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Questo file contiene la sintesi dei capitoli dal 3-13.
Tipologia: Sintesi del corso
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La fonologia è la disciplina che si occupa di descrivere il funzionamento dei suoni di una data lingua. Opposizione tra foni e fonemi: foni: entità fonetiche concrete, i suoni come vengono prodotti materialmente dall’apparato fonatorio umano; fonemi: classi di foni da intendere in senso astratto, hanno un valore distintivo e, anche se di per loro non sono portatori di significato, sono in grado di differenziare due parole La distinzione tra foni e fonemi può essere chiarita ricorrendo alla “prova di commutazione” in parole che divergono soltanto per la presenza di un suono (“coppie minime”), es: cane e pane. C e P sono fonemi perché concorrono a distinguere il significato nell’ambito delle coppie minime citate. Se la commutazione non determina una parola diversa, vuol dire che il suono che abbiamo sostituito non ha carattere distintivo: è un fono ma non un fonema. Es: la pronuncia della r (vibrante alveolare) è diversa dalla pronuncia della r “moscia”. Diremo che i due suoni sono allofoni: realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema. Gli allofoni possono essere:
La lingua italiana utilizza 30 fonemi, o 45 se comprendessimo anche le realizzazioni intense dei fonemi consonantici, come la nn /n:/ di canna. (nel sistema fonetico i due punti indicano il grado intenso del fonema). Contiamo: 7 vocali (in posizione tonica, accentate); 2 semivocali o semiconsonanti; 21 consonanti ( 15 possono avere realizzazione intensa).
incontri barriere di sorta. Tra le 7 vocali toniche dell’italiano distinguiamo:
ostacolo. In linguistica si denominano le singole consonanti combinando diversi parametri: A. Modo in cui l’aria esce dalla bocca:
occlusive (prodotte con una totale occlusione del canale fonatorio che determina uno scoppio); fricative (nella cui articolazione il canale si restringe ma non si chiude del tutto, l’aria continua a passare). B. Il grado di sonorità: determinato dalle corde vocali: sorde (se sono rilassate); sonore (se sono tese e vibrano). C. Il luogo di articolazione: determinato dalla posizione della lingua nel cavo orale, e dal luogo in cui si determina l’arresto o il restringimento del flusso d’aria: velari (velo palatino); prepalatali (zona che precede il palato); palatali (il palato); alveolari-dentali (gli alveoli dei denti); bilabiali (le labbra); labiodentali (denti e labbra). D. Nell’articolazione di alcuni fonemi avvengono fenomeni particolari: nasali (l’aria esce sia dal naso che dalla bocca, e non solo dalla bocca); vibrante (nel caso della /r/ la lingua vibra); laterale (la /l/ l’aria passa ai lati della lingua. Schema dei fenomeni consonantici italiani e delle denominazioni loro assegnate (simbolo + sonore, simbolo – sorde): In posizione intervocalica le consonanti possono essere:
In alcuni casi l’incontro tra due parole può determinare fenomeni di riduzione formale, come l’elisione e il troncamento. L’elisione: si realizza quando si incontrano la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente. In questo caso per evitare lo iato la prima vocale cade, la elica > l’elica. Nella grafia l’elisione è segnalata mediante un apostrofo. Il troncamento: interviene quando per ragioni di eufonia, la vocale atona o la sillaba finale di una parola cade, senza che la parola seguente inizi necessariamente per vocale: buon uomo, un cane. Il troncamento non è di norma segnalato con l’apostrofo se non in casi specifici, non è innescato dall’incontro tra due vocali. In altri casi la vicinanza tra due parole può determinare l’intensificazione della consonante iniziale di una parola per effetto della parola che precede: a casa /a’k:asa/. Questo fenomeno è detto raddoppiamento o rafforzamento (fono)sintattico, è provocato:
Concerne la frase nella sua interezza anche l’intonazione, che costituisce un tratto soprasegmentale. L’intonazione è data dall’alternanza di movimenti ascendenti e discendenti, che risultano dalla combinazione di durata, intensità e altezza del tono della voce. Il profilo intonativo di un enunciato dipende da molti fattori, tra i quali i più rilevanti appaiono la provenienza del parlante e gli effetti informativi che si intendono perseguire.
In contesti informali e caratterizzati da una maggiore spontaneità comunicativa si ricorre alle varietà regionali di italiano, che si differenziano in base alla provenienza geografica del parlante. Queste varietà possono essere più o meno vicine allo standard, o approssimarsi ai dialetti: in tal senso l’italiano regionale è una nozione astratta, che si declina in realizzazioni molto varie. In base alla provenienza del parlante individuiamo 5 tipi di italiani regionali:
Alcune caratteristiche dei vari italiani regionali:
In particolari condizioni i suoni, in base a un principio iconico , possono essere motivati semanticamente: il suono diventa un segno capace di indicare una sensazione o un concetto. Esistono parole che servono a riprodurre suoni che associamo a determinati eventi, azioni o stati: si tratta delle onomatopee, che possono essere distinte in primarie e secondarie. primarie: miao, splash, click, sono formate da una sequenza di fonemi che riproducono un suono della realtà. Sono usate nel discorso riportato (ho sentito “miao”) o come nomi (il chichirichì) secondarie: sono dotate di elementi morfologici che ne determinano l’appartenenza a una data categoria grammaticale: tintinnio, tintinnare, squittio, ecc. Talvolta l’onomatopea può passare a indicare il produttore del suono, come in cucù e bebè. Nonostante siano il prodotto dell’iconicità del linguaggio, le onomatopee non sono interamente iconiche: nelle diverse lingue uno stesso suono è riprodotto mediante onomatopee differenti, ciò avviene perché i sistemi fonematici sono diversi e le onomatopee sono segni filtrati dal sistema linguistico. Tra le facoltà dell’essere umano rientra anche il fonosimbolismo, la capacità di associare suoni linguistici a eventi o fenomeni non sonori. Possiamo ricorrere a sequenze di foni non per riprodurre altri suoni, ma per evocare sensazioni che nella realtà extralinguistica sono non sonori. Sono elementi fonosimbolici le interiezioni, con le quali rappresentiamo mediante un suono un’emozione: ah, eh, oh, ahi, beh, wow. In altre lingue esistono altri fenomeni fonosimbolici, detti ideofoni. In giapponese esistono verbi con struttura reduplicata, in cui l’alternanza tra un suono sordo e uno sonoro, determina un cambiamento nel modo di realizzare l’azione: puwa-puwa “galleggiando leggero”, buwa-buwa “galleggiando pesante”. Gli ideofoni si realizzano da onomatopee che “perdono” il legame con il suono per passare a indicare aspetti e caratteristiche associate a quel suono. In italiano un esempio di ideofono è “la tua amica fa la gnè gnè” = persona petulante.
Nel plurale dei nomi in -co e in -go può esservi un cambiamento fonetico rispetto al singolare.
Alle 21 lettere dell’alfabeto italiano occorre aggiungerne altre 5, che corrispondono nella grafia di parole straniere entrate nell’uso italiano. Queste 5 lettere sono:
L’alfabeto italiano deriva da quello latino, a sua volta elaborato a partire dall’alfabeto greco. Nonostante la vicinanza fra latino e italiano, l’adattamento dell’alfabeto latino al volgare ha determinato l’esigenza di trovare nuove soluzioni grafiche per indicare i fonemi dell’italiano sconosciuti al latino. In latino non esistevano le affricate alveodentali (/ts/ e /dz/): per esprimerle graficamente l’italiano è ricorso all’alfabeto greco, “importando” la lettera z. Nell’alto Medioevo si diffonde il grafema ç, nato dalla combinazione tra c e z. Nei manoscritti medievali troviamo altre opzioni: la parola avarizia (dal lat. AVARITIAM) poteva essere scritta anche avaritia (grafia latineggiante) o avariça. L’italiano introduce la distinzione tra u e v: il latino non conosceva il suono /v/ e usava la lettera V come maiuscola epigrafica del grafema corrispondente alla vocale u. Questa innovazione non fu adottata subito e concordemente dagli scriventi. Di fatto, la distinzione tra u e v prese piede soltanto dal 600 in poi. Anche l’alternanza nella resa del nesso /kw/ (occlusiva velare + w, o labiovelare), talvolta espresso con cu a volte indicato con q (quadro), può essere spiegata storicamente: l’oscillazione grafica rimonta all’alfabeto latino dove avevamo cor ma quattuor ‘quattro’. La h aspirata non esisteva più in volgare, ma il grafema non scomparve: continuò a essere impiegato in alcune grafie etimologiche per conseguire un effetto latineggiante. Inoltre, ebbe un ruolo decisivo nella formazione di alcuni digrammi.
In modo analogo, la x poteva apparire in grafie etimologiche (extimare > estimare, dextro > destro), anche per indicare la sibilare intensa (dixi > dissi). Nelle varietà settentrionali si diffuse inoltre l’uso di indicare con la x la fricativa prepalatale sorda e sonora /∫/ e /ʒ/. Problematica doveva essere la resa delle affricate prepalatali sorda e sonora, fonemi che il latino non conosceva: Cicero si pronunciava /’kikero/. Il problema venne risolto con l’introduzione dei digrammi
I segni paragrafematici sono quei segni che, pur non indicando fonemi, forniscono informazioni sulla pronuncia di una parola o sequenza di parole (come l’apostrofo e l’accento), sullo statuto del nome (maiuscole), ma anche sull’introduzione o sulla distribuzione delle sequenze linguistiche nella frase e nel testo (punteggiatura).
La norma grafica dell’italiano non prevede generalmente l’uso dell’accento sulla sillaba tronca. L’accento va indicato obbligatoriamente nei seguenti casi:
L’uso dell’apostrofo è legato a due fenomeni fonetici: l’elisione e il troncamento.
A. Casi in cui l’elisione è obbligatoria:
La morfologia studia la forma delle parole e le trasformazioni che esse subiscono nel concreto uso linguistico. Per analizzare la struttura delle parole si ricorre al concetto di morfema, l’unità minima dotata di significato di cui si compongono le parole. Il morfema può: Veicolare il significato lessicale (morfema lessicale); Può codificare informazioni grammaticali, come il plurale e il singolare, il femminile e il maschile, il presente e il futuro verbale ecc. (morfema grammaticale). ESEMPIO. gatt- (morf. lessicale) -o (morf. grammaticale) —> I morfemi lessicali pertengono al livello del lessico, che è un sistema aperto, in continua trasformazione; —> I morfemi grammaticali costituiscono un inventario chiuso. Le innovazioni morfologiche scaturiscono da processi lunghi, osservabili nel tempo (diacronia). Non tutte le parole sono formate dalla combinazione di due o più morfemi:
I morfemi flessivi dell’italiano tendono a culminare in sé più informazioni (nel verbo cantiamo il morfema -iamo ci dice che il verbo è attivo, indicativo, presente e di prima persona plurale). Questa caratteristica permette di ascrivere l’italiano al tipo linguistico flessivo, insieme al latino, e alla maggior parte delle lingue indoeuropee (lingue parlate nella zona che si estende dall’Europa al Medio Oriente e all’India) e alle lingue semitiche (lingue afro-asiatiche, come: arabo, ebraico…). Altre lingue presentano caratteristiche morfologiche diverse. Esistono lingue agglutinanti, come: ungherese, finlandese, basco, turco e giapponese (e l’esperanto, lingua artificiale). In queste lingue ogni morfema che si salda alla radice lessicale presenta un solo significato grammaticale. Diversa è la struttura morfologica delle lingue isolanti come il cinese. Nel cinese parola e morfema tendono a coincidere. In queste lingue non esistono morfemi grammaticali, le parole sono invariabili rispetto all’opposizione singolare/plurale e maschile/femminile e non ci sono coniugazioni, ma solo morfemi lessicali che si combinano fra loro nella frase dando vira a parole dal significato diverso. Morfologicamente le diverse lingue del mondo si distinguono anche in base al loro grado di sinteticità. Rispetto al latino l’italiano è una lingua più analitica perché esprime molte informazioni grammaticali, che il latino codificava mediante elementi morfologici, avvalendosi di altre strategie (come le declinazioni).
L’italiano si caratterizza per l’ampia allomorfia. Gli allomorfi sono forme diverse che uno stesso morfema può assumere a seconda di specifiche condizioni. Ad esempio i morfemi lessicali del verbo cambiano a seconda del modo, del tempo o della persona. Nei nomi l’allomorfia lessicale dipende dall’influsso del fonema che compare nel morfema grammaticale: diciamo amico al singolare, ma amici al plurale perché il morfema grammaticale -i palatalizza l’occlusiva velare sorda della base. Un tipo di allomorfia è il suppletivismo, fenomeno diffuso nell’italiano delle epoche passate. Con questo termine si indica la coesistenza di due o più morfemi, non riconducibili a un etimo comune, per una stessa forma grammaticale. Nel paradigma del verbo andare accanto al morfema lessicale and- (andare, andando, andai, andrei, ecc.) troviamo anche va(d)- (vado, vai, va, vanno): il primo deriva dal verbo latino AMBULARE ‘camminare’, il secondo dal verbo latino VADERE ‘andare’. Altri casi di suppletivismo interessano le forme del participio (visto/veduto), del congiuntivo (sieda/ segga), e alcune forme soggettivali (buono, migliore, ottimo) e gli aggettivi di relazione (da gatto abbiamo felino, da occhio – oculare) e gli etnici (da Napoli abbiamo l’aggettivo napoletano e partenopeo) spesso derivanti da latinismi o grecismi. In alcuni casi i due allomorfi sono in distribuzione complementare: a seconda della forma
singolare osso ——> plurale ossi / ossa (E tante altre parole, come: ciglio, filo, labbro, lenzuolo, membro, muro, urlo, fondamento) I due plurali presentano una diversità di significato piò o meno accentuata. —-> Le forme in -a evidenziano il fatto che i referenti, usati cumulativamente, fanno parte di qualcosa di unitario: le braccia sono quelle del corpo umano; le labbra disegnano la bocca. —-> I plurali in -i invece indicano entità autonome, nella loro individualità: i diti indici, medi, mignoli ; inoltre sono usati nei casi in cui, per un processo metaforico, rimandano a parti di referenti inanimati ( i cigli della strada, i bracci della morte ). In italiano esistono anche nomi plurali tantum, che presentano solo la forma del plurale, come nozze , esequie , o che si usano prevalentemente al plurale come mutande, pantaloni o forbici. Altri nomi sono usati per lo più al singolare gregge, bestiame, legna. Si tratta di nomi “collettivi”, che indicano un gruppo di animali o un insieme di cose e che contengono già in sé l’dea del plurale. Plurale dei forestierismi. La tendenza prevalente consiste nel non adattare al plurale i prestiti stranieri, dato che in italiano l’uso dell’articolo esplicita la marca del plurale anche se il nome è invariabile. Vari prestiti presentano già la forma del plurale, come: tortillas , telenovelas. A incrementare il numero di nomi invariabili nell’italiano occorre il ricorso al fenomeno dell’accorciamento o riduzione: auto da automobile, moto da motocicletta, ecc. (non variano al plurale).
Dei tre generi del latino (maschile, femminile, neutro) l’italiano conserva il maschile e il femminile. —>Nei nomi che individuano referenti inanimati il genere grammaticale è immotivato e regola l’accordo di aggettivi e articoli: diciamo la casa / le case perché quel nome è morfologicamente femminile, ma il referente che individua non ha un sesso. —>Nei nomi che si riferiscono a esseri animati e umani, il genere grammaticale tende a coincidere con il sesso femminile o maschile del referente. All’interno dei nomi che rinviano a referenti animati bisogna distinguere diversi casi: Nomi che presentano un maschile e un femminile: l’amico / l’amica; Nomi di genere comune, in cui il sesso è segnalato mediante l’articolo: il nipote / la nipote ; Nomi epicèni, che non variano a seconda del genere: la tigre, la pantera ; Nomi indipendenti (il genere è segnalato da lessemi diversi): uomo/donna marito/moglie. Una questione sociolinguistica e culturale connessa al genere grammaticale dei nomi umani riguarda il sessismo linguistico, l’eventualità che particolari usi della lingua possano causare e riflettere discriminazioni di genere sessuale. In seguito ai cambiamenti della società italiana a partire dal secolo scorso, si è sentita l’esigenza di creare forme femminili, ricorrendo alla mozione di genere, fenomeno che consente il passaggio dal maschile al femminile, anche nella direzione opposta. La mozione di genere si realizza attraverso diverse strategie: adattamento del morfema flessivo (sostituzione della - o con la - a): maestra, ministra, avvocata impiego di suffissi come -essa e -trice: professoressa, direttrice, avvocatessa. con nomi derivanti da participi presenti o formati mediante suffisso - ista si procede al solo accordo dei modificatori: la cantante, la preside, la stilista. Una certa oscillazione nella scelta del genere del modificatore si determina davanti a nomi maschili, ma che rinviano a figure femminili (il soprano> la soprano). Altro meccanismo che pare in regresso nell’italiano è l’aggiunta del nome donna: sindaco donna. Non sempre si è d’accordo sulla strategia da adottare: l’uso attuale oscilla tra avvocato, avvocatessa e avvocata. Molti ritengono che nei nomi di professione non sia necessario indicare il femminile. Il suffisso -essa è considerato poco consono perché in passato poteva esprimere un valore peggiorativo.
4.3 Aggettivi e avverbi
qualificativi sono marcati in base al loro grado. In italiano si articolano in due classi. I. Aggettivi della prima classe: presentano quattro morfemi distinti per il singolare, il plurale, il maschile e il femminile ( rosso, rossa, rossi, rosse). II. Aggettivi della seconda classe: presentano morfemi distinti per il numero, ma invariabili rispetto al genere ( felice, felici). Esistono anche aggettivi invariabili sia rispetto al numero che rispetto al genere ( pari, dispari, arrosto). Sono invariabili anche:
tra le parti invariabili del discorso (come le congiunzioni e le interiezioni). Possiamo distinguere:
Gli aggettivi che esprimono qualità o proprietà possono essere graduati attraverso l’anteposizione di avverbi o l’uso di morfemi legati. I gradi dell’aggettivo sono tre: grado zero (o positivo), comparativo, superlativo.
comparativo di maggioranza: si forma anteponendo all’aggettivo l’avverbio più (più intelligente); comparativo di minoranza: l’aggettivo è preceduto da meno (meno intelligente, meno simpatico); comparativo di uguaglianza: si usa l’aggettivo di grado zero. Alcuni aggettivi hanno un comparativo di maggioranza di tipo sintetico, ereditato dal latino: più grande e maggiore , più buono e migliore , più piccolo e minore , più cattivo e peggiore.
Il sistema di pronomi atoni per la I e II persona singolare e plurale è ridotto: le forme mi, ti, ci, e vi sono usate senza distinzione di caso e di genere (ti amo, amo te), anche nella formazione dei riflessivi (mi lavo, ci vediamo). La III persona singolare e plurale, presenta forme sensibili al variare del genere e del caso; per esprimere la riflessività si ricorre a una forma specifica, si. In alcune varietà dell’italiano contemporaneo la distinzione fra gli e loro sembra essersi affievolita: l’uso di gli al posto di loro è ormai ammesso anche dalle grammatiche normative, persino negli usi scritti ( gli ho detto al posto di ho detto loro). Si è assistito al fenomeno per cui il maschile gli viene applicato anche per il femminile, ma si tratta di un errore. Il pronome si , oltre alla funzione di riflessivo di terza persona è usato per realizzare costruzioni impersonali (si prega di chiudere la porta) o con funzione passivante (qui si vendono). Ne, vi e ci in funzionale avverbiale: Il ne è utilizzato in funzione di complemento partitivo (ne ho visti tre); ci e vi hanno funzione locativa (ci sono andato, vi hanno abitato). Oggi ci è più usato di vi. Non sempre i pronomi clitici riprendono un nome già espresso: spesso si uniscono a determinate espressioni verbali cambiandone il significato originario, come accade in entrarci ‘riguardare’, volerci ‘essere necessario’ o starci ‘accondiscendere’. In questi esempi i pronomi si lessicalizzano: perdono la loro funzione grammaticale di ripresa per formare insieme al verbo una nuova parola. I verbi che presentano questi pronomi privi di riferimento sono detti verbi procomplementari.
I pronomi personali hanno anche la funzione interazionale: il parlante li utilizza per rivolgersi al proprio interlocutore. Nell’italiano standard la scelta del pronome allocutivo dipende dal grado di confidenza e vicinanza che esiste tra gli interlocutori. —>Si usa la seconda persona singolare, il tu (allocutivo di vicinanza), per rivolgersi a una persona che si conosce o con cui si ha un rapporto paritario. —-> L’allocutivo che segnala una minore confidenza e un maggior distacco è la terza persona singolare femminile, il lei (allocutivo di distanza), oggi usato come forma di cortesia. L’uso del lei comporta delle incertezze nell’accordo dei costituenti frasali: i clitici si accordano al femminile anche quando l’interlocutore è di sesso maschile ( Professore, la ringrazio ), ma i participi o gli aggettivi presentano nell’italiano di oggi l’accordo al maschile ( Caro cliente, lei è stato selezionato ). Un’eccezione si ha nelle frasi in cui il participio o l’aggettivo fanno parte di una costruzione predicativa con pronome clitico espresso: Professore, l’ho sentita chiamare. —>Meno usuale l’uso della seconda persona plurale, voi : forma di cortesia usata nei confronti di cariche istituzionali di alto livello. —> Quando gli interlocutori sono più di uno si tende a usare la seconda persona plurale: il pronome di cortesia loro (è marginale nell’italiano di oggi, è riservato a occasioni molto formali). La distribuzione degli allocutivi muta in base alla variabile diatopica: i parlanti meridionali usano più spesso il voi. Un tempo, il sistema degli allocutivi appariva più differenziato, se oggi il tu ha guadagnato molto spazio rispetto al lei nell’interazione fra estranei, in passato la norma sociale prevedeva l’uso di allocutivi di distanza anche coi propri familiari (nell’italiano regionale sardo i figli davano del voi ai propri genitori). Storicamente il pronome allocutivo lei si sviluppa più tardi: in italiano antico fino al 400 gli unici pronomi allocutivi erano il tu e il voi , l’uso dell’allocutivo lei arriverà solo nel
I pronomi e gli aggettivi possessivi servono a:
I pronomi possessivi dell’italiano variano al variare della persona di riferimento ( mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro ), del numero ( mio, miei ), e del genere ( tuo, tua ), del referente. Il possessivo loro si mantiene inalterato. Alla terza persona l’italiano non segnala se il possessore è maschile o femminile. Ha funzione di possessivo anche l’aggettivo proprio: si usa quando il possessore coincide con il soggetto sintattico della frase.
oggetti di cui parla nello spazio e nel tempo. Nell’italiano il sistema dei dimostrativi è a due uscite:
con cui le lingue esprimono informazioni sulla quantità dei referenti considerati nel discorso. Gli indefiniti sono accomunati dal fatto di riferirsi a un referente non determinato dal punto di vista qualificativo o quantificativo. È possibile distinguere: gli universali: tutti, ogni e ognuno , si riferiscono a tutti gli elementi dell’insieme considerato; gli esistenziali: alcuni e qualche , rimandano a un elemento dell’insieme individuato dal nome; i quantificativi: parecchio, molto e poco , esprimono la quantità considerata di un certo referente; i negativi: nessuno e niente , escludono qualsiasi elemento dell’insieme considerato; gli identificativi: certo, tale e altro , riguardano l’identità o la differenza di un certo referente; i generalizzanti: qualsiasi, checché, qualunque e chiunque , esprimono l’indifferenza del parlante rispetto all’elemento dell’insieme che si sta considerando. La maggior parte degli indefiniti può svolgere la funzione di pronome e aggettivo. Alcuni hanno solo valore pronominale, come: alcunché, checché; checchessia , ecc. Altri sono usati solo come aggettivi: ogni, qualche, qualsiasi , ecc. Fra gli indefiniti usati indifferentemente come aggettivi e come pronomi sono invariabili rispetto al
RELATIVI E INTERROGATIVI. I relativi e gli interrogativi appartengono alla classe degli elementi wh -, chiamati così perché in inglese sono introdotti dal morfo wh - ( who, what, whom, why, when …).
Per formare i tempi composti l’italiano sfrutta gli ausiliari essere o avere e il participio passato del verbo. La distribuzione degli ausiliari dipende dalla transitività del verbo:
I modi verbali dell’italiano realizzano diverse funzioni. modi finiti: (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo) precisano come l’azione viene considerata dall’enunciatore (reale, possibile, irreale, desiderabile, necessaria…): in tal senso rappresentano strumenti grammaticali finalizzati all’espressione della modalità; modi non finiti: (infinito, participio e gerundio) invece non attivano un significato modale, sono impiegati in dipendenza da verbi o proposizioni (essendo privi della categoria di persona questi modi, che rappresentano forme nominali del verbo, raramente sono usati autonomamente nella frase). —> L’indicativo: è il modo della realtà e della certezza; —> l’imperativo: è impiegato per dare ordini. —> Il congiuntivo e il condizionale: esprimono azioni o eventi potenziali e ipotetici; Il condizionale è utilizzato dai parlanti per mitigare le proprie affermazioni ( ti consiglierei piuttosto il vestito rosso) o per formulare richieste in modo più cortese: vorrei un caffè. Un uso non modale del condizionale si ha nelle subordinate completive dove serve a esprimere il futuro nel passato ( ero certo che sarebbe venuto alla festa ). L’uso del congiuntivo non è sempre riconducibile a fattori modali:
Valori modali sono assunti anche dall’imperfetto, usato per mitigare una richiesta ( volevo un tè) L’imperfetto viene usato come forma evidenziale, per segnalare che una data informazione ci è stata riferita ( Carla passava a casa e poi veniva ). L’imperfetto, chiamato imperfetto citativo, è impiegato dal parlante per segnalare che quanto sta affermando gli è stato riferito dal diretto interessato ( Carla mi ha detto che sarebbe passato a casa ). Un uso dell’imperfetto si realizza nelle narrazioni di sogni o visioni, imperfetto onirico ( correvo su un prato verde e dopo iniziavo a volare ), dove serve a ricostruire scenari avvertiti come irreali; Fenomeno analogo è l’imperfetto ludico, usato dai bambini durante il gioco ( facciamo che io ero una principessa e tu un cavaliere ). Presentano valore modale anche varie perifrasi costruite mediante i verbi modali e l’infinito di un altro verbo: dovere e potere servono a costruire perifrasi deontiche ( devi rimanere seduto, potete alzarvi ). Può essere considerato un verbo modale anche sapere in espressioni come so cantare o so ballare, dove realizza la modalità dinamica. (DEONTICA = caratterizza la preposizione in termini di obbligo/dovere/permesso) (EPISTEMICA= riguarda il grado di certezza del parlante rispetto a quello che dice)
Con il termine diatesi si fa riferimento alla relazione che intercorre tra le funzioni sintattiche degli argomenti del verbo e il loro ruolo semantico. I verbi italiani presentano una diatesi:
Un’azione o un evento possono essere visti nella loro globalità, nella loro durata o nelle singole fasi che li costituiscono. La categoria dell’aspetto consente di distinguere all’interno del processo verbale le modalità di svolgimento dell’azione. A livello grammaticale l’italiano codifica l’aspetto principalmente nell’opposizione tra il perfetto e l’imperfetto: l’aspetto perfettivo: considera il processo verbale nella sua interezza, prospettandone il punto finale ( piansi/ho pianto ); l’aspetto imperfettivo: evidenzia l’azione nel suo svolgimento ( piangevo ). L’aspetto perfettivo può presentare un valore: