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tema sull'amore di filosofia morale
Tipologia: Prove d'esame
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In amore si è soliti ad affermare: “ è bene che tu ci sia ”. Ma per chi è bene?
Esiste un’essenziale differenza tra il fatto che io trovi buono per me che esista l’altro, perché ne ho bisogno, oppure per lui, perché voglio che egli sia felice e pervenga al compimento a cui è stato destinato. Ma nel caso in cui io lo trovi buono per me, si può ancora affermare che io “amo” l’altro?
Finché ci riferiamo all’amore verso beni materiali, non vi è nessun problema; è naturale, per esempio, che amiamo il vino per noi, sarebbe davvero ridicolo voler bene al vino, come afferma Aristotele. È stato affermato che si possono apprezzare anche delle cose amate e rallegrarsi semplicemente “del fatto che esista qualcosa del genere”.
L’animale si accorge sempre e solo del possibile oggetto di nutrimento e di accoppiamento, mentre l’uomo disciplinando il suo desiderio, è in grado di godere una bellezza sensibile, quella ad esempio del corpo umano. Se io “amo” le cose per me: è bene che ciò esista (è bene per me).
Le difficoltà incominciano quando amo per me un essere personale, un’altra persona umana. Nel rapporto sessuale esistono forme di usi e abusi inequivocabilmente egoistici, come pure modi di servirsi dell’altro che portano ad un suo asservimento. Tali forme non hanno nulla da spartire con un “amore tra uomini”.
Il vero problema vi è, quindi, quando entra in azione una forma deviata dell’amore, quando una persona afferma: “è bene che tu ci sia, è bene per me, perché senza di te io non posso essere felice.”
Si tratta di una sorta di amore immaturo: è una relazione d’amore contraddistinta dagli aspetti narcisistici; la relazione è funzionale solo al soddisfacimento dei bisogni personali e non si colgono i bisogni del partner. La relazione che si crea quindi non è significativa perché la persona è centrata su se stessa. Solo quando l’amore diventa reciproco: la relazione d’amore evolve e acquista la caratteristica della reciprocità. L’amore diviene uno scambio in cui entrambi i soggetti hanno qualcosa da offrire e da ricevere. La relazione non è più centrata su di sé, ma si apre all’altro e hai suoi bisogni. Tuttavia però l’uomo deve raggiungere l’amore progettuale: l’ultima fase del processo di maturazione della relazione d’amore e si manifesta con le caratteristiche dell’amore maturo. Implica un rapporto profondo in cui si trovano: sessualità e tenerezza, affetto e intelligenza, premura e responsabilità.
Vengono distinti in sostanza due amori: uno è un sentimento che si esprime per l’essere dell’altro ed è allocentrico, questo è un amore centrato sulla persona dell’amato/a ed è in continua evoluzione; l’altro amore invece rappresenta la risposta ai bisogni individuali e nasce dalla ricerca di una gratificazione personale.
La concezione che si ha dell’uomo non può non essere coinvolta nella considerazione attenta del tema dell’amore, essa è già sempre in gioco. Nessuno comprende qualcosa dell’amore, se non riflette prima alla disposizione che è propria della natura umana e delle sue vicissitudini. Anche lo studio americano arriva a questa conclusione, ovvero che l’interpretazione dell’amore deriva dall’interpretazione della natura umana. Ciò che è in discussione non è tanto il saper che specie di essere l’uomo sia, ma che cosa egli è “per natura”.
Lewis ha intenzione di innalzare un inno di lode all’amore puramente disinteressato e donante (Gift-love) e di esprimersi in termini più o meno sprezzanti sull’amore che richiede, che desidera e che ha bisogno (Need- love). In questa distinzione tra Need-love e Gift-love si ripresenta la contrapposizione tra amore di desiderio da una parte e amore benevolo d’amicizia dall’altra.
La coscienza comune e l’atmosfera del pensiero sono già improntate da una determinata concezione, ovvero della contrapposizione tra eros e agàpe. Qui eros non indica primariamente l’amore sessuale, ma ogni amore che aspira e che ha bisogno; esso appare come la controfigura dell’amore che solo si addice al cristiano e per questo va incontro ad una diffamazione esplicita e fatale.
Nell’opera “Eros und Agape” del teologo svedese Nygren; agàpe significa amore disinteressato, in senso quasi assoluto, amore che si dà, invece di affermarsi e che non vuole conservare la vita, ma osa perderla.
L’agàpe non ha nulla da spartire col bramare e col creare brame; essa esclude per principio tutto ciò che è amore di sé. L’agàpe è sempre in contrasto con ogni motivazione prodotta dal desiderio della felicità o
addirittura della ricompensa. Non esiste un motivo in assoluto per l’agape, essa è espressamente immotivata. Spontaneità è la parola con cui Nygren determina il tratto essenziale dell’agàpe, la sua “sorgività”. E questa stessa cosa egli vuol sottolineare anche quando parla della sua “sovranità” e del suo carattere “creativo”.
L’eros è la controfigura dell’agàpe. Esso non è né creativo né spontaneo, poiché è essenzialmente determinato a partire dall’oggetto e precisamente dal bene e dal bello che sono precedentemente dati, vengono anzitutto constatati nella loro esistenza e quindi amati. L’eros è un amore di desiderio ed un amore egocentrico. Esso è per principio amore di sé.
Karl Barth parla con disinvoltura dell’amore erotico tra uomo e donna, del desiderarsi a vicenda e del desiderarsi l’uno con l’altro. L’amore è oggetto di esigenza; quando egli affronta il tema di “eros e agàpe” ci si imbatte in una valutazione negativa dell’eros.
Se l’uomo naturale e ciò che egli possiede per creazione non hanno nulla a che vedere con l’agàpe, chi è allora il soggetto di essa? Il vero e proprio soggetto dell’amore cristiano non è l’uomo, ma Dio. E l’uomo è solo il condotto, il canale che trasmette l’amore di Dio.
Da una parte vi è l’agàpe, cioè quella forma d’amore che si addice al cristiano e che da lui si esige, è descritta e celebrata come qualcosa di indipendentemente sovrano, spontaneo e creativo nel suo assoluto altruismo; da una parte vi è un’immane pretesa per gli uomini, ma anche una pretesa dell’uomo stesso.
Essendo stato chiamato all’esistenza dall’assoluto potere creatore di Dio, l’uomo rimane ciò che è per creazione: un “io” personale e un “qualcuno”. Ed è questo “qualcuno” che rivolto ad un’altra persona esclama nell’amore: è bene che tu esista. L’uomo non è un canale o un semplice condotto, ma è veramente un soggetto e una persona. E anche nell’amore soprannaturale siamo noi stessi gli amanti, lo si chiami caritas o agape e attinga esso la sua forza alla “grazia”.
Il nostro amore è tutt’altro che sovrano. Esso non crea mai i valori, neppure fa si che qualcosa o qualcuno sia degno d’amore. Esso si inserisce nella medesima sequenza di significato, per la quale ogni esistenza umana possiede il carattere di qualcosa di fondato “reale”: dapprima viene l’essere , poi il vero e infine il bene. La prima cosa è la reale esistenza di ciò che è degno d’amore ed è dato indipendentemente da noi; in un secondo momento, questa esistenza dev’essere oggetto della nostra esperienza; e solo dopo di ciò si pronuncia la parola dell’amore confermante: è bene che questo esista.
“È bene che tu esista” possiede la sua giustificazione e la sua reale motivazione soltanto nell’effettivo essere buono dell’amato; e questo ordine di cose non vale solo per il nostro amore nei confronti dei beni materiali e del prossimo, ma anche per il nostro amore a Dio, vale addirittura anche nella vita eterna. Amore di Dio è ancora un amore che chiede e che ha bisogno.
L’eros è un impulso di tipo naturale, un impulso che è direttamente collegato alla natura centrale dell’uomo finito. È necessario però chiedersi se l’uomo è in grado di scegliere se amare nel modo dell’eros o nel modo dell’agàpe. Per natura la creatura spirituale desidera essere felice e quindi non può non voler essere felice.
Per sua natura la gioia è qualcosa di secondo e subordinato; si potrebbe però pensare che la gioia sia qualcosa di ricercato per se stesso e non un qualcosa di secondo. L’uomo vuole avere una ragione per essere felice perché egli può essere felice solo se esiste una ragione per la gioia e questa ragione viene per prima e la gioia stessa per seconda.
Chi non ama niente e nessuno, non può essere felice, anche se disperatamente lo desidera.
È amando che riceviamo qualcosa di amato. Tutto il nostro essere è fatto apposta per poter dire con ragione a qualcuno: amore e gioia non sono un gioco illusionistico di emozioni staccate o di stimoli fisiologici isolati, ma risposta alla realtà.
Si ripresenta il carattere di dono dell’amore, non solo dell’essere amati, ma dello stesso amare.
Esiste un amore infelice? Non è forse discutibile quel legame tra amore e gioia che appare tanto plausibile a prima vista? Non solo esiste un amore infelice, ma solo colui che ama può essere veramente infelice. Solo ad
Si sono intrecciate tra loro due diverse immagini: l’amore di sé, il desiderio di felicità, l’aspirazione al proprio compimento; tutto ciò è inteso come il primissimo carattere naturale, come la radice di ogni altro amore, l’altra immagine è l’amore di sé come modello dell’amore nei confronti dell’altro.
Agostino afferma “ciò che non è amato per sé, non è veramente amato”, l’amore dovrebbe essere qualcosa di non egoistico.
Quindi se è vero che la gioia e l’esser felici sono la risposta all’ottenere qualcosa che noi amiamo e se l’amare è esso stesso qualcosa di amato, allora si deve anche ammettere che il nostro desiderio della felicità va soddisfatto proprio dall’accettazione e dall’assenso all’altro cioè da un amore disinteressato.
Agostino ha aggiunto che se ami veramente qualcuno la tua ricompensa deve essere colui che tu ami, amarsi quindi significa accettarsi, capirsi e sentirsi un valore unico e irripetibile, l’amore è realizzazione dell’esistere, scoperta di essere un valore, desiderio di voler bene e mendicanza di corrispondenza affettiva.
Nel libro l’arte di amare di Fromm descrive l’amore come una risposta al problema della solitudine e della separazione nell’esperienza umana. L’amore è un sentimento attivo e non passivo, è una conquista e non una resa; amore è soprattutto dare e non ricevere.