata professoressa di letteratura inglese egli ebbe alcuni docenti che incisero profondamente sulla sua formazione culturale e umana: Don Natale Bussi, professore di filosofia; Umberto Perazzo, professore di matematico; e Pietro Chiodi, professore di filosofia e massimo studioso di Heidegger in Italia, tutti accomunati da una visione democratica della società e da una decisa avversione al fascismo. I risultati conseguiti al liceo determinarono la decisione di proseguire gli studi, e il 4 novembre egli si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia di Torino – proprio a questo periodo risale una lettera indirizzata da Fenoglio al suo ex-compagno di liceo Giovanni Drago che tutt’oggi costituisce lo scritto fenogliano più antico di datazione pressoché sicura, ovvero autunno 1940. Nella parte finale della lettera, Fenoglio riferiva di un ricevimento un casa di un compagno, nel corso del quale aveva avuto luogo una disputa in inglese sulla valutazione di un romanzo di Melville, prova del fatto che lo scrittore, senza denunciare preoccupazioni per la guerra, era assorbito da discussioni letterarie. il 17 maggio del 1941 Fenoglio sostenne il suo primo esame all’università, Letteratura inglese, peraltro superato con un esito piuttosto deludente – 24 su 30, avviando una serie di risultati alterni. La scarsa penetrazione del fascismo sul territorio albese non impedì al giovane Fenoglio di manifestare una netta e istintiva avversione nei confronti del regime, incoraggiata dai sentimenti dei genitori e dagli atteggiamenti dei suoi professori, e quando nel 1943 egli dovette lasciare gli ambienti familiari per arruolarsi l’atteggiamento ostile nei confronti del fascismo ricevette una nuova e più consapevole spinta. L’8 settembre, tornato ad Alba, Fenoglio visse dapprima nei pressi della città gli ultimi mesi del 1943 e dall’inizio dell’anno seguente, trovandosi per un matrimonio nei pressi di Murazzano e avendo saputo che nei dintorni operava una delle prime bande partigiane attive sulle langhe – quella del capitano Zucca, decise di arruolarsi in essa. L’esito negativo della battaglia di Carrù lo indusse però a tornare ad Alba, ma in settembre si arruolò nuovamente fra i partigiani, questa volta nelle formazioni badogliane azzurre di Mauri.

Vagando di cascina in cascina con il fratello Walter, Fenoglio svolse negli ultimi mesi di guerra compiti di collegamento e interprete con le missioni alleate paracadutate nelle langhe. Superati i problemi politici della nazione, la fine della guerra portò con sé altri difficili nodi per la collettività, e in essi si trovò naturalmente coinvolto anche Fenoglio. Rimasta a lungo chiusa la macelleria, il dopoguerra portò alla famiglia dello scrittore un periodo di difficile situazione economica. In questa situazione, aggravata da un periodo di non buona salute per la madre, Beppe decise di non riprendere gli studi universitari e, accantonato il proposito di laurearsi, nel maggio del 1947 venne assunto come impiegato dall’azienda vinicola Marengo di Alba, produttrice in prevalenza di vermouth. Mettendo a frutto la sua conoscenza delle lingue, Fenoglio venne incaricato di seguire la corrispondenza con i clienti stranieri e di seguire le pratiche per le esportazioni; non abbandonò mai questo lavoro, e negli anni Cinquanta divenne procuratore della ditta conservando la qualifica di impiegato. Non è possibile determinare con certezza il momento in cui Fenoglio abbia cominciato a scrivere, anche se talune testimonianze indicherebbero una notevole precocità:

  • il compagno di scuola Carlo Prandi ricordava che all’età di dodici anni Beppe aveva scritto un’opera sugli arcieri di Sherwood, suggeritagli sia dalla suggestione del mondo anglosassone sia dall’entusiasmo per la figura di Robin Hood, personificazione dello spirito egualitario;
  • Piero Ghiacci, commilitone di Fenoglio durante la Resistenza, lo ricordava come accompagnato da un inseparabile libretto d’appunti. Tuttavia, in mancanza di attendibili documentazioni sugli iniziali impegni letterali fenogliani, occorre allora cercare indicazioni nei superstiti materiali d’archivio. Tra i manoscritti più verosimilmente riconducibili ai suoi anni giovanili si trovano cinque quaderni appartenenti ad una serie che ritraeva Vittorio Emanuele III, i principi di Piemonte e Mariapia bambina di cinque anni, quaderni dunque messi in vendita verso la fine degli anni Trenta, i quali presentano al loro interno un interessante lavoro di traduzione concretatosi in una versione incompleta di The Wind in the Willows di Kenneth Grahame, testo tra i più popolari tra i bambini di lingua inglese risalente al 1908. Le numerose traduzioni, allestite da Fenoglio senza soluzione di continuità dagli anni giovanili fino alla vigilia della morte, indicano il preciso impegno dello scrittore ad espandere la propria espressione artistica e a ricercare un proprio stile. Ulteriori informazioni su un’attività letteraria di Fenoglio presumibilmente giovanile sono offerte da un altro vecchio quaderno, rinvenuto dalla madre dello scrittore in una cassa di libri liceali del figlio, e dai lei donato allo studioso Giovanni Bonalumi. Tale testo è stato considerato da alcuni come una possibile traduzione, ma tale ipotesi è del tutto infondato perché certe precise descrizioni di paesaggio e l’utilizzo di precisi toponimi indicano con chiarezza che la vicenda raccontata ha la sua ambientazione ad Alba e nei suoi dintorni. La natura frammentaria delle pagine non consente di ricostruire lo sviluppo del racconto, ma solo di riconoscerne due motivi tematici centrali: il rapporto conflittuale tra una ragazza i suoi due fratelli assai diversi tra loro, e il legame sentimentale di lei, che appartiene a una famiglia cittadina borghese, con un giovane di Alba conosciuti lungo gli argini del fiume. Le pagine di quest’opera, come le numerose traduzioni, rivelano una volenterosa ricerca di stile. Ancora alla cultura anglosassone rinvia un’altra opera giovanile di Fenoglio, la sua riduzione teatrale dal romanzo Wuthering Heights di Emily Bronte, da lui intitolata La voce nella tempesta , datata intorno al 1941 sulla base di una testimonianza della professoressa d’inglese di Fenoglio. Lo scrittore in questione conferma l’interesse dell’autore non solo per la letteratura inglese, ma anche per il teatro – passione ribadita da Fenoglio stesso in una lettera a Calvino dell’8 settembre 1951, in cui egli arriverà ad offrire la sua opera di traduttore dall’inglese per la casa editrice Einaudi proprio per il settore teatrale. Un faticoso esordio. Il tirocinio letterario compiuto da Fenoglio tra gli anni del liceo e il primo dopoguerra, concretatosi quasi certamente in una mole di lavoro superiore ai testi superstiti sicuramenti databili a quel periodo, tendeva all’acquisizione di uno stile antitetico rispetto al neorealismo. Se esso tendeva ad una rappresentazione diretta e neutra della realtà resa con le parole della quotidianità, lo scrittore mirava invece ad un linguaggio personale, meditato lontano dall’uso comune. Anche se limitate le sue dirette esperienze culturali nella città di Alba, Fenoglio riuscì sempre a mantenersi aggiornato sui più rilevanti fatti letterari, e sappiamo da alcuni accenni in sue lettere che egli seguì con molta attenzione e scarso apprezzamento la produzione narrativa italiana del dopoguerra. Il suo primo racconto Il trucco venne infatti pubblicato nel novembre del 1949 con lo pseudonimo Giovanni Federico Biamonti, sul mensile della casa editrice Bompiani Pesci rossi , in cui venivano pubblicati brani di autori legati alla casa editrice milanese con anticipazioni di passi di opere di uscita imminente.

un taccuino delle sue avventure militari e, osservando che ce n’erano almeno altri dieci nella sua stessa divisione, prevede che a guerra conclusa non si sarebbero preoccupato che di trovare gli editori che pubblicassero le loro memorie. A questo punto, anche gli altri brani iniziarono a destare perplessità nello scrittore, che ancora il 2 gennaio del 1952, quando ormai da mesi il piano del volume era stato definito, si pentiva della precedente stesura di Un altro muro e decideva di prepararne una nuova, consapevole dei suoi eccessivi e continui cambiamenti. Solo a fine giugno dello stesso anno, sulla collana I gettoni , appariva I ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio.

  • Il primo racconto, il cui titolo venne esteso all’intera raccolta, è caratterizzata da grande originalità ed efficacia e, sin nella sua struttura narrativa priva di un protagonista ma affidata ad una rappresentanza collettiva, non trova riscontro negli altri brani della raccolta. L’inizio del racconto – Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944 – è condotto su schemi documentari, ma il periodo seguente dimostra che la freddezza ufficiale delle cifre enunciate in apertura lascia il posto ad un piglio tutt’altro che oggettivo nel raccontare la storia. Tutto il racconto è condotto con demistificante ironia, ma neppure sono assenti accenni fortemente polemici che acquistano il senso di una circostanziata denuncia. Direttamente partecipe degli avvenimenti di Alba, in queste pagine Fenoglio ne riprodusse con fedeltà i dati estremi dell’occupazione e della successiva perdita della città, ma al loro interno introdusse notazioni ed episodi storicamente non attendibili, allontanandosi dai toni celebrativi e ricercando non tanto una diretta polemica nei confronti del momento storico rappresentato dalla Resistenza, quanto piuttosto una generale constatazione della debolezza dell’uomo anche nelle occasioni cruciali della storia. La Resistenza era stata, per lo scrittore, una grande occasione perduta. Gli altri cinque racconti di argomento partigiano inclusi nel volume I ventitré giorni della città di Alba riproponevano un’interpretazione resistenziale analoga, ma non sempre altrettanto efficace, ruotando attorno ai temi costanti della fucilazione o comunque dell’uccisione di partigiani e fascisti, indifesi o in condizioni di netta inferiorità, a sottolineare la brutalità e la violenza della guerra. Così è nell’ Andata , dove un’apparente facile missione partigiana si conclude tragicamente; ne Il trucco e Vecchio Blister , che racconta la condanna a morte di un partigiano colpevole di aver rubato; e così ancora in Un altro muro , dove due partigiani prigionieri dei fascisti attendono la fucilazione con diverso atteggiamento riflettendo sui loro caratteri. Altri elementi si possono invece cogliere nel più esteso racconto Gli inizi del partigiano Raoul , che ha per argomento il primo difficile impatto di uno studente con l’ambiente resistenziale, che passa da un iniziale disagio a un inatteso e troppo facile inserimento tra i partigiani. Rispetto a questi successivi racconti il primo brano del volume appare il più efficace e innovativo, anche per l’anomalia del tono ironico pressoché assente negli altri. Stesso tono ironico si ritrova, invece, in Pioggia e la sposa , uno dei quattro racconti non partigiani e di ambientazione contadina che completavano il volumetto dell’esordiente scrittore insieme a L’acqua verde , L’odore della morte e Quell’antica ragazza. Nel volumetto, in cui è costante lo scenario delle Langhe e di Alba, è possibile riconoscere i due volti di questo territorio in tempi di guerra e in tempi di pace, nonché la città, con le sue seduzioni e le ambigue prospettive industriali, e la campagna più impervia, abbandonata a una miseria secolare e caratterizzata da una natura ostile. La raccolta si presentava, perciò, come un volume alquanto composito, non tanto per i diversi temi trattati nei racconti, quanto piuttosto per gli esiti artistici piuttosto diversi. La critica ebbe nel complesso reazioni favorevoli, ma con gli elogi giunsero le critiche, e il primo giornale che fra tutti attaccò Fenoglio fu l’ Unità , dove in un articolo dell’ottobre del 1952 venne accusato di impudenza chiunque pubblicava e diffondeva questo tipo di letteratura. Le langhe e La malora****. Dopo l’accenno nella lettera a Calvino del 30 settembre 1951 ad un nuovo romanzo in corso di elaborazione inteso come la discendenza ideale dei racconti, Fenoglio tornò a parlare di questo suo impegno in un articolo del giugno 1952 intitolato Beppe Fenoglio e gli uomini al muro e pubblicato sul Corriere Albese. Nell’articolo si leggeva la notizia che il racconto Pioggia e la sposa sarebbe stato un ponte gettato tra la prima opera di Beppe Fenoglio e la seconda, alla quale egli stava lavorando: un romanzo ambientato nelle Langhe. Altre notizie sul romanzo lo scrittore offrì a Vittorini per lettera il 6 dicembre del 1952, definendolo un racconto lungo e anticipandone il titolo: La Malora. Tuttavia, incapace di progetti a lunga scadenza, solo sei mesi più tardi Fenoglio, in una nuova lettera a Vittorini, smentiva quelle indicazioni e affermava di aver accantonato quel progetto in favore di una serie di racconti di ben minore dimensione, che trattavano temi e situazioni collocati nello stesso ambiente contadino del romanzo lasciato in sospeso.

Uno di questi racconti venne inviato ad Alberto Moravia, che lo apprezzò e lo fece uscire sulla rivista Nuovi Argomenti nel maggio del 1953: La sposa bambina , poi incluso nella raccolta postuma di racconti Un giorno di fuoco.

  • Nel racconto si narra la storia del matrimonio combinato tra due sposi adolescenti dell’alta Langa. I modi bruschi del marito inducono la giovane moglie ad abbandonarlo subito dopo il ritorno dal viaggio di nozze, ma i due riescono a riappacificarsi e danno alla luce il primo di nove figli. Il racconto si conclude con la madre che, ancora bambina, si attarda per strada per giocare con le biglie. Dietro la storia dei due sposini, il racconto fornisce uno spaccato minuto della vita sulla Langa, ma a Fenoglio non interessa emettere giudizi, quanto piuttosto proporre una vicenda autentica, il cui certificato di veridicità è dato dall’annotazione riportata in calce alla prima pagina: “Sentita da Francesco Calleri, sposo di Carmelina Fenoglio.” Lo scrittore intendeva così riassumere il suo ruolo di interprete di un’epoca della vita popolana delle Langhe, di scrittore di racconti che altrimenti si sarebbero persi nell’oralità. Contrariamente alle notizie fornite in precedenza, nel dicembre del 1953 Fenoglio fece avere a Vittorini il dattiloscritto del suo racconto La malora , dopo che su di esso Calvino aveva già espresso un parere favorevole. Vittorini lesse il manoscritto e propose allo scrittore alcuni interventi, ma Fenoglio si rifiutò nel 1954 il romanzo venne pubblicato e presentato da un risvolto redatto da Vittorini, in cui venivano poste serie ipoteche negative sul futuro dello scrittore e di quanti come davano della vita fette e spaccati, senza farne simbolo di storia universale, col modo artificiosamente spigliato in cui si esprimevano a furia di afrodisiaci dialettali.
  • La malora si presenta di dimensioni esigue e ripropone nel ruolo del protagonista Agostino, il giovane già presente nel racconto Quell’antica ragazza incluso in extremis nella raccolta Ventitré giorni. Attorno alla sua storia, desunta da una vicenda realmente accaduta a un parente dello scrittore, si snoda una serie di episodi ambientati nelle Langhe in un indefinito e lontano passato, nel quale l’elemento costante è rappresentato dalla lotta dell’uomo per sovvertire il suo destino di miseria e di sventura. Di qui il titolo deprimente, ma che aveva il vantaggio di essere riassuntivo e globale, insostituibile per rappresentare storie e personaggi di una civiltà contadina segnata da sofferenze e privazioni, ma ancorata a valori elementari e tenaci, quali: l’abitudine alla pazienza e alla solidarietà, l’indole pacifica, la sopportazione delle difficoltà, la fiducia in un futuro migliore. Agostino racconta la sua storia affondata negli stenti della sua famiglia, che è stata costretta a mandare il figlio Emilio in seminario e a venderlo al mercato di Niella per sette merenghi al mezzadro Tobia, per andare a lavorare come servo nella cascina del Pavaglione e affrontare la fatica del lavoro nei campi. Padrone del Pavaglione è un farmacista di Alba, e la necessità di Tobia di tenere i contatti con lui permette al protagonista di vedere per la prima volta la città. La sua maggiore scoperta è, tuttavia, un’altra: vedere il suo severo padrone umile e mansueto dinanzi al farmacista. Anche Tobia, dunque, è segnato dalla malora e da quella scoperta Agostino comincia a provare per lui un’inaspettata solidarietà. Ad Alba Agostino non perde occasione per andare a trovare il fratello Emilio in seminario, ma qui scopre la vita stentata che conduce, affamato e malinconico. Il contrasto tra la città e la campagna torna a vantaggio della seconda, intesa come luogo di affetti e di una sia pure arcaica civiltà. Agostino, fedele alla propria terra anche se da essa non ha mai avuto nulla, sembra rappresentare la rassegnazione, i valori positivi della civiltà contadina, dalla tenacia alla costanza. E così il libro, pur nella costante rappresentazione di un mondo cupo di miseria e di sofferenza, non manca di una profonda carica positiva e si ostina a considerare la terra come sola salvezza per chi da essa era nato e su di essa si era formato. Quanto al destino degli uomini, esso appare determinato da una forza superiore, come suggerisce la preghiera della madre presenta alla fine del libro. La malora è animata da un senso religioso assai profondo affidato proprio al protagonista, nella cui vicenda si può vedere un riflesso della biblica storia dell’allontanamento dell’uomo dal paradiso terrestre e della sua condanna a una vita di stenti. Se non mancarono le recensioni negative, le recensioni positive del romanzo furono in ogni caso prevalenti, anche se sempre più spesso si avvicinarono alle opere di Fenoglio i nomi di Verga e Pavese. Le scarse pagine del diario sopravvissute, relative all’estate del 1954, rivelano la volontà dello scrittore di continuare ad affrontare, anche dopo l’uscita della Malora , racconti di vicende langhigiane da lui stesso direttamente ascoltate o ricostruite in base alla informazioni raccolta sulle colline.