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Riassunto "L'italiano. Strutture, comunicazione, testi" Giovanardi, De Roberto, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Questo file contiene la sintesi dei capitoli dal 3-13.

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024

Caricato il 05/01/2024

giadaa.lombardo
giadaa.lombardo 🇮🇹

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Capitolo 3: Fonologia, grafia, ortografia
3.1 Foni, fonemi, allofoni, coppie minime
La fonologia è la disciplina che si occupa di descrivere il funzionamento dei suoni di una data
lingua. Opposizione tra foni e fonemi:
foni: entità fonetiche concrete, i suoni come vengono prodotti materialmente dall’apparato
fonatorio umano;
fonemi: classi di foni da intendere in senso astratto, hanno un valore distintivo e, anche se di per
loro non sono portatori di significato, sono in grado di differenziare due parole
La distinzione tra foni e fonemi può essere chiarita ricorrendo alla “prova di commutazione” in
parole che divergono soltanto per la presenza di un suono (“coppie minime”), es: cane e pane.
C e P sono fonemi perché concorrono a distinguere il significato nell’ambito delle coppie minime
citate. Se la commutazione non determina una parola diversa, vuol dire che il suono che abbiamo
sostituito non ha carattere distintivo: è un fono ma non un fonema.
Es: la pronuncia della r (vibrante alveolare) è diversa dalla pronuncia della r “moscia”.
Diremo che i due suoni sono allofoni: realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema.
Gli allofoni possono essere:
-In variazione libera: è il parlante che decide (di solito inconsapevolmente) quale allofono realizzare
senza che ciò abbia ricadute sul significato o sulla riconoscibilità della parola;
-In variazione combinatoria: un suono può essere realizzato in maniera diversa a seconda del
contesto fonetico in cui è pronunciato.
Nell’IPA (Alfabeto fonetico internazionale):
-i fonemi si segnalano tra barre oblique es: /n/
-I foni tra parentesi quadre es: [R]
3.1.1 Fonemi dell’italiano
La lingua italiana utilizza 30 fonemi, o 45 se comprendessimo anche le realizzazioni intense dei
fonemi consonantici, come la nn /n:/ di canna. (nel sistema fonetico i due punti indicano il grado
intenso del fonema). Contiamo:
7 vocali (in posizione tonica, accentate);
2 semivocali o semiconsonanti;
21 consonanti (15 possono avere realizzazione intensa).
Le vocali sono suoni che produciamo senza che nella cavità orale l’aria che esce dai polmoni
incontri barriere di sorta. Tra le 7 vocali toniche dell’italiano distinguiamo:
/a/—> la /a/, detta vocale centrale, si ottiene con l’abbassamento della lingua sul pavimento
della bocca.
/ɛ/ è aperta, /e/!é chiusa, /i/ i —> quando la lingua si posiziona in corrispondenza del palato duro
abbiamo la serie palatale, costituita da /ɛ/, /e/, /i/, prodotte attraverso la progressiva chiusura
della cavità orale.
/ɔ/ o aperta, /o/ o chiusa, /u/ u—> quando la lingua si posiziona in corrispondenza del velo
palatino (la parte più interna del palato) abbiamo la serie velare, costituita da /ɔ/, /o/ e /u/,
anch’esse prodotte attraverso la progressiva chiusura della cavità orale, a cui si aggiunge
l’arrotondamento e lo spostamento in avanti delle labbra.
In posizione atona le vocali sono 5, viene meno la distinzione tra vocali aperte e vocali chiuse.
In italiano il grado di apertura delle vocali determina delle coppie minime, es: accétta con /e/ (strumento
per tagliare il legno) e accètta con /ɛ/ (acconsentire a qualcosa).
Le consonanti sono suoni la cui pronuncia incontra in qualche punto dell’apparato fonatorio un
ostacolo. In linguistica si denominano le singole consonanti combinando diversi parametri:
A. Modo in cui l’aria esce dalla bocca:
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Capitolo 3: Fonologia, grafia, ortografia

3.1 Foni, fonemi, allofoni, coppie minime

La fonologia è la disciplina che si occupa di descrivere il funzionamento dei suoni di una data lingua. Opposizione tra foni e fonemi: foni: entità fonetiche concrete, i suoni come vengono prodotti materialmente dall’apparato fonatorio umano; fonemi: classi di foni da intendere in senso astratto, hanno un valore distintivo e, anche se di per loro non sono portatori di significato, sono in grado di differenziare due parole La distinzione tra foni e fonemi può essere chiarita ricorrendo alla “prova di commutazione” in parole che divergono soltanto per la presenza di un suono (“coppie minime”), es: cane e pane. C e P sono fonemi perché concorrono a distinguere il significato nell’ambito delle coppie minime citate. Se la commutazione non determina una parola diversa, vuol dire che il suono che abbiamo sostituito non ha carattere distintivo: è un fono ma non un fonema. Es: la pronuncia della r (vibrante alveolare) è diversa dalla pronuncia della r “moscia”. Diremo che i due suoni sono allofoni: realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema. Gli allofoni possono essere:

  • (^) In variazione libera: è il parlante che decide (di solito inconsapevolmente) quale allofono realizzare senza che ciò abbia ricadute sul significato o sulla riconoscibilità della parola;
  • (^) In variazione combinatoria: un suono può essere realizzato in maniera diversa a seconda del contesto fonetico in cui è pronunciato. Nell’IPA (Alfabeto fonetico internazionale):
  • (^) i fonemi si segnalano tra barre oblique es: /n/
  • (^) I foni tra parentesi quadre es: [R]

3.1.1 Fonemi dell’italiano

La lingua italiana utilizza 30 fonemi, o 45 se comprendessimo anche le realizzazioni intense dei fonemi consonantici, come la nn /n:/ di canna. (nel sistema fonetico i due punti indicano il grado intenso del fonema). Contiamo: 7 vocali (in posizione tonica, accentate); 2 semivocali o semiconsonanti; 21 consonanti ( 15 possono avere realizzazione intensa).

Le vocali sono suoni che produciamo senza che nella cavità orale l’aria che esce dai polmoni

incontri barriere di sorta. Tra le 7 vocali toniche dell’italiano distinguiamo:

  • /a/—> la /a/, detta vocale centrale, si ottiene con l’abbassamento della lingua sul pavimento della bocca.
  • / ɛ / è aperta, /e/ é chiusa, /i/ i —> quando la lingua si posiziona in corrispondenza del palato duro abbiamo la serie palatale, costituita da / ɛ /, /e/, /i/, prodotte attraverso la progressiva chiusura della cavità orale.
  • / ɔ / o aperta, /o/ o chiusa, /u/ u—> quando la lingua si posiziona in corrispondenza del velo palatino (la parte più interna del palato) abbiamo la serie velare, costituita da / ɔ /, /o/ e /u/, anch’esse prodotte attraverso la progressiva chiusura della cavità orale, a cui si aggiunge l’arrotondamento e lo spostamento in avanti delle labbra. In posizione atona le vocali sono 5, viene meno la distinzione tra vocali aperte e vocali chiuse. In italiano il grado di apertura delle vocali determina delle coppie minime, es: accétta con /e/ (strumento per tagliare il legno) e accètta con /ɛ/ (acconsentire a qualcosa).
Le consonanti sono suoni la cui pronuncia incontra in qualche punto dell’apparato fonatorio un

ostacolo. In linguistica si denominano le singole consonanti combinando diversi parametri: A. Modo in cui l’aria esce dalla bocca:

occlusive (prodotte con una totale occlusione del canale fonatorio che determina uno scoppio); fricative (nella cui articolazione il canale si restringe ma non si chiude del tutto, l’aria continua a passare). B. Il grado di sonorità: determinato dalle corde vocali: sorde (se sono rilassate); sonore (se sono tese e vibrano). C. Il luogo di articolazione: determinato dalla posizione della lingua nel cavo orale, e dal luogo in cui si determina l’arresto o il restringimento del flusso d’aria: velari (velo palatino); prepalatali (zona che precede il palato); palatali (il palato); alveolari-dentali (gli alveoli dei denti); bilabiali (le labbra); labiodentali (denti e labbra). D. Nell’articolazione di alcuni fonemi avvengono fenomeni particolari: nasali (l’aria esce sia dal naso che dalla bocca, e non solo dalla bocca); vibrante (nel caso della /r/ la lingua vibra); laterale (la /l/ l’aria passa ai lati della lingua. Schema dei fenomeni consonantici italiani e delle denominazioni loro assegnate (simbolo + sonore, simbolo – sorde): In posizione intervocalica le consonanti possono essere:

  • (^) brevi;
  • (^) lunghe. Nella grafia le consonanti lunghe o intense sono segnalate con le doppie, nella trascrizione fonetica la lunghezza della consonante è indicata con [:] (o duplicando l’elemento occlusivo delle affricate: tts o tt∫). Le occlusive possono essere lunghe anche tra vocale e vibrante ( labbro ) o tra vocale e laterale ( applico ). Sono sempre intense in posizione intervocalica le consonanti palatali: /ɲ/, /ʎ/ e /∫/ e le consonanti affricate: /ts/ e /dz/ (anche se nella grafia sono rappresentate come brevi. È sempre breve la sibilante sonora /z/.
Le semivocali o semiconsonanti. Tra i fonemi dell’italiano rientrano anche:
  • (^) /j/ (iod);
  • (^) /w/ (uau). Essi sono realizzati mediante l’avvicinamento della lingua al palato (iod, approssimante palatale) e al velo palatino (uau, approssimante labiovelare). Questi due fonemi approssimanti hanno uno statuto intermedio tra la vocale e la consonante, vengono denominati semivocali o semiconsonanti, a seconda della posizione che occupano rispetto alle vocali che li precedono o li seguono nei dittonghi.
  • (^) Il dittongo è l’unione di una vocale e di una /j/ o di una /w/: la vocale e la semiconsonante o semivocale formano una sola sillaba. Se il dittongo è discendente (la vocale è in prima posizione, es : aumento e farei ), la /j/ e la /

In alcuni casi l’incontro tra due parole può determinare fenomeni di riduzione formale, come l’elisione e il troncamento. L’elisione: si realizza quando si incontrano la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola seguente. In questo caso per evitare lo iato la prima vocale cade, la elica > l’elica. Nella grafia l’elisione è segnalata mediante un apostrofo. Il troncamento: interviene quando per ragioni di eufonia, la vocale atona o la sillaba finale di una parola cade, senza che la parola seguente inizi necessariamente per vocale: buon uomo, un cane. Il troncamento non è di norma segnalato con l’apostrofo se non in casi specifici, non è innescato dall’incontro tra due vocali. In altri casi la vicinanza tra due parole può determinare l’intensificazione della consonante iniziale di una parola per effetto della parola che precede: a casa /a’k:asa/. Questo fenomeno è detto raddoppiamento o rafforzamento (fono)sintattico, è provocato:

  • dai monosillabi forti come i nomi di, fra ‘frate’, tè, re, i verbi è, do, dà, fa.. gli avverbi più, qui, qua, lì, ecc., i pronomi tonici me, tu, te, ecc.
  • da alcuni monosillabi deboli (che non possono mai avere l’accento fonetico), come le preposizioni di, a, da, ecc., i pronomi mi, ti, ci, ecc., le congiunzioni e, o, ma, ecc.
  • da alcune parabole bisillabiche: come, dove, sopra qualche;
  • da tutte le parole ossitone (andrò, sarò, caffè...). Nelle parole composte da due elementi che si sono successivamente univerbati, il raddoppiamento è segnalato dalla grafia: soprattutto, semmai, ecc. Nell’italiano contemporaneo il raddoppiamento sintattico tende a essere meno frequente. Anche in italiano standard si colgono a volte delle oscillazioni nella resa del fenomeno: il raddoppiamento dopo da , dove e come è realizzato dia parlanti di provenienza toscana, ma non da quelli delle altre regioni. Un altro fenomeno che si determina in fonosintassi è l’aggiunta della d eufonica, che s’inserisce in una sequenza di vocali: tu ed io, ad esempio. Oggi la d eufonica tende a essere aggiunta soltanto quando si ha l’incontro della stessa vocale, anche in questo caso possono esservi oscillazioni. È scomparso l’uso di od anche quando la parola seguente inizia per o ( luce o ombra prevale su luce od ombra ).

3.1.5 L’intonazione

Concerne la frase nella sua interezza anche l’intonazione, che costituisce un tratto soprasegmentale. L’intonazione è data dall’alternanza di movimenti ascendenti e discendenti, che risultano dalla combinazione di durata, intensità e altezza del tono della voce. Il profilo intonativo di un enunciato dipende da molti fattori, tra i quali i più rilevanti appaiono la provenienza del parlante e gli effetti informativi che si intendono perseguire.

3.1.6 Le pronunce regionali

In contesti informali e caratterizzati da una maggiore spontaneità comunicativa si ricorre alle varietà regionali di italiano, che si differenziano in base alla provenienza geografica del parlante. Queste varietà possono essere più o meno vicine allo standard, o approssimarsi ai dialetti: in tal senso l’italiano regionale è una nozione astratta, che si declina in realizzazioni molto varie. In base alla provenienza del parlante individuiamo 5 tipi di italiani regionali:

  • (^) settentrionale , - (^) toscano, - (^) mediano, - (^) sardo, - (^) meridionale. Uno degli ambiti che più caratterizza gli italiani regionali è rappresentato dall’intonazione e dalla pronuncia. Nella pronuncia è facile individuare tratti che divergono dallo standard.

Alcune caratteristiche dei vari italiani regionali:

  • italiano settentrionale: troviamo divergenze nella pronuncia di e ed o in posizione tonica: bène si pronuncia béne, biciclétta e perché diventano biciclètta e perchè; si coglie una tendenza allo scempiamento delle consonanti intense in posizione intervocalica: capeli anziché capelli; tendenza a sonorizzare le consonanti come in marido per marito.
  • italiano toscano: gorgia: determina la pronuncia spirantizzata delle consonanti c, p e t in posizione intervocalica, baco /’baho/; l’affricata prepalatale sonora viene resa con /ʒ/ (con una fricativa postalveolare), ragione /ra’ʒone/ (la pronuncia di ‘g’ è simile a quella di ‘j’ nel francese jour) - italiano mediano: doppaimento di /b/ e /dʒ/ in posizione intervocalica: subbito, raggione pronuncia affricata della sibilante dopo l, n, r: borza per borsa, penzo per penso - italiano meridionale: pronuncia sonora delle consonanti sorde dopo nasale: anghe per anche, tembo per tempo chiusura della vocale nei dittonghi ascendenti: piéde per piède annullata distinzione delle vocali finali che possono essere realizzate come schwa (/ə/ vocale centrale media) nell’italiano di Sicilia si determinano scambi tra vocale aperta e vocale chiusa - italiano di Sardegna: raddoppiare le consonanti dopo vocale tonica: capìtto, tàvvolo, ecc. Talvolta i tratti regionali affiorano nello scritto, determinando grafie scorrette.

3.1.7 Iconismo fonico e fonosimbolico

In particolari condizioni i suoni, in base a un principio iconico , possono essere motivati semanticamente: il suono diventa un segno capace di indicare una sensazione o un concetto. Esistono parole che servono a riprodurre suoni che associamo a determinati eventi, azioni o stati: si tratta delle onomatopee, che possono essere distinte in primarie e secondarie. primarie: miao, splash, click, sono formate da una sequenza di fonemi che riproducono un suono della realtà. Sono usate nel discorso riportato (ho sentito “miao”) o come nomi (il chichirichì) secondarie: sono dotate di elementi morfologici che ne determinano l’appartenenza a una data categoria grammaticale: tintinnio, tintinnare, squittio, ecc. Talvolta l’onomatopea può passare a indicare il produttore del suono, come in cucù e bebè. Nonostante siano il prodotto dell’iconicità del linguaggio, le onomatopee non sono interamente iconiche: nelle diverse lingue uno stesso suono è riprodotto mediante onomatopee differenti, ciò avviene perché i sistemi fonematici sono diversi e le onomatopee sono segni filtrati dal sistema linguistico. Tra le facoltà dell’essere umano rientra anche il fonosimbolismo, la capacità di associare suoni linguistici a eventi o fenomeni non sonori. Possiamo ricorrere a sequenze di foni non per riprodurre altri suoni, ma per evocare sensazioni che nella realtà extralinguistica sono non sonori. Sono elementi fonosimbolici le interiezioni, con le quali rappresentiamo mediante un suono un’emozione: ah, eh, oh, ahi, beh, wow. In altre lingue esistono altri fenomeni fonosimbolici, detti ideofoni. In giapponese esistono verbi con struttura reduplicata, in cui l’alternanza tra un suono sordo e uno sonoro, determina un cambiamento nel modo di realizzare l’azione: puwa-puwa “galleggiando leggero”, buwa-buwa “galleggiando pesante”. Gli ideofoni si realizzano da onomatopee che “perdono” il legame con il suono per passare a indicare aspetti e caratteristiche associate a quel suono. In italiano un esempio di ideofono è “la tua amica fa la gnè gnè” = persona petulante.

Nel plurale dei nomi in -co e in -go può esservi un cambiamento fonetico rispetto al singolare.

  • I nomi parossitoni in -co e in -go formano il plurale in -chi e in -ghi: baco – bachi, mago – maghi; vi sono tuttavia delle eccezioni: amico – amici, greco – greci;
  • I nomi proparossitoni in -co e in -go formano il plurale in -ci e -gi: magico – magici, parroco – parroci; ci sono delle eccezioni: pizzico – pizzichi, naufrago – naufraghi;
  • I nomi che finiscono in -logo e si riferiscono a persone hanno il plurale in -logi: cardiologo – cardiologi, psicologo – psicologi;
  • I nomi che finiscono in -logo e si riferiscono a cose hanno il plurale in -loghi: catalogo – cataloghi, dialogo – dialoghi,
  • I nomi che finiscono in -fugo formano il plurale in -fughi: callifugo – callifughi.

3.2.2 I nuovi arrivi

Alle 21 lettere dell’alfabeto italiano occorre aggiungerne altre 5, che corrispondono nella grafia di parole straniere entrate nell’uso italiano. Queste 5 lettere sono:

  • J j (i lunga)
  • K k (kappa)
  • W w (doppia vu)
  • X x (ics)
  • Y y (i greca) La j (in inglese jey) rappresenta diversi suoni a seconda della provenienza della parola in cui è impiegata. La k si trova in parole derivanti da diverse lingue, ma si pronuncia sempre /k/, la k gode attualmente di un’ampia diffusione nelle grafie telematiche giovanili. La w si pronuncia /w/ nelle parole di provenienza inglese, mentre nelle parole tedesche equivale a /v/. La x è resa mediante la combinazione di due suoni diversi /ks/, nelle grafie telematiche x rimanda al simbolo matematico e vuol dire ‘per’. La y (i greca o ipsilon) era usata fino al XVII secolo nelle parole di origine greca. Oggi la lettera y è usata nei forestierismi, dove rappresenta la vocale i o la semiconsonante /j/.

3.2.3 La messa a punto della grafia italiana

L’alfabeto italiano deriva da quello latino, a sua volta elaborato a partire dall’alfabeto greco. Nonostante la vicinanza fra latino e italiano, l’adattamento dell’alfabeto latino al volgare ha determinato l’esigenza di trovare nuove soluzioni grafiche per indicare i fonemi dell’italiano sconosciuti al latino. In latino non esistevano le affricate alveodentali (/ts/ e /dz/): per esprimerle graficamente l’italiano è ricorso all’alfabeto greco, “importando” la lettera z. Nell’alto Medioevo si diffonde il grafema ç, nato dalla combinazione tra c e z. Nei manoscritti medievali troviamo altre opzioni: la parola avarizia (dal lat. AVARITIAM) poteva essere scritta anche avaritia (grafia latineggiante) o avariça. L’italiano introduce la distinzione tra u e v: il latino non conosceva il suono /v/ e usava la lettera V come maiuscola epigrafica del grafema corrispondente alla vocale u. Questa innovazione non fu adottata subito e concordemente dagli scriventi. Di fatto, la distinzione tra u e v prese piede soltanto dal 600 in poi. Anche l’alternanza nella resa del nesso /kw/ (occlusiva velare + w, o labiovelare), talvolta espresso con cu a volte indicato con q (quadro), può essere spiegata storicamente: l’oscillazione grafica rimonta all’alfabeto latino dove avevamo cor ma quattuor ‘quattro’. La h aspirata non esisteva più in volgare, ma il grafema non scomparve: continuò a essere impiegato in alcune grafie etimologiche per conseguire un effetto latineggiante. Inoltre, ebbe un ruolo decisivo nella formazione di alcuni digrammi.

In modo analogo, la x poteva apparire in grafie etimologiche (extimare > estimare, dextro > destro), anche per indicare la sibilare intensa (dixi > dissi). Nelle varietà settentrionali si diffuse inoltre l’uso di indicare con la x la fricativa prepalatale sorda e sonora /∫/ e /ʒ/. Problematica doveva essere la resa delle affricate prepalatali sorda e sonora, fonemi che il latino non conosceva: Cicero si pronunciava /’kikero/. Il problema venne risolto con l’introduzione dei digrammi , , e . Altre difficolta nascono dalla resa dei fonemi palatali: famiglia poteva essere scritto famiglia, famigla, familgla , ecc. Ruolo fondamentale nell’uniformazione grafica del volgare italiano ebbe la stampa: grazie alla possibilità di poter riprodurre un testo in più copie identiche si impose un modello grafico comune. Oltre alla stampa, ruolo decisivo nell’assestamento della grafia italiana fu svolto anche dal processo si normativizzazione grammaticale che dal XVI secolo in poi interessò l’italiano: la collaborazione tra l’editore Aldo Manuzio e Pietro Bembo portò alla codificazione di una serie di segni paragrafematici come l’apostrofo e i segni di punteggiatura, che nei manoscritti erano usati in modo irregolare e saltuario. Nel presente stiamo vivendo una rivoluzione simile a quella avvenuta durante il passaggio dal manoscritto alla stampa. La videoscrittura su supporto digitale e le modalità della comunicazione elettronica influenzano il modo in cui scriviamo.

3.3 Segni paragrafematici e ortografia

I segni paragrafematici sono quei segni che, pur non indicando fonemi, forniscono informazioni sulla pronuncia di una parola o sequenza di parole (come l’apostrofo e l’accento), sullo statuto del nome (maiuscole), ma anche sull’introduzione o sulla distribuzione delle sequenze linguistiche nella frase e nel testo (punteggiatura).

3.3.1 L’accento grafico e l’apostrofo

L’accento segnala la vocale della sillaba tonica.

La norma grafica dell’italiano non prevede generalmente l’uso dell’accento sulla sillaba tronca. L’accento va indicato obbligatoriamente nei seguenti casi:

  • (^) Nei monosillabi che finiscono con due grafemi vocalici consecutivi: ciò, giù, più, può. Fanno eccezione qua e qui che non vogliono l’accento;
  • (^) Nei monosillabi che, se scritti senza accento, risulterebbero omografi di altri: dà (forma del verbo dare) da (preposizione), dì (nome) di (preposizione), è (forma del verbo essere) e (congiunzione), là (avverbio) la (articolo e pronome), ecc. I monosillabi per i quali non si hanno omografie (o i cui omografi sono poco usati) non vanno accentati. Quindi si deve scrivere: do, fa, no, sa, so, va;
  • (^) Nei polisillabi tronchi (con l’accento sull’ultima vocale) che finiscono in vocale: qualità, caffè, applaudì. Cambiò, laggiù;
  • (^) Nelle parole composte il cui secondo componente è un monosillabo terminante in vocale, anche se il monosillabo, da solo, si scrive senza accento: si scrive tre, ma trentatré, sci ma doposcì. Nell’italiano di oggi si usano due tipi di accento:
    • Accento grave: si segna sulle vocali e e o aperte, sulla a, i, u (caffè, amò, là)
    • Accento acuto: solo sulla e chiusa (giacché, né, perché). Pur non essendoci parole italiane terminanti in o chiusa, l’accento acuto può essere posto sulla o nel corpo della parola, soprattutto per distinguerla da un omografo con o aperta e accento grave.
L’apostrofo segnala i fenomeni del troncamento e dell’elisione.

L’uso dell’apostrofo è legato a due fenomeni fonetici: l’elisione e il troncamento.

ELISIONE

A. Casi in cui l’elisione è obbligatoria:

  • Dopo il punto fermo, dopo il punto esclamativo e il punto interrogativo;
  • All’inizio di un discorso diretto. Per quanto riguarda le categorie di parole: Nei nomi propri di persona (antroponimi), nei cognomi e nei soprannomi di personaggi illustri, nei nomi propri di animali, nei nomi propri dei santi (agionimi) e nei nomi sacri si usa la maiuscola; Nei nomi che indicano popoli o abitanti di nazioni, città (etnici) si usa sia maiuscola che minuscola. Con alcuni etnici, la maiuscola serve a indicare la popolazione antica, mentre la minuscola indica la popolazione moderna. Se usati in funzione aggettivale, gli etnici prendono l’iniziale minuscola; Nei nomi propri di luoghi (toponimi), compresi i nomi delle vie, piazze e strade (odonimi) si usa la maiuscola. Il nome comune che accompagna alcuni toponimi (mar Tirreno) inizia con la minuscola, ma la maiuscola è obbligatoria quando il nome comune diventa parte integrale del nome proprio geografico (Monte Bianco); In alcuni nomi astronomici viene usata la maiuscola (il Sole), ma se i vocaboli vengono impiegati con un significato non astronomico prendono l’iniziale minuscola (crogiolarsi al sole); Nei nomi di festività (Natale). In altri casi la scelta tra iniziali maiuscole e minuscole è oscillante.
  • (^) Nei nomi che indicano periodi di tempo più o meno determinati, nell’italiano tradizionale era d’obbligo la maiuscola, ma oggi è diffusa anche la minuscola (l’Ottocento- l’ottocento).
  • (^) Vogliono l’iniziale minuscola i nomi delle stagioni, dei mesi, dei giorni e della settimana.
  • (^) Anche nei nomi che indicano cariche pubbliche o religiose, istituzioni, organismi ed enti si osservano oscillazioni (il Papa-il papa).
  • (^) Le sigle dovrebbero essere maiuscole (ONU), ma sempre più spesso si usano sigle minuscole (rai).
  • (^) Nelle denominazioni di testate giornalistiche o di opere letterarie che presentano l’articolo determinativo si usa la maiuscola anche per l’articolo, mentre il nome può essere scritto minuscolo (Il Corriere della Sera-Il corriere della sera).
  • (^) Se l’articolo del titolo si unisce a una preposizione, la maiuscola è necessaria.
  • (^) Gli appellativi e i titoli onorifici seguiti dal nome si scrivono con la maiuscola (dottor Lombardo), la minuscola si usa obbligatoriamente quando l’appellativo è usato per antonomasia (l’Avvocato). Un uso particolare è rappresentato dalla maiuscola reverenziale. La si usa nei confronti di persone verso le quali si vuole manifestare rispetto e deferenza. Si scrivono maiuscoli non solo gli appellativi, ma anche i pronomi personali e i possessivi.

Capitolo 4: Morfologia

4.1 Morfemi, allomorfi e tipi di lingue

La morfologia studia la forma delle parole e le trasformazioni che esse subiscono nel concreto uso linguistico. Per analizzare la struttura delle parole si ricorre al concetto di morfema, l’unità minima dotata di significato di cui si compongono le parole. Il morfema può: Veicolare il significato lessicale (morfema lessicale); Può codificare informazioni grammaticali, come il plurale e il singolare, il femminile e il maschile, il presente e il futuro verbale ecc. (morfema grammaticale). ESEMPIO. gatt- (morf. lessicale) -o (morf. grammaticale) —> I morfemi lessicali pertengono al livello del lessico, che è un sistema aperto, in continua trasformazione; —> I morfemi grammaticali costituiscono un inventario chiuso. Le innovazioni morfologiche scaturiscono da processi lunghi, osservabili nel tempo (diacronia). Non tutte le parole sono formate dalla combinazione di due o più morfemi:

  • (^) molte parole sono costituite da un solo morfema, detto morfema libero (parole come: oggi, ieri)
  • (^) dai morfemi liberi si distinguono i morfemi semiliberi, rappresentati dalle parole funzionali (preposizioni, articoli, ausiliari e pronomi clitici), che nella frase svolgono la loro funzione in unione con altre parole.
  • (^) I morfemi che si legano necessariamente a un altro morfema (la -o di gatto) sono i morfemi legati. Nei morfemi grammaticali bisogna distinguere 2 tipi, a seconda che il morfema determini o meno la creazione di una parola diversa rispetto al morfema lessicale a cui si collega: Morfemi flessivi: morfemi che modificano la forma di una parola, ma non modificano la parola stessa. Es: la -a di gatta produce una forma diversa (fem. - sing.) della parola gatto, ma non determina un cambiamento di parola. Morfemi derivativi: morfemi che conducono alla creazione di nuove parole, rappresentati da prefissi, suffissi e interfissi. Es: nella parola gattile (neoconiazione rifatta sul modello di canile) il morfema -ile dà vita a una parola nuova rispetto a gatto, dotata di un significato diverso.

4.1.1 I morfemi flessivi

I morfemi flessivi dell’italiano tendono a culminare in sé più informazioni (nel verbo cantiamo il morfema -iamo ci dice che il verbo è attivo, indicativo, presente e di prima persona plurale). Questa caratteristica permette di ascrivere l’italiano al tipo linguistico flessivo, insieme al latino, e alla maggior parte delle lingue indoeuropee (lingue parlate nella zona che si estende dall’Europa al Medio Oriente e all’India) e alle lingue semitiche (lingue afro-asiatiche, come: arabo, ebraico…). Altre lingue presentano caratteristiche morfologiche diverse. Esistono lingue agglutinanti, come: ungherese, finlandese, basco, turco e giapponese (e l’esperanto, lingua artificiale). In queste lingue ogni morfema che si salda alla radice lessicale presenta un solo significato grammaticale. Diversa è la struttura morfologica delle lingue isolanti come il cinese. Nel cinese parola e morfema tendono a coincidere. In queste lingue non esistono morfemi grammaticali, le parole sono invariabili rispetto all’opposizione singolare/plurale e maschile/femminile e non ci sono coniugazioni, ma solo morfemi lessicali che si combinano fra loro nella frase dando vira a parole dal significato diverso. Morfologicamente le diverse lingue del mondo si distinguono anche in base al loro grado di sinteticità. Rispetto al latino l’italiano è una lingua più analitica perché esprime molte informazioni grammaticali, che il latino codificava mediante elementi morfologici, avvalendosi di altre strategie (come le declinazioni).

4.1.2 Allomorfia

L’italiano si caratterizza per l’ampia allomorfia. Gli allomorfi sono forme diverse che uno stesso morfema può assumere a seconda di specifiche condizioni. Ad esempio i morfemi lessicali del verbo cambiano a seconda del modo, del tempo o della persona. Nei nomi l’allomorfia lessicale dipende dall’influsso del fonema che compare nel morfema grammaticale: diciamo amico al singolare, ma amici al plurale perché il morfema grammaticale -i palatalizza l’occlusiva velare sorda della base. Un tipo di allomorfia è il suppletivismo, fenomeno diffuso nell’italiano delle epoche passate. Con questo termine si indica la coesistenza di due o più morfemi, non riconducibili a un etimo comune, per una stessa forma grammaticale. Nel paradigma del verbo andare accanto al morfema lessicale and- (andare, andando, andai, andrei, ecc.) troviamo anche va(d)- (vado, vai, va, vanno): il primo deriva dal verbo latino AMBULARE ‘camminare’, il secondo dal verbo latino VADERE ‘andare’. Altri casi di suppletivismo interessano le forme del participio (visto/veduto), del congiuntivo (sieda/ segga), e alcune forme soggettivali (buono, migliore, ottimo) e gli aggettivi di relazione (da gatto abbiamo felino, da occhio – oculare) e gli etnici (da Napoli abbiamo l’aggettivo napoletano e partenopeo) spesso derivanti da latinismi o grecismi. In alcuni casi i due allomorfi sono in distribuzione complementare: a seconda della forma

singolare osso ——> plurale ossi / ossa (E tante altre parole, come: ciglio, filo, labbro, lenzuolo, membro, muro, urlo, fondamento) I due plurali presentano una diversità di significato piò o meno accentuata. —-> Le forme in -a evidenziano il fatto che i referenti, usati cumulativamente, fanno parte di qualcosa di unitario: le braccia sono quelle del corpo umano; le labbra disegnano la bocca. —-> I plurali in -i invece indicano entità autonome, nella loro individualità: i diti indici, medi, mignoli ; inoltre sono usati nei casi in cui, per un processo metaforico, rimandano a parti di referenti inanimati ( i cigli della strada, i bracci della morte ). In italiano esistono anche nomi plurali tantum, che presentano solo la forma del plurale, come nozze , esequie , o che si usano prevalentemente al plurale come mutande, pantaloni o forbici. Altri nomi sono usati per lo più al singolare gregge, bestiame, legna. Si tratta di nomi “collettivi”, che indicano un gruppo di animali o un insieme di cose e che contengono già in sé l’dea del plurale. Plurale dei forestierismi. La tendenza prevalente consiste nel non adattare al plurale i prestiti stranieri, dato che in italiano l’uso dell’articolo esplicita la marca del plurale anche se il nome è invariabile. Vari prestiti presentano già la forma del plurale, come: tortillas , telenovelas. A incrementare il numero di nomi invariabili nell’italiano occorre il ricorso al fenomeno dell’accorciamento o riduzione: auto da automobile, moto da motocicletta, ecc. (non variano al plurale).

4.2.2 Il genere

Dei tre generi del latino (maschile, femminile, neutro) l’italiano conserva il maschile e il femminile. —>Nei nomi che individuano referenti inanimati il genere grammaticale è immotivato e regola l’accordo di aggettivi e articoli: diciamo la casa / le case perché quel nome è morfologicamente femminile, ma il referente che individua non ha un sesso. —>Nei nomi che si riferiscono a esseri animati e umani, il genere grammaticale tende a coincidere con il sesso femminile o maschile del referente. All’interno dei nomi che rinviano a referenti animati bisogna distinguere diversi casi: Nomi che presentano un maschile e un femminile: l’amico / l’amica; Nomi di genere comune, in cui il sesso è segnalato mediante l’articolo: il nipote / la nipote ; Nomi epicèni, che non variano a seconda del genere: la tigre, la pantera ; Nomi indipendenti (il genere è segnalato da lessemi diversi): uomo/donna marito/moglie. Una questione sociolinguistica e culturale connessa al genere grammaticale dei nomi umani riguarda il sessismo linguistico, l’eventualità che particolari usi della lingua possano causare e riflettere discriminazioni di genere sessuale. In seguito ai cambiamenti della società italiana a partire dal secolo scorso, si è sentita l’esigenza di creare forme femminili, ricorrendo alla mozione di genere, fenomeno che consente il passaggio dal maschile al femminile, anche nella direzione opposta. La mozione di genere si realizza attraverso diverse strategie: adattamento del morfema flessivo (sostituzione della - o con la - a): maestra, ministra, avvocata impiego di suffissi come -essa e -trice: professoressa, direttrice, avvocatessa. con nomi derivanti da participi presenti o formati mediante suffisso - ista si procede al solo accordo dei modificatori: la cantante, la preside, la stilista. Una certa oscillazione nella scelta del genere del modificatore si determina davanti a nomi maschili, ma che rinviano a figure femminili (il soprano> la soprano). Altro meccanismo che pare in regresso nell’italiano è l’aggiunta del nome donna: sindaco donna. Non sempre si è d’accordo sulla strategia da adottare: l’uso attuale oscilla tra avvocato, avvocatessa e avvocata. Molti ritengono che nei nomi di professione non sia necessario indicare il femminile. Il suffisso -essa è considerato poco consono perché in passato poteva esprimere un valore peggiorativo.

4.3 Aggettivi e avverbi

Come i nomi, anche gli aggettivi possiedono un numero e un genere. Inoltre, gli aggettivi

qualificativi sono marcati in base al loro grado. In italiano si articolano in due classi. I. Aggettivi della prima classe: presentano quattro morfemi distinti per il singolare, il plurale, il maschile e il femminile ( rosso, rossa, rossi, rosse). II. Aggettivi della seconda classe: presentano morfemi distinti per il numero, ma invariabili rispetto al genere ( felice, felici). Esistono anche aggettivi invariabili sia rispetto al numero che rispetto al genere ( pari, dispari, arrosto). Sono invariabili anche:

  • (^) molti nomi di colore usati in funzione aggettivale ( lilla, rosa, amaranto, blu),
  • (^) gli aggettivi derivanti da perifrasi avverbiali formate con -bene, -modo, -poco;
  • (^) gli avverbi in funzione aggettivale ( quartiere bene) ;
  • (^) prestiti aggettivali (sexy, cheap, naif, ecc.).

In italiano gli avverbi non presentano una flessione: sono classificati nella grammatica tradizionale

tra le parti invariabili del discorso (come le congiunzioni e le interiezioni). Possiamo distinguere:

  • (^) gli avverbi lessicali semplici: qui, giù, là, ieri
  • (^) gli avverbi lessicali composti da più parole: soprattutto, di nascosto, di sfuggita, dappertutto.
  • (^) avverbi derivati da aggettivi: allegramente, serenamente, velocemente (formati dall’aggettivo al femminile se appartiene alla prima classe e dal suffisso -mente).

4.3.1 I gradi dell’aggettivo: grado zero (o positivo), comparativo, superlativo.

Gli aggettivi che esprimono qualità o proprietà possono essere graduati attraverso l’anteposizione di avverbi o l’uso di morfemi legati. I gradi dell’aggettivo sono tre: grado zero (o positivo), comparativo, superlativo.

Il grado comparativo, che esprime un confronto tra due elementi, si distingue in:

comparativo di maggioranza: si forma anteponendo all’aggettivo l’avverbio più (più intelligente); comparativo di minoranza: l’aggettivo è preceduto da meno (meno intelligente, meno simpatico); comparativo di uguaglianza: si usa l’aggettivo di grado zero. Alcuni aggettivi hanno un comparativo di maggioranza di tipo sintetico, ereditato dal latino: più grande e maggiore , più buono e migliore , più piccolo e minore , più cattivo e peggiore.

Il grado superlativo, che esprime l’intensità massima di una qualità, può essere formato:

  • (^) mediante una strategia analitica —> usando gli avverbi tanto, molto, assai + l’aggettivo
  • (^) mediante una strategia sintetica —> l’italiano si distingue per la possibilità di formare un superlativo sintetico, ricorrendo al morfema - issimo ( intelligentissimo). Inoltre, derivano dal latino superlativi come: ottimo, massimo, pessimo, acerrimo, celeberrimo, integerrimo. Alcuni comparativi e superlativi latini sono stati reinterpretati come aggettivi di grado zero: deteriore (compar.. da de ), esteriore/estremo (compar./superl.. da extra ‘fuori’), inferiore/infimo (superl. da infra ‘sotto’), interiore/intimo (compar./superl. da intra ‘dentro’) ecc. L’intensificazione dell’aggettivo può essere realizzata anche mediante appositi prefissi come: super-, iper-, stra-, mega-. 4.4 Articolo Gli articoli sono determinanti del nome e servono a precisare se a quel dato nome si attribuisce un valore definito o non definito. L’articolo in italiano è sempre preposto al nome. Articoli determinativi: hanno la funzione di introdurre un referente noto del discorso, cioè persone/oggetti che il parlate suppone conosciuti, o presenta come tali, al proprio interlocutore. È anche utilizzato anche per riferirsi a un’intera classe di oggetti extralinguistici (dicendo il gatto appartiene alla famiglia dei felidi , intendiamo dire che tutti i gatti appartengono a quella specie). Gli articoli determinativi sono flessi per genere e numero: il / lo, la, i /le.

Il sistema di pronomi atoni per la I e II persona singolare e plurale è ridotto: le forme mi, ti, ci, e vi sono usate senza distinzione di caso e di genere (ti amo, amo te), anche nella formazione dei riflessivi (mi lavo, ci vediamo). La III persona singolare e plurale, presenta forme sensibili al variare del genere e del caso; per esprimere la riflessività si ricorre a una forma specifica, si. In alcune varietà dell’italiano contemporaneo la distinzione fra gli e loro sembra essersi affievolita: l’uso di gli al posto di loro è ormai ammesso anche dalle grammatiche normative, persino negli usi scritti ( gli ho detto al posto di ho detto loro). Si è assistito al fenomeno per cui il maschile gli viene applicato anche per il femminile, ma si tratta di un errore. Il pronome si , oltre alla funzione di riflessivo di terza persona è usato per realizzare costruzioni impersonali (si prega di chiudere la porta) o con funzione passivante (qui si vendono). Ne, vi e ci in funzionale avverbiale: Il ne è utilizzato in funzione di complemento partitivo (ne ho visti tre); ci e vi hanno funzione locativa (ci sono andato, vi hanno abitato). Oggi ci è più usato di vi. Non sempre i pronomi clitici riprendono un nome già espresso: spesso si uniscono a determinate espressioni verbali cambiandone il significato originario, come accade in entrarci ‘riguardare’, volerci ‘essere necessario’ o starci ‘accondiscendere’. In questi esempi i pronomi si lessicalizzano: perdono la loro funzione grammaticale di ripresa per formare insieme al verbo una nuova parola. I verbi che presentano questi pronomi privi di riferimento sono detti verbi procomplementari.

—-> 4.5.1.1 I pronomi allocutivi

I pronomi personali hanno anche la funzione interazionale: il parlante li utilizza per rivolgersi al proprio interlocutore. Nell’italiano standard la scelta del pronome allocutivo dipende dal grado di confidenza e vicinanza che esiste tra gli interlocutori. —>Si usa la seconda persona singolare, il tu (allocutivo di vicinanza), per rivolgersi a una persona che si conosce o con cui si ha un rapporto paritario. —-> L’allocutivo che segnala una minore confidenza e un maggior distacco è la terza persona singolare femminile, il lei (allocutivo di distanza), oggi usato come forma di cortesia. L’uso del lei comporta delle incertezze nell’accordo dei costituenti frasali: i clitici si accordano al femminile anche quando l’interlocutore è di sesso maschile ( Professore, la ringrazio ), ma i participi o gli aggettivi presentano nell’italiano di oggi l’accordo al maschile ( Caro cliente, lei è stato selezionato ). Un’eccezione si ha nelle frasi in cui il participio o l’aggettivo fanno parte di una costruzione predicativa con pronome clitico espresso: Professore, l’ho sentita chiamare. —>Meno usuale l’uso della seconda persona plurale, voi : forma di cortesia usata nei confronti di cariche istituzionali di alto livello. —> Quando gli interlocutori sono più di uno si tende a usare la seconda persona plurale: il pronome di cortesia loro (è marginale nell’italiano di oggi, è riservato a occasioni molto formali). La distribuzione degli allocutivi muta in base alla variabile diatopica: i parlanti meridionali usano più spesso il voi. Un tempo, il sistema degli allocutivi appariva più differenziato, se oggi il tu ha guadagnato molto spazio rispetto al lei nell’interazione fra estranei, in passato la norma sociale prevedeva l’uso di allocutivi di distanza anche coi propri familiari (nell’italiano regionale sardo i figli davano del voi ai propri genitori). Storicamente il pronome allocutivo lei si sviluppa più tardi: in italiano antico fino al 400 gli unici pronomi allocutivi erano il tu e il voi , l’uso dell’allocutivo lei arriverà solo nel

  1. Nel Novecento la politica linguistica del fascismo tentò di sradicare il lei e di imporre il voi.

4.5.2 Possessivi

I pronomi e gli aggettivi possessivi servono a:

  • (^) esprimere il possessore (colui a cui appartiene qualcosa),
  • (^) a indicare una vicinanza affettiva (mio padre).

I pronomi possessivi dell’italiano variano al variare della persona di riferimento ( mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro ), del numero ( mio, miei ), e del genere ( tuo, tua ), del referente. Il possessivo loro si mantiene inalterato. Alla terza persona l’italiano non segnala se il possessore è maschile o femminile. Ha funzione di possessivo anche l’aggettivo proprio: si usa quando il possessore coincide con il soggetto sintattico della frase.

4.5.3 Dimostrativi e numerali

Nella categoria dei dimostrativi rientrano pronomi e aggettivi che il parlante usa per situare gli

oggetti di cui parla nello spazio e nel tempo. Nell’italiano il sistema dei dimostrativi è a due uscite:

  • si usa questo (dimostrativo di vicinanza), per indicare oggetti che sono vicini nello spazio e nel tempo al parlante;
  • (^) si usa quello (dimostrativo di lontananza) per riferirsi a oggetti lontani dall’emittente. I concetti di vicinanza/lontananza riguardano anche la dimensione psicologica: il dimostrativo quello può indicare qualcosa che si sente estraneo o lontano dal proprio modo di essere: quel tuo modo di fare non mi piace. L’italiano del passato conosceva una terza opzione: codesto , usata per esprimere distanza dal parlante e vicinanza rispetto all’interlocutore. Oggi è usato in area toscana e nel linguaggio burocratico. Sono dimostrativi i pronomi costui/costei/costoro , oggi meno usati, e colui/ colei/coloro , impiegati nelle costruzioni di proposizioni relative (mi riferisco a coloro che non sono qui).

I pronomi e gli aggettivi numerali si distinguono in:

  • (^) cardinali: uno, due, tre.. Sono invariabili ad eccezione di uno , che si flette in base al genere ( uno/a );
  • (^) ordinali: primo, secondo, terzo… Variano per genere e numero (primo/-a/-i/-e). Altri numerali sono:
  • (^) moltiplicativi: indicano una quantità fino a sei volte più grande di un’altra: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, sestuplo (per le quantità maggiori si ricorre alla perifrasi x volte maggiore di );
  • (^) frazionari: si riferiscono a una o più parti di un tutto: al numeratore compare un numero cardinale, al denominatore un numero ordinale (due terzi);
  • (^) distributivi: indicano la distribuzione di più oggetti in base al numero ( a uno a uno, a due a due );
  • (^) collettivi: individuano un insieme numerico ( paio, coppia, decina, dozzina , ecc.).

4.5.4 Altri pronomi: indefiniti, relativi, interrogativi

INDEFINITI. Insieme agli articoli e ai numerali, gli indefiniti fanno parte dei quantificatori, elementi

con cui le lingue esprimono informazioni sulla quantità dei referenti considerati nel discorso. Gli indefiniti sono accomunati dal fatto di riferirsi a un referente non determinato dal punto di vista qualificativo o quantificativo. È possibile distinguere: gli universali: tutti, ogni e ognuno , si riferiscono a tutti gli elementi dell’insieme considerato; gli esistenziali: alcuni e qualche , rimandano a un elemento dell’insieme individuato dal nome; i quantificativi: parecchio, molto e poco , esprimono la quantità considerata di un certo referente; i negativi: nessuno e niente , escludono qualsiasi elemento dell’insieme considerato; gli identificativi: certo, tale e altro , riguardano l’identità o la differenza di un certo referente; i generalizzanti: qualsiasi, checché, qualunque e chiunque , esprimono l’indifferenza del parlante rispetto all’elemento dell’insieme che si sta considerando. La maggior parte degli indefiniti può svolgere la funzione di pronome e aggettivo. Alcuni hanno solo valore pronominale, come: alcunché, checché; checchessia , ecc. Altri sono usati solo come aggettivi: ogni, qualche, qualsiasi , ecc. Fra gli indefiniti usati indifferentemente come aggettivi e come pronomi sono invariabili rispetto al

numero ciascuno e nessuno. Alcuni indefiniti possono introdurre subordinate relative.

RELATIVI E INTERROGATIVI. I relativi e gli interrogativi appartengono alla classe degli elementi wh -, chiamati così perché in inglese sono introdotti dal morfo wh - ( who, what, whom, why, when …).

Per formare i tempi composti l’italiano sfrutta gli ausiliari essere o avere e il participio passato del verbo. La distribuzione degli ausiliari dipende dalla transitività del verbo:

  • (^) verbi transitivi: cioè che ammettono l’uso di un oggetto diretto, si usa avere (ho mangiato);
  • (^) verbi intransitivi inaccusativi: si usa il verbo essere (sono andato, sono caduto);
  • (^) verbi intransitivi inergativi: richiedono l'ausiliare avere (ho parlato, ho dormito). Alcuni verbi ammettono entrambi gli ausiliari perché a seconda del contesto possono essere interpretati come inergativi o come inaccusativi. —-> Diverse particolarità presenta la distribuzione degli ausiliari nei tempi composti di perifrasi verbali contenenti un verbo servile o modale ( volere, dovere, potere ). Usati da soli, questi verbi prendono l’ausiliare avere ; se sono usati in perifrasi, i verbi modali sono preceduti dall’ausiliare richiesto dal verbo che compare all’infinito ( sono dovuto andare, ho dovuto dormire ). Qualora l’infinito sia rappresentato da un verbo passivo, si impiega l’ausiliare avere ( ha voluto essere accompagnato ).

4.6.3 I modi

I modi verbali dell’italiano realizzano diverse funzioni. modi finiti: (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo) precisano come l’azione viene considerata dall’enunciatore (reale, possibile, irreale, desiderabile, necessaria…): in tal senso rappresentano strumenti grammaticali finalizzati all’espressione della modalità; modi non finiti: (infinito, participio e gerundio) invece non attivano un significato modale, sono impiegati in dipendenza da verbi o proposizioni (essendo privi della categoria di persona questi modi, che rappresentano forme nominali del verbo, raramente sono usati autonomamente nella frase). —> L’indicativo: è il modo della realtà e della certezza; —> l’imperativo: è impiegato per dare ordini. —> Il congiuntivo e il condizionale: esprimono azioni o eventi potenziali e ipotetici; Il condizionale è utilizzato dai parlanti per mitigare le proprie affermazioni ( ti consiglierei piuttosto il vestito rosso) o per formulare richieste in modo più cortese: vorrei un caffè. Un uso non modale del condizionale si ha nelle subordinate completive dove serve a esprimere il futuro nel passato ( ero certo che sarebbe venuto alla festa ). L’uso del congiuntivo non è sempre riconducibile a fattori modali:

  • (^) negli usi in proposizione indipendente il congiuntivo può avere valore epistemico ed esprimere una supposizione del parlante ( Marco non è venuto alla festa. Che abbia bucato? );
  • (^) è usato nelle frasi augurative: ( che Dio ti benedica!) ;
  • (^) desiderarive: magari smettesse di piovere!;
  • (^) esortative: la smettano di dar fastidio!
  • (^) Il congiuntivo è usato anche per rivolgere ordini o richieste con le forme allocutive di cortesia ( esibisca i documenti). Nelle subordinate il congiuntivo non esprime sempre incertezza o irrealtà: in dipendenza da verba putandi (di pensiero) il congiuntivo non connota il contenuto della dipendente come incerto, ma segnala un legame di subordinazione. Possono presentare un valore modale anche tempi verbali come il futuro e l’imperfetto. —> Per codificare un evento posteriore al momento dell’enunciazione è possibile usare il presente accompagnato da una determinazione temporale ( tra un mese parto per Londra ). Oltre quello temporale, al futuro sono attribuiti altri valori, soprattutto nella varietà colloquiale, nella quale si ricorre al futuro epistemico per fare ipotesi/supposizioni: saranno 5 anni che non vado. Attraverso il futuro è anche possibile effettuare ordini ( non avrai altro Dio all’infuori di me ): in questo caso si parla di futuro deontico. Non si riferisce a una dimensione temporale neanche il futuro concessivo, che si usa per fare un’affermazione per poi contrastarla: sarà anche un bel film, ma è troppo lungo.

Valori modali sono assunti anche dall’imperfetto, usato per mitigare una richiesta ( volevo un tè) L’imperfetto viene usato come forma evidenziale, per segnalare che una data informazione ci è stata riferita ( Carla passava a casa e poi veniva ). L’imperfetto, chiamato imperfetto citativo, è impiegato dal parlante per segnalare che quanto sta affermando gli è stato riferito dal diretto interessato ( Carla mi ha detto che sarebbe passato a casa ). Un uso dell’imperfetto si realizza nelle narrazioni di sogni o visioni, imperfetto onirico ( correvo su un prato verde e dopo iniziavo a volare ), dove serve a ricostruire scenari avvertiti come irreali; Fenomeno analogo è l’imperfetto ludico, usato dai bambini durante il gioco ( facciamo che io ero una principessa e tu un cavaliere ). Presentano valore modale anche varie perifrasi costruite mediante i verbi modali e l’infinito di un altro verbo: dovere e potere servono a costruire perifrasi deontiche ( devi rimanere seduto, potete alzarvi ). Può essere considerato un verbo modale anche sapere in espressioni come so cantare o so ballare, dove realizza la modalità dinamica. (DEONTICA = caratterizza la preposizione in termini di obbligo/dovere/permesso) (EPISTEMICA= riguarda il grado di certezza del parlante rispetto a quello che dice)

4.6.4 La diatesi

Con il termine diatesi si fa riferimento alla relazione che intercorre tra le funzioni sintattiche degli argomenti del verbo e il loro ruolo semantico. I verbi italiani presentano una diatesi:

  • (^) diatesi attiva: il soggetto del verbo individua colui che attiva e controlla l’evento (dal punto di vista semantico un agente: Luca ha picchiato Paolo ), colui che sperimenta una condizione ( Paolo teme Luca ) o è lo strumento con cui l’evento si compie ( l’automobile ha forzato il posto di blocco );
  • (^) diatesi passiva: il soggetto sintattico del verbo è il paziente (la persona o la cosa che subisce l’azione: i lavoratori sono stati messi in cassa integrazione ), mentre l’agente, qualora espresso, viene codificato mediante un complemento indiretto (d’agente o di causa efficiente). In italiano il passivo si ottiene usando l’ausiliare essere e il participio passato dei verbi transitivi, è diffusa anche la costruzione “ venire + participio passato”;
  • (^) diatesi riflessiva: prevede l’uso di pronomi clitici riflessivi (mi, ti, si, ci, vi, si ), l’azione ricade direttamente su colui che la compie. Vari tipi di verbi riflessivi —> riflessivi diretti o propri: il pronome svolge la funzione di oggetto (mi vesto); —> riflessivi indiretti o apparenti: vi è un oggetto diretto espresso, il pronome riflessivo svolge la funzione di complemento indiretto (mi lavo le mani) —> riflessivi reciproci: l’azione interessa due o più persone che la svolgono in modo reciproco (si abbracciano). Un fenomeno a parte sono i verbi pronominali intransitivi, in verbi come ammalarsi, annoiarsi, innamorarsi, pentirsi, vergognarsi , che esprimono processi fisici o psicologici non intenzionali, il pronome non può essere parafrasato con ‘sé stesso, a sé stesso’. In questi verbi il pronome si è lessicalizzato e non rimanda più a un’intenzione riflessiva.

4.6.5 L’aspetto

Un’azione o un evento possono essere visti nella loro globalità, nella loro durata o nelle singole fasi che li costituiscono. La categoria dell’aspetto consente di distinguere all’interno del processo verbale le modalità di svolgimento dell’azione. A livello grammaticale l’italiano codifica l’aspetto principalmente nell’opposizione tra il perfetto e l’imperfetto: l’aspetto perfettivo: considera il processo verbale nella sua interezza, prospettandone il punto finale ( piansi/ho pianto ); l’aspetto imperfettivo: evidenzia l’azione nel suo svolgimento ( piangevo ). L’aspetto perfettivo può presentare un valore:

  • (^) aoristico: è espresso dal passato remoto e considera l’azione a prescindere dai suoi effetti, come un evento singolo ( Luca andò al lavoro );