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L'era del testimone, Sintesi del corso di Storia Politica

Riassunto accurato del testo di Annette Wieviorka. L'epilogo è presente nella sintesi.

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

In vendita dal 04/01/2022

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Annette Wieviorka - L’era del testimone
1. Testimoniare un mondo sepolto
Durante la Seconda guerra mondiale furono realizzati, dentro i ghetti ebraici, una
serie di archivi entro cui veniva preservata la memoria della popolazione: Emmanuel
Ringelblum riporta l’importanza della scrittura in quel periodo, tutti scrivevano dei
tragici eventi entro dei diari personali affinché un giorno si sarebbe potuta scrivere
la Storia.
In quel momento ci si domandava in che modo sarebbe avvenuta la trasmissione
degli eventi, del resto la storia è scritta dai vinti, nel caso in cui le sorti della storia
fossero andate diversamente, i tedeschi avrebbero ricordato l’evento come una
pagina d’oro entro un grande percorso di ricostruzione sociale, culturale e politica
(Ignacy Schipper); parallelamente a tale tesi Heinrich Himmler, esponente del
partito nazista e membro delle SS sosteneva che in un ipotetico futuro sarebbero
rimasti pochi ebrei e dunque al fine di preservare l’integrità e la dignità del popolo
tedesco sarebbe stato meglio se alcuni segreti fossero portati dai singoli nella tomba
onde evitare una possibile rivoluzione e rivendicazione da parte degli ebrei stessi,
elemento che, sebbene il racconto e la trasmissione degli eventi ebbe tutt’altro
percorso, si presentò tra alcuni ebrei, ricordiamo ad esempio il piano Abba Kovner
ed il piano di avvelenare l’acqua di alcune città tedesche, più in generale una
possibile vendetta è riscontrabile nella nascita di Israele.
Il progetto nazista, come sappiamo, prevedeva l’annientamento sistematico di una
popolazione, l’obbiettivo era eliminare qualsiasi possibile testimone che avrebbe
permesso una riscrittura della storia e proprio davanti a questa possibilità che si
scorge l’importanza degli archivi presenti nei ghetti, tra i più ricchi ricordiamo quello
di Varsavia e di Lodz, in entrambi in luoghi gli scritti venivano nascosti
accuratamente e nonostante fossero stati distrutti nel 1943 grazie ad un intervento
archeologico è stato possibile ritrovare due archivi, alcuni si trovano all’Istituto
storico ebraico di Varsavia, altri sono stati pubblicati in Israele e negli Stati Uniti.
In particolare: dentro il ghetto di Lodz si distinguono due monografie che risalgono
al primo periodo di occupazione di Lodz, la prima tratta della storia degli ebrei di
Lodz dal 1939 sino alla chiusura ermetica del ghetto, la seconda della storia di Lodz.
Dentro gli archivi, su spinta di Julian Cukier, nasce la cronaca del ghetto di Lodz:
coloro che redigono la cronaca sono funzionari del ghetto, il primo bollettino risale
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Annette Wieviorka - L’era del testimone

1. Testimoniare un mondo sepolto Durante la Seconda guerra mondiale furono realizzati, dentro i ghetti ebraici, una serie di archivi entro cui veniva preservata la memoria della popolazione: Emmanuel Ringelblum riporta l’importanza della scrittura in quel periodo, tutti scrivevano dei tragici eventi entro dei diari personali affinché un giorno si sarebbe potuta scrivere la Storia. In quel momento ci si domandava in che modo sarebbe avvenuta la trasmissione degli eventi, del resto la storia è scritta dai vinti, nel caso in cui le sorti della storia fossero andate diversamente, i tedeschi avrebbero ricordato l’evento come una pagina d’oro entro un grande percorso di ricostruzione sociale, culturale e politica (Ignacy Schipper); parallelamente a tale tesi Heinrich Himmler, esponente del partito nazista e membro delle SS sosteneva che in un ipotetico futuro sarebbero rimasti pochi ebrei e dunque al fine di preservare l’integrità e la dignità del popolo tedesco sarebbe stato meglio se alcuni segreti fossero portati dai singoli nella tomba onde evitare una possibile rivoluzione e rivendicazione da parte degli ebrei stessi, elemento che, sebbene il racconto e la trasmissione degli eventi ebbe tutt’altro percorso, si presentò tra alcuni ebrei, ricordiamo ad esempio il piano Abba Kovner ed il piano di avvelenare l’acqua di alcune città tedesche, più in generale una possibile vendetta è riscontrabile nella nascita di Israele. Il progetto nazista, come sappiamo, prevedeva l’annientamento sistematico di una popolazione, l’obbiettivo era eliminare qualsiasi possibile testimone che avrebbe permesso una riscrittura della storia e proprio davanti a questa possibilità che si scorge l’importanza degli archivi presenti nei ghetti, tra i più ricchi ricordiamo quello di Varsavia e di Lodz, in entrambi in luoghi gli scritti venivano nascosti accuratamente e nonostante fossero stati distrutti nel 1943 grazie ad un intervento archeologico è stato possibile ritrovare due archivi, alcuni si trovano all’Istituto storico ebraico di Varsavia, altri sono stati pubblicati in Israele e negli Stati Uniti. In particolare: dentro il ghetto di Lodz si distinguono due monografie che risalgono al primo periodo di occupazione di Lodz, la prima tratta della storia degli ebrei di Lodz dal 1939 sino alla chiusura ermetica del ghetto, la seconda della storia di Lodz. Dentro gli archivi, su spinta di Julian Cukier, nasce la cronaca del ghetto di Lodz: coloro che redigono la cronaca sono funzionari del ghetto, il primo bollettino risale

al 12 gennaio 1941, l’ultimo in 30 luglio 1994, entro questi scritti vi è un’alternanza linguistica tra tedesco e polacco, soprattutto intorno al 1942, ma indipendentemente dal linguaggio utilizzato si scorge una certa circolarità nella presentazione dei bollettini: vi sono le stesse rubriche indicate con dei sottotitoli: il tempo nel ghetto, il censimento, la salute e le malattie, il mercato nero e le deportazioni, tra questi elementi si scorge una sezione dedicata alle voci, ossia al sentito dire e fino al 1942 queste informazioni fornivano una speranza, lasciavano una possibilità all’occupazione della Germania e quindi alla salvezza, ma nel momento in cui cominciarono le deportazioni il sogno svanì→ in ciò si scorge l’importanza della scrittura, che essa sia un diario o un giornale, rappresenta un appiglio all’immaginazione, alla salvezza. Le modalità in cui questi scritti sono pervenuti sono particolarmente complesse, alcune di esse sono state al centro di dibattiti o semplicemente tenuti nascosti per motivi ideologici e convenzionali, altri invece sono pervenuti anni dopo come il Livre retrouvè: due polacchi nel 1978 consegnano all’Istituto ebraico di Varsavia una bottiglia sigillata entro cui viene raccontata la storia degli ebrei di Plock, dall’occupazione tedesca sino alla liquidazione del ghetto, la particolarità di questo scritto sta nel suo ritrovamento avvenuto puramente per caso, esso fu ritrovato sotto un gradino durante dei lavori di ristrutturazione. Gli scritti tra di loro hanno in comune il fatto che appartengono tutti all’oltretomba, ma al contempo stesso si differenziano nello stile, nel linguaggio e nelle modalità di racconto: alcuni redigono dei telegrammi giornalieri in cui viene annotato per filo e per segno ogni tratto della giornata, altri invece si avvicinano alla letteratura consegnando così la propria testimonianza all’eternità, prendiamo in considerazione due scritti:  Diari di Czerniakow: può essere considerato come la sintesi tra letteratura e telegramma, entro il quale l’autore riporta con molta crudezza ciò che si sta presentando, annota dei dettagli che solo chi sa di morire può scrivere.  Lo scritto di Simha Guterman venne predisposto come un libro, con capitoli e paragrafi affinché un giorno i suoi cari avrebbero potuto riscoprire quella sofferenza. La testimonianza scritta trasforma l’esperienza individuale in collettiva, in una logica in cui tutti scrivevano si è avvertita la necessità di raccogliere gli appunti ed i diari di chi non è riuscito a sopravvivere, tuttavia questo rapporto tra memoria e scrittura è continuato anche dopo la liberazione dell’Europa dal nazismo, sia nella poesia yidish sia tramite la redazione collettiva dei libri del ricordo, quest’ultimi rappresentano l’incrocio tra la tradizione memorialistica e la scuola storiografica ebraica, bisogna

stessi (la malattia, l’inizio della guarigione, lo specchi rotto), vengono proposte due versioni dello stesso episodio, nel primo caso l’ebreo, in segno di rinascita, rompe l’immagine della morte (il pugno nello specchio) in segno di protesta contro una Germania che non può e non deve rinascere, nel secondo caso invece il sopravvissuto e morto e vivo allo stesso tempo. Naomi Seidam attribuisce il successo de’ La Nuit alla prefazione aggiunta nel 1958 di Francois Mauriac, tra i due, nota la storica vi è un rapporto particolare, in cui Mauriac funge da garante morale ed offre a Wiesel il proprio statuto letterario, offrendogli l’opportunità di avere un pubblico di lettori più ampio. Tuttavia, vi sono diverse considerazioni che la stessa Naomi Seidam fa su Wiesel, anzitutto nota come il testo, soffermandosi sul ruolo del silenzio collegato a Dio, va ad inserirsi in quel quadro secondo cui la morte Dio sarebbe ricompensata con la nascita della memoria del testimone, ma al contempo stesso va a criticare Wiesel di insistere su elementi che rientrano nel campo dell’oblio, nota quindi una differenza tra la prima testimonianza, quella che racconta per alleggerirsi da un carico, e quella inaugurata da Wiesel, in cui si vi è sicuramente l’obbiettivo di raccontare ciò ch’è stato attraverso la propria lingua, ma vi è anche quello di estendere il proprio pubblico di lettori e Wiesel vi riuscì con la traduzione in Francese, chiaro che per Wiesel lo yiddish resta comunque la lingua per eccellenza per il testimone. (Accostamento con Primo Levi: ruolo di scrittore-testimone) Nel rapporto con la memoria bisogna inserire anche una serie di monumenti eretti per ricordare ciò ch’è stato, alludiamo al memoriale di New York lungo il fiume Hudson ove, inserendosi a pieno nel contesto culturale degli anni 50, vengono ricordati i sei milioni di ebrei sulla scia degli eroi del ghetto di Varsavia, o ancora il memoriale francese del 1956, quanto alla popolazione ebra sono stati costruiti entro i cimiteri stessi diversi memoriali su cui sono stati, inoltre, incisi i nomi delle vittime, quest’ultime ricordiamo come vengono lette in un giorno preciso tra il capodanno ebraico ed i giorni della penitenza. In sé i memoriali ebraici riportano un limite, nonché l’espressione di una memoria chiusa e circoscritta, come se il ricordo e la condivisione spettasse solo a chi ha vissuto il dramma, si scorge una certa esclusività nella memoria, in cui i sopravvissuti non emergono in alcuna parte del corpo sociale, affinché questo assetto cambi è necessario andare oltre l’esperienza individuale, una svolta in tal senso è stata costituita dal processo Heichmann.

2. L’avvento del testimone.

Il processo Heichmann costituisce una svolta nella storia della testimonianza e del rapporto con la memoria, viene inaugurata infatti una nuova stagione in cui emerge la memoria del genocidio in relazione, soprattutto con i media, bisogna sottolineare infatti come il processo si differenzia da quello di Norimberga, in quanto viene interamente filmato al fine non solo di testimoniare in diretta televisiva il processo, ma anche per scorgere le emozioni ed i possibili ripensamenti da parte dell’imputato. Eichmann è stato identificato come uno dei responsabili della soluzione finale, dato per disperso, venne ritrovato dai servizi segreti israeliani, rapito e successivamente processato, l’obbiettivo era quello di rivendicare la forza della nuova generazione d’ebrei e legittimare lo stato d’Israele, si tratta di motivi ed obbiettivi fini alla politica sia interna che esterna. Prima di giungere al processo Eichmann, nel secondo dopo guerra, in Europa furono tenuti una serie di processi: durante il processo di Norimberga (45-46) venero accusati tutti coloro ritenuti come grandi responsabili, gli altri d’importanza minore furono processati nei tribunali ‘’locali’’, un esempio è Rudolf Hoss il quale fu condotto in Polonia, giudicato a Cracovia ed ucciso ad Auschwitzs. In Germania, sebbene la popolazione tedesca fosse troppo occupata a trovare del cibo ed una dimora, i processi iniziarono e videro condannare tedeschi, da altri tedeschi, per aver ucciso dei tedeschi, negli anni in cui avvennero i processi, vi fu la questione riparazioni tedesche, che videro un accordo tra Israele e Germania nel 1952, ove la Germania dell’Ovest s’impegnava a normalizzare la vita di coloro che avevano scelto il paese in cui risiedere. I processi svolti non furono di certo facili, poiché trovare delle prove ed i testimoni in sé risultò particolarmente difficile, analogamente cominciarono, sempre negli anni 50’ ad essere pubblicati i primi libri da parte dei testimoni (si registra una nuova spinta letteraria) e ad essere costruiti i primi memoriali. Con la divisione della Germania, cambiarono alcune leggi, ad esempio nel 1955 tutti coloro che sono sospettati di crimine con pena inferiore ai 10 anni verranno assolti, ma questa modifica e più in generale l’istaurazione di un clima di pseudo normalità fa emergere, verso la fine degli anni 50’ la reviviscenza del ricordo del nazismo. Nel 1958 a Ludwisburg, vicino Stoccarda, viene istituito il Servizio centrale d’inchiesta sui crimini nazionalsocialisti dove un equipes di specialisti si mise ad indagare sui luoghi in cui si erano realizzati i massacri, ad esempio fu individuato il battaglione 101 che perpetuò una serie di massacri in Polonia a partire dal 1942, in questo contesto d’indagine che si colloca il caso Eichmann: Fritz Bauer nel 1957 chiede di esser ricevuto dal rappresentante dello Stato d’Israele a Bonn al fine d’informarlo circa la presenza di Eichmanna Buenos Aires, nonostante gli sfor

chiesto se effettivamente a partire dalla testimonianza si potesse riscrivere la storia , a tal proposito Hannah Arendt pone diverse osservazioni: anzitutto non si è operata una distinzione tra ciò che il testimone ha vissuto 15/20 anni prima e le informazioni che ha acquisito dopo, in secondo luogo nessuno si è chiesto se ciò che si stesse raccontando avesse a che fare con l’operato di Heichmann, la Storia costituisce l’elemento del processo. -L’avvocato difensore di Heichmann, con molta discrezione, spesso ribadisce durante il processo, il fatto che il testimone nel suo racconto stia andando fuori tema- Traendo le somme, il processo di Eichmann ha segnato una svolta nella storia: il ruolo del testimone è stato ridisegnato, se fino a quel momento poteva conservare la propria identità entro la vita associativa (socialità tra persone con lo stesso vissuto), adesso diventa il portatore della storia, colui che permette di scrivere ciò ch’è accaduto, nasce un uomo-memoria che attesta il passato, in tal senso il percorso storiografico si sdoppia in due percorsi, da un lato vi è la storia della Soluzione Finale, del processo di Norimberga, dall’altra vi è la storia scritta dal punto di vista delle vittime, del processo di Gerusalemme. Cambia, inoltre, anche la figura dello storico, secondo Daniel Goldhagen lo storico deve attestarsi su una linea soggettiva, percepire le intenzionalità storiche di un determinato fenomeno in cui la voce dei testimoni è in grado di far apparire la criminalità dei testimoni (vicinanza con Hausner).

3. L’era del testimone. Tra gli anni 70’ ed 80’ il ruolo delle testimonianze cambiò e con esso la trasmissione storica degli eventi, si assistette inoltre al trionfo dell’ideologia dei diritti dell’uomo: l’uomo viene posto al centro della società retrospettivamente alla storia. Nel 1978 andò in onda per la prima volta la serie televisiva Olocausto, l’obbiettivo era quello di porre a confronto, due famiglie borghesi, una tedesca e l’altra ebrea, la famiglia Weiss, ne seguì un grande successo soprattutto negli Stati Uniti, alle quali si affiancarono una serie di critiche: anzitutto venne considerata una serie troppo hollywodiana, che dava spazio ad elementi secondari del fenomeno anziché evidenziare le reali atrocità e le violenze perpetuate sulla popolazione ebraica presente in Europa, venne criticato un modello che non rispettava la reale società europea del periodo, diversa culturalmente e socialmente, quanto riportato infatti permetteva un processo d’identificazione più agli statunitensi che agli europei e agli ebrei stessi, quest’ultimi, inoltre, criticarono l’appropriazione illegittima di una memoria e di una storia che per diritto non gli apparteneva.

L’ondata di critiche segui la serie, fece scaturire un sentimento nella popolazione ebraica, un desiderio di raccontarsi e testimoniare un preciso momento della loro esistenza, si manifestò una tendenza analoga al processo Heichmann e alla volontà diffusa di prendere parte al processo come testimoni, secondo Geoffry Hartmann il momento coincide con la ricostruzione generazionale e con la spinta promossa da Wiesel nel non provare vergogna per quello ch’è stato. Oltre al contesto sociale e culturale è cambiato anche il contesto politico, basti pensare alla guerra Sei giorni, la quale permise una prima realizzazione dello stato d’Israele, a seguito delle quali vi fu un cambio di coscienza, una rottura nel mondo sionista: Israele non era più un’utopia, si era formato occupando i territori adiacenti e proprio su quest’ultimo elemento che si registra una svolta politica, Jimmy Carter dichiara la necessità di riconoscere uno stato palestinese, dunque chiede ad Israele di ritirarsi entro i confini delineati prima delle guerra dei sei gg. La serie, tuttavia, nonostante le critiche, ha permesso un approccio diretto con la questione, tant’è che all’Università di Yale si decise di fondare un ‘’Progetto cinematografico sui sopravvissuti dell’Olocausto’’ con l’obbiettivo di restituire la parola al testimone e permetterne la diffusione, dunque l’ascolto, le interviste si soo svolti in luoghi neutri privi di distrazione, in cui erano presenti il testimone e l’intervistatore, il cui compito era quello di far soffermare il testimone su determinati avventi ed aiutare il testimone a rievocare momenti dolorosi, si è creato un ‘’patto testimoniale’’ come afferma Geoffrey Hartman, ad oggi i videoarchivi non sono più isolati, a partire da esso se ne sono scaturiti diversi tra cui ricordiamo quello finanziato da Steven Spielberg, tra i due progetti vi sono una serie di divergenze, se il con il progetto di Yale si vuole dare una risposta alla serie Olocausto, con l'intento di far sentire un'altra voce, in Scindler’s List la testimonianza è posta come un elemento complementare, se a Yale lo staff lavorò a titolo benefico, con Spielberg il progetto assunse una portata industriale, egli infatti ha dato vita ad una fondazione per finanziare il progetto (alla quale aderirono la NBC ed il Timer Warner), inoltre ha istituito un corso di formazione per gli intervistatori, il cui obbiettivo unico doveva essere quello di raccogliere quattro testimonianze al giorno in diverse aree geografiche. Anche gli obbiettivi sono differenti Spielberg, oltre la realizzazione del film, voleva lasciare in eredità alle future generazioni. Tutte le informazioni raccolte dallo staff di Spielberg sono state successivamente catalogate, per informazioni, entro dei server accessibili a tutti coloro che vogliono documentarsi, ad esempio, sui familiari del testimone, sino al 1998 la Banca Dati della Fondazione Spielberg aveva catalogato solo 1.600 testimonianze, ma la catalogazione continua nel tempo e come affermò Micheal Berembaum si sta

gran parte) preferisce le modalità in cui si è realizzato il progetto di Spielberg, sia per il rapporto intimo con l’intervistatore, sia perché la fama del regista/produttore l’investe di riflesso; cambia anche il rapporto con la testimonianza stessa, non viene vista più come un semplice raccontare ciò ch’è stato, piuttosto viene visto e proposto come un’eredità da consegnare ai nipoti, come un qualcosa che permette al testimone stesso di riscattare la propria integrità, raccontarsi vuol dire non essere più un relitto (Anne-Lise Stern), permette di restituire memoria e dignità a chi non può raccontarsi, non perché le testimonianze siano tra di loro tutte uguali, ma per permettere a chi non può ascoltare in modo diretto, dai familiari ad esempio, le circostanze della morte. Tuttavia, indipendente dalla volontà di trasmettere qualcosa alle generazioni future, il testimone avverte come un obbligo morale, imposto da parte della società, di raccontare ciò ch’è stato: Anne-Lise Stern parla di ‘’Sii deportata e testimonia’’, svelando il fastidio d’essere identificati entro una determinata realtà e costretti, in quanto deportati, a raccontarla, a questa lamentela se ne aggiunge un’altra ossia quella di essere derubati della propria memoria e posti in una costante competizione tra diversi specialisti, come sottolinea Henry Bulawko si viene a creare un rapporto quasi fastidioso tra lo storico e il testimone, in cui lo storico pur sentendosi impotente davanti colui che racconta la propria storia e del proprio vissuto, cerca costantemente di trovare delle informazioni su date ed eventi che possano arricchire il proprio studio, in breve il testimone ha il diritto di raccontarsi e di dar voce alla propria identità, ma deve tenere in considerazione la possibilità d’entrare in conflitto con lo storico e la sua naturale propensione alla ricerca della verità. Ad oggi, questo contrasto è detto dalla doppia presenza delle due figure, durante un’intervista ad esempio sono presenti sia il testimone che lo storico, l’uno a conferma di quanto dice l’altro, vi è poi un altro aspetto da considerare quello che attribuisce al testimone il ruolo dello storico, ad esempio entro le scuole spesso affidato al testimone il compito di parlare sia della prospettiva storica sia di ciò che ha vissuto sulla propria pelle; in questo contesto il ruolo del testimone è cambiato radicalmente, non risponde più ad una necessità interiore, quanto ad un obbligo che lo identifica come apostolo e profeta, come colui che deve battersi affinchè la Shoah scivoli nell’Obliò e contro la rinascita di movimenti fascisti, in tal senso il ruolo del testimone è mutato in atto politico. Rispetto agli anni 90’ del secolo scorso in cui i testimoni ponevano la propria storia in relazione al proprio percorso di vita, traevano delle somme della propria esistenza, oggi la questione è differente, tutto viene riportato a quel preciso

momento, il testimone viene intervistato in quanto deportato e pertanto deve relazione la propria vita sui ghetti, sui campi di concentramento e di stermino, deve considerare la deportazione come un punto di partenza da cui rinasce, su questo punto non sono molti gli studiosi che hanno riportato delle critiche, eccezione per Ruth Kluger che difende la propria identità prima della deportazione. Infine bisogna chiedersi, quali siano le motivazioni che spingono alla conservazione e alla raccolta delle testimonianze: per alcuni è da inserire entro la normale attività archivistica, per altri si parla della possibilità di restituire voce a chi non l’ha, quest’ultima coincide anche la diffusione dei libri del ricordo in cui vengono delineate voci, volti ed espressioni di chi non c’è più (ciò è riscontrabile in Le Mémorial des Juifs de France, un’opera in cui venivano elencati tutti i nomi dei deportati francesi); nei videoarchivi la situazione è differente: è il testimone a parlare della propria esperienza, permettendo così la realizzazione del concetto d’intimità, questo verte sulle modalità del racconto, sulle espressioni e sui sentimenti che trapelano, in televisione ad esempio si cerca di far leva su questi aspetti, attenzionando con la telecamera gli sguardi ed i gesti, in tal senso si viene a creare un meccanismo specifico:  Testimone: si rivolge al cuore di chi lo ascolta, stipulando un patto di compassione con chi lo ascolta  Trasmissione: punta sulle debolezze e sulle emozioni del testimone, le evidenzia con apposite inquadrature  Ricezione: accosta infelicità ed empatia con le sofferenze In tal modo, nazismo e shoah sono entrati a far parte della vita pubblica, l’obbiettivo non è offrire una prospettiva storica, in un certo senso la cancella.

4. Epilogo Il processo Papon. Il processo Eichmann segna l’avvento dell’era del testimone, il processo Papon segna un altro cambiamento, ossia il passaggio per gli storici per l’accusa e la difesa: generalmente tra i diversi processi vi sono diverse voci contrastanti che cercano di ereggere una testimonianza sull’altra, in questo caso invece tutti sono d’accordo sul fatto che la testimonianza più significativa sia quella di Esther Fogiel, la quale fa la sua comparsa il 37’ giorno del processo: racconta la sua infanzia, la fuga dalla Lettonia, i genitori che lavorano duro, gli anni con la balia ed il distaccamento con la famiglia nel 1940, proprio questo elemento costituisce la singolarità del racconto, Esther Fogiel viene affidata ad una famiglia, che dopo tre giorni dalla sua presenza entro la casa, cambiano repentinamente atteggiamento, diventano crudeli, viene