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Riassunti che spiegano in modo schematico la situazione dell'italia del miracolo economico, in modo completo e dettagliato.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Il miracolo economico Fra il 1958 e il 1963 giunse al culmine il progetto di crescita economica iniziato in Italia dopo il 1950. Furono questi gli anni del miracolo economico. Lo sviluppo interessò l’industria manifatturiera e un incremento particolarmente significativo si verificò nei settori siderurgico, meccanico e chimico dove fu più ampio il rinnovamento degli impianti e delle tecnologie. L’aspetto più evidente fu quello delle esportazioni di prodotti industriali soprattutto nei settori degli elettrodomestici e dell’abbigliamento. La diffusione dei prodotti italiani, la solidità della lira, la stabilità dei prezzi ma anche il successo di eventi come le Olimpiadi di Roma del ’60 o il centenario del ’61 improntarono un generale ottimismo circa l’avvenire produttivo del paese.
Molti erano i fattori che avevano promosso il miracolo:
La compressione salariale degli anni ’60 era il risultato di una larga disponibilità di manodopera e basso costo, mentre gli impiegati in agricoltura anno dopo anno calavano aumentavano quelli occupati nell’industria, trasformando l’Italia in un paese pienamente industriale.
Molto limitata fu invece la modernizzazione delle attività agricole che mantennero una scarsa produttività. L’agricoltura non riuscì a rispondere positivamente all’accresciuta domanda della popolazione e alla diffusione di nuove abitudini alimentari come il consumo di carne.
La crescita dei consumi fu resa possibile dall’aumento generalizzato delle retribuizioni che si verificò a partire dagli anni ’50. Il calo della disoccupazione conseguenza dello stesso sviluppo economico acrebbe la capacità contrattuale dei lavoratori, con una serie di lotte sindacali. Questi aumenti ebbero però l’effetto di ridurre i margini di profitto e di mettere in moro un processo inflazionistico. Così nel 1963-4 il miracolo economico conobbe una battuta d’arresto. Gli investimenti si ridussero drasticamente, a partire dal ’66 però la crescita riprese anche se a ritmi più lenti. Erano venuti in primo piano problemi economici e sociali legati agli squilibri e alle distorsioni del modello italiano di sviluppo.
Le trasformazioni sociali Negli anni ’50 e ’60 la società in combinazione con il boom industriale ebbe una serie di profonde trasformazioni, si lasciò alle spalle le strutture e i valori della società contadina ed entrò nella civiltà dei consumi.
Il fenomeno più importante e imponente fu l’esodo dal Sud verso il Nord e dalle campagne verso le città. Roma, Milano e Torino crebbero la loro popolazione aumentando di pari passo anche il tasso di occupazione. Questi fattori erano segno di un progresso economico del paese. L’espansione delle città avvenne spesso in forme caotiche senza piani regolatori e senza un adeguato intervento dei poteri pubblici. L’integramento degli immigrati meridionali fu tutt’altro che indolore e almeno all’inizio si notava il divario fra Nord e Sud del paese. Tuttavia, in quegli stessi anni, le differenze nei comportamenti sociali cominciarono ad attenuarsi: ebbe inizio un processo di integrazione legato alle comuni esperienze lavorative ma favorito anche dalle generazioni più giovani, alla scolarizzazione e ai consumi di massa.
La televisione e l’automobile furono gli strumenti e i simboli principali di questo cambiamento. La televisione fu il maggiore strumento di unificazione linguistica e culturale dell’Italia del miracolo. L’automobile fu l’espressione principale di una supposta pianificazione economica e sociale, simbolo di una
nuova indipendenza e di una nuova libertà di movimento con anche la grande costruzione delle reti autostradali completate negli anni ’70.
Il centro-sinistra Il miracolo economico si accompagnò all’allargamento delle basi del sistema politico, attraverso l’ingresso dei socialisti nell’area di governo. Si trattò del primo mutamento degli equilibri politici italiani e la rottura della coalizione tripartita e con il trionfo nel ’48 del partito democristiano. Fu una scelta operata a livello di gruppi dirigenti dei partiti interessati. Eppure, tutto ciò suscitò molte speranze di rinnovamento e anche molti timori.
Dalle elezioni del ’58 videro frapporsi numerosi ostacoli all’apertura verso sinistra principalmente per la destra economica e per parte della DC ma anche dal Vaticano e negli ambienti statunitensi diplomatici.
La svolta maturò in seguito a una serie di avvenimenti drammatici. Nella primavera del 1960 il democristiano Tambroni non riuscendo a trovare un accordo con socialdemocratici e repubblicani formò ugualmente un governo monocolore con l’appoggio determinante del Movimento sociale: il che suscitò proteste dei partiti laici e della stessa sinistra Dc. La tensione esplose alla fine di giugno quando il governo autorizzò il Msi a tenere il suo congresso nazionale a Genova, nonostante l’opposizione delle forze democratiche cittadine. Suscitò una vera e propria rivolta popolare: per tre giorni operai e militanti antifascisti si scontrarono duramente con la polizia. Alla fine, il governo cedette e il congresso fu rinviato. Ma altre manifestazioni antigovernative dilagate in altre città come Roma furono represse aspramente provocando morti. In un clima di sollevazione dell’opinione pubblica di sinistra, Tambroni fu sconfessato dalla stessa DC e costretto a dimettersi. Con lui cade ogni ipotesi di governo appoggiato dall’estrema destra.
Per superare la gravissima crisi fu creato un governo monocolore presieduto da Fanfani, che ottenne nell’agosto del ’60 l’astensione dei socialisti in Parlamento, aprendo così la stagione politica del centro- sinistra. La nuova alleanza fu sancita dal congresso della DC che si tenne nel gennaio del ’62 grazie alla sapiente regia di Aldo Moro, che riuscì a far accettare la svolta al grosso del suo partito. Un nuovo governo Fanfani formatosi nel marzo del ’62 e composto da Dc, Pri e Psdi, si presentò con un programma concordato con il Psi che si impegnava a dare il suo appoggio a singoli progetti legislativi.
Fu proprio in questa fase che si raggiunsero i risultati più avanzati:
Le ultime due richieste come presupposto di alleanza dai socialisti miravano a un avvio di programmazione economica: disegno che mirava a potenziare gli strumenti di intervento statale sull’economia al fine di risolvere gli squilibri tra Nord e Sud.
La nazionalizzazione dell’industria elettrica fu portata a compimento nel novembre de ’62 con la creazione dell’Ente nazionale per l’energia elettrica Enel. L’attuazione delle regioni venne rinviata perché la Dc temeva avessero dato più potere alle sinistre a livello locale. La programmazione economica rimase più un simbolo utopico riformatore che non una vera e propria attuazione. Il contrasto non riguardava la quantità e la portata delle riforme, ma anche le priorità da introdurre nella politica di programmazione. Che per i socialisti doveva privilegiare gli investimenti e la spesa sociale, mentre per i repubblicani comportava anche un controllo della dinamica salariale.
I contrasti nella maggioranza furono esasperati dall’esito delle elezioni dell’aprile ’63. La perdita dei voti della Dc e del Psi, il successo dei liberali e il rafforzamento dei comunisti accentuarono le resistenze moderate i n seno alla Dc e inasprirono le divisioni interne del Psi. Un governo organico di centro-sinistra si formò solo nel 1963 sotto la presidenza di Aldo Moro.
riunificazione con la costituzione nel ’72 della Federazione unitaria, ma destinato a interrompersi alla fine del decennio. Rinnovarono profondamente le loro strutture con la creazione di organi di rappresentazione diretti: i consigli di fabbrica. Cominciò una fase in cui i sindacati iniziarono ad ottenere un peso crescente nella società italiana, questo grazie anche all’approvazione in Parlamento nella primavera del ’70 dello Statuto dei lavoratori una serie di norme che garantivano le libertà sindacali e i diritti dei lavoratori all’interno delle aziende.
Nel complesso, le lotte degli studenti e degli operai trovarono pochi sbocchi in un sistema politico che mostrò nell’occasione la sua rigidità e il suo scarso dinamismo. L’unico intervento di rilievo nel campo dell’istruzione fu la liberalizzazione degli accessi alla facoltà universitarie furono comunque approvate leggi importanti come:
La crisi del centro-sinistra La debolezza dei primi anni ’70 dell’esecutivo si mostrò non solo davanti alle frequenti crisi di governo ma anche nel modo in cui affrontarono il primo manifestarsi del terrorismo politico.
La conferma dei pericoli corsi dalle istituzioni venne
L’impotenza dimostrata in queste occasioni rifletteva le profonde divisioni all’interno dello schieramento di governo. Mentre ampi settori della Dc e del Psdi tendevano a farsi interpreti di un’opinione pubblica moderata spaventata dalle agitazioni operaie e studentesche, e a spostare dunque verso destra l’asse politico della maggioranza, il Psi mirava apertamente a equilibri più avanzati, cioè al progressivo coinvolgimento del Pci nelle responsabilità di governo.
Il ricorso a elezioni anticipate nel maggio del ’72 si rivelò inutile e non portò mutamenti di rilievo. Né il governo centrista con Dc socialdemocratici e liberali guidato da Andreotti né i successivi di centro-sinistra guidate da Mariano Rumor furono in grado di compiere scelte politiche di ampio respiro e di affrontare con efficacia le tensioni che si verificavano nel periodo.
Alla fine del ’73 le difficoltà economiche furono aggravate dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana del Kippur. Alle difficoltà economiche si aggiungeva un crescente disagio morale provocato da una serie di scandali in cui furono coinvolti numerosi esponenti della maggioranza, messi sotto accusa per aver fornito gruppi di pressione italiani e stranieri in cambio di tangenti destinate a finanziare i rispettivi partiti. La rapida adozione nel ’74 di una legge sul finanziamento pubblico dei partiti rappresentati in Parlamentato non servì a sanare la frattura fra società politica e civile. In presenza di una diffusa sfiducia nel sistema dei partiti l’elevata politicizzazione degli italiani prese forme di un accentuato impegno sul campo del terreno dei diritti civili. Nel ’74 quando venne messa a referendum la legge sui divorzi l’esito mostrò una società cambiata.
I mutamenti intervenuti nella società italiana trovarono ulteriore riscontro in due leggi approvate nel ’75:
sull’onda del successo del referendum l forze del cambiamento parvero in ascesa e a cogliere questi frutti politici fu soprattutto il Pci. Il suo segretario Enrico Berlinguer sostenne la necessità di giungere a un compromesso storico, ossia a un accordo di lungo periodo fra le forze comuniste, socialiste e cattoliche, come unica via per scongiurare i rischi di soluzioni autoritarie e per allargare le basi dell’azione riformatrice. In seguito, il Pci stabilì contatti con comunisti francesi e spagnoli per avviare una politica comune in Europa occidentale con connotati diversi da quelli del comunismo sovietico. eurocentrismo
Il carattere moderato e rassicurante della proposta del compromesso fecero del Pci il comune punto di convergenza delle forze delle eterogenee istanze di trasformazione che si agitavano nella società italiana. Lo si vide nelle elezioni regionali e locali del giugno del ’75 che registrarono un vistoso aumento del Pci e consentirono la formazione di giunte di sinistra in molte regioni del Centro-Nord.
Lo spostamento a sinistra dell’elettorato accentuò i dissensi fra Dc e Psi. Si giunse così nel dicembre ’75 al disimpegno socialista dal governo, che segnò in pratica la fine dell’esperienza del centro-sinistra. Non trovando una formula politica di ricambio si ricorse ancora una volta alle elezioni anticipate nel ’76. Ci fu la crisi del vecchio gruppo dirigente e l’ascesa alla segreteria di Bettino Craxi, leader della corrente autonomista.
L’esito delle elezioni del giugno del ’76 lasciava aperto il problema di una nuova formula di governo. Visto che i socialisti non erano per il ritorno del centro-sinistra e non c’erano i margini per un centrismo l’unica soluzione plausibile era il coinvolgimento del Pci nella maggioranza. Si giunse così, in agosto, alla costituzione di un governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti che ottenne l’astensione in Parlamentoo di tutti gli altri partiti, esclusi il Msi e i radicali. Non era ancora il “governo di emergenza” con la partecipazione di tutti i partiti costituzionali, invocato dalle sinistre, ma era pur sempre una risposta della classe politica a una situazione di crisi.
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