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L. Braida, Stampa e cultura in Europa tra XV e XVI secolo, Sintesi del corso di Storia

Riassunto efficace del manuale per esame con la professoressa Marazzi

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 27/07/2019

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Dal manoscritto alla stampa: continuità e innovazione
1. Il manoscritto: le trasformazioni della produzione prima della stampa
La nuova straordinaria invenzione della stampa, da parte di Gutenberg, fu accolta con parole di
entusiasmo e grande diffusione soprattutto grazie alla rapidità della produzione e al potere di
conservazione che la caratterizzava, al fine di rendere più rapida l’evoluzione culturale e la
produzione del libro che aveva, tuttavia, già subito numerosi cambiamenti non irrilevanti nei secoli
precedenti, come nel passaggio dal mondo della comunità monastica al mondo dell’università
dovuto principalmente alla diffusione delle botteghe di copiatura, gestite da cartolai laici o
stazionari che rifornivano le facoltà universitarie mettendo a disposizione degli studenti i testi
scolastici, dietro pagamento di un affitto, che solitamente affidava la trascrizione a uno o più copisti
(si assiste quindi a un processo nel quale si individuano alcuni aspetti che la stampa avrebbe
confermato e accelerato, in primo luogo la trasformazione del libro in merce). All’aumento della
produzione libraia contribuì anche l’introduzione della carta in Europa, il più importante dei
progressi tecnici che, anche se all’inizio faticò a stabilizzarsi per via della sua fragilità e il confronto
con la resistenza della pergamene, riuscì a guadagnare terreno; in molte città l’esercizio della
scrittura costituiva un’importante attività tant’è che le botteghe di produzione e di vendita del
manoscritto risultavano in aumento, gli scribi, che potevano essere sia laici che ecclesiastici,
lavoravano sia per ordinazione, rispondendo a codici di lusso, sia per libero mercato e i monasteri
continuavano a produrre libri sia per il loro uso sia per la vendita. L’invenzione della stampa fu
preceduta anche da trasformazioni nelle modalità di lettura, infatti, nel corso del Medioevo, si era
gradualmente affermata la lettura visiva e silenziosa, pratica che andò a conquistare il mondo delle
scuole, delle università e delle aristocrazie laiche. I lettori iniziarono a diventare più numerosi e
aumentò la domanda di libri tra i ceti mercantili e le professioni liberali; si sviluppò un pubblico di
alfabeti capaci di scrivere in volgare in grado di lasciare testimonianze scritte: libri dalla frattura
dimessa, scritti su materiale cartaceo, di formato medio-piccolo, caratterizzati dalla presenza di testi
di natura diversa, andando a determinarsi come produzione esterna a qualsiasi logica di mercato.
Una rapida produzione del libro, però, non sempre corrispondeva a un buon livello qualitativo sia
perché i troppi passaggi da una mano all’altra che questo meccanismo comportava contribuiva alla
trascuratezza della trasmissione dei testi, al punto tale da non riconoscere quasi più il proprio, sia
per la scarsa produzione tecnica e culturale degli scribi che, avendo competenze diversificate, si
lasciavano sfuggire errori di ogni tipo (soprattutto perché le grandi università non garantivano alcun
controllo). È in questo contesto che prende avvio, a Firenze tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400,
uno dei movimenti rinascimentali più importanti, la riforma della scrittura”, a cui lavorarono i
discepoli di Petrarca, al fine di portare nuovamente in voga la grafia degli antichi codici scritti in
Italia in età carolingia, riproducendone le caratteristiche materiali, in quanto la chiarezza e la
semplicità di questa scrittura garantiva maggior leggibilità e comprensione dei testi - anche per via
del fatto che il rapporto tra una lettera e l’altra e la disposizione della pagina erano oggetto di
complessi studi geometrici e matematici - l’unica in grado di onorare i testi classici, che andava
sviluppandosi nelle corti italiane. I centri della nuova produzione libraia sorgevano nelle città dove
la cultura umanistica era più attiva, dove si trovavano botteghe di prestigio, come Firenze o Roma; i
committenti dei nuovi codici umanistici erano re, cardinali, banchieri, ricchi commercianti che
preferivano reclutare scribi di loro fiducia piuttosto che rivolgersi ai grandi cartolai e, in questo
modo, il libro umanistico iniziò ad avere un mercato di una certa dimensione. La stampa condizionò
a sua volta la produzione libraia manoscritta andando ad operare un restringimento dei modelli
grafici.
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Dal manoscritto alla stampa: continuità e innovazione

1. Il manoscritto: le trasformazioni della produzione prima della stampa La nuova straordinaria invenzione della stampa, da parte di Gutenberg, fu accolta con parole di entusiasmo e grande diffusione soprattutto grazie alla rapidità della produzione e al potere di conservazione che la caratterizzava, al fine di rendere più rapida l’evoluzione culturale e la produzione del libro che aveva, tuttavia, già subito numerosi cambiamenti non irrilevanti nei secoli precedenti, come nel passaggio dal mondo della comunità monastica al mondo dell’università dovuto principalmente alla diffusione delle botteghe di copiatura, gestite da cartolai laici o stazionari che rifornivano le facoltà universitarie mettendo a disposizione degli studenti i testi scolastici, dietro pagamento di un affitto, che solitamente affidava la trascrizione a uno o più copisti (si assiste quindi a un processo nel quale si individuano alcuni aspetti che la stampa avrebbe confermato e accelerato, in primo luogo la trasformazione del libro in merce). All’aumento della produzione libraia contribuì anche l’introduzione della carta in Europa, il più importante dei progressi tecnici che, anche se all’inizio faticò a stabilizzarsi per via della sua fragilità e il confronto con la resistenza della pergamene, riuscì a guadagnare terreno; in molte città l’esercizio della scrittura costituiva un’importante attività tant’è che le botteghe di produzione e di vendita del manoscritto risultavano in aumento, gli scribi, che potevano essere sia laici che ecclesiastici, lavoravano sia per ordinazione, rispondendo a codici di lusso, sia per libero mercato e i monasteri continuavano a produrre libri sia per il loro uso sia per la vendita. L’invenzione della stampa fu preceduta anche da trasformazioni nelle modalità di lettura, infatti, nel corso del Medioevo, si era gradualmente affermata la lettura visiva e silenziosa, pratica che andò a conquistare il mondo delle scuole, delle università e delle aristocrazie laiche. I lettori iniziarono a diventare più numerosi e aumentò la domanda di libri tra i ceti mercantili e le professioni liberali; si sviluppò un pubblico di alfabeti capaci di scrivere in volgare in grado di lasciare testimonianze scritte: libri dalla frattura dimessa, scritti su materiale cartaceo, di formato medio-piccolo, caratterizzati dalla presenza di testi di natura diversa, andando a determinarsi come produzione esterna a qualsiasi logica di mercato. Una rapida produzione del libro, però, non sempre corrispondeva a un buon livello qualitativo sia perché i troppi passaggi da una mano all’altra che questo meccanismo comportava contribuiva alla trascuratezza della trasmissione dei testi, al punto tale da non riconoscere quasi più il proprio, sia per la scarsa produzione tecnica e culturale degli scribi che, avendo competenze diversificate, si lasciavano sfuggire errori di ogni tipo (soprattutto perché le grandi università non garantivano alcun controllo). È in questo contesto che prende avvio, a Firenze tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400, uno dei movimenti rinascimentali più importanti, “ la riforma della scrittura ”, a cui lavorarono i discepoli di Petrarca, al fine di portare nuovamente in voga la grafia degli antichi codici scritti in Italia in età carolingia, riproducendone le caratteristiche materiali, in quanto la chiarezza e la semplicità di questa scrittura garantiva maggior leggibilità e comprensione dei testi - anche per via del fatto che il rapporto tra una lettera e l’altra e la disposizione della pagina erano oggetto di complessi studi geometrici e matematici - l’unica in grado di onorare i testi classici, che andava sviluppandosi nelle corti italiane. I centri della nuova produzione libraia sorgevano nelle città dove la cultura umanistica era più attiva, dove si trovavano botteghe di prestigio, come Firenze o Roma; i committenti dei nuovi codici umanistici erano re, cardinali, banchieri, ricchi commercianti che preferivano reclutare scribi di loro fiducia piuttosto che rivolgersi ai grandi cartolai e, in questo modo, il libro umanistico iniziò ad avere un mercato di una certa dimensione. La stampa condizionò a sua volta la produzione libraia manoscritta andando ad operare un restringimento dei modelli grafici.

2. L’invenzione di Gutenberg. Nuove tecniche, nuovi mestieri È importante chiedersi se la stampa sia davvero un momento rivoluzionario della cultura scritta dell’Europa del XV e XVI secolo poiché anche gli storici offrono risposte discordanti tra loro in quanto alcuni evidenziano il carattere innovativo rispetto ai modi di trasmissione del sapere che precedettero l’invenzione di Gutenberg mentre altri insistono sugli elementi di continuità tra il mondo dei cartolai e quello dei primi stampatori. In realtà vi sono elementi di verità in entrambe le prospettive perché gli elementi di continuità tra il libro manoscritto e il libro a stampa esistono ma senza dubbio la stampa a caratteri mobili rappresentò un’enorme svolta sia per l’uso di un procedimento meccanico sia per la formazione di un nuovo ambiente sociale in cui le figure professionali avevano una formazione superiore rispetto a quella degli scribi, tant’è che molti provenivano dal mondo degli artigiani della fusione e della lavorazione dei metalli. Sin dai primi anni della sua diffusione si tentò di mettere in ombra il ruolo di Gutenberg, a testimonianza che in più parti d’Europa si stava lavorando nella stessa direzione e che lui, quindi, non era stato il solo ma gli esperimenti sono tutti poco chiari, in particolare non si comprende se si facesse ricorso a una tecnica metallografica in cui la pagina veniva fusa in un unico blocco entro una matrice preparata in precedenza oppure di pezzi mobili da comporre singolarmente, poiché nel primo caso si tratta di un sistema già diffuso nei “libri blocco” o silografici (chiamati così perché ogni parte era intagliata in un singolo blocco di legno in rilievo); non si trattava di una tecnica nuova ma già diffusa per decorare le stoffe, ebbe grande successo ed applicata al libro solo quando le cartiere si diffuso in Europa al fine di divulgare immagini, che potevano riguardare soggetti religiosi o profani, testi o un’associazione di entrambi (anche se quest’ultima non deve far pensare che la stampa sia debitrice nei confronti della silografia). Gli Europei non erano stati i primi a utilizzare la stampa a caratteri mobili, si possono ricavare testimonianze antecedenti in Cina e in Corea, cui appartiene il primo libro realizzato con la tecnica moderna, ma a differenziarli è sicuramente il procedimento di stampa poiché veniva utilizzato il rullo, il torchio è una questione europea. A Strasburgo, Gutenberg mise a punto diverse tecniche di lavorazione del metallo, ma sappiamo poco per via dello scarso numero di documenti rimasti, sappiamo con certezza che perfezionò la sua tecnica dopo il ritorno a Magonza; fabbricò l’attrezzatura e si impegnò nell’opera dei libri, così da far uscire, la Bibbia a 42 linee, uno dei primi libri a stampa, di proporzioni impegnative, ma talmente i tipografi si erano impegnati nell’imitare il libro manoscritto, che la novità sfuggiva agli occhi delle persone, e ciò rivela le difficoltà e le incertezze dei tipografi nei primi anni. Per quanto numerosi testi contemporanei ricordino il ruolo da lui avuto nell’invenzione della stampa, il suo nome non è associato a nessuna pubblicazione, nonostante sicuramente la sua attività proseguì; certo è che l’arte della stampa ebbe un rapido sviluppo tra gli anni Cinquanta e Sessanta ma nei primi tempi i problemi furono numerosi, ogni carattere era il frutto di una lunga lavorazione che prevedeva la fabbricazione di un punzone di metallo duro, con la lettera incisa in rilievo. La stampa creò nuovi mestieri (sorsero le prime officine specializzate nella fabbricazione dei punzoni) e un nuovo ambiente che resisterà al punto tale che per tre secoli il torchio tradizionale non subì che lievi modificazioni. I lavoranti tipografi si organizzarono ben presto in associazioni corporative per difendersi dalle imposizioni dei loro padroni e, dove le stamperie erano una realtà economica rilevante e vi era una grande richiesta di manodopera, maggiore era la capacità di organizzarsi per ottenere aumenti salariali o un miglioramento delle condizioni lavorative.

della Spagna e del Portogallo; il commercio del libro a stampa dipendeva in larga misura, così come già quello del libro manoscritto, da mercanti e librai stranieri che importavano classici latini, testi di diritto e di teologia e altre opere adottate nelle università.

4. I mestieri della transizione (scribi, miniatori e cartolai) e il commercio del libro La grande diffusione delle tipografie non contribuì alla totale decadenza dei libri manoscritti infatti i due sistemi produttivi convissero per qualche decennio, sia perché alcuni professionisti della scrittura dedicavano gran parte della loro attività alla produzione manoscritta di lusso, che rappresentava un esemplare unico e offerto in dono a un importante signore che molto spesso anticipava l’opera a stampa, come nel caso del Principe di Machiavelli, sia per l’attività nei tribunali che non cessava di dar lavoro agli scribi, sia perché alcuni studiosi non smisero di copiare per i loro interessi personali, ma soprattutto perché alcune professioni del libro manoscritto furono coinvolte nel processo produttivo e di distribuzione del libro a stampa, condizionandosi reciprocamente: gli scribi cercavano di adeguarsi alle esigenze del nuovo tipo di produzione mentre gli stampatori tentavano di assimilare le tecniche di decorazione dei manoscritti, utilizzando la loro rete di distribuzione. Per quanto riguarda i primi, la stampa aprì loro un mercato più vasto soprattutto a Venezia dove l’attività tipografica diffusa come in nessun altro centro aumentò il numero dei miniaturisti ma raramente il tipografo e il miniatore lavoravano in stretto contatto, dal momento che la loro collaborazione era spesso mediata dal libraio-cartolaio che si occupava della vendita del prodotto: i primi libri a stampa uscivano dalla tipografia con numerosi spazi bianchi destinati a ricevere i titoli dei capitoli rubricati, le iniziali ornate, la prima pagina miniata dalla mano dell’artista, ai vari livelli di decorazione, che il cliente definiva al momento dell’acquisto dipendevano prezzi diversi. Tuttavia, per quanto riguarda il secondo punto, i primi stampatori si resero conto che la possibilità del loro successo dipendeva soprattutto dalla distribuzione, quindi dal sistema di commercializzazione del libro, affidandosi alla struttura già esistente del commercio del libro manoscritto, garantito dalle botteghe dei librai-cartolai, che, con l’affermazione della stampa, aumentarono notevolmente, arrivando a ricoprire ruoli diversi: furono legati alla distribuzione del libro, alcuni aprirono una stamperia, altri assunsero il ruolo di editori o finanziarono gli stampatori fornendo loro la carta, l’elemento più costoso per ogni edizione. In un’epoca in cui il mercato del libro a stampa non era ancora del tutto stabilizzato, i tipografi, se avessero voluto evitare il fallimento, avrebbero dovuto dividere il rischio d’impresa con altri colleghi o cartolai interessati; da qui deriva la varietà dei contratti, alcuni organizzati per coprire i costi di una o due edizioni e subito annullati infatti gli stampatori che ebbero maggior successo furono coloro che seppero valutare al meglio le condizioni del mercato, cambiando spesso partner. Un ruolo fondamentale per lo sviluppo del mercato del libro a stampa lo ebbero le fiere internazionali e in modo particolare quelle di Lione e Francoforte che consentirono una maggiore circolazione dei libri e informazioni più dettagliate relative ai diversi centri produttivi. Nonostante Francoforte ebbe uno sviluppo tipografico più lento, la fiera, caratterizzata dalla presenza di ogni tipo di merce, aveva assunto grande rilevanza già prima dell’invenzione della stampa; essa sarebbe diventata la principale fiera internazionale a cui affluivano tutti i principali editori europei, i quali potevano incontrarsi, scambiarsi i cataloghi, informarsi sulle scelte dei colleghi, ordinare libri non ancora usciti, acquistare materiale tipografico. Inoltre, coloro che non avrebbero potuto recarsi alla fiera, avrebbe avuto comunque a disposizione, ogni anno, il catalogo delle fiere con l’indicazione dei libri in commercio e di nuova pubblicazione.

Forme e repertorio dei testi

1. L’incunabolo: nel segno della continuità La stampa non creò un prodotto dalla forma nuova nonostante fosse il frutto di una tecnica completamente diversa da quella utilizzata dai copisti. Si è soliti indicare con il termine “incunaboli” tutti i libri usciti entro il 31 dicembre 1500 anche se, in realtà, la cronologia troppo rigida rischia di non restituire il lento assestamento della fisionomia del libro moderno dal momento che, durante i primi del ‘500, gli stampatori continuarono a lavorare con i metodi degli esordi e il modello del libro a stampa continuò ad essere il libro manoscritto da cui riprendeva sia le caratteristiche di organizzazione del testo e delle immagini, sia le caratteristiche materiali, sia l’assenza del frontespizio a contrassegnare il titolo dell’opera, il nome dell’autore e la data di edizione, iniziando dalle prime righe con il testo e terminando con la formula di commiato, assenza, questa, che rende difficile l’identificazione di molte edizioni. Fu un’evoluzione lenta quella che vide la pagina iniziale, lasciata in bianco per proteggere il testo, trasformarsi gradualmente nel frontespizio, quale lo intendiamo noi oggi (contenente quindi nome dell’autore, titolo del libro, nome dello stampatore, editore), bisognerà attendere sino al XVI secolo, così come anche l’affermazione della marca dello stampatore o del libraio (molti utilizzano una semplice sigla con loro iniziali, altri si avvalgono di una marca parlante che alludono al nome del tipografo), solo verso la fine del secolo, in alcune edizioni, compare l’uso di un motto in versi posto sotto la marca e, successivamente, l’indirizzo dello stampatore nel margine in basso del frontespizio. Anche i caratteri rivelano la continuità con le scritture fino ad allora usate dai copisti proprio perché la bellezza risiede nella leggibilità: per la pubblicazione delle opere dei classici e degli umanisti si utilizzava il carattere romano mentre, per le opere di argomento teologico, religioso e giuridico veniva imitata la scrittura gotica (numerosi sono i tipi di caratteri gotici utilizzati dagli stampatori europei perché numerose erano le varianti della scrittura gotica). Anche per quanto riguarda la scelta del formato, gli stampatori fecero riferimento ai modelli dei libri manoscritti – al fine che ogni tipologia di testo corrispondesse a precise caratteristiche materiali, senza disorientare i lettori - di cui i modelli principali, che variavano a seconda dell’ambiente culturale, della scrittura, dell’impaginazione, della marginatura e dell’ornamentazione, erano sostanzialmente tre: il libro scolastico (o libro da banco) nato in ambiente universitario, redatto in scrittura gotica e caratterizzato dal grande formato ; il libro umanistico, ispirato ai modelli tardo-carolini, nato in e per ambienti umanistici, di formato medio ; il libro popolare, prodotto in ambienti privati, da scribi non professionisti, in centri scrittori religiosi culturalmente arretrati, contente opere volgari, dall’ornamentazione rozza e dal formato piccolo. Gli incunaboli sono debitori nei confronti del manoscritto sia per l’impaginazione che per l’illustrazione: nel primo caso, basti pensare alla tendenza, nei grandi formati, a disporre il testo su due colonne o al centro della pagina, circondato dal commento con un carattere più piccolo e, inoltre, le pagine non venivano numerate, che si affermò lentamente, ma dapprima si sviluppò la tendenza a indicare il numero in cifre romane sul retro, l’indicazione, nell’ultima pagina, della successione delle parole, con cui cominciavano i fogli e una lettera dell’alfabeto sul retro di ogni foglio mentre, per quanto riguarda l’illustrazione, gli stampatori, inizialmente, lasciavano degli spazi bianchi affinché i rubricatori potessero aggiungere a mano i titoli dei capitoli e miniature di vario genere. Successivamente si iniziò a riscontrare l’uso di silografie sulle prime pagine del testo, cui effetto era molto simile a quello della miniatura, che garantiva allo stesso modo la personalizzazione dell’esemplare; la silografia si affermò come la tecnica più usata nella decorazione degli incunaboli.

3. Il libro di larga circolazione: repertorio e caratteristiche materiali L’uso del volgare fu un fattore che avvicinò al libro a stampa anche una parte di lettori meno familiarizzati con il latino rispetto ai letterati tradizionali. Gli stampatori tedeschi furono i primi a saper sfruttare la potenzialità di questo tipo di libro, puntando anche sulle illustrazioni, che potevano, più ancora del testo, contribuire al successo delle edizioni. In Italia gli stampatori furono molto attenti per quanto riguarda la Bibbia, a immettere sul mercato traduzioni in volgare: il primo volgarizzamento apparve a Venezia ma l’autore stesso sottolineò l’importanza del fattore linguistico, infatti, la lettura della Bibbia aveva effetti diversi a seconda della cultura dei lettori, essendo per i dotti fonte di vera sapienza e per i non dotti fonte di vera religione. Attenti a valutare la domanda e a individuare nuove fasce di lettori sono anche numerosi stampatori francesi, estremamente sensibili nei confronti ai gusti di una popolazione urbana laica, in grado di accedere al libro a stampa, anche perché molto meno costoso del manoscritto, non sprovvisti di una cultura scritta poiché molti conoscevano il latino, anche se non lo padroneggiavano come coloro che se ne servivano per mestiere. Alcuni stampatori si dedicarono alla pubblicazione di romanzi d’avventura, storici, o alla versione in prosa di “chansons de geste”, provenienti dalla tradizione carolingi, e di poemi allegorici; queste storie di eroi avevano appassionato le èlites colte delle corti europee e ora, attraverso il libro a stampa, venivano proposte in forma semplificata e accompagnate da illustrazioni molto suggestive per un nuovo e più ampio pubblico. Gli stampatori lionesi fecero una scelta molto diversa da quella degli stampatori tedeschi, che scelsero di produrre libri nel volgare parlato nei diversi luoghi di stampa, al fine di rivolgersi a una clientela locale. A Lione, come in buona parte della Francia meridionale, invece, la lingua più ampiamente parlata non era il francese ma il franco-provenzale, e scelsero di pubblicare i loro libri in francese. In Italia è Firenze la città in cui maggiormente gli stampatori sembrano puntare sin dall’inizio anche sull’editoria popolare e sul genere umanistico, nonostante la stampa fosse arrivata a Firenze relativamente tardi nel 1471 e dovette vincere la diffidenza dei Medici e la fiorente attività di numerosi cartolai. Riuscì a guadagnare terreno, soprattutto nell’ambito del libro di devozione, grazie a tre fattori tipicamente locali: l’alta alfabetizzazione della popolazione urbana, la ricca tradizione manoscritta volgare e popolare, e la rinnovata spinta religiosa. Proprio per l’alta tradizione del manoscritto fiorentino, tali edizioni erano illustrate con cura, vivacità e forza espressiva non ritrovabili altrove soprattutto perché, mentre negli altri grandi centri editoriali gli stampatori avviavano una standardizzazione delle caratteristiche del libro così da diminuirne i costi, a Firenze, gli elementi del libro a stampa ereditati dal libro manoscritto resistettero più a lungo che altrove (principalmente poiché i tipografi si rivolgevano più al mercato locale che a quello esterno). Ma, a parte il caso fiorentino, nell’ambito del libro “popolare” si verifica una continuità con i modelli “poveri” manoscritti, sia per le caratteristiche materiali che per l’organizzazione del testo: si tratta di libri in formato ridotto, di esiguo spessore, in carattere gotico, con carte non numerate, illustrazioni semplici e ripetitive, tipograficamente poco curati sia per l’alto numero di refusi sia per l’improvviso cambiamento di carattere e di corpo. I libri religiosi, e in particolare i leggendari, le vite e i miracoli dei santi, arrivarono a tirature altissime ma è soprattutto la produzione in volgare a registrare le tirature più alte: si ricorda il caso più significativo che è quello del successo delle opere legate alla predicazione di Fra Gerolamo Savonarola, il quale, prima di ogni altro, si servì del nuovo mezzo non solo come strumento per diffondere le sue idee ma anche per rispondere ai suoi detrattori; egli rese l’utilizzo della stampa ancora più efficace con l’inserimento di silografie che, grazie alla grande forza espressiva, erano in grado di stimolare l’immaginario di chi aveva un modesto livello di alfabetizzazione e scarsa dimestichezza con la cultura scritta, consapevolezza che spingeva i tipografi e gli autori a inserire illustrazioni accanto al testo. Proprio in virtù di ciò, si fa più netta la distinzione tra libro dotto e libro “popolare”, di larga circolazione, difatti le illustrazioni silografiche tra le due erano nettamente lontane: i tipi di libri in volgare riportavano immagini dallo scarso

realismo che presentavano stereotipi figurativi dal puro valore simbolico, privo di qualsiasi interesse storico, sono tutte incredibilmente simili e prive di prospettiva e, spesso, non hanno alcun valore con ciò che si sta narrando poiché vengono usate le stesse silografie per situazioni differenti. In alcune opere vi sono indicazioni sulla modalità di fruizione, alcune risultano, mediante dei riferimenti veri e propri, più adatte alla lettura ad alta voce che non alla lettura individuale e viceversa.

4. L’editoria umanistica tra la fine del ‘400 e il primo ‘ Tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 il mercato del libro a stampa si era ormai consolidato, con un’organizzazione che prevedeva la collaborazione tra stampatori di città diverse sia per vincere la concorrenza dei colleghi della propria città sia per fronteggiare i grandi mercanti stranieri operanti nel paese (studiosi di formazione umanistica, pur continuando a utilizzare il manoscritto per far circolare i loro lavori, collaborarono con i tipografi dei grandi centri editoriali europei). Furono anni di grande fermento culturale in cui si assistette a una progressiva diversificazione del repertorio testuale e all’affermazione dell’editoria umanistica, accolta anche dagli stampatori francesi e tedeschi, dopo anni di esitazione. Coraggiosa e innovativa fu l’impresa di Aldo Manuzio che esordì a Venezia nel 1494, a più di quarant’anni, dopo essere stato insegnante, nel mondo dell’editoria; fu, questa, l’inizio di una delle più significative imprese editoriali europee, caratterizzata soprattutto da una potente organizzazione finanziaria, senza la quale non avrebbe potuto né investire nell’ampia scelta di caratteri né avvicinare a sé gli intellettuali più autorevoli del tempo. Esaltava l’utilizzo delle fonti greche per la letteratura, la matematica, la filosofia e la scienza, in particolare per gli ultimi due, infatti la politica dei primi anni sembra indirizzata al recupero dei testi filosofici e scientifici greci; Aldo non era stato il primo a stampare opere greche in caratteri greci, numerose erano state in Italia le iniziative che lo avevano preceduto, tuttavia gli rimanevano ampi spazi di manovra in questo settore. Nonostante le difficoltà del momento, nei primi anni del’500, Aldo rivelò una notevole disponibilità alla sperimentazione, anche mediante l’apertura ai testi latini, e all’innovazione tecnica, caratterizzata soprattutto dall’uso del corsivo, una scrittura alla moda, rapida e, leggermente, inclinata; egli diede inizio a una serie di pubblicazioni proprio con questo carattere nuovo e, dato che l’investimento era stato ingente, Aldo volle difendersi dalle imitazioni con la richiesta al governo veneziano di un privilegio che non riguardava una serie di titoli ma, per la prima volta, un tipo di caratteri. Egli pubblicava non testi inediti ma testi già apparsi in edizioni in formato grande e con ampio apparato critico ma la novità sta nel fatto che le sue edizioni non presentavano alcun commento o note e venivano immerse sul mercato con un carattere e un formato del tutto nuovo infatti erano libri in ottave, tascabili, da poter essere letti ovunque ma la novità risiede non propriamente in questo carattere, che era già stato presentato in passato da altri stampatori, ma nel fatto che si trattasse di classici latini. Il prezzo tascabile non andò a diminuire il costo del libro ma ne vantava la bellezza e la comodità; così riuscì a raggiungere gli uomini colti che si spostavano da una corte all’altra, i patrizi e le donne dell’alta società. L’autore espresse giudizi severi sui suoi contemporanei, dimostrando una netta preferenza per gli antichi (la pubblicazione dei testi latini e volgari non lo allontanarono dal suo programma iniziale e ritornò ai greci), dando, però, comunque spazio ai primi, in particolare si appassionò a Poliziano, che considerava un maestro e a cui aveva reso omaggio con la raccolta delle opere. Per i patrizi veneziani colti e per i letterati italiani e stranieri, la stamperia di Aldo rappresentava un vero e proprio centro culturale un luogo in cui sapere tecnico e filologico trovavano un punto d’incontro; in più, le edizioni dei classici latini e italiani in ottave ebbero così grande successo che Manuzio dovette difendersi dalle imitazioni dei colleghi lionesi e italiani. In lui si era trovato uno stampatore colto e tecnicamente preparato, capace di cimentarsi non solo con testi latini e greci, ma anche ebraici.

2. Il correttore in tipografia Nei primi decenni del ‘500 acquisisce sempre più importanza una figura che precedentemente non aveva avuto un grande rilievo: il correttore; è questo un termine che restituiva un significato più ampio di quello che si intende oggi con l’inglese “editor”. Il correttore aveva il compito di preparare l’edizione di un testo a partire o dai manoscritti o dalle edizioni a stampa, eliminando eventuali errori ma non necessariamente era coinvolto nella correzione delle bozze, operazione, questa, che veniva svolta da personale più o meno qualificato, a cui ricorrevano gli stampatori. È molto difficile analizzare l’editoria in volgare, il mondo intellettuale a cui gli stampatori facevano riferimento, dal momento che la maggior parte di loro non ha lasciato trecce. Spesso si trattava non di un gruppo esclusivo di professionisti della penna ma di ecclesiastici, maestri e uomini che trovavano nell’editoria un modo per arrotondare lo stipendio, che prestavano servizio a più stampatori, a seconda di chi gli offriva occasioni di lavoro; i correttori, però, non erano ritenuti indispensabili da tutti gli stampatori dato che il loro utilizzo era visto come una causa di ritardo e una fonte di spesa che non tutti potevano permettersi. Nonostante ciò, il ruolo dei correttori andò assumendo sempre più maggiore importanza e dai primi decenni del ‘500, i frontespizi dei libri in volgare annunciavano che il testo era stato rivisto e che conteneva materiale aggiuntivo o una lettera fino ad allora sconosciuta, attribuita all’autore. Nel momento in cui l’attività tipografica si consolidò, gli stampatori usarono ogni mezzo per promuovere le loro edizioni tanto da indicare spesso il nome del correttore per far capire all’eventuale acquirente che si trattava di una novità. Gli studi sulla situazione italiana hanno dimostrato l’importanza dei correttori nell’opera di stabilizzazione grafica e lessicale, in un momento in cui si andavano definendo le caratteristiche normative della lingua, coloro che erano incerti sul loro uso richiedevano la presenza di qualcuno che rivedesse il loro lavoro prima di darlo alle stampe. A ricorrere ai correttori non erano dunque solo gli stampatori e gli editori, ma anche gli stessi autori, e intervenivano in diverse sfere: suggerivano i libri da pubblicare, preparavano il testo, gli indici, controllavano l’ortografia, la punteggiatura, le scelte linguistiche e stilistiche. Tuttavia, nonostante il ricorso ai correttori, non mancavano gli stampatori spregiudicati che approfittavano degli investimenti dei colleghi, limitandosi semplicemente a variare il formato di stampa o riprendendo tutte le caratteristiche testuali e materiali, compresa l’impaginazione, il carattere, la punteggiatura ed anche i refusi. In molti casi erano gli autori a fare i nomi agli stampatori di persone di loro fiducia cui affidare la revisione dell’opera: l’autore avrebbe dovuto consegnare la sua copia corretta ma a sua volta lo stampatore, terminata la stampa, si sarebbe impegnato a farla controllare o all’autore stesso o a chiunque quest’ultimo gli avesse indicato. L’assenza degli autori e dei correttori dalla tipografia finiva col conferire ai compositori il controllo sulla stampa, con inconvenienti che andavano dalla dilatazione del testo per concludere il foglio o al contrario alla sua riduzione quando mancava lo spazio. La presenza del correttore non dipendeva soltanto dalla disponibilità dello stampatore a investire denaro nel controllo dei testi, ma anche dal genere infatti per i libri di larga circolazione come per le opere teatrali la cura era certamente inferiore. Vi era l’abitudine dei compositori a non trascrivere parola per parola ma a memorizzare righe intere dell’esemplare: il lavoro all’interno delle stamperie era organizzato in modo da far lavorare senza interruzione i torcolieri e i compositori, con pochissimo tempo per il controllo e la correzione del testo. Le forme tipografiche venivano smontate quasi subito dopo la stampa (la quantità di caratteri a disposizione degli stampatori era infatti limitata e doveva essere immediatamente utilizzata per comporre le pagine successive). Nell’editoria italiana, si passò da una fase in cui la revisione era un solo artificio a scopo commerciale a una maggiore consapevolezza dei problemi linguistici ed ortografici; il correttore esprimeva che non sempre le pubblicazioni recenti erano attendibili, per questo avevano iniziato a contrassegnare a margine le varianti dei diversi manoscritti, lo stesso Aldo Manuzio aveva introdotto l’uso di asterischi per le

parti che non era riuscito a ricostruire, molti furono gli editori che fecero così. Si diffusero gli errata corrige.

3. Dallo stampatore all’editore Nel corso del ‘500 il libro va assumendo caratteristiche sempre più pianificate dallo stampatore o libraio editore: appaiono più curati gli spazi paratestuali, le lettere dedicatorie, le premesse, gli indici, i commenti, i glossari, le note. Si assiste alla trasformazione della tipologia delle illustrazioni infatti l’incisione silografica viene sostituita da quella su rame, che consente una maggiore precisione delle immagini. I libri scientifici necessitano di una cura particolare poiché l’illustrazione non deve evocare soltanto ciò che si narra nel testo ma aiutare un pubblico selezionato e preparato a capire problemi scientifici, particolari tecnici e teorie innovative (inoltre nei libri scientifici raramente si possono usare incisioni già impiegate in altri libri). Nei grandi centri di stampa europei si affermano case editrici nel senso moderno del termine, con una strutturazione interna che consente una programmazione delle scelte editoriali, con personali dai ruoli professionali diversificati, che vanno da anonimi collaboratori a correttori di fama, fondamentali nella scelta dei testi e nella determinazione delle loro caratteristiche filologiche e stilistiche. La funzione del libraio-editore, che a volte è anche stampatore, si delinea lentamente, dapprima attraverso l’inserimento del suo nome sul frontespizio, poi via via anche attraverso la marca e l’indirizzo ma, al di là di questo riferimento esplicito, l’editore si esprime anche attraverso le caratteristiche materiali dei suoi libri, e cioè nella scelta del formato, dei caratteri, delle illustrazioni, dell’impaginazione, elementi che comunicano e fissano un’identità visiva che finisce col rendere riconoscibile e quindi distinguibile una marca dall’altra, così come anche esistono i cataloghi, che si differenzia da quello di altri, rivelando una propria “politica culturale”. Nei grandi centri tipografici la concorrenza è tale che il mercato del libro offre un ventaglio di offerte diversificate che vanno dall’editoria in latino al nuovo mercato del libro in volgare (qualcuno si espone a rischi altissimi con operazioni mai tentate prima). A investire nei libri in volgare troviamo grandi e medie aziende. 4. Biblioteche e lettori I libri a stampa, e in particolare le edizioni dei classici, erano percepiti dai lettori contemporanei come qualche cosa che li avvicinava al mondo antico, prima della stampa difficilmente conoscibili, se non dagli eruditi di professione, le cui biblioteche, però, non erano un luogo chiuso ed esclusivo ma erano luogo aperto ai letterati e agli uomini di cultura. Le sollecitazioni degli umanisti ebbero un effetto di sensibilizzazione e di stimolo sulla politica culturale dei principi tant’è che nel corso del XV secolo nacquero le prime biblioteche di Stato, che racchiudevano sia il repertorio classicista dell’umanesimo, sia quello tradizionale delle biblioteche religiose, sia quello aristocratico-signorile. Alla base di alcune di queste biblioteche si verificava il superamento della contrapposizione tra il repertorio delle opere medioevali e quello nuovo dell’umanesimo, in quanto erano presenti autori di entrambe le tradizioni (prevaleva comunque il repertorio scolastico-universitario). Gli umanisti potevano contare non solo sulle biblioteche pubbliche ma anche su quelle di amici e colleghi, solo così, infatti, si spiega la sproporzione tra le piccole raccolte di alcuni grandi studiosi e l’ampiezza delle letture che traspare dalle loro opere. La storiografia ci ha spesso presentato gli umanisti come uomini nuovi che leggevano i classici direttamente, spesso deridendo i commenti dei loro predecessori, accusati di distorcere il significato dei testi antichi; anche per gli umanisti, però, non esisteva un solo modo di leggere i classici, anzi, gli studi sulle pratiche di insegnamento nelle scuole umanistiche mostrano come i maestri preparassero per i loro studenti i testi classici con le loro introduzioni, rielaborandoli a loro uso e consumo, tagliando o riassumendo le parti più complesse e meno efficaci, annegati di commenti attuali che andavano a rimpiazzare quelli medioevali. Frutto della frammentazione e della decontestualizzazione erano anche i molteplici florilegi e le raccolte di

La stampa fra trasmissione e controllo del sapere

1. L’uso della stampa durante la riforma La stampa ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione della Riforma, infatti essa coincide con un periodo in cui la scoperta di Gutenberg si era già affermata in molte città europee, in particolare in quelle tedesche. Alla vigilia dell’esplosione della Riforma, la stampa aveva accelerato la produzione e la circolazione dei testi scritti, riducendone anche i costi, poiché erano stati forniti gli strumenti fondamentali per la formazione degli stessi riformatori, i quali si resero conto fin da subito di come la stampa potesse offrire una diffusione rapida delle loro idee. In realtà, però, oggi gli storici della Riforma sono più cauti rispetto all’identificazione del potere della parola stampata nella frattura della Cristianità. Dalle stamperie di molte città tedesche uscirono libri di ispirazione luterana o antiluterana mentre altri preferivano non schierarsi, pubblicando libri religiosi di entrambe le confessioni. All’indomani della presa di posizione di Lutero contro le indulgenze, migliaia di pamphlet in volgare invasero le città tedesche: fu, questa, una vera e propria campagna di stampa, affidata a pubblicazioni di poche pagine e dal basso costo, fogli volanti che, spesso illustrati tramite silografie, diffusero le idee di Lutero in tutte le classi sociali. L’uso dell’immagine fu uno strumento essenziale nella propaganda luterana infatti veniva rappresentato Lutero come un santo, un profeta, un padre della Chiesa e il Papa come l’Anticristo; lo scopo dei pamphlet era quello di diffondere le immagini tra gli amici al fine di discuterne con loro perciò l’impatto di queste nuove idee su una società ampiamente analfabeta avvenne principalmente attraverso un’esposizione ad alta voce e collettiva. Le idee riformate penetrarono, attraverso materiale a stampa, in molti altri paesi, soprattutto grazie alla diffusione della letteratura protestante, organizzata in opuscoli o libretti poco appariscenti che, evocavano, nel titolo, nel formato e persino nelle illustrazioni, generi del tutto ortodossi, quali i libretti devozionali, di preparazione ai sacramenti e le vite dei santi. Una delle ragioni del successo della Riforma fu dovuta al fatto di puntare, sin dall’inizio, su Bibbie, libri di preghiere e sermoni in volgare, pur nutrendo dubbi sull’efficacia di quest’ultimo, adattandosi alle diversificazioni linguistiche della Germania, infatti, nel Sud e nel Centro si parlava l’alto tedesco e nel Nord il basso tedesco, destinate alle chiese parrocchiali, alle chiese dei pastori, e acquistate in gran numero dai governi locali con il sostegno dei fondi pubblici, perché si cominciò a lasciar intendere che il rapporto del singolo con le Sacre Scritture fosse incontrollabile e pericoloso; l’interpretazione della Bibbia doveva essere affidata a persone teologicamente competenti e si sviluppò l’esigenza di orientare e preparare la lettura della Bibbia. Per combattere la presunzione di coloro che credevano di conoscere la Scrittura, Lutero puntò su un genere particolarmente adatto all’indottrinamento popolare: il catechismo, da lui definito “Bibbia del laico”, un libretto che conteneva tutto ciò che il cristiano doveva sapere sulla dottrina cristiana; prevedeva l’apprendimento a memoria e facilitava la lettura ad alta voce, coinvolgendo anche coloro che non sapevano leggere. 2. Stampa e censura Già prima dell’affissione delle 95 tesi di Lutero, si era compreso che libro a stampa potesse diventare un pericolo, più di quello manoscritto, per la diffusione di idee eretiche, per le interpretazioni distorte della Scrittura e per espressioni contrarie alla disciplina cristiana; del resto, il sistema delle privative risultò poco efficace e finì con il non tutelare gli stampatori, poiché non si potevano controllare le ristampe e le contraffazioni fatte al di fuori dei confini per i quali la privativa era valida. A operare i primi controlli del materiale a stampa furono le autorità ecclesiastiche delle città tedesche, che si avvalsero della collaborazione delle università; con la Costituzione del 17 novembre 1487, papa Innocenzo VIII poneva le prime basi della censura preventiva sui testi da pubblicarsi, stabilendo la concessione solo per quelli che non esprimevano tesi contrarie alla religione e alla morale, fissando delle pene per coloro che stampassero o facessero

circolare opere non approvate. La Chiesa iniziò a prendere misure sempre più ampie per affrontare il pericolo della diffusione di idee eterodosse, imponendo un controllo dei libri centralizzato a Roma ma, accanto alle autorità ecclesiastiche, anche quelle statali cominciarono a esigere un proprio sistema di controllo anche se è tuttavia difficile capire se i controlli fossero effettivamente praticati sia perché non tutti i grandi centri europei avevano predisposto un sistema di censura sia perché non vi era particolare chiarezza sul ruolo della censura ecclesiastica o di quella laica, molto più rara dato che molti Stati italiani, non attribuendo grande importanza all’editoria, affidavano questo compito solo alle autorità ecclesiastiche. Solo la Repubblica di Venezia si dimostrò sempre attenta al controllo della produzione del libro, anche per l’importanza che aveva assunto, a livello europeo, in questo settore ma, in generale, negli spazi italiani i controlli furono particolarmente severi, rendendo praticamente impossibile la pubblicazione aperta di libri di riformatori o di scritti che li sostenevano. Gli eretici, però, fecero ogni sforzo per divulgare le loro idee attraverso stampe anonime, senza note tipografiche, con false indicazioni di data e di luogo, camuffate con titolo che facevano pensare ad opere ortodosse e le illustrazioni si rifacevano a silografie ben collaudate a completare l’operazione; per questa ragione l’azione della censura cattolica non fu facile e non riuscì a controllare completamente la circolazione degli scritti di ispirazione protestante (tuttavia difficile era la stampa, non l’importazione dall’estero). Nel 1542 papa Paolo III istituì l’Inquisizione romana, un tribunale che svolse un’azione repressiva di una durezza senza precedenti: il solo possesso del libro fu considerato punibile e i roghi di libri sulle piazze segnarono l’immaginario collettivo. Meno rigida era la censura francese, sia per la mancanza di una regolamentazione chiara che definisse gli ambiti della censura statale e di quella ecclesiastica, sia per l’assenza dell’Inquisizione, anche se ricordiamo anche in Francia interventi censori; la situazione cambiò negli anni Quaranta, dove la situazione di relativa libertà si modificò per via della diffusione della pubblicazione di ispirazione calvinista. Con il diffondersi delle idee riformate si assiste al proliferare di elenchi di libri da proibire nei paesi cattolici ma per avere il primo Indice romano occorre attendere il 1559; questo segnò un irrigidimento della censura dal momento che fu privilegiata l’azione della struttura inquisitoriale e tolta ai vescovi la funzione di censura preventiva. L’Indice, organizzato in tre classi, comprendeva l’elenco di autori non cattolici di cui si proibiva l’intera opera, quella di autori cattolici di cui si proibivano solo alcune opere e infine una terza classe di titoli anonimi (erano vietati, ad esempio, Boccaccio e Machiavelli). Il divieto era esteso anche alle letture di Bibbie e Nuovi testamenti in volgare; tuttavia, l’elezione di Pio IV portò una ventata di moderazione infatti egli si mostrò disponibile sia a restituire ai vescovi il controllo sui libri sia a rivedere le proibizioni, limitandole solo ai libri eretici e non all’intera produzione dell’autore, pur mantenendo la divisione in tre classi.

3. Dalla “Bibliotecha universalis” alle bibliografie in volgare Nel 1545 era uscita a Zurigo la “Bibliotecha universalis” di Conrad Gesner, la prima e unica bibliografia con l’ambizione di coprire tutte le discipline del sapere che sia stata pubblicata dopo l’invenzione di Gutenberg. Il repertorio, organizzato in due parti - la prima ordinata per nome dell’autore e la seconda per settori disciplinari – riportava opere manoscritte e a stampa di autori che avevano scritto nelle tre lingue della civiltà occidentale e cristiana: latino, greco ed ebraico. Era aperta a tutte le discipline, senza classificare gli autori migliori ma raccogliendo tutti quelli di cui aveva avuto notizia ( l’obiettivo era quello di formare una guida utile sia per gli studiosi di ogni settore, sia per la formazione di biblioteche private e pubbliche) poiché all’origine dell’impresa c’era il timore della perdita e di veder distrutto un intero patrimonio culturale e, proprio per questa registrazione imparziale, comprese le opere di ispirazione protestante facendo sì, per questa ragione, che la sua opera venisse inserita negli Indici sia di Parigi che in quelli romani, oltre che ad essere utilizzata per individuare i titoli da inserire nell’Indice dei libri proibiti. I repertori bibliografici