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Riassunto dettagliato e completo del libro “La donna greca” di Maria Paola Castiglioni
Tipologia: Sintesi del corso
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Maria Paola Castiglioni CAPITOLO PRIMO IMMAGINI E STEREOTIPI 1.1 LA “RAZZA” DELLE DONNE E IL “BEL MALE”: MISOGINIE LETTERARIE Non esiste nessun racconto che definisce precisamente l’origine dell’uomo, attribuita vagamente agli dèi dal poeta Esiodo nel poema delle cinque stirpi. Ma è proprio in
di Zeus per punire gli uomini. IL MITO DI PANDORA Il racconto della creazione di Pandora si inserisce nella serie di azioni fraudolente e trasgressive a favore degli uomini del titano Prometeo che, con l’imbroglio nella ripartizione delle porzioni del sacrificio animale (agli uomini la carne e le interiora, e agli dei le ossa e il fumo odorante) e il successivo furto del fuoco che provocò la collera di Zeus. Il padre degli dèi decise allora di vendicarsi consegnando agli uomini un regalo destinato a provocare la loro rovina: incaricò Efesto di modellare con la terra la prima donna, Pandora. Pandora letteralmente “ colei cui gli dèi hanno concesso tutti i doni ” è simile ad una
un uomo, Epimeteo che, scordatosi della raccomandazione di Prometeo di non accettare doni da Zeus, la prese come sposa. La creatura inviata da Zeus aprì il vaso in cui erano rinchiusi i mali, lasciandoli scappare e riempiendo così di sciagure, fatiche e malattie l’esistenza umana, prima immune da turbamenti. Il mito di Pandora mostra il tema della decadenza umana. Questo mito fu un caposaldo della costruzione della differenza dei sessi.a cultura greca e sello svilimento del sesso femminile a una categoria inferiore a quella maschile. Il primo esemplare della razza delle donne è descritto come un oggetto creato artificialmente con della terra e dell’acqua, un prodotto artigianale per di più ingannevole. Esiodo le riduce a ventri da nutrire e da fecondare con fatica, insistendo su una disparità che è assente invece nel racconto biblico, in cui la coppia condivide la difficoltà dell’esistenza. Va sottolineato che Pandora non viene presentata come la madre dell’umanità, ma solo come il prototipo e l’antenata della “razza delle donne”.
Semonide suddivise in dieci tribù il genere femminile, paragonandone ciascuna ad un animale (scrofa, volpe, cagna, asina, donnola, cavalla, scimmia, ape), o a un elemento naturale (terra e mare).
amorevole, feconda e discreta. La melissa chiusa all’interno delle mura domestiche non
si fa corrompere moralmente dalla frequentazione delle amiche, e si dedica esclusivamente alla casa. È questo però un caso raro, perché anche la melissa può beffare il marito. Ippolito nel suo Sermone contro il genere femminile denigra sia la donna stupida che quella saggia, la prima inutile, la seconda pericolosa, e invocando l’isolamento della sposa, unico modo per tutelarla dalla scelleratezza contagiosa delle altre donne. Le donne non godevano di alcun diritto politico. Il ruolo principale che venne loro conferito e riconosciuto fu quello riproduttivo, necessario per la sopravvivenza della comunità politica stessa. Anche questa funzione venne però sminuita, come nei versi in
Per Senofonte la donna ha per natura un corpo ed un’anima meno resistenti di quelli dell’uomo, e per Platone questa debolezza naturale abbraccia anche le funzioni morali e intellettuali. Nel discorso ippocratico il corpo maschile e il corpo femminile vengono presentati come differenti per diverso tasso di umidità. Il corpo femminile contrariamente a quello maschile, è più ricco di liquidi a causa della natura spugnosa e molle della carne femminile. Tale eccessiva umidità avrebbe comportato delle conseguenze fisiologiche: all’accumulo nocivo di fluidi. Il delicato meccanismo della salute femminile dipenderebbe dal buon funzionamento dell’utero, concepito come una sorta di ventosa che grazie all’eliminazione del sangue mestruale avrebbe permesso alla donna l’eliminazione della sua sovrabbondanza fisiologica di liquidi. Il suo corpo sembra trovare quiete solo nella gravidanza. I filosofi presocratici e i medici ippocratici riconobbero la necessità di entrambi i genitori nella funzione procreatrice. Secondo Empedocle , la madre avrebbe potuto assegnare dei caratteri peculiari alla prole con la fantasia, se attratta dalle sembianze di statue o di personaggi dipinti. La parità venne messa in causa nei casi di sterilità, attribuiti per lo più alla donna. Quanto al sesso del nascituro sarebbe stato determinato dal grado di cottura del seme: così una cozione insufficiente avrebbe provocato una nascita femminile. Aristotele affermò che le donne incinte di un maschio fossero più in forma di una donna che aspettava una femmina.
Alcune testimonianze secondo il quale un figlio maschio lo alleva chi è povero, ma una figlia femmina la espone anche chi è ricco. L’esposizione preferenziale femminile è probabilmente la conseguenza diretta della gestione delle risorse familiari. Il matrimonio sella fanciulla richiedeva che il padre garantisse una dote alla figlia pari al 10-15% del patrimonio, porzione che veniva sottratta anticipatamente all’eredità. Quest’ultima veniva percepita dai figli maschi alla morte del padre. Nelle famiglie abbienti le figlie potevano rivelarsi degli ottimi strumenti per stringere alleanze politiche tramite i matrimoni.
In epoca arcaica sembrano non essere mai mancate le occasioni di formazione artistica per le fanciulle appartenenti alle classi aristocratiche. A Sparta l’educazione femminile destinata alle fanciulle di nascita libera fu orientata verso due direzioni: una preparazione fisica destinata a forgiare corpi sani e vigorosi in grado di affrontare facilmente gravidanze e garantire la generazione di figli forti da un lato, e dall’altro una sensibilizzazione ai valori cittadini al fine di esercitare una solida influenza morale sui figli. Le adolescenti spartane venivano educate alla pratica atletica e alle discipline di corsa, della lotta, del lancio del disco e del giavellotto. I loro allenamenti si svolgevano nello stesso luogo dei maschi, generando una promiscuità destinata anche a offrire ai giovani attraverso la vista dei cori svestiti delle loro coetanee, un incitamento al matrimonio. A Sparta la formazione atletica aveva un risvolto rituale nel quale le ragazze gareggiavano in occasione di feste religiose. Pausania racconta che undici fanciulle venivano selezionate ogni anno per partecipare a una corsa a piedi in onore di Dioniso. Le esibizioni erano anche musicali. Le fanciulle erano così coinvolte nella celebrazione delle feste in onore ad Apollo Amicleo o Iacinzio Amicle, durante la quale le giovani ormai prossime al matrimonio giungevano al santuario su un carro e partecipavano ad una sfilata davanti ai cittadini riuniti. Il percorso educativo spartano è stato spesso paragonato a quello ateniese. Alcuni versi della Lisistrata in cui la spartana Lapinto viene palpata e lodata dalle ateniesi per la tonicità del suo corpo allenato a furia di salti ai glutei. Si è così radicata l’idea che le fanciulle ateniesi fossero private di esercizio fisico e che il loro sistema educativo mirasse solo a farne delle future mogli e madri rinchiuse all’ombra del gineceo. Un noto passo della Lisistrata lascia intendere che ad Atene esistessero una serie di tappe, che avrebbero accompagnato l’educazione delle fanciulle. Si tratta di esperienze di carattere religioso e iniziatico riservate a un numero ridotto di fanciulle provenienti dalle famiglie di élite cittadina, finalizzate a fare di loro delle future spose degne di un cittadino. L’ arrephoria consisteva in un periodo trascorso presso il santuario di Atena Poliàs sull’acropoli di quattro fanciulle dai sette agli undici anni elette dall’ecclesia. Le abilità che le fanciulle sviluppavano attraverso le esperienze al servizio delle divinità erano destinate a prepararle al loro ruolo di spose, madri e
padrone di casa. Queste parentesi venivano aggiunge anche le tecniche domestiche come la tessitura, la filatura. La formazione di una fanciulla a competenze elementari di lettura e scrittura divennero utili per stringere alleanze matrimoniali vantaggiose e quindi strumento di distinzione sociale. Ad Atene la legge imponeva un limite minimo di quattordici anni. Esiodo consigliava agli uomini di sposarsi verso i trent’anni e alle fanciulle quattro anni dopo la pubertà. Aristotele invece consiglia alle fanciulle di attendere che compiano diciotto anni e gli uomini più di trentacinque: l’unione di corpi troppo giovani provocherebbe gravidanze a rischio, la nascita di figli troppo piccoli e di sesso prevalentemente femminile. L’attenzione medica nei confronti del corpo delle fanciulle: la pubertà con l’inizio del ciclo mestruale veniva considerata una fase delicata e pericolosa. Il passaggio dall’infanzia all’inizio della capacità riproduttiva viene descritto come un momento di grande turbamento per l’organismo. Se il mestruo avesse tardato ad arrivare la fanciulla sarebbe stata colpita da febbre, dolori, sete, fame, vomito e perdita della ragione a causa dei movimenti dell’utero. Se il sangue in eccesso prodotto dal corpo della fanciulla e raccolto nell’utero non fosse stato correttamente è completamente espulso attraverso il mestruo, espandendosi negli altri organi, ne avrebbe corrotto i tessuti e avrebbe avvelenato il corpo provocando una serie di patologie fisiche e mentali come l’allucinazioni e terrori incontrollabili che avrebbero condotto la fanciulla al desiderio del suicidio. Il rimedio a ciò per i medici greci era il matrimonio che attraverso il coito avrebbe aperto l’utero e consentito la fuoriuscita del sangue mestruale, e attraverso la gravidanza, assicurato una completa guarigione.
momenti più felici dell’esistenza delle donne, sarebbero stati quelli che le avrebbero viste intervenire, loro malgrado almeno nel secondo di essi, in un quadro più ampio rispetto a quello delle mura domestiche. Però sullo stato psicologico della donna nel giorno delle sue nozze, le fonti tacciono. Di fatto il matrimonio greco condivide ben poco con il concetto moderno di nozze fondate sull’idea di simmetrie e di reciprocità di sentimenti. Può essere invece definito come un atto sociale attraverso il quale due gruppi familiari proclamano la loro alleanza attraverso l’unione di matrimonio tra i due dei loro membri e la cui funzione è quella di garantire la legittimazione dei figli che nasceranno. Non si tratta di un atto pubblico, bensì un atto privato svolto attraverso una dimensione giuridica e religiosa nel quale la sposa sembra svolgere un ruolo soprattutto passivo. 3.1 “ENGYÈ” E “GAMOS” NELL’ATENE CLASSICA In Attica il matrimonio consisteva in una serie di scambi, promesse e rituali con la presenza di testimoni che seguivano le tappe essenziali:
privata, prevedeva la dazione di una donna, la futura sposa, da parte del suo
corrispondeva al padre, o il futuro sposo. Tale promessa poteva essere formulata molti anni prima del matrimonio.
frutti cui venivano attribuite virtù fevondanti. Una volta entrata nella sua nuova casa, la sposa veniva condotta al focolare, cuore simbolico della casa, dove avveniva il rito dei
anch’essi alimenti dalle qualità fecondanti oltre che catartiche. Con questo gesto, la donna veniva ufficialmente integrata nella sua nuova dimora. I due sposi venivano infine accompagnati nella camera nuziale, la cui porta era
cantati dalle compagne della sposa, inneggianti agli sposi e invocanti la protezione
sua famiglia d’origine trasportava nella nuova casa. Anche in questo caso veniva organizzato un vero e proprio corteo alla testa del quale si trovava un giovane vestito di bianco, con una torcia in mano, seguito dalle fanciulle che trasportavano i regali, beni di varia natura. L’ufficializzazione del matrimonio avveniva infine in un ambito più allargato, quello della fratria dove, una volta all’anno, nel corso della festa delle Apaturie, il giorno della
loro recente matrimonio gli altri frateri. L’annuncio veniva accompagnato da un sacrificio e da un banchetto offerto dallo sposo agli altri membri della fratria. In questo contesto la funzione della sposa è quella di generare eredi legittimi. Giunta in casa dello sposo con la sua dote, la sposa dovrà prima di tutto assicurare al marito una discendenza. La sterilità dell’unione, concepita come disgrazia di origine divina e la cui colpa era attribuita alla donna, costituiva una ragione di divorzio o di ripudio. A Sparta il celibato oltre i trent’anni comportava una serie di divieti e di umiliazioni. Il matrimonio era considerato come un dovere familiare, sia per gli uomini che per le donne, senza tuttavia comportare gli stessi obblighi per i due membri della coppia. 3.2 PASSIVITÀ E DISPARITÀ: DALLA DOTE ALLA DIVORZIO Ad Atene la dote, sostituto dell’eredità paterna, accompagnava la donna ateniese nel suo cambiamento di residenza e veniva gestita dal marito. In caso però di dissoluzione dell’unione o di decesso del marito senza che la coppia avesse figli maschi, la dote era restituita al padre o ai suoi eredi e ritornava così nella famiglia di origine insieme alla sposa liberata da vincolo matrimoniale. I veri destinatari però erano i figli.
ritrovava a essere erede delle ricchezze del padre. Per evitare la dispersione di queste ricchezze era sottoposta all’obbligo di matrimonio con il congiunto più prossimo al padre. L’assegnazione in matrimonio era diretta dall’arconte eponimo tramite procedura
avessero ancora avuto figli maschi al momento della morte del padre. In questo caso il parente paterno più prossimo poteva esigere lo scioglimento del matrimonio. In altre città come a Gortina la donna aveva libertà di manovra: la figlia senza fratelli orfana di padre e senza figli maschi era sottoposta alla procedura di matrimonio, con il parente più prossimo, ma aveva la libertà di rifiutare questi pretendenti. In questo caso le era assicurata la proprietà della casa paterna. In assenza di aventi diritto, l’ereditiera era tenuta a sposare un membro della sua tribù ma se nessuno si fosse presentato entro i trenta giorni dal bando sarebbe stata libera di sposare chi volesse. Altri elementi di asimmetria era la fedeltà , vincolo che non riguardava parzialmente il marito libero di intrattenere relazioni extraconiugali a condizione che non fossero spose o figlie di altri cittadini, e la libertà per quest’uomo di ripudiare la moglie. Ad Atene vigevano una seri di provvedimenti tra cui la procedura pubblica che permetteva a ogni cittadino di denunciare la relazione illegittima tra uomo e sposa, la figlia o la concubina, di un cittadino ateniese. La legge impediva alle donne di stirpe ateniese rapporti sessuali con qualsiasi altro uomo che non fosse il legittimo sposo. Il famoso legislatore Dracone avrebbe persino
incluso tra gli omicidi involontari quello perpetrato dal cittadino che avendo sorpreso la moglie , figlia, sorella o concubina in flagranza di delitto e sotto il suo tetto, l’avesse assassinato. Se il seduttore aveva la fortuna di non essere ucciso dal marito tradito, era sottoposto ad una pena o a una serie di castighi umilianti quale l’epilazione del basso ventre, o l’inserimento di un rafano nell’ano, pene destinate a denigrarlo e svirilizzarlo. Lo stesso intento si coglie a Gortina dove i magistrati ponevano sulla testa del seduttore la corona di lana, che serviva a denunciarlo come depravato, effemminato. Oltre a ciò era tenuto al pagamento di una poinè , una sorta di multa variabile secondo la gravità dell’offesa. Quanto al marito tradito, ad Atene era sottoposto all’obbligo di ripudiare la moglie adultera, conservandone però la dote e a rompere il legame matrimoniale. La donna infedele veniva esclusa dalle cerimonie religiose, nel caso avesse evitato questo divieto, avrebbe potuto subire trattamenti infamanti e violenti che sarebbero rimasti impuniti. L’adultera non era autorizzata a portare gioielli in pubblico e che nel caso l’avesse fatto, chiunque avrebbe potuto strapparle i vestiti e monili, e colpirla violentemente evitando di ucciderla. LA PRATICA DEL DIVORZIO La disuguaglianza tra moglie e marito si coglie anche riguardo alla pratica del divorzio, che ad Atene prevedeva tre persone: il marito, la moglie e il padre della sposa. Quest’ultimo solo se la coppia non avesse avuto un figlio maschio, in tal caso il padre conservava ancora l’autorità sulla figlia, disponendo quindi del diritto di annullare il matrimonio della figlia. L’apoleipsis era invece una procedura complessa: la moglie poteva avervi ricorso presentandosi davanti all’arconte eponimo, magistrato incaricato della protezione degli individui giuridicamente incapaci, accompagnata da un uomo appartenente alla famiglia paterna, oltre che da ottime ragioni per deporre una domanda scritta di divorzio. Il marito non aveva nemmeno bisogno di giustificare il divorzio che avveniva in seguito generalmente a seguito di un adulterio, della sterilità dell’unione o per stringere un’unione matrimoniale più vantaggiosa. 3.3 ESOGAMIA, ISOGAMIA, ENDOGAMIA E POLIGAMIA: LA DONNA AL SERVIZIO DELLA “ DIPLOMAZIA MATRIMONIALE” L’élite dell’età arcaica avrebbero privilegiato delle alleanze matrimoniali esogamiche, ovvero al di fuori della città nel quadro però di unioni isogamiche, cioè tra famiglia aventi lo stesso rango. Caso più noto quello di Agariste figlia del tiranno di Siracusa, Clistene, che fu data in sposa all’ateniese Megacle. Rappresentate di una delle famiglie più in vista di Atene, quella degli Alcmeonidi, e scelto da Clistene fra j tredici pretendenti venuti a Sicione dai quattro angoli del mondo greco. La politica matrimoniale ateniese cambiò radicalmente a partire dalla metà del V secolo: il decreto pericleo del 451/50 a.C, prevedendo che potessero essere cittadini ateniesi solo i nati da un matrimonio legittimo tra un cittadino ateniese e la figlia di un cittadino ateniese, restringendo quindi la base della “fabbrica dei cittadini” all’interno della città. Nell’ambito dell’élite della città, le grandi famiglie cittadine si scambiarono figlie e sorelle al fine di contrarre unioni politicamente vantaggiose. Talvolta. Al fine di assicurare una rete di alleanze ancora più vasta, una stessa donna poteva venire data in sposa più volte. 3.4 AI MARGINI DEL MATRIMONIO: LA PALLAKÈ
menopausa verso i quarant’anni, tranne che in alcuni casi estremi in cui interviene più tardivamente, al cinquantesimo anno. A partire dai cinquant’anni le donne sarebbero state tutte incluse nella categoria delle vecchie. Aristofane usa il termine “ hyperexekontetis ”, ultra-sessantenni per indicare una soglia paradossale di vecchiaia. È difficile quantificare la percentuale di donne che oltrepassano questo limite. I dati mancano per stabilire una stima. Le indicazioni riguardo all’età sugli epitaffi funerari sono rare r riguardano soprattutto le donne eccezionalmente longeve. Non più utilizzabili per le strategie d’alleanza matrimoniale, esse interessavano solo marginalmente la società nella quale vivevano e appaiono pertanto solo furtivamente nelle fonti. Le commedie di Aristofane presentano una serie di vecchie orribili e libidinose. Nell’universo dell’esagerazione di Aristofane, la vecchia concentra in modo amplificato tutti i difetti del sesso femminile che erano stati riuniti due secoli prima da Esiodo nel personaggio di Pandora e che Aristofane stesso attribuisce più generalmente al sesso femminile, a ogni età: le vecchie sono avide di piaceri, manifestano un appetito sessuale smisurato e impudico e una tendenza a esagerare nel consumo di vino. A questi difetti si aggiunge la perdita della sola buona qualità della donna, il potere di seduzione, che allontana queste donne non solo dalla capacità di generare un erede, ma anche di procurare piacere sessuale. Nella tragedia la donna anziana viene relegata nei ruoli convenzionali della vittima inconsolabile, impotente e passiva, di un destino crudele, soprattutto se le capita in sorta la disgrazia di sopravvivere ai figli. Fino alla metà del IV secolo a.C, le stele funerarie non ritraggono i segni fisici della vecchiaia, come se i Greci non avessero le capacità artistiche per tradurle in immagini. L’epoca ellenistica consegnerà invece un gran numero di statue di vecchie ubriache, rugose, rinsecchite, ingobbite e sdentate, figura tipica della caricatura grottesca con cui l’arte ellenistica reagirà all’idealismo classico, allontanandoci ancora di più dalla percezione realistica di questa fase della vita femminile e de l ruolo che veniva riconosciuto dalla società a questo gruppo. La perdita di fertilità avrebbe liberato la donna dalla sorveglianza maschile e le avrebbe permesso di disporre di una grande libertà di movimento. La fine della loro capacità procreativa le rendeva più adatte a esercitare alcuni sacerdozi o servizi alle divinità. CAPITOLO TERZO DONNE E SOCIETÀ: I RUOLI DELLA DONNA GRECA TRA SFERA PRIVATA E SFERA PUBBLICA
DOMESTICA TRA LUOGHI COMUNI E COSTRIZIONI SOCIOECONOMICHE
Isomaco, presentato come un cittadino ateniese modello, si sofferma, riportando le
La distinzione di ruoli e competenze, fondata, precisa Isomaco, sulla differenza naturale tra i corpi e gli animi dell’uomo e della donna, i primi più resistenti e coraggiosi, i secondi più deboli e paurosi, impone alla moglie di Isomaco, da lui istruita sui codici della virtù femminile e sui principi fondamentali dell’economia domestica, una serie di attività che Isomaco elenca dettagliatamente alla sua sposa:
La sposa di Isomaco, avrebbe anche avuto l’incarico di accudire i servi malati e istruire il personale femminile nell’arte della tessitura e nei mestieri della dispensiera e delle servitrice. Senofonte non intese descrivere la realtà ateniese del suo tempo, ma piuttosto fornire una costruzione teorica finalizzata a dare istruzioni utili per contribuire al Kosmos della città partendo dalla sua piccola cellula, la famiglia. L’attività che simboleggia più di tutte la laboriosità delle donne è senza dubbio quella della lana. Esiodo precisa che tra i primi doni che gli dèi fecero alla prima donna, Pandora, c’era quello della tessitura. Il posto della donna sembra essere il telaio. Allo stesso modo la produzione di cibo altra mansione per cui Socrate riconosce l’abilità femminile, veniva in gran parte assegnata alle donne di casa. Nel caso della preparazione del pane, in particolare, occorreva gestire la mollitura del grano, operazione che avveniva con l’antico sistema della macina a sella, che richiedeva l’impiego della forza delle braccia e una posizione inginocchiata prolungata, e che pertanto era preferibilmente destinata alla manodopera servile. Il collegamento tra queste mansioni e lo spazio domestico, associato alle considerazioni senofontee sul legame esclusivo della donna ateniese con “‘interno dell’oikos; ha nutrito e generato l’ipotesi di una ripartizione di spazi domestici sulla abae del genere con uno spazio maschile separato da quello femminile, il cosiddetto gineceo, posto al riparo da intrusioni provenienti dall’esterno. Nella maggior parte dei casi, è verosimile che lo spazio domestico fosse generalmente troppo esiguo perché fosse possibile destinare esclusivamente alle donna un’intera sala.
non aver avuto quest’unica funzione.
uniti da relazioni di amicizia e della condivisione degli stessi valori si riunivano per consumare pasti comuni su letti disposti lungo le pareti della sala, quando organizzati in ambito domestico, si tenevano probabilmente nella sala più curata della casa, capace di
decorata con pavimenti a mosaico e pitture murali. Le necessità economiche delle famiglie non agiate rendevano indispensabile l’impiego del lavoro femminile al di fuori delle mira domestiche sia nei lavori agricoli, dove le donne libere della famiglia potevamo essere impiegate nelle fasi meno dure, come vendemmiatrici o sarchiatrici, o semplicemente per aiutare gli sposi e genitori nello sfruttamento dei terreni agricoli, sia nel commercio, attraverso la vendita di beni spesso
bordelli e prostitute. Dal punto di vista giuridico le donne erano considerate come dei minori, sottomesse al
commercianti al dettaglio nelle loro vendite quotidiane, ma anche avrebbe dovuto farsi concreta nel momento in cui fossero state implicate somme più elevate. Esistono comunque testimonianze a partire dal Iv secolo a.C, che attestano che le donne tenevano i conti e gestivano personalmente delle importanti quantità di denaro, in particolare in casi di vedovanza. A Dodona e a Butrinto, le donne godevano del pieno possesso di schiavi e di altri beni, mobili e immobili, senza la necessità di ricorrere a intermediari. Tali libertà
cittadine, isolate dal resto della popolazione, occupavano lo spazio pubblico sotto la supervisione di due presidenti, archousai. Alle donne tuttavia non spettava solo il compito di generare, ma anche quello di occuparsi della prole, attraverso prima di tutto l’allattamento, talvolta delegato a delle balie, ma nella maggior parte dei casi assicurato dalle madri stesse, e poi attraverso la prima educazione. Un rapporto privilegiato era quello tra una madre e sua figlia, basato, almeno nelle classi agiate, sulla trasmissione di competenze e di conoscenze che permettessero alle figlie di incarnare l’ideale femminile della buona sposa, secondo il modello descritto da Senofonte:
moglie di Isomaco. Talvolta l’educazione materna poteva andare oltre, come nel caso del re scita Scila , il quale avendo una madre greca, apprese da lei lingua, lettere, costumi e culti greci, che si affrettava ad adottare non appena si recava nella colonia milesia di Boristene, abbandonando non senza un certo piacere abiti, e abitudini scite. 3.0 LE “FEMMES DU DEHORS”: PROSTITUTE E CORTIGIANE Presentata dalla tradizione come figura antitetica, Neera, incarna uno degli esempi più noti di prostituta, la professione femminile sulla quale le fonti sono più abbondanti. Proprio gli autori antichi hanno trasmesso un’abbondante quantità di informazioni su questa categoria di donne deputate a soddisfare i piaceri degli uomini. L’esercizio della professione si declinava in una sorta di scala gerarchica, alla base della
donna di condizione libera ma di estrazione modesta), e al cui vertice si collocava l’ hetaira , la cortigiana, che in casi eccezionali di ascesa sociale poteva raggiungere anche chi cominciava la carriera come porne. Il divario tra le due categorie si indovina nel significato:
venale della prestazione, esprimendo al contempo il declassamento sociale della prostituta, obbligata a vendersi a tutti;
l’ amico, rinviando più che ad un rapporto di mercificazione del corpo, a una comunanza di esperienze pari.
In epoca classica tali stabilimenti, appartenevano a dei cittadini, che spesso ne affidavano la gestione a delle ex prostitute.
per la produzione tessile, attività completamente al commercio sessuale, che consentiva al lenone di arrotondare le entrate, rendendo la sua impresa doppiamente redditizia. P’esercizio di questa professione, offriva raramente la possibilità di svincolarsi da tale condizione precaria e misera, che diveniva ancora più penosa allorché la freschezza della giovinezza e la bellezza lasciavano posto ad un corpo meno seducente.
giungendo così ad evolvere in una cerchia ristretta, e a conoscere, se liberata, la possibilità di un’ascesa sociale e di una situazione materiale più agiata. Questa era la condizione dell’ètera, anch’essa prostituta, ma protetta dalla frequentazione di una cerchia ristretta di amanti benestanti con cui condivideva banchetti e sociabilità, non comprata, ma sedotta da regali più o meno onerosi.
Per le cortigiane talentuose, fu più semplice accumulare ricchezze, libere da legami matrimoniali, e da obblighi familiari, le prostitute affrancate dalla condizione schiavile, una volta raggiunta l’autonomia finanziaria grazie alla generosità dei loro amanti, disposero fi una libertà inconcepibile per una sposa cittadina. CAPITOLO QUARTO POTERE AL FEMMINILE, TRA MITO, UTOPIA E REALTÀ
donne nelle città. I Greci hanno prodotto una serie di miti e racconti che attribuiscono alle donne dei poteri pari se non superiori a quelli degli uomini. L’esempio più noto è quello delle Amazzoni.
Come hanno messo in luce recenti studi, tra i discendenti delle Amazzoni mitiche e i popoli storici delle steppe euroasiatiche troverebbe una giustificazione nell’esistenza archeologicamente provata di donne guerriere presso queste popolazioni. Relegate nella categoria del mito nell’immaginario greco, le Amazzoni incarnano dal V secolo in poi, il disordine assoluto, diventando una delle figure emblematiche del nemico. Del resto queste valorose guerriere non sono mai vincenti nel mito greco, sconfitte ogni volta da uomini.
di un’educazione destinata a permettere loro di rivestire il ruolo a cui sono destinate.
formazione musicale e ginnica, dal momento che una volta adulte condivideranno tutti i lavori maschili. Platone sembra quindi non fare differenze tra sessi, a eccezione di un dettaglio non privo
Dopo aver riconosciuto alla donna le stesse disposizioni degli uomini, Platone, descrivendo più concretamente le attività militari, non fa più menzione delle donne. L’educazione guerriera sembra riguardare solo i giovani e i loro maestri e le guardiane solo relegate al ruolo di semplici assistenti dei guardiani, qualificate più per assicurare una discendenza eugenetica che per condividerne le funzioni.
La fiducia di Serse nelle capacità di Artemisia si concretizzò subito dopo la battaglia, quando il Gran Re le chiese consiglio sul da farsi e seguì la raccomandazione di Artemisia di prendere la via del ritorno.
prettamente maschile. Questi ultimi, trovando intollerabile che una donna combattesse contro Atene, avevano persino previsto un premio di 10.000 dracme per chi l’avesse catturata viva. Artemisia scampò però al pericolo di un arresto che l’avrebbe trasformata in una prigioniera di guerra, rifugiandosi a Efeso dove Serse che le aveva affidato la custodia dei suoi figli illegittimi, le aveva chiesto di recarsi all’indomani alla battaglia.
Plutarco dedicò un breve trattato anche alle donne distintesi per un comportamento
generalmente per designare un comportamento prettamente maschile e che veniva comunemente tradotto come “valore” sia nel campo morale che militare. Plutarco sin dall’inizio esprime l’idea di una fondamentale uguaglianza tra i due sessi
distintesi per un comportamento valoroso e quindi degne di passare alla posterità. Si tratta di lezioni di coraggio, azione, intraprendenza, senso della giustizia, amore per ma patria. In tutti i casi, l’impresa anticonvenzionale delle donne si manifesta in situazioni di estremo rischio per la comunità. Le donne di Argo, si sarebbero distinte sotto la guida della loro città contro il re spartano Cleomene, che come raccontano altre fonti, tentò la conquista di Argo all’inizio del V secolo a.C, e al suo arrivo le giovani donne
dissuadere così Cleomene , che avendo già subito molte perdite, non volle correre il rischio di un insuccesso. 3.3. POLITICA E PAROLE DI DONNE L’assenza ufficiale delle donne nella vita pubblica, quindi dagli incarichi politici non significa tuttavia che non esistessero casi di incidenza o di ingerenza di figure femminili, apparentemente marginali, nei vertici del potere.
quanto Tucidide fa dire a Pericle nel suo celebre discorso in onore dei caduti ateniesi nel
con almeno due donne che derogarono a questo invito e che non soltanto fecero parlare
rispettivamente sorella di Cimone e concubina di Pericle. Due uomini che furono rivali politici. Più giovane di Cimone, Pericle, avrebbe avviato la sua carriera politica proprio opponendosi a Cimone di cui sarebbe stato il principale accusatore in un processo intentatogli per aver ricevuto, in veste di stratega, delle tangenti da parte del re macedone. Nonostante fosse inizialmente il più veemente tra i suoi accusatori, Pericle si sarebbe mostrato stranamente mite nei confronti del suo rivale politico il giorno del processo. A detta di Plutarco, la ragione dell’inaspettata clemenza di Pericle, du il risultato dell’intervento di Elpinice che , la vigilia del processo, si sarebbe presentata alla porta di Pericle per supplicarlo. A questo primo ed efficace intervento di Elpinice, ne sarebbe seguito un secondo, nel quale la donna avrebbe stretto un accordo segreto con Pericle per permettere il rientro anticipato del fratello dall’ostracismo che gli era stato comminato un anno dopo l’affare di corruzione. Plutarco riporta un terzo scambio tra Pericle e Elpinice nel 439, al rientro di Pericle dalla violenta repressione da lui condotta della rivolta di Samo, alleata della lega delio-attica che aveva fatto defezione. Dopo che Pericle pronunciò il discorso funebre in onore dei caduti in guerra, mentre scendeva dalla tribuna, Elpinice gli si sarebbe avvicinata per
Tra le rare eccezioni, una delle più affascinanti risale, al periodo quando Euripide, mise in
e di Hippè , a sua volta figlia del centauro Chirone, punita per aver svelato agli uomini i rimedi per liberarsi dalle malattie e perciò trasformata dagli dèi in giumenta.
da Poseidone durante l’assenza del padre e rimasta incinta, diede alla luce due gemelli,
illegittima. I due gemelli furono però scoperti da alcuni bovari mentre venivano allattati da una bacca. La loro presenza in una stalla, accanto al bovino, fece si che fossero considerati degli esseri “mostruosi” generati misteriosamente dall’animale che li stava nutrendo. Interpellato sulla sorte da riservare alle due creature, Elleno, l’avo di Melanippe, avrebbe consigliato al figlio Aiolos di bruciarli vivi. Melanippe sarebbe allora intervenuta per intercedere in loro favore, senza però confessare la vera provenienza dei due gemelli, ma facendo sfoggio di straordinarie capacità oratorie in accorato discorso. In esso la giovane donna avrebbe cercato di persuadere il nonno e il padre dell’inesistenza dei prodigi, della falsità delle superstizioni, e della presenza di un’intelligenza ordinatrice e razionale e facendo ampio ricorso a nozioni filosofiche in buona parte ispirate al razionalismo anassagoreo. Aristotele giudicò la tragedia come poco verosimile, priva di convenienza e di conformità. La critica aristotelica non era rivolta alla forma del dramma, che Plutarco definisce particolarmente curato dal punto di vista stilistico, ma più probabilmente al carattere paradossale della sua protagonista e allo scarto tra il carattere tradizionale del personaggio mitico di Melanippe, giovane e ingenua fanciulla alle prese con le conseguenze della sua unione illegittima con Poseidone, e più generalmente tra i personaggi femminili delle tragedie, e l’elevato livello intellettuale delle sue riflessioni.
entrambe paradigmi della donna sapiente e pericolosa.
prevalere: Circe che seduce con il potere della magia, che trasforma i compagni di Ulisse in porci con un colpo di bacchetta, che manipola veleni funesti e micidiali, incarna lo
La figura di Medea, è ancora più cupa: anch’essa dotata di uno straordinario sapere magico; lo mette al servizio di Giasone, e della conquista del vello d’oro ma a costo di gravi crimini contro la sua famiglia, quali il tradimento del padre e l’assassinio del fratello. Senza Medea, divorata da un’invincibile passione per lo straniero Giasone, quest’ultimo non sarebbe riuscito a prendere possesso del prezioso manto dorato custodito dal terribile serpente, domato appunto grazie alla posizione appositamente preparata da Medea. Omero fa anche riferimento alle conoscenze fitoterapiche di Elena di Troia, che avrebbe appreso le virtù terapeutiche delle piante nel corso del suo soggiorno in Egitto. La religione greca riconosceva un ruolo, a dee competenze mediche, come le figlie e
La pratica della medicina esercitata dalle donne è testimoniata nel mondo greco a partire dal IV secolo a.C. Secondo lo scrittore Latino Iginio , l’inventrice dell’ostetricia sarebbe stata l’ateniese
proprie parti intime, trascuravano pericolosamente le malattie che le colpivano fino a morire pur di non farsi visitare da uomini, gli unici a poter esercitare la professione, decise di travestirsi da uomo per apprendere l’arte medica presso un centro Erofilo. Una volta formatasi alla medicina, Agnodice dovette scontrarsi con la resistenza delle pazienti, che credendola un uomo, rifiutavano la sua assistenza. Agnodice si vide quindi costretta a svelare la propria appartenenza sessuale alle pazienti, incontrando allora un grande successo. Ciò non mancò di suscitare invidia dei suoi colleghi uomini che l’accusarono di adulterio, al fine di essere scagionata dall’accusa, Agnodice fu costretta a rivelare di essere in realtà una donna, scatenando una più grande indignazione nei suoi accusatori che spostarono il capo d’accusa verso il reato di violazione del divieto di apprendere ed esercitare medicina, che la polis ateniese aveva imposto alle donne. Le aristocratiche ateniesi insorsero allora in difesa di
condizione libera potessero imparare la medicina.
greco già in epoca classica, senza che nessuna legge ne vietasse l’esercizio da parte delle donne. Si trattava al contrario di un mestiere specificatamente femminile, come indica anche il genere femminile della parola. La più celebre ostetrica del mondo greco è
corpi ma le anime. Definendo le condizioni di esercizio del mestiere di ostetrica, Platone, attraverso Socrate, afferma che si trattava di un’attività affidata normalmente alle donne non sterili e non più fertili ma che avevano precedentemente fatto l’esperienza del parto. Sottolinea che esse erano in grado di assistere le partorienti durante il travaglio risvegliando o calmando le doglie grazie all’uso di farmaci, droghe e canti, di far partorire o abortire, di esprimersi sullo stato di salute del neonato. La funzione della maia quindi fino al IV secolo a.C non fu una vera e propria professione. La progressiva specializzazione femminile nell’esercizio della medixina e in particolare nella cura delle malattie ginecologiche avrebbe parallelamente nobilitato l’ostetricia, che si sarebbe trasformata tra il I e il II secolo d.C, in una vera e propria professione.