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Decolonizzazione: Storia, Processi e Implicazioni, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Riassunto la decolonizzazione di betts

Tipologia: Sintesi del corso

2013/2014

Caricato il 29/09/2014

elenadb9
elenadb9 🇮🇹

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Il termine decolonizzazione è entrato a far parte del vocabolario a partire dalgi anni 30, diventato
di uso comune solo negli anni 60.
la decolonizzazione non è stata un processo ma un insieme di attività e di eventi convulsi,
svoltesi nelle sale congressuali o nelle strade cittadine sotto forma di proteste o ancora nelle
giungle e nelle montagne sotto forma di combattimenti.
I risultati che ne derivano sono stati insoddisfacenti. Per alcuni è stata troppo rapida, per altri
lenta, per quasi tutti è rimasta incompiuta.
Nel senso politico del termine è ormai definitivamente conclusa, ciò è stato sancito a partire dal
30 giugno del 1997 quando Hong Kong è stata restituita alla cina dopo 150anni si controllo
britannico.
L’impero al tramonto e gli anni fra le due guerre
Le due maggiori potenze imperialistiche coloniali dell’epoca possono essere identificate in
Francia e Gran Bretagna. L’esposizione dell’impero britannico si tenne a Londra nel 1924, nel
parco di Wembley, mentre a Parigi nel 1931, nel Bois De Vincennes ebbe luogo l’esposizione
coloniale internazionale. Ciascuna di esse dava l’illusione di un’organizzazione mondiale di
popoli, territori e ambienti eterogenei riuniti sotto un’unica bandiera a beneficio dichiarato dei
colonizzatori e dei colonizzati. Gli europei che si trovavano nei territori coloniali assunsero
perlopiù quella che è stata definita un mentalità da énclave mantenendosi socialmente e
geograficamente separati dai popoli indigeni e scarsamente incoraggiati alla conoscenza
reciproca. Il termine indigeno, era allora, un termine descrittivo del mondo coloniale, consisteva
in una serie di oggetti da vedere, esaminare e catalogare in quanto facenti parte di uno specifico
ambiente. Cruzon ( viceré dell’India tra il 1899 e il 1905) in un discorso tenuto a Birmingham nel
1908 parla dell’impero come di un’ispirazione che doveva dare ai popoli lungo tutta la
circonferenza terrestre ciò che essi non avrebbero potuto avere altrimenti, non semplicemente
giustizia e ordine ma la partecipazione ad una grande idea. Quell’idea si identificava con
l’impero europeo che veniva identificato come missione civilizzatrice. Espressione che vede
ancora una volta l’Europa al centro della politica mondiale. Il mondo era composto da due
cerchi, uno più interno che era il centro e uno più esterno che rappresentava la periferia. La
condizione europea veniva definita avanzata , essi erano dotati di conoscenza planetaria; dal
punto di vista europeo il Maidan era la linea divisoria erbosa nei centri urbani che divideva l’area
residenziale inglese dai quartieri indigeni. Dopo il primo conflitto mondiale, sulla vecchia idea di
missione civilizzatrice s’innesta la nuova idea della necessità di uno sviluppo economico delle
colonie a beneficio di tutta l’umanità. Si diffuse un sentimento internazionale alimentato anche
dal riconoscimento emerso dal contributo delle colonie allo sforzo bellico. La prima G. M.
produsse la sconfitta dell’impero tedesco e di quello ottomano le cui spoglie furono spartite dagli
imperi coloniali britannico, francese e belga. L’imperialismo in questo schema globale diviene
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Scarica Decolonizzazione: Storia, Processi e Implicazioni e più Sintesi del corso in PDF di Storia Contemporanea solo su Docsity!

Il termine decolonizzazione è entrato a far parte del vocabolario a partire dalgi anni 30, diventato

di uso comune solo negli anni 60.

la decolonizzazione non è stata un processo ma un insieme di attività e di eventi convulsi,

svoltesi nelle sale congressuali o nelle strade cittadine sotto forma di proteste o ancora nelle

giungle e nelle montagne sotto forma di combattimenti.

I risultati che ne derivano sono stati insoddisfacenti. Per alcuni è stata troppo rapida, per altri

lenta, per quasi tutti è rimasta incompiuta.

Nel senso politico del termine è ormai definitivamente conclusa, ciò è stato sancito a partire dal

30 giugno del 1997 quando Hong Kong è stata restituita alla cina dopo 150anni si controllo

britannico.

L’impero al tramonto e gli anni fra le due guerre

Le due maggiori potenze imperialistiche coloniali dell’epoca possono essere identificate in

Francia e Gran Bretagna. L’esposizione dell’impero britannico si tenne a Londra nel 1924, nel

parco di Wembley, mentre a Parigi nel 1931, nel Bois De Vincennes ebbe luogo l’esposizione

coloniale internazionale. Ciascuna di esse dava l’illusione di un’organizzazione mondiale di

popoli, territori e ambienti eterogenei riuniti sotto un’unica bandiera a beneficio dichiarato dei

colonizzatori e dei colonizzati. Gli europei che si trovavano nei territori coloniali assunsero

perlopiù quella che è stata definita un mentalità da énclave mantenendosi socialmente e

geograficamente separati dai popoli indigeni e scarsamente incoraggiati alla conoscenza

reciproca. Il termine indigeno, era allora, un termine descrittivo del mondo coloniale, consisteva

in una serie di oggetti da vedere, esaminare e catalogare in quanto facenti parte di uno specifico

ambiente. Cruzon ( viceré dell’India tra il 1899 e il 1905) in un discorso tenuto a Birmingham nel

1908 parla dell’impero come di un’ispirazione che doveva dare ai popoli lungo tutta la

circonferenza terrestre ciò che essi non avrebbero potuto avere altrimenti, non semplicemente

giustizia e ordine ma la partecipazione ad una grande idea. Quell’idea si identificava con

l’impero europeo che veniva identificato come missione civilizzatrice. Espressione che vede

ancora una volta l’Europa al centro della politica mondiale. Il mondo era composto da due

cerchi, uno più interno che era il centro e uno più esterno che rappresentava la periferia. La

condizione europea veniva definita avanzata , essi erano dotati di conoscenza planetaria; dal

punto di vista europeo il Maidan era la linea divisoria erbosa nei centri urbani che divideva l’area

residenziale inglese dai quartieri indigeni. Dopo il primo conflitto mondiale, sulla vecchia idea di

missione civilizzatrice s’innesta la nuova idea della necessità di uno sviluppo economico delle

colonie a beneficio di tutta l’umanità. Si diffuse un sentimento internazionale alimentato anche

dal riconoscimento emerso dal contributo delle colonie allo sforzo bellico. La prima G. M.

produsse la sconfitta dell’impero tedesco e di quello ottomano le cui spoglie furono spartite dagli

imperi coloniali britannico, francese e belga. L’imperialismo in questo schema globale diviene

un rapace capitalismo che si espandeva oltremare in cerca di nuovi mercati e nuove

gabinetto di guerra, il laburista Cripps che offrì all’India lo status di dominion e il diritto d’istituire

un’assemblea costituente.

Complicati dalla posizione di Gandhi, i negoziati non ebbero successo portando i britannici

All’area della sterlina, per conservare importanti vantaggi economici e tenere legati i paesi

del Commonwealth al sistema finanziario britannico, corrispondeva da parte dei francesi un’area del franco , la CFA ( cassa franco-africana) sotto il controllo della Banca di Francia. La versione britannica crollò molto velocemente a causa delle crisi finanziarie interne e del crescente predominio statunitense mentre quella francese scomparve solo nel 1996. Nell’Africa subsahariana la velocità del cambiamento politico fu particolarmente elevata, la Nigeria divenne indipendente nel 1960, il Tanganica nel 1961, l’Uganda nel 1962, il Kenya nel 1963 , il Nyasaland (Malawi) e la Rhodesia settentrionale (Zambia) nel 1964. Ebbe una particolare influenza nel processo di decolonizzazione la guerra fredda. Combattendo su due fronti non europei, Africa settentrionale e Pacifico, gli USA assunsero una nuova posizione in materia di politica mondiale; l’ America di Roosevelt e con i suoi successori diviene difensore vitale della democrazia contro l’URSS. Il fatto che l’ideologia di base della liberazione coloniale fosse un composto di nazionalismo e marxismo condusse gli americani a scorgere ovunque l’influenza sovietica. Con la crisi di Cuba nel 1962, durante la quale i sovietici istallarono delle rampe missilistiche puntate contro gli Stati Uniti, Kennedy ebbe la percezione di una guerra immediata. Posti di fronte a una seria minaccia degli USA e al blocco navale di Cuba, i sovietici fecero marcia indietro smantellando le basi cubane. In Africa il gelo della guerra fredda si avvertì in modo particolarmente forte, nel Congo belga le fazioni rivali ricevettero contrapposti sostegni, Ciombe trovò il sostegno dei belgi mentre Lumumba fu sostenuto dai sovietici; la questione fu risolta con l’intervento dell’ONU, Lumumba fu assassinato e Ciombe messo alla porta. Gli USA favorivano il mantenimento della dominazione coloniale dove essa pareva fungere da baluardo contro il comunismo e diede forte sostegno militare alle nazioni che sembravano ben determinate a contribuire ad arginare il comunismo.

L’OPINIONE PUBBLICA INTERNAZIONALE E LA DECOLONIZZAZIONE

Il materiale di cui è fatta la protesta è costituito dalle parole, esse venivano elaborate sotto forma

di dichiarazioni, manifesti e tesi. I leader dei movimenti di riforma e protesta presenti nel mondo

coloniale erano parte di una élite intellettuale, molti di loro aveva frequentato le università

europee o americane, sapevano usare con abilità le lingue europee e loro numerosi libri e

articoli variano nel tono, da semplici considerazioni a stridenti denunce. La letteratura era diretta

soprattutto all’oppressore, “ Europei, dovete leggere questo libro e compenetrarvi in esso”

raccomandava e ammoniva J-P Sartre nella prefazione a quella che si può considerare la più

influente opera della protesta, “I dannati della terra” di Fanon. Secondo la tesi centrare di Fanon,

la decolonizzazione era stata un atto violento e poteva essere estirpata soltanto con la violenza,

l’opera di Fanon rappresenta un nuovo fenomeno internazionale emerso in maniera diffusa dopo

il secondo conflitto mondiale, l’esistenza di un’opinione pubblica internazionale. Nel mondo

coloniale si moltiplicarono giornali e riviste, radio e cinema entrarono nella quotidianità

generando una coscienza pubblica. Un genere letterario che assume vasta importanza e

favorisce la diffusione del ruolo svolto dai loro autori nell’evoluzione politica del loro paese è

l’autobiografia. Nonostante la vastità della produzione letteraria, si possono identificare temi

fondamentali nella considerazione retorica: al primo posto, era l’imperialismo descritto come

offensivo, devastante e oppressivo; al secondo posto, l’affermazione nazionale; al terzo stavano

il benessere, lo sviluppo economico e la conseguente modernizzazione. La dicotomia marxista

tra capitalista sfruttatore e proletario sfruttato era amplificata e internazionalizzata, per

trasformarsi in quella di nazione coloniale sfruttatrice e popolo coloniale sfruttato. Le più

la creazione di un ordine pacifico mondiale nel quale le potenze più potenti rispettassero

quelle di media e piccola dimensione. Non più tardi degli anni Settanta l’idea dei due imperialismi USA e URSS veniva discussa in modo acceso, mentre l’idea di un Terzo Mondo collocato tra le due superpotenze era ampliamente accettata ( idea di Terzo Mondo sviluppata nel 1955 alla conferenza di Bandung alla quale parteciparono29 stati dell’Asia e dell’Africa). La politica internazionale era caratterizzata da uno schema nettamente triangolare, secondo cui il mondo era composto da una larga base di nazioni sottosviluppate, sormontata da un vertice diviso, composto dalle nazioni sviluppate schierate con gli USA da una parte e con l’URSS dall’altra. L’evento che segnò questo cambiamento fu la Conferenza di Belgrado nel 1961 ( prima conferenza dei paesi non allineati a cui parteciparono 25 stati) la cui dichiarazione finale chiedeva di ridurre le tensioni EST- OVEST e di rispettare l’indipendenza e l’integrità di tutti gli stati. Ogni conferenza annunciava anche uno spirito di cooperazione e ricercava un’ideologia; le due ideologie predominanti erano il panafricanismo e il neutralismo. Il panafricanismo risaliva al XX secolo, quando alcuni scrittori caraibici iniziarono a parlare delle origini e condizioni comuni dei neri su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il Congresso più significativo di questo movimento ideologico si ha nel 1945 a Manchester dove la principale richiesta fu quella dell’indipendenza africana. Il neutralismo, come ideologia del non allineamento, promosse uno spirito di cooperazione internazionale tra le nazioni del Terzo Mondo e sottolineò l’opposizione alla politica di potenza e al conflitto internazionale. Lo stato-nazione era visto come un protettore della cultura e oppositore dell’imperialismo culturale, ma anche come base di una fiducia collettiva in se stessi. I delegati sostenevano l’idea di un nuovo ordine economico, nell’ambito del quale gli stati aderenti al programma avrebbero fornito sostegno a quelli meno sviluppati.

Campagna e città. I due paesaggi della decolonizzazione

La classica divisione delle moderna attività umana in due ambienti distinti, quello urbano e

quello rurale, era estremamente marcata nel mondo coloniale del XX secolo. Agli europei non

piacevano i territori così come li trovavano, il loro intento era modificarli, ispirandosi ad un ideale

collocato nella madrepatria. Le colonie erano dirette dall’amministratore coloniale e dai suoi

collaboratori che dettavano le condizioni e vedevano se stessi come dominatori,

vantaggio. Nei centri maggiori, nei quali viveva un nutrito insediamento di europei, il potere e l’autorità erano condivisi dagli amministratori, dai professionisti e dai mercanti. Il territorio coloniale era concepito come un’entità che doveva essere economicamente redditizia; la penetrazione economia europea negli altri continenti era iniziata con il commercio delle spezie, della seta e degli schiavi. Con il crescere dell’industrializzazione e dell’imborghesimento d’Europa, progrediva e si diversificava di conseguenza l’economia coloniale. L’avorio, il caucciù, i diamanti e l’introduzione di nuove colture caratterizzano le produzioni coloniali secondo le nuove esigenze europee. Se pur i coloni provavano a trarne profitto, le politiche coloniali impedivano il loro sviluppo, gli europei avevano accesso alle terre migliori da cui allontanavano la popolazione indigena; nei Dannati della terra Fanon, severo critico dell’imperialismo, affermava che il vero nemico era il colono europeo. Trasferimento e sviluppo, caratteristiche della modernizzazione che generalmente significano movimento dalla campagna verso la città e apparizione di nuove forme urbane, sono le caratteristiche di questo paesaggio dello scontento. La perdita delle terre e l’introduzione di nuove tasse nelle campagne, la disoccupazione e la discriminazione della popolazione nelle città furono le principali conseguenze di questo spostamento. Il problema della << liberazione nazionale>> nella maggior parte del mondo coloniale consistenza nella necessità non tanto di recuperare un passato, quanto di modificarne le condizioni politiche presenti. La promozione della nazionalità fu il risultato dell’alleanza fra gli intellettuali, che ne individuavano la necessità, e dei contadini che l’avvertivano; i due gruppi creavano così un senso di coscienza nazionale.

Molte città coloniali erano in realtà << doppie città >> per effetto della discriminazione razziale.

Esistevano aree riservate dove africani e asiatici non potevano risiedere ed erano tollerati solo

se lavoravano come domestici. In nessun altro luogo questa divisione si manifestò come in

Sudafrica. Dall’introduzione del termine location applicato alla discriminazione degli spazi, fino

all’affermazione ufficiale nel 1948 dell’apartheid, il governo bianco in Sudafrica seppe ben usare

la geografia come mezzo di controllo politico; leggi sui passaporti controllavano l’accesso dei

neri alle énclaves dei bianchi e lo stato. Gli anni del declino, del colonialismo furono quelli in cui

si manifestarono i problemi della concentrazione urbana. Quando la finalità delle colonie si

riorientò dalla dominazione allo sviluppo giunse all’ordine del giorno il tema della riforma politica.

Gli europei compresero la necessità di arruolare le nuove élite, sia professionali sia commerciali,

per realizzare lo sviluppo economico. I nuovi leader locali erano europeizzati, formati a

professioni definite dagli europei, parlavano correttamente lingue europee e sapevano

esprimere facilmente idee europee. Le città erano lo sfondo su cui si concentrava il dramma

della decolonizzazione, marce di protesta e rivolte erano necessariamente fenomeni urbani. Ad

esempio, il grande incendio avvenuto a Soweto, un insediamento urbano non lontano da

Johannesburg, dove nel 1976 la polizia fece fuoco su un gruppo di studenti riuniti per protestare.

La rabbia degli africani crebbe accentuando i consensi al partito d’opposizione ANC ( African

National Congress) e creando una situazione di ribellione su scala nazionale. Il confronto più

durevole e di maggior successo si ebbe nelle campagne dove le attività di guerriglia erano

favorite dalla dispersione delle forze di cui disponevano le potenze coloniali. La fine della

dominazione francese in Algeria fu segnata da una conflitto di breve durata, ma decisivo. Iniziato

nel 1954 il conflitto si protrasse fino al 1962; nel 1958 la Quarta Repubblica francese cessò di

esistere, il generale De Gaulle fu chiamato al potere e fu istituita una Quinta Repubblica, nel

1962 il generale De Gaulle negoziò un accordo di pace e il ritiro francese dall’Algeria. I Dannati

delle terre di Fanon fu scritto a commento della questione agraria in Algeria, nella sua

considerazione critica l’ordine socioeconomico appariva divaricato, un piccolo gruppo di

intellettuali, che risiedevano nelle città, i quali mentre ostentavano preoccupazione per la

liberazione nazionale, essenzialmente stavano pensando ai proprio interessi. Solo quando

l’intellettuale lascia la città per andare in cerca di consensi nelle campagne rimane colpito

dall’onestà e della sincerità che trova in quei luoghi. In generale, la condizione postcoloniale

vede l’intensificarsi del vecchi problemi, il costante afflusso di popolazione dalle campagne è

stato superato dall’aumento dei tassi di natalità, determinando la nascita di immensi slums

( baraccopoli).

I PROBLEMI DELL’INDIPENDENZA

nazioni come ricche o povere, industriali o non industriali non era più sufficiente; esistevano ormai quattro categorie: le nazioni sviluppate, quelle in via di sviluppo, le sottosviluppate e le non sviluppate. Mentre gli imperi si decolonizzavano, le economie si globalizzavano; il primo collegamento aereo di linea tra New York e Londra fu inaugurato nel 1957, lo stesso anno in cui il Ghana divenne indipendente. La globalizzazione era un processo economico in cui le aziende transnazionali si trasferivano fuori e al di là del confini nazionali, in modo da creare vasti mercati. Tra le entità non statali vi sono le principali imprese automobilistiche, petrolifere e dell’elettronica; ciascuna di queste corporation si estende in diversi continenti e possiede investimenti e impianti produttivi in numerosi paesi. La recente prassi dell’internazionalizzazione della produzione nota come outsourcing in base alla quale queste grandi imprese fanno fabbricare altrove alcune componenti dei propri prodotti o addirittura l’intero prodotto, fa sì che il marketing sia la principale attività che esse svolgono. L’outsourcing è un modo per ridurre i costi del lavoro effettuando al produzione in paesi più poveri, molti dei quali ex colonie. L’industria prevalente nella maggior parte del mondo ex coloniale è il turismo che negli ultimi anni ha subito una fase di recessione per via del terrorismo. Soltanto pochi territori decolonizzati del mondo sono riusciti a creare un ambiente socioeconomico equo, tra questi Hong Kong e Singapore. Nelle altre ex colonie la condizione economica è aggravata dalla presenza di siccità, denutrizione e malattie croniche, ad esempio l’ AIDS. Per spiegare il mancato miglioramento dei risultati economici dopo l’indipendenza si è fatto riferimento alla teoria del neocolonialismo, il risultato è che il capitale straniero viene usato per lo sfruttamento, anziché per il progresso, delle parti meno sviluppate. Imperialismo e colonialismo sono stati visti come funzioni di un sistema capitalistico mondiale; è stato attraverso questo sfruttamento economico che le nazioni occidentali hanno sottosviluppato le ex colonie. I paesi di recente industrializzazione, Singapore e la Corea ad esempio, hanno raggiunto un ruolo molto importante nel mercato mondiale al contrario di molte altre aree del mondo, sfruttate dall’occidente, ormai prime di interesse per il capitalismo europeo o americano. Il modello globale odierno è visto come un sistema ad incastro in cui sviluppo sociale ed economico e attività transnazionali sono in corso di rielaborazione formando nuovi disegni.

DA FUORI A DENTRO. MIGRAZIONI NELLE COLONIE

La fine dell’impero coloniale è stata accompagnata da spostamenti in massa della popolazione,

il risultato è stato l’aumento di complessità dei modelli urbani, una maggiore xenofobia,

l’arricchimento delle culture; sono esplose rivolte razziali a Londra e Parigi, la diffusione di una

nuova gastronomia ha modificato invece le abitudini alimentari. La gente si spostava per volontà

o per necessità, la pressione a guadagnare denaro per sostenere la famiglia, la crescita della

popolazione e la conseguente disoccupazione caratterizzavano questi spostamenti. La teoria

della pressione-attrazione “push-pull” è la più utile delle generalizzazioni sull’emigrazione: le

condizioni sfavorevoli in patria spingevano le persone a partire, mentre la presunta forza di

attrazione di un altro paese le indirizzava verso l’esterno. Spazzini, cuochi, venditori ambulanti e

tassisti erano i mestieri

verso i quali si indirizzavano gli immigranti, queste persone costituiscono la seconda folta

I romanzi della prima generazione di scrittori postcoloniali sono carichi di preoccupazioni per

gli effetti di questa sorta di dislocazione e frammentazione fisica e sociale; il mondo di molti romanzieri era contrassegnato da insoddisfazione e disillusione. La letteratura postcoloniale comprende tra le sue opere più complesse e apprezzate dalla critica “I figli della mezzanotte” 1981 del noto autore indiano, residente a Londra, Rushdie. Egli narra la vicenda che si snoda si un intreccio di piani, con numerosi risvolti comici, di due dei 1. bambini che nacquero alla mezzanotte del 15 agosto 1947, il momento in cui l’India diventa indipendente. Nella storia dei due giovani, scambiati al momento della nascita e assai diversi per temperamento e condizione sociale, si sviluppa e si compendia il primo trentennio dell’India indipendente. Nel testo sono riportare le parole del primo ministro Nerhu, scritte in una lettera, a Saleem Sinai, uno dei due giovani, che nella storia rappresenta il narratore. In lui Nerhu vedeva il più recente portatore di quello antico volto dell’India che è anche eternamente giovane, la storia pubblica dell’india si rifletteva nella vita individuale del giovane: entrambi attraversavano il tempo, non senza goffaggine, confusione e dolore, recando su di sé i segni poco gradevoli dell’esperienza maturata. Rushdie scrive in un modo che è stato definito surreale e magico, di quell’India fallita e della nuova, che gli appariva non meno divisa, egoista e crudele. Ha avuto grande successo anche il trattamento comico della situazione coloniale nei cosiddetti film di strada girati negli anni Trenta e Quaranta da Crosby e Hope; tra questi Avventura al Marocco del 1942 in cui essi impersonavano due tizi sfortunati e innocenti che incespicano in una lunga serie di situazioni misteriose, esotiche e divertenti. Emergeva anche la forma più seria del film d’arte, in cui i problemi della tradizione e della modernità, della campagna e della città, della ricchezza e della povertà erano descritti con spiccata sensibilità. Tra i cineasti che esaminano la condizione umana uno dei più apprezzati è il bengalese Ray, la cui Trilogia di Apu, girata negli anni Cinquanta, accompagna il percorso di un ragazzo verso l’età adulta, il suo viaggio personale dalla campagna alla città. Altri film disaggregano questo spazio nazionale mostrandone le distinte e contraddittorie parti e condizioni; lo stato-nazione viene rappresentato come costruzione importata e opprimente, posta al servizio degli interessi della borghesia dominante, proprio come il precedente stato coloniale era stato asservito ai “sovraordinati” interessi degli europei. A questa preoccupazione si lega il tema della lingua e della letteratura, Fanon non fu il primo a dirlo, ma lo disse bene nel suo Pelle nera, maschere bianche del 1952 << Parlare una lingua equivale ad accettare un mondo, una cultura>>. Ogni lingua europea, in quanto veicolo d’espressione coloniale, assisteva l’atto coloniale, lo definiva, gli conferiva realtà; la dominazione era rafforzata dall’accettazione della cultura che s’imponeva soprattutto attraverso la parola scritta ( segnali stradali, titoli di giornale, rapporti di polizia, documenti d’identità… etc). Gli africani contemporanei, privi di una tradizione letteraria scritta sufficientemente antica, si sono impegnati in una discussione sugli effetti dello scrivere in una lingua imposta, e specialmente in Inglese. Chinua Achebe, uno dei più noti autori africani, ha difeso l’uso dell’inglese, sostenendo di averlo adattato al servizio di interessi ed esigenze africane. A questo argomento si è opposto il romanziere keniota Ngugi, nel volume “ Decolonizing the Mind che è una forte denuncia dell’imperialismo nelle sue molteplici forme, soprattutto linguistiche. Sostenendo che la lingua usata e gli scopi cui essa è rivolta definiscono un popolo e la sue cultura egli chiedeva agli africani di riconoscere che scrivere in una delle lingue europee rappresenta la tacita accettazione di una forma di neocolonialismo. Nessuna lingua viene ascoltata e letta più dell’inglese, la sua diffusione in svariati contesti ha portato l’istituzione della sigla EIL ( English International Language), l'inglese come lingue internazionale è sia una constatazione di fatto sia una fonte d’intenso dibattito. L’inglese sarebbe pertanto dominante molto più che sul piano meramente linguistico, ma piuttosto pesante carico