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KANT: Pensiero Opere: Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica, Critica del giudizio, Per la pace Perpetua
Tipologia: Appunti
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La filosofia di Kant, dopo la dissertazione del 70, Kant darà vita a una svolta filosofica importante cioè il Criticismo. Il metodo scientifico di Galileo, il metodo Baconiano, il razionalismo cartesiano, il materialismo di Hobbes, l’empirismo di Locke, lo scetticismo di Hume. Ora siamo in una nuova svolta filosofica importante, ovvero il criticismo. Con questo Kant, cercherà di superare l’empirismo di Locke e il razionalismo cartesiano. La filosofia empirista inglese è quella a cui Kant da maggior parte del suo percorso.
Fondare una filosofia del limite, cioè criticare la ragione nel suo uso conoscitivo, etico, pratico e estetico. Criticare nel senso di trovare i limiti, i fondamenti della ragione. Significa Giudicare quindi fondare, trovare un giudizio, limite dentro al quale questo operare della ragione sarà vero e valido. Dunque il criticismo kantiano si muoverà in risposta a queste 3 domande:
E per rispondere a questo, bisogna trovare i limiti della ragione. La critica della ragion pura è un’opera in cui Kant critica la ragione, per trovare i fondamenti entro cui essa può procedere ad una conoscenza vera e valida. La ragione è giudice e imputato al tempo stesso. In questo caso Kant istituisce un tribunale filosofico razionale in cui la ragione è il giudice, ma che chiama al banco degli imputati la ragione stessa indagando i suoi fondamenti, limiti per stabilire quando la ragione può procedere in maniera corretta, cioè quando una conoscenza è vera. Dunque alla domanda di cosa sia il vero, Kant risponderà che si trova il vero indagando i limiti della ragione. Per Kant una conoscenza per non potrà mai prescindere solo dall’esperienza, ma sarà la mente con le sue strutture a priori (prima dell’esperienza) a forgiare, connettere il materiale empirico. Una conoscenza non è vera se è vera solo per me. Infatti scienza, matematica, astronomia devono essere in una prospettiva universale, scientifica e non soggettiva. Non possiamo limitare la conoscenza al relativismo gnoseologico (soggettivo).
Cos’è il giusto. Quando un comportamento è giusto? Sarà la principale domanda della critica della ragion pratica. Per rispondere cos’è il vero, significa fondare un comportamento universale e non relativo.
Stabilire la ragion pratica significa trovare un comportamento pratico universale. Questo perché se il giusto è per me, ma non per qualcun altro, allora un comportamento universale di giustizia, correttezza che ci permette di vivere insieme, non c’è. In questo caso bisogna trovare i limiti della ragion pratica (che ci guida nei comportamenti) dentro i quali sia possibile però un comportamento giusto per tutti. E il limite della ragion pratica sarà comportarsi come se la massima del tuo comportamento dovesse diventar una legge universale. Se non abbiamo dei limiti finiamo nel relativismo (gnoseologico, comportamentale, politico…). Se il relativismo è in ambito conoscitivo, noi rinunciamo a fare scienza. (Il relativismo in ambito religioso sarà un altro campo. Perché per Kant, la metafisica non ci porterà mai ad una conoscenza vera e certa.) Cos’è il bello. Per Kant, il bello è un giudizio universale. Lui parla anche del sublime, il quale è un giudizio estetico universale. Il sentimento estetico bello e sublime sono universali che daranno a tutti la possibilità di poter giudicare cos’è bello e sublime.
È vero che ciò che è piace è bello, ma per Kant il bello risponde a dei canoni formali di tipo universale solo che, mentre Platone fondava un bello universale a partire dal mondo delle idee, per Kant il giudizio estetico non risiede in un'altra dimensione iperuranica, metafisica, ma è nelle categorie, strutture mentali e sentimentali. Nell’uomo c’è il giudizio estetico.
Con questo, Kant ha compito la più grande rivoluzione filosofica antropocentrica dove mette alla base della conoscenza, dell’etica e del bello, l’uomo e non l’oggetto del mondo esterno. È l’uomo il soggetto dell’etica, estetica ed è nell’uomo che risiede il bello, il giusto e vero. Così come Copernico ha messo il sole al centro, Kant mette l’uomo al centro della conoscenza. Il soggetto, l’uomo, con mente e corpo è il sole.
Indica le strutture a priori della ragione, cioè la ragione vuole studiare la ragione nel suo processo di apprendimento valutando e giudicando le strutture a priori della ragione che saranno le intuizioni pure di spazio e tempo, le dodici categorie, l’Io penso, gli schemi matematici. Quindi vuole studiar quelle strutture mentali a priori (prima di fare l’esperienza).
La mente ha una strutturazione dentro la quale riceve i materiali empirici, che produce dunque la conoscenza umana che per Kant non è solo figlia dell’esperienza (secondo gli empiristi), non è solo figlia della ragione pura (secondo Cartesio). Per Kant la conoscenza è l’unione tra il materiale empirico che deriva dai sensi e la rielaborazione che le strutture a priori della mente compiono su tale materiale empirico.
L’obiettivo di Kant è quello di fondar una conoscenza vera, certa e universale.
Quindi se fosse possibile una matematica pura cioè vera, universale, una matematica che non sia soltanto conseguenza di esperienza. E se è possibile una fisica pura (il fuoco è caldo, il ghiaccio è freddo). Se la fisica pura non potrebbe esistere, allora le leggi di Newton non sono valide. Devo capire se le leggi di Newton, galileo, Keplero sono quindi valide in maniera universale. Quindi chiedersi se è possibile una scienza pura, cioè matematica pura, astronomia pura ecc… cioè che a partire dall’esperienza producano una conoscenza che sia universale, necessaria al di là delle esperienze in atto. Il limite kantiano è sempre l’esperienza; ma un conto è dire l’esperienza in atto, cioè il momento in cui la vivo, la percepisco (impressioni di Hume), un conto è partire dall’esperienza per elaborare delle leggi che sono valide ogni qual volta le voglio applicare nel mondo sensoriale, quindi universali. Perché sia possibile la matematica, astronomia e tutte le scienze, deve essere al di là dell’esperienza in atto. Per questo è indispensabile utilizzare il termine pura, quindi che va oltre l’esperienza in atto per elaborare una conoscenza universale.
Metafisica come scienza? Oltre a queste due domande, c’è una terza domanda, la domanda a cui Kant darà una risposta negativa che sancirà uno spartiacque nel pensiero filosofico. Questa domanda riguarda la metafisica. Si chiede se fosse una scienza pura. La metafisica è una “ scienza” particolare perché può andare al di là dell’esperienza, ma può anche fare a meno di essa, mentre la matematica e fisica erano scienze che partono dall’esperienza per formulare conoscenze.
Kant arriverà alla conclusione che la metafisica è una disciplina che va eliminata dall’area delle discipline scientifiche, non di quelle filosofiche. Giudizi Sintetici a Priori Dunque è possibile la matematica come scienza, la fisica come scienza e la metafisica come scienza, sono le tre domande espresse nella ragion pura. Interrogarsi su queste domande, per Kant, è come interrogarsi sulla possibilità di giudizi sintetici a priori. Perché siano vere, universali conoscenze la matematica, fisica e metafisica, è indispensabile che siano vere le proposizioni, i giudizi di tipo sintetico su cui le scienze si fondano. Esistono vari giudizi, ma quelli della scienza sono quelli sintetici a priori. Sono diversi dagli altri tipi di giudizi.
Conoscenza come materia e forma Esempio : la mente è come un computer dove possono essere messi dei dati, ma questi dati vengono filtrati da degli schemi, codici che sono uguali in tutti i computer, così come tutti gli uomini. Dunque la conoscenza è sintesi di materia e forma. La materia della conoscenza è data dai sensi; la forma della conoscenza è data dagli schemi fissi con cui vengono filtrate, interpretati i dati percepiti con i sensi.
Si chiede se fenomeno (quello che io conosco, quello che appare a me) e noumeno (ciò che è realmente l’oggetto) coincidono. Per rispondere a questa domanda, bisogna cambiare proprio l’impostazione, cioè la conoscenza è tarata sull’esperienza che compie l’uomo e sulle forme a priori dell’intelletto che possiede l’uomo. Tutte le menti umane formano gli oggetti recepiti dai sensi allo stesso modo. E dunque il problema se ciò che appare e ciò che è non si pone più, perché tutti gli uomini conoscono tutti gli oggetti allo stesso modo perché possiedono gli stessi sensi. Risoluzione problema In conclusione, il problema di noumeno e fenomeno non c’è più perché se tutti percepiscono la stessa cosa, possiamo dire che la cosa è in quel modo. Ma tutti la percepiscono allo stesso modo, perché tutti la filtrano allo stesso modo, perché dotati di stessi sensi. Noumeno è inconoscibile : E la cosa in sé (noumeno) è inconoscibile, perché non si può conoscere la cosa in sé senza che nessuno la percepisca. Esempio bottiglina : Una bottiglina che sta in una stanza con nessuno all’interno, è noumeno perché nessuno la percepisce, non sappiamo come sia fatta. Ma nel momento in cui la percepiamo, diventa fenomeno (è ciò come appare). Non facendo l’esperienza, l’oggetto rimane noumeno (è inconoscibile). (Ma alcuni potrebbero avere i sensi alterati (funziona male la vista), il materiale offerto all’intelletto non sarà lo stesso che percepiscono gli altri. Quindi una persona ceca non può ricevere determinate informazioni che gli altri ricevono.)
Detta anche degli elementi, studia gli elementi a priori della conoscenza che categorizzano il materiale empirico perché tutto l’impianto kantiano è valido se esistono forme a priori della conoscenza. A sua volta, la dottrina trascendentale degli elementi si divide in estetica trascendentale e logica trascendentale. Si occupano degli elementi a priori, ma dobbiamo capire di quali elementi e in che modo vengono studiati. Per Kant, trascendere e trascendentale sono diversi. Trascendere : significa andare oltre. Il mondo delle idee trascende il mondo delle cose. Dio trascende il mondo. Trascendentale è riferito a ciò che è a priori, puro. Significa elementi puri della mente. Ma non gli elementi a priori in quanto tali, ma gli elementi a priori come funzionano. Dunque la critica della ragion pura studierà gli elementi a priori, puri, quindi quelli non empirici della conoscenza.
Si occupa delle forme a priori della sensibilità , e sono spazio e tempo. Sono due forme a priori che noi tutti abbiamo. Secondo Kant non sono relativi, ma sono forme universali dell’esperienza. E se esistono queste forme a priori della sensibilità, è possibile la fisica come scienza. Cioè possediamo la stessa intuizione di tempo e spazio che è uguale per tutti. Esempio penna: se lascio cadere una penna su un tavolo, tutti abbiamo la stessa intuizione di spazio tempo secondo cui la penna è caduta sul tavolo. Dunque collochiamo tutti l’esperienza sensibile della penna, tutti allo stesso modo nel tempo e nello spazio. Ecco dunque che il tempo non è né oggettivo quindi che dipende dall’oggetto, né soggettivo relativo
tutti. Quindi si può fare fisica, matematica, geometria (perché è fondata nello spazio che è per tutti uguale come intuizione pura) come scienze. E dunque gli esperimenti di Newton, Galileo, sono ovviamente esperienze universali perché si possono universalizzare perché tutti le intuiscono nello stesso spazio e tempo.
Come è formato l’intelletto Noi abbiamo un intelletto che ha delle caselle le quali formano il contenuto empirico dato dai sensi nello spazio e nel tempo. Esempio torta : possediamo i vari ingredienti che rappresentano il materiale empirico e questi li mettiamo dentro una teglia a forma di stella, pertanto la torta è a stella perché la teglia è a stella. Dunque, stessa cosa per l’intelletto perché la mente dell’uomo possiede delle categorie, forme pure a priori di unità, relazione ecc…, che sono formali, uguali per tutti gli intelletti umani, e quindi interpreta un oggetto in un modo perché l’intelletto, mente è fatto in un modo, grazie appunto alle categorie, caselle. Dunque tutti gli uomini pensano la realtà allo stesso modo.
Le 12 categorie non sono equivalenti alle 10 categorie aristoteliche. Quelle di Aristotele erano le categorie dell’essere, erano ontologiche. Sono le 10 categorie strutturali dell’essere. Queste di Kant, sono le 12 categorie della mente, leggi della mente che formano gli enti che conosciamo.
Esempio formica : Se ci fosse la mente di una formica, percepirebbe in maniera diversa i dati, li ubicherebbe non nelle nostre intuizioni di spazio e tempo, non le formerebbe nelle 12 categorie che abbiamo noi; pertanto non avrebbe la stessa conoscenza umana. Ma siccome l’uomo è l’essere dominante in ambito gnoseologico nel pianeta terra, la conoscenza ha come legislatore la mente umana.
Per esempio noi diciamo c’è prima il fuoco e poi la cenere. Nessuno potrà dire che prima c’è la cenere e poi il fuoco. Lo scetticismo di Hume potrebbe dire che è vero che se il fuoco continuerà a svilupparsi, si formerà la cenere, ma potrebbe succedere qualcosa che bloccherà il fuoco di colpo. Dunque lo scetticismo di Hume ci pone sempre il problema che la noi la certezza gnoseologica non ce l’abbiamo però se abbiamo la categoria di causa e conseguenza nella mente, noi non diremo che avviene prima la cenere e poi il fuoco.
Le 12 categorie Conoscere vuol dire giudicare, giudicare vuol dire categorizzare. Le categorie sono il modo in cui giudichiamo. Ci sono 4 sezioni. Ogni sezione è formata da 3 categorie ciascuno. Le sezioni: la quantità, la qualità, la relazione e la modalità.
Esempio cattedra : unità - dico qual è l’oggetto singolo (una bottiglia, una penna…); pluralità - quali sono gli oggetti molteplici (i vari oggetti); totalità - quanti sono gli oggetti in tutto (quanti ne sono in totale). E tutti noi avendo queste 3 categorie identiche, pensiamo allo stesso modo la cattedra. E il processo conoscitivo della cattedra non è la cattedra in sé, perché se fosse la cattedra in sé, ci sarebbe la domanda se io ho conosciuto la cattedra come è o come appare (noumeno e fenomeno). Ho conosciuto la cattedra per come appare perché ho queste tre categorie che mi permettono di conoscerla ed è comune a tutti gli uomini.
Realtà , cioè un oggetto innanzitutto è reale. Negazione cioè un oggetto non è un altro. La bottiglia non è la penna. Limitazione cioè la parzialità. Una cosa è per metà dolce, per metà amara. Applico la categoria della parzialità.
La causa (la mia mano) della bottiglietta che cade è il colpo che dà la mia mano ( effetto è la bottiglia che cade ). Tutti noi pensiamo la relazione mano bottiglia allo stesso modo perché possediamo la stessa categoria di relazione casual-conseguenziale. Hume metteva la causa e effetto non risiede nell’esperienza, ma è un’abitudine.
Dialettica (Noumeno e Metafisica) La dialettica trascendentale studia le forme a priori della ragione in senso stretto , cioè la pretesa della ragione di andare al di là dell’esperienza.
l’io penso è un’unità che ha a che fare con un mondo esterno, empirico. La conoscenza ha sempre a che fare con la natura, mondo empirico. Risposta al cogito di Cartesio : A differenza di Cartesio il quale diceva che il cogito creava la realtà, ma l’io penso non ha creato la realtà, perché la realtà c’è e per noi c’è come fenomeno perché noi come sia il noumeno non lo possiamo sapere. Noi formiamo, ordiniamo, filtriamo la realtà con l’io penso.
Mentre quando l’io penso non vorrà relazionarsi con il mondo esterno e avrà la pretesa di essere un legislatore che non legifera più con dei dati empirici, ma un legislatore che legifera a partire da sé stesso, diverrà metafisico e produrrà delle idee che non hanno nulla che fare con la scienza e sono 3-> anima, mondo e Dio. Doppia valenza noumeno : Il noumeno è di fatto l’oggetto di un’intuizione non sensibile. Quando parliamo di Dio, anima, mondo, sono idee, oggetti di intuizioni non più sensibili, ma della pretesa della ragione di andare al di là dei sensi. Sono idee sovrasensibili. Il noumeno è quell’oggetto che va al di là della sensibilità di cui non possiamo fare esperienza, e che per tanto non possiamo conoscere. È l’inconoscibile.
Il Noumeno dunque è il limite della conoscenza umana. Una conoscenza è vera e valida se ha a che fare con i dati empirici, con gli elementi puri a priori, spazio e tempo, 12 categorie e io penso. Il noumeno è un argine della conoscenza umana, oltre la quale si può andare; si può tendere verso il noumeno, ma non dicendo “Dio esiste” o “l’anima immortale esiste” perché per poter dire Dio esiste vuol dire conoscere Dio, ma la conoscenza passa per l’esperienza e per gli elementi, forme pure a priori e noi non facciamo esperienza dell’anima immortale e Dio. Non valgono come conoscenza, gnoseologia vera e certa. Dunque Kant vuole dimostrare che una disciplina che vuole andare al di là dell’esperienza, non potrà essere una disciplina scientifica. Quindi la matematica e la fisica come scienza sono possibili perché unione dei dati empirici, elementi puri, spazio e tempo, categorie e io penso. Risposta a Hume e Cartesio : Dunque rispondiamo a Hume dicendo che mate e fisica sono possibili come scienze, ma risponderemo anche a Cartesio dicendo che l’idea innata che implica Dio è una pretesa arbitraria della ragione in senso stretto.
Il fine di questa è trovar una morale assoluta universale, cioè che deve essere valida per tutti nello spazio e nel tempo. Cioè un principio morale deve essere valido per qualunque periodo storico e luogo, altrimenti non sarebbe un principio universale. Kant è contrario al relativismo, dice infatti che esiste una morale assoluta, etica assoluta che è universale, valida per tutti e sempre a prescindere da etnie, culture, collocazioni geografiche, storiche ecc... Kant sostiene che la legge morale io non la devo andare e ricercarla fuori da me, ma devo seguire la legge morale che abbiamo dentro di noi.
Perché c’è bisogno di analizzare il comportamento umano, ciò che guida il comportamento umano. La ragion pratica non è di per sé morale, quindi Kant distingue all’inizio due tipologie di ragion pratiche.
- ragion pratica pura cioè che opera indipendentemente dalla sensibilità, dall’esperienza. Possiamo dire che è quasi la ragione dei santi , cioè la ragione di coloro che si comportano in quel modo lì a prescindere dalla situazione empirica esperienziale in cui si trovano. La pura è sempre morale perché essendo pura è una ragione pratica teorica, non avendo una ricaduta pratica, esperienziale. (il bene è questo, il comportamento è questo). - ragion pratica empirica , non pura. Cioè la ragion pratica che opera in relazione all’esperienza. Questa va indagata e studiata perché ha a che fare con l’esperienza e dunque ha a che fare con la scelta, la libertà, la possibilità di essere morali o immorali. Dunque questa critica della ragion pratica, non è pertanto una critica della ragion pratica pura perché di per sé morale, ma si occupa della ragion pratica empirica che ha a che fare con l’esperienza. Abbiamo visto che l’esperienza è il limite della ragion pura perché la conoscenza è valida dentro l’esperienza. La ragion pratica ha sempre a che fare con l’esperienza perché noi uomini siamo sempre uomini che agiscono in un mondo empirico.
Io sono sempre legittimamente in una dimensione empirica, ma il problema è capire se nella pratica è morale o non morale fare qualcosa. Dunque l’esperienza è il fulcro dentro cui opera la ragion pratica. Quindi qua l’esperienza va criticata perché a volte, la ragion pratica ha delle pretese nell’esperienza che non sono morali. Esempio posto di lavoro : Il mio fine è aver questo posto di lavoro, allora mi impegno al massimo per il colloquio. Siamo in due a contenderci questo posto, dunque io la sera prima lo invito a cena e nella sua bevanda metto una sostanza che li porterà ad aver una dissenteria il giorno dopo. Dunque io prenderò il posto di lavoro. Dunque la ragion pratica mi sta suggerendo di fare qualcosa che per me è morale, mentre per un latro è immorale. Questo è il relativismo assoluto.
Morale assoluta L’uomo che nel suo comportarsi, deve seguire la legge morale che ha dentro di sé. Essa è assoluta, necessaria, e non risponde al “se voglio allora…; se devo allora… “, ma risponde al “tu devi perché devi”. (tu non devi uccidere perché ti punisce dio - > NO; tu non devi uccider perché ti arresta la polizia - > NO; tu non devi uccider perché non devi uccidere - > SI, perché uccidere è immorale, non si avrebbe come obiettivo il bene). Quindi la massima risponderà all’imperativo categorico quindi Tu devi perché devi. Bisogna farsi guidare dalla morale. (quindi “il fine giustifica i mezzi” dunque è lontano dal pensiero di Kant) Morale incondizionata. Questa morale è una morale incondizionata, cioè ha la capacità di svincolarsi dalle inclinazioni sensibili. Non è che è automaticamente svincolata, ma ha la capacità. Quindi a prescindere dalle pulsioni, inclinazioni, possiamo svincolarci da queste inclinazioni. È il santo che sa sempre agire senza farsi coinvolgere dalla sensibilità. A questo è legata la libertà dell’agire dell’uomo. Se noi non fossimo liberi, non saremmo morali perché non avremmo scelta. Dunque la libertà dell’agire è una condizione della moralità. Se non potessimo svincolarci dalle passioni, se noi non potremmo essere liberi di agire, non potremmo essere morali. Si parla quindi di una morale universale, perché tutti gli uomini sono liberi di agire e in tutti gli uomini c’è questa incondizionabilità, questa possibilità di potersi divincolare. Anti fanatismo Nascerà quindi una moralità anti fanatica e antifondamentalista, perché per Kant la moralità è dentro di noi. Dentro di noi dobbiamo trovare l’agire morale, e questo non dipende da vincoli esterni, comandamenti, condizionamenti, precetti. I fanatici sono coloro che si sacrificano per la morale, ma in realtà dobbiamo attuarla perché è dentro di noi e ne siamo noi il portatore.
La morale assoluta secondo Kant è figlia di imperativi categorici. Sono delle prescrizioni di comportamento che hanno un valore oggettivo. Questa è per Kant la morale. Dunque distinguiamo la morale dell’imperativo e la morale delle massime. Che differenza c’è tra una massima e un imperativo. Una massima è un’indicazione, prescrizione soggettiva di comportamento. (perché la preparazione a un qualcosa, una maratona, a un esame, è soggettiva), quindi scelta di comportamento legata al soggetto, al singolo individuo. Gli imperativi sono invece prescrizioni oggettive di comportamento , quindi universali è valgono per tutti. Quindi non rispondono al Se vuoi, devi come le massime soggettive, ma rispondono al Devi perché devi. Devi fare questo perché devi fare questo. Ma devi non perché te l’ha detto qualcuno di esterno, ma nasce dentro l’uomo ed è un imperativo incondizionato, puro. Devi farlo perché è la legge morale dentro di te. Non uccidi perché non devi uccidere, ma non perché lo dice la bibbia o lo stato, ma perché è sbagliato uccidere. Mentre le massime prescrivono comportamenti in vista di alcuni fini (esame) tramite alcuni mezzi (tipo di preparazione all’esame) Primo carattere. Legge morale Categorica
L’imperativo categorico è una massima che deve valer per tutti.
Terzo carattere. Legge morale autonoma e responsabilità La morale nasce da dentro l’uomo, autonoma e non eteronoma. Io devo perché devo non perché me lo ha detto qualcuno, ma perché dentro di me vi è la legge morale. Dunque è l’uomo il fondamento della legge morale. Così come alla base della conoscenza c’è l’uomo, stessa cosa che alla base dell’etica, morale, c’è l’uomo, quindi non il contenuto etico, ma l’uomo. Il comportamento lo devo adeguare alla morale che è dentro di me.
Facendo così Kant responsabilizza l’uomo (se ti comporti così è colpa tua), dove una morale eteronoma è fallace, perché c’è chi la vuole seguire e chi no (seguire la religione, le leggi ecc..). Essendo l’uomo il portatore della morale, è una morale autonoma che dipende da noi e che dunque ci responsabilizza. È una morale soggettiva , ma poiché tutti gli uomini hanno la stessa legge morale, essa diventa universale , così come la conoscenza. Se un’azione la possono compiere tutti, dando una prospettiva di armonia, allora è un’azione universale morale, quindi imperativo categorico. Altrimenti sarebbe una massima particolare.
Naturalmente è una morale razionale e se non si ha un corretto uso della ragione, non si può arrivare alla morale kantiana. Vs Cartesio : È una morale razionale ma non razionalista come diceva Cartesio, secondo cui la razionalità dell’uomo lo portava a conoscere tutto, quindi era una razionalità all’estrema potenza. Quello di Kant è un uomo finito, quindi può sbagliare. E secondo Cartesio quest’uomo razionale coglie dentro di sé Dio e tende verso di esso. Per Kant Dio c’è, ma è un atto di fede, una prospettiva verso cui tendere, un sommo bene verso cui sforzarsi. Per Cartesio l’idea di dio è innata e quindi scientificamente dimostrabile, ma per Kant, l’idea di dio è un’idea di metafisica, quindi non scienza.
antropocentrica, non del razionalismo puro, e si fonda sull’uomo responsabile delle scelte che fa. Dunque non sono i concetti di bene o male a fondar la legge morale, ma è la legge morale a fondare, a dare i concetti di bene e male perché la legge morale è una forma dentro la quale ci sono i concetti.
Opera in cui Kant affronta il tema del giudizio riflettente che si diviene in giudizio estetico e teleologico. Quindi questa critica va a affrontare un tema che le altre due critiche non hanno affrontato.
È un giudizio, sentimento che parte dalla nostra mente, ed è quello che esprimiamo immediatamente quando entriamo in contatto con qualcosa di immediato (quel paesaggio è bello, lo avvertiamo immediatamente.). È immediato , non ci stiamo a riflettere cercandone il fine e concettualizzandolo.
È un giudizio che noi pronunciamo, emaniamo, in inseguito ad una concettualizzazione , ragionamento, cioè applichiamo la nozione di fine a quanto stiamo osservando. (questo ospedale serve per i malati; il fine sono i malati). È legato al fine, ponderato, cioè elaborato, concettualizzato. È un giudizio molto difficile ed è legato alla finalità dell’uomo (il pollo per noi ha il fine di diventare cibo; il gatto ha il fine di essere da compagnia per noi). Parallelismo Spinoza : Secondo Spinoza il fine è un pregiudizio (facciamo la pasta per mangiare, la sedia per sederci), quindi pensiamo che tutto nella natura ha un fine. Kant ci dice che non sappiamo se ci sia un finalismo o determinismo o altro. Ma noi uomini siamo esseri che vanno alla ricerca continua delle cause della natura (qual è il fine di quella malattia, di quel tornado, ecc.…) Anche se il fine non c’è, noi ci interroghiamo su di esso. Andiamo sempre alla ricerca del fine della natura delle cose. È un nostro modo di star al mondo. Poiché noi teniamo a un fine e questo fine non c’è ma è un modo nostro di stare al mondo, è proiettato ad un fine che deve essere qualcosa di alto, che ci dia la felicità, e secondo Kant a darci la felicità è il sommo bene.