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L’italiano. Strutture, comunicazione, testi (C. Giovanardi - E. De Roberto) capitolo 2, Appunti di Lingua Italiana

riassunto del capitolo numero due

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 26/06/2021

2215mm
2215mm 🇮🇹

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Foni, Fonemi, Allofoni, Coppie Minime
La fonologia (gal greco phone voce, suono e dal suffisso –logia dal greco lògos parola, discorso) è la
disciplina che si occupa di discrivere il funzionamento dei suoni in una determinata lingua.
Prima di tutto bisogna distinguere foni e fonemi:
i foni sono entità fonatorie concrete, cioè i suoni come vengono prodotti materialmente dall’apparato
fonatorio umano, minima parte del suono che non cambia significato alla parola
i fonemi sono invece delle classi di foni che sono portatori di significato e che sono in grado di differenziare
due parole, non ha un vero e proprio significato, ma lo porta alle parole
Se prendiamo ad esempio due coppie minime (parole che hanno significato differente per un solo suono):
le parole cane e rane c e r sono due foni ma sono anche due fonemi in quanto cambiano il significato della
parola, se due foni occorrono nello stesso contesto dando luogo ad una coppia minima, si dice che sono in
distribuzione contrastiva e quindi sono fonemi, se invece un suono no determina una parola diversa vuol
dire che non ha carattere distintivo ed è quindi un fono ma non un fonema. La r moscia e la r vibrante ad
esempio non cambiano il significato alla parola, sono quindi dei foni, essi sono anche gli allofoni del fono r,
ovvero realizzazioni foneticamente diverse dello stesso fonema. Gli allofoni possono essere in variazione
libera, in questo caso è il parlante che decide (molte volte inconsapevolmente) quale allofono usare,
oppure in variazione combinatoria, la n di naso è diversa da quella di anca. Nell’alfabeto IPA si indicano // i
fonemi e [] i foni, anca verrà quindi trascritta /‘anka/ in fonematica e [‘aɳka] in fonetica.
La lingua italiana utilizza 30 fonemi, 45 se si tiene conto delle doppie come nn di canna, nel sitema fonetico
internazionale i due punti indicano il grado intenso del fonema, contiamo quindi:
- 7 vocali (in posizione tonica)
- 2 semivocali o semiconsonanti
- 21 consonanti (di cui 15 possono essere in posizione estesa)
Vocali:
sono suoni prodotti senza che l’aria che esce dai polmoni incontri barriere (a differenza delle consonanti). Si
tratta degli unici fonemi che in italiano possono essere tonici. Tra le 7 presenti si riconosco nono:
- 1 centrale: /a/
- 3 palatali o anteriori: /ɛ/ e aperta di retta, /e/ e chiusa di nero e la /i/ di filo
- 3 velari o posteriori: /ɔ/ o aperta di notte /o/ o chiusa di conto e /u/ di luna
Le due e e le due o si differenziano in quanto nelle aperte la lingua è bassa e nelle chiuse è alta, se non
hanno accento le vocali diventano 5 in quanto non c’è distinzione tra aperte e chiuse, la differenza tra
accétta(tagliare) e accètta (acconsentire) è nulla in quanto non c’è la distinzione tra vocale aperta e chiusa,
la u in posizione finale di parola non può essere atona.
Consonanti:
sono suoni che incontrano un “ostacolo” nell’apparato fonatorio. Ci sono diversi tipi di consonanti che
vengono determinate combinando diversi parametri:
1. Il modo in cui fuoriesce l’aria dalla bocca ci permette di distinguere 3 consonanti:
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Foni, Fonemi, Allofoni, Coppie Minime La fonologia (gal greco phone voce, suono e dal suffisso –logia dal greco lògos parola, discorso) è la disciplina che si occupa di discrivere il funzionamento dei suoni in una determinata lingua. Prima di tutto bisogna distinguere foni e fonemi: i foni sono entità fonatorie concrete, cioè i suoni come vengono prodotti materialmente dall’apparato fonatorio umano, minima parte del suono che non cambia significato alla parola i fonemi sono invece delle classi di foni che sono portatori di significato e che sono in grado di differenziare due parole, non ha un vero e proprio significato, ma lo porta alle parole Se prendiamo ad esempio due coppie minime (parole che hanno significato differente per un solo suono): le parole cane e rane c e r sono due foni ma sono anche due fonemi in quanto cambiano il significato della parola, se due foni occorrono nello stesso contesto dando luogo ad una coppia minima, si dice che sono in distribuzione contrastiva e quindi sono fonemi, se invece un suono no determina una parola diversa vuol dire che non ha carattere distintivo ed è quindi un fono ma non un fonema. La r moscia e la r vibrante ad esempio non cambiano il significato alla parola, sono quindi dei foni, essi sono anche gli allofoni del fono r, ovvero realizzazioni foneticamente diverse dello stesso fonema. Gli allofoni possono essere in variazione libera, in questo caso è il parlante che decide (molte volte inconsapevolmente) quale allofono usare, oppure in variazione combinatoria, la n di naso è diversa da quella di anca. Nell’alfabeto IPA si indicano // i fonemi e [] i foni, anca verrà quindi trascritta /‘anka/ in fonematica e [‘aɳka] in fonetica. La lingua italiana utilizza 30 fonemi, 45 se si tiene conto delle doppie come nn di canna, nel sitema fonetico internazionale i due punti indicano il grado intenso del fonema, contiamo quindi:

  • 7 vocali (in posizione tonica)
  • 2 semivocali o semiconsonanti
  • 21 consonanti (di cui 15 possono essere in posizione estesa) Vocali: sono suoni prodotti senza che l’aria che esce dai polmoni incontri barriere (a differenza delle consonanti). Si tratta degli unici fonemi che in italiano possono essere tonici. Tra le 7 presenti si riconosco nono:
  • 1 centrale: /a/
  • 3 palatali o anteriori: /ɛ/ e aperta di retta, /e/ e chiusa di nero e la /i/ di filo
  • 3 velari o posteriori: /ɔ/ o aperta di notte /o/ o chiusa di conto e /u/ di luna Le due e e le due o si differenziano in quanto nelle aperte la lingua è bassa e nelle chiuse è alta, se non hanno accento le vocali diventano 5 in quanto non c’è distinzione tra aperte e chiuse, la differenza tra accétta(tagliare) e accètta (acconsentire) è nulla in quanto non c’è la distinzione tra vocale aperta e chiusa, la u in posizione finale di parola non può essere atona. Consonanti: sono suoni che incontrano un “ostacolo” nell’apparato fonatorio. Ci sono diversi tipi di consonanti che vengono determinate combinando diversi parametri:
  1. Il modo in cui fuoriesce l’aria dalla bocca ci permette di distinguere 3 consonanti:
  • le occlusive prodotte tramite la totale occlusione del canale fonatorio e causando una sorta di scoppio (b,p)
  • le fricative (o costrittive o continue) in cui il canale fonatrio si chiude ma non del tutto permettendo all’aria di passare (s,z)
  • affricate che sono l’unione di occlusive e fricative,vi è prima una completa chiusura e poi uno restringimento del canale
  1. Il grado di sonorità determinato dalla posizione delle corde vocali, se esse vibrano vi è la produzione di consonanti sonore, in caso contrario di consonanti sorde.
  2. Il luogo di articolazione determinato dalla posizione della lingua nel cavo orale:
  • Velo palatino (velare) k, g
  • Zona che precede il velo palatino (prepalatali) /ʃ//ʧ//ʤ/
  • Il palato (palatali) /ɲ/ /ʎ/
  • Gli alveoli dei denti (alveolari o dentali) /t/ /d/ /s/ /z/ /ts/ /dz /n/ /l/ /r/
  • Le labbra (labiali) /b/ /p/ /m/
  • Denti e labbra contemporaneamente /f/ /v/
  1. Nell’articolazione di alcuni fonemi intervengono anche alcuni fattori che portano alla formazione di:
  • Nasali: l’aria esce da naso e bocca: /n/ /m/ /ɲ/
  • Laterali: il flusso d’aria passa ai lati della lingua /l/ /ʎ/
  • Vibranti: la lingua vibra /r/ Quando ci son le doppie, esse possono essere trascritte o con “:” oppure scrivendole entrambe “tt” Semiconsonanti: /j/ (iod) e /w/ (uau) sono realizzate tramite l’avvicinamento della lingua al palato nel caso di iod (detta anche approssimante palatale) e al velo palatino nel caso di uau (detta approssimante labiale), esse sono dette semivocali o semiconsonanti. I dittonghi sono l’unione di una vocale con /j/ e /w/, il dittongo può essere discendente (prima la vocale come in farei) in questo caso è una semivocale, mentre se il dittongo è ascendente (prima /j/ o /w/ come in fiume o buono) allora sono delle semiconsonanti. Esistono anche i trittonghi come aiuola formato da due semiconsonanti e una vocale o miei ovvero una semiconsonante, una vocale e una semiconsonante. Il dittongo non va confuso con lo iato ovvero la presenza di due vocali che appartengono a sillabe diverse, lo iato è possibile quando
  • Sono entrambe diverse da i e u: paese
  • La i o la u sono toniche: paura, tuo, mormorio
  • La i e la u appartengono al prefisso di una parola derivata o al primo componente: biennio, triangolo, antiacaro Sillaba Sillaba= combinazione di vocali e consonanti, essa può essere considerata come stato intermedio tra fonema e parola. A livello fonetico la sillaba è accostata al concetto di sonorità. Quando pronunciamo una parola lo facciamo generalmente con un’unica emissione di suono, il grado di apertura del canale varia però a seconda del suono, una parola può avere quindi dei picchi diversi di sonorità, la sillaba individua quindi ogni porzione di parola che raggiunge un picco di sonorità. Il picco di sonorità cade sul nucleo della sillaba, ecco la scala de fonemi che determina la loro propensione ad occupare il nucleo della sillaba:
  • Monosillabi forti (possono essere pronunciati con l’accento) come i nomi dì, fra, tè, re; i verbi è, do, dà, ho, ha, so, sa, sto, sta, va; gli avverbi più, qui, qua, lì, là, giù, su; i pronomi tonici me, tu, te, sé, ciò
  • Monosillabi deboli (NON possono avere l’accento fonetico) come le preposizioni di, a, da, fra, tra, su; i pronomi mi, ti, ci, si, vi, che e chi, le congiunzioni e, o, ma, se, che e ché, né
  • Alcune parole bisillabiche: come, dove, sopra, qualche
  • Da tutte le parole ossitone: andrò, sarò, caffè Originariamente, in italiano, l’unione tra due parole portava al raddoppiamento grafico della consonante iniziale della seconda parole, un esempio è soprattutto, semmai, frattanto; ultimamente il raddoppiamento sintattico è meno frequente, questo ha portato alla nascita di parole come sopratassa e sopratitolo, questo deriva dal settentrione, dove il raddoppiamento delle consonanti viene evitato, il raddoppiamento dopo parole come dove, da e come è tipico del toscano, il romano tende invece a raddoppiare dopo “ah” ed “eh”, si sta perdendo anche l’uso della d eufonica che si inserisce in una sequenza di vocali tu ed io, ad esempio, ad alessandia ecc. è scomparso quasi del tutto l’utilizzo di od, tendiamo a dire luci o ombre piuttosto che luci od ombre. Intonazione: oltre all’accento, anche l’intonazione è molto importante, essa è formata dall’alternanza di movimenti ascendenti e discendenti della voce, essi possono avere una durata, intensità e altezza tonale diversa. Negli enunciati vi è una andatura lievemente discendente ma costante dall’inizio alla fine, nelle domande abbiamo invece un movimento ascendente, nelle frasi affermative l’andamento è discendente, l’intonazione è però influenzata notevolmente dalla nostra provenienza e dagli effetti informativi che si intendono perseguire. Pronunce regionali: le varietà dell’italiano regionali possono essere divise in cinque gruppi: settentrionale, toscano, mediano, sardo e meridionale, naturalmente, essendo dei gruppi, un italiano proveniente da Milano parla sicuramente in modo diverso da uno proveniente da Venezia. Queste forme si differenziano per pronuncia ed intonazione, vi sono poi dei tratti caratteristici:
  • Nell’italiano settentrionale vi sono delle divergenze nella pronuncia di e ed o in posizione tonica, bène viene pronunciato béne, biciclètta e perché diventano biciclétta e perchè, inoltre si tende a non pronunciare le consonanti intensi intervocaliche: capelli invece di cappelli, mato invece di matto.
  • Nel toscano si tende a pronunciare c, p e g spirantizzandole, la g di giorno viene pronunciata come la j di jour in francese.
  • Nell’italiano mediano, ad esempio nel romani, si tende a raddoppiare la /b/ e /ʤ/ come in subbito e raggione, in più viene utilizzata la affricata della sibillante dopo le lettere l,r,n salsa diventa salza, borsa diventa borza e penso diventa penzo
  • Nell’italiano meridionale le consonanti sorde vengono pronunciate in modo sonoro dopo le nasali, anche viene pronunciato ancghe, tempo diventa tembo e così via, inoltre dopo i dittonghi ascendenti vi è una chiusura delle vocali, piède invece di piède.
  • In sicilia vi è uno scambio tra vocale chiusa e vocale aperta.
  • In sardegna, dopo la vocale tonica, si tende a raddoppiare la consonante capìtto, tàvvolo

I suoni no hanno un valore semantico o un significato, questo discorso cambia se si parla di onomatopee sia primarie che secondarie, le primarie, come miao, chicchirichì e splash sono formate da una sequenza di fonemi che riproducono un suono, sono generalmente usate negli incisivi (tutta la notte ho sentito “miao- miao”) o come nomi (mi ha svegliato il chicchirichì del gallo). Le secondario sono invece dotate di elementi morfologici che ne determinan l’appartenenza e la categoria grammaticale: tintinnio, tintinnare, crepitio, scroscio ecc. talvolta l’onomatopea può indicare il produttore del suono come cucù o bebè. Le onomatopee non sono interamente iconiche, questo è rappresentato dal fatto che i suoni degli animali sono diversi da paese a paese. Il fonsimbolismo è la capacità umana ad associare ad un suono un determinato fenomeno non sonoro, ad esempio le interiezioni, elemento con il quale rappresentiamo una emozione , un sentimento, tramite “ah, oh, ahi, sst, wow ecc. Grafia e grafemi: per rappresentare nella scrittura i suoni, l’italiano utilizza le lettere o grafemi che si indicano tra <>, come molte lingue, l’italiano utilizza un sistema di scrittura alfabetico, le lettere derivano dal latino con l’aggiunta della , le lettere italiane sono 21. I sistemi alfabetici tentano di riprodurre i singoli suoni delle parole, ma tra grafemi e fonemi ci sono varie distinzioni, anche se alcuni grafemi come e sono in grado di riprodurre il fonema corrispondente, in altri casi il rapporto tra grafema e fonema non è biunivoco. Molte volte i grafemi rimandano a più fonemi:

  • La distinzione tra vocali aperte e chiuse non viene fatto /ɜ/ e /e/ o ancora tra /o/ e /ɔ/ vengono semplicemente rappresentati dai grafemi e ed o.
  • /i/ e /j/ o /u/ e w/ sono resi tramite i grafemi i e u anche se j e w sono delle semiconsonanti o semivocali
  • e hanno un suono con le vocali velari (a,o,u) dove corrispondono a occlusive velari ed un altro suono con le vocali palatali (i,e) dove corrispondono alle affricate prepalatali
  • /s/ e /z/, /ts/ e /dz/corrispondono a e ma non vi è la distinzione tra sorda e sonora, graficamente chiese[sorda] (luogo) e chiese[sonora] (verbo) sono scritte con lo stesso grafema Altre volte due grafemi corrispondono ad un solo fonema:
  • /k/ e /g/ davanti alle vocali palatali (e,i) vengono scritti con ch
  • /tʃ/ e /ʤ/davanti alla a e alle vocali velari sono resi con e come ciambella e giallo, nella trascrizione fonetica la i non è presente giallo viene trascritto con /’ʤal:o/ mentre ciambella /tʃam’bɛl:a/
  • La sibillante palatale /ʃ/ davanti la i è resa come sc
  • La nasale palatale ɲ è resa con gn
  • La laterale palatale /ʎ/ davanti all i è espressa come gl In alcuni casi è necessario ricorrere ad un trigramma in sciame ad esempio /ʃ/ non è seguita dalla i ma dalla a /’ʃame/, idem per ɲ e ʎ. la /k/ può tradurre sia la c (cuore) che la q (quanto) Difficoltà di grafia: in italiano ci sono lettere utilizzate come diacritici, ovvero utilizzati solo per distinguere delle parole da atre, la h è un diacritico in quanto serve a distinguere hanno da anno, idem la i che serve a “cambiare” la pronuncia di gl da globo a famiglia, tutto questo può causare delle difficoltà in chi scrive, soprattutto nei plurali:

Segni paragrafematici e ortografia: non indicano fonemi ma forniscono delle informazioni sulla pronuncia di una determinata parola/sequenza di parole come l’apostrofo o l’accento, sullo statuto del nome (maiuscole) ma sulla distribuzione e sull’intonazione delle sequenze linguistiche nella frase e nel testo (punteggiatura). Accento grafico e apostrofo: accento e apostrofo rappresentano un problema per chi non conosce bene la lingue, quando utilizzarli? L’accento è obbligatorio nei seguenti casi:

  • Nei monosillabi che finiscono con due grafemi vocalici consecutivi: giù, ciò, più, può, fanno eccezione qui e qua che non vogliono l’accento
  • Nei monosillabi che senza l’accento sarebbero omografi di altri: dà (verbo) da (preposizione) dì (nome) di (proposizione è (verbo) e (congiunzione) là (avverbio) la (articolo e pronome) lì (avverbio) li (pronome) né (congiunzione) ne (pronome e avverbio) sé (pronome) se (congiunzione) sì (avverbio) si (pronome) (tè (nome) te (pronome) I monosillabi che non hanno omografie non vanno accentati, do fa no sa so va, non vanno accentati
  • Nei polisillabici tronchi (accento sull’ultima vocale) che finiscono in vocale: caffè qualità cambiò
  • Nelle parole composte la cui seconda parola è un monosillabo terminante in vocale, anche se il monosillabo da solo non ha bisogno dell’accento doposcì trentatré autoblù (sci, tre e blu non hanno bisogno dell’accento) In sé stesso l’accento può essere anche evitato. Molte volte però l’accento può essere segnato all’interno della parola in quanto può avere significati diversi in base alla posizione dell’accento àncora o ancòra, càpitano o capitàno. Nell’italiano di oggi vengono usati due accenti:grave e acuto, l’accento grave si usa su e e o aperte, su a, i, o. l’accento acuto si usa ivece su e e o chiuse. L’apostrofo è legabile solo a due casi: elisione e troncamento Casi in cui l’elisione è obbligatoria:
  • Per gli articoli determinativi la e lo e per per preposizioni articolate: l’anima l’imbuto all’estero dell’idea sull’acqua
  • Articolo indeterminativo una: un’amica un’emozione un’iniziativa un’onda un’uscita
  • Per bello e quello: bell’aspetto quell’esempio
  • Per santo e santa: sant’Antonio sant’Elisabetta Casi in cui l’elisione è facoltativa:
  • Preposizione di davanti alla vocale i, in questo caso è fortemente consigliabile d’intesa, in d’accordo è obbligatoria
  • Per i pronomi personali atoni lo, la, mi, ti, vi, si, ne l’aspetto o lo aspetto m’interessa o mi interessa t’occorre o ti occorre
  • Per bella o quella bell’idea o bella idea quell’emozione o quella emozione
  • Questo quest’evento o questo evento
  • Come davanti alle forme del verbo essere: com’eri o come eri, com’è o come è
  • Per ci, vi come avverbi di luogo davanti alle forme del verbo essere: c’è, v’erano L’elisione si può verificare anche nei seguenti casi:
  • La preposizione da si elide in alcuni casi ormai entrati nell’uso comune: d’altronde, d’altra parte d’ora in poi
  • Ci sono altre espressioni entrate nell’uso comune che hanno bisogno dell’apostrofo: altro (l’altr’anno) mezza (mezz’ora) niente (nient’altro) senza (senz’altro) tutto (tutt’altro, tutt’al più)
  • L’articolo maschile plurale gli si elide solo davanti alla vocale i, questo fenomeno sta peò scomparendo gl’impegni gl’incerti Ci sono dei casi dove l’elisione è impossibile:
  • Quando la parola che segue inizia per i semiconsonantica /j/ lo iato, la iena di ieri, è possibile se la parola inizia con la u semiconsonantica /w/ l’uomo l’uovo
  • Quando il pronome personale atono ci è seguito da una vocale diversa dalla i: ci aiutiamo, ci onora ma c’insegna
  • I pronomi personali li e le li ascolto le indico
  • L’articolo femminile plurale le: le anime, le iniziali le opere le eliche A differenza dell’elisione, il troncamento non viene segnato con l’apostrofo se non in determinati casi, il troncamento è obbligatorio nei seguenti casi:
  • Con buono o bene buon’uomo ben trovato
  • Con mare mar tirreno mar Jonio
  • Con uno e con gli aggettivi indefiniti alcuno ciascuno nessuno: nessun uomo, ciascun concorrente un tavolo alcun problema
  • Con alcuni titoli come dottore, commendatore, cavaliere, ingegnere, professore, signore, suora. Il signor Rossi, l’ingegner Bianchi, al sud questa cosa tende a sparire, abbiamo quindi il signore Rossi e l’ingegnere Bianchi
  • Gli infiniti seguiti da pronomi enclitici: amarlo non amarelo dircelo non direcelo
  • Alcune espressioni ormai cristallizzate ma che non disprezzano la forma piena, amor proprio, in fin dei conti, mal di testa Il troncamento è possibile nei seguenti casi:
  • Aggettivi tale e quale tal pittore o tale pittore, in qual veste mi parli o in quale veste mi parli
  • Infiniti dei verbi: parlar piano, far bene, scender le scale Il troncamento sillabico NON può essere fatto se la parola che segue inizia e riguarda solo alcune parole: bello, frate (davanti a nome), grande, modo, poco, santo (davanti a nome): un bel quadro (non un bel attore) Fra Girolamo (non Fra Antonio), un gran progetto non un gran interesse.

la maiuscola per dare rispetto a quella persona Egregio Professore, inoltre anche mettere al maiuscolo i pronomi personali e possessivi indica rispetto).