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Riassunto dell'opera La fine del Mondo, compresa di analisi di ciascun capitolo
Tipologia: Appunti
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La lettura dell’ Appendice è preliminare allo studio dell’opera La fine del mondo. Ciò che Ernesto de Martino si propone di fare: “Ma proprio perché questo interesse [l’interesse nei confronti delle apocalissi culturali] affonda le sue radici in reali nodi operativi in cui l’occidente è attualmente impegnato, si avverte l’esigenza di formulare il progetto di una ricerca storico-culturale e antropologica , cioè genetica , strutturale e comparativa , che affronti il problema con la maggiore ampiezza possibile di confronto e quindi con la maggiore probabilità di promuovere su questo argomento un sapere realmente chiarificatore.” Dunque, problema preliminare di metodo : ovvero, bisogna stabilire i tipi di documentazione che vengono in causa per eseguire un progetto del genere, i criteri e le finalità. Documenti apocalittici:
Le somiglianze sono date dal fatto seguente: La crisi ha un inizio repentino, inaugurandosi con una semplice «disposizione delirante» ( Wahnstimmung ) in cui tutto a un tratto il mondo quotidiano dell’abitudinario e dell’appaesato, dell’ovvio e del familiare, diventa problematico, segnalando un mutamento oscuro di significato che si pone in modo non eludibile e che tuttavia resta senza soluzione. A pag. 569: L’inizio della crisi di spaesamento, oltre che repentino, è – per riprendere la notazione di Camus
c) Perdita dell’intersoggettività dei valori che rendono possibile il mondo umano. Osserva de Martino che ciò che costituisce il carattere fondamentale di normalità della mondanità è proprio la sua progettabile intersoggettività, onde per normalità sta domestico, familiare, mio. (appaesamento) Perdita di domesticità è anche perdita di storicità: riflette il perdersi della presentificazione, inversione di rotta che dal privato conduce al pubblico. d) Necessaria è l’individuazione di connessioni biografiche. MUNDUS PATET. a) Vengono prese in considerazione diverse fonti letterarie ed epigrafe antiche al fine di designare cosa il termine mundus designasse nella religione romana arcaica. b) Paragrafo sull’Eterno ritorno e simbolismo mitico rituale. La fine del mondo può essere considerata in due sensi distinti:
Questo capitolo va messo in correlazione con il capitolo V (Apocalisse dell’Occidente), perché de Martino vuole far dialogare il documento psicopatologico con il documento inerente all’arte e la letteratura, come due modi diversi di testimoniare l’apocalisse senza escaton. (a pag. 353, Daniel Fabre spiega perché de Martino ha voluto separare i due capitoli)
universalmente umano ma solo storicamente condizionato, e quando è dimenticato e non è ricordabile attraverso tracce documentarie si trasforma ovvero è semplicemente perduto. Il valore. La condizione umana sta sempre nell’oltrepassare la vita nel valore, e la prima, inaugurale valorizzazione, è quella della progettazione comunitaria dell’utilizzabile. (Non dimentichiamo che per Heidegger l’esserci è l’aver a che fare manipolante ed usante e il Mitsein è, conseguentemente, “una sorta di solidarietà ontologica per lo sfruttamento di questo mondo”, osserva Sartre ne L’essere e il nulla) 3.2. Nell’ambito della psichiatria culturale si è venuto delineando il problema del rapporto fra disordini mentali e simbolismo mitico-rituale: al simbolismo mitico-rituale spetta, in particolari condizionamenti culturali, una reale funzione catartica, ri-equilibratrice, reintegratrice e terapeutica. (apocalissi culturali, apocalissi con escaton) Esigenza del lavoro portato avanti da de Martino: Problema di metodo. Occorre seguire il filone esistenzialista Husserl-Heidegger-Binswanger, nel quale il concetto di «presenza» come «esserci-nel-mondo» si apre al concetto di «crisi della presenza» e al rischio di «non-esserci-in-nessun-mondo-possibile». In secondo luogo, è da tener presente il problema del metodo per liberarsi dagli etnocentrismi occidentali nel giudizio che la scienza occidentale dà delle culture non occidentali. Per decidere di questo «segno» del movimento – ovvero, se si tratta di regressione o di progresso del trascendimento, di distacco dalla realtà culturale o di riscatto in questa realtà – occorre appropriarsi della storia culturale (il suo background di tradizione, cultura ecc…) della persona sotto giudizio, e giudicare per entro questa storia la normalità o anormalità del singolo comportamento. In altri termini, non si può adoperare il giudizio di “normale” o “anormale”, a partire dall’etnocentrismo occidentale. Osserva de Martino che la lotta della sanità contro la malattia concerne l’uomo in generale, anzi è inerente alla cultura umana come tale, e investe tutti i suoi prodotti storici. (ecco perché questo capitolo va messo in relazione con il quinto, in cui de Martino prende in analisi i prodotti culturali dell’apocalisse dell’Occidente, quali testimonianza di una crisi senza escaton dilagante ) Allora, l’esserci-nel-mondo si identifica con la stessa vita della cultura e l’esperienza degli psicotici diventa relativamente comprensibile come rischio vissuto di non poterci essere in nessun possibile mondo culturale umano. Tali «possibilità» sono antropologicamente importanti in quanto denunziano una tentazione immanente allo stesso ordine culturale, la tentazione di annientarsi. La coerenza della mondanità è sempre nella apertura al significato intersoggettivo, alla comunicabilità, alla progettabilità. Che i «mondi» possano essere deliranti è un errore di interpretazione che genera molteplici equivoci. Il mondo delirante ha proprio il carattere di non essere un mondo, cioè di nascere da una fondamentale esperienza di de-mondanizzazione e di de- presentificazione: il «mondo delirante» è delirante proprio perché manca della comunicabilità culturale, perché disarticola la dialettica rischio-reintegrazione. In questo caso, si verifica un conato autistico di reintegrazione. Il termine «conato» indica uno sforzo inautentico, destinato al fallimento, ma il giudizio di inautenticità si riferisce al carattere socialmente e culturalmente non significante del «mondo delirante», dunque questo giudizio, che è
«diagnostico», non può aver luogo se non in rapporto al mondo storico-culturale cui la presenza partecipa. Proprio da questa inautenticità nasce la «frattura» con la realtà storica, e quindi anche il carattere tendenzialmente privato, senza risonanza culturale pubblica, del delirio stesso: e proprio da ciò nasce la impossibilità di un riscatto culturale dal rischio del delirio. Orizzonte mitico-rituale. È iterazione dell’identico, uccisione momentanea della storia, pausa o interruzione del divenire, che genera la rappresentazione e l’esperienza di un ricominciare da capo, di una storia che si rinnova e costituisce una riparazione, un compenso, una liberazione, una distensione. Naturalmente, l’efficacia del rito dipende dalla sua retta esecuzione , cioè da una esatta iterazione, senza intrusione di una ancorché minima alterazione. L'orizzonte metastorico mitico-rituale fa parte, in quanto dispositivo tecnico protettivo, della storia e della cultura. Esso ferma, configura e recupera l'alienazione, ridischiudendo ai valori mondani compromessi dalla crisi. Esso partecipa della storia come orizzonte di reintegrazione e non come possibilità di evasione dalla storia. Pertanto, la crisi si riscatta attraverso i simboli mitico-rituali: e tali simboli, quando sono operanti, rappresentano il metodo per passare dalla presenza che si perde nella situazione, alla presenza che, sia pure attraverso un intricato cammino, alfine si ritrova e si ripossiede nel mondo. La religione è una tecnica: a) di destorificazione del passaggio critico; b) di ripresa delle realtà psichiche alienate; c) di ritorno alla storicità dell’esistere. APOCALISSI PSICOPATOLOGICHE E APOCALISSI CULTURALI Si parla di apocalissi psicopatologiche quando l’esperienza di fine del mondo diventa esclusiva, indominabile, privata, incomunicabile e non è configurabile, reintegrabile in un sistema di segni che la esauriscono, offrendole la possibilità di «mutare segno» mediando valori comunicabili e storicamente significativi di rinnovamento del mondo.
pretesa della totale spiegabilità scientifica dell’universo e dell’uomo; il caos irreale come redenzione della realtà opprimente; la «esplosione» dell’ordine mondano In Rimbaud lo stesso ethos del trascendimento della vita nelle distinte valorizzazioni comunitarie, lo stesso doverci essere nel mondo, recede davanti al rischio del non esserci, muta di segno, si viene disarticolando e isolando nell’idoleggiamento del rischio stesso. 2.4. Thomas Mann, La morte a Venezia La parte più significativa è la seguente: Che cosa potevano essere per lui arte e virtù di fronte ai vantaggi del caos?» Questa sinistra complicità di passione e di morte impedisce ad Aschenbach di compiere l’azione «onesta e purificatrice» di avvertire la famiglia di Tadzio della verità che l’egoismo di tutti manteneva celata: «C’è il colera a Venezia». Certo quel passo lo avrebbe ricondotto indietro e restituito a se stesso: «ma chi è fuori di sé nulla teme quanto il rientrare in sé». Aschenbach compie così il suo destino: l’evasione dalla forma e dal valore, la fuga dall’opera dello spirito fermo e dignitoso. 4.1. Sartre Il mondo è indigesto. La nausea è il rischio della nuda esistenza, spogliata della presentificazione valorizzante umana, di tutte le memorie operative della cultura, di tutti i nomi evocanti queste memorie, di tutti gli abiti che rendono familiare il mondo: è quindi il rischio del nulla, della fine del mondo, dell’annientarsi di qualsiasi margine rispetto al mondo. Com’è scritto nell’APPENDICE I, fra l’apocalisse di Roquentin e quelle variamente attestate dal documento psicopatologico sussistono «somiglianze». Le somiglianze sono date dal fatto seguente: La crisi ha un inizio repentino, inaugurandosi con una semplice «disposizione delirante» ( Wahnstimmung ) in cui tutto a un tratto il mondo quotidiano dell’abitudinario e dell’appaesato, dell’ovvio e del familiare, diventa problematico, segnalando un mutamento oscuro di significato che si pone in modo non eludibile e che tuttavia resta senza soluzione. Ma la lezione che si ricava dal tema sartriano della nausea è importante: se il mondo si costituisce, si mantiene e si rinnova per un continuo trascendimento del nulla nell’essere dei valori, se questo trascendimento è ethos primordiale della cultura e della storia, il mutamento di segno di questo ethos può manifestarsi come spalancarsi del nulla, come degradazione somatica del trascendere nel vomitare: si vomita come cibo indigesto quel mondo che la caduta del trascendimento valorizzante viene demondizzando e annientando.
5. Il mondo è assurdo. Sartre interprete dell’Etranger di Camus. Assurdo è il rapporto dell’uomo col mondo: divorzio fra le aspirazioni dell’uomo verso l’unità e il dualismo insormontabile dell’essere, al contempo, «spirito» e «natura», fra lo slancio umano verso l’eterno e il carattere finito della sua esistenza, fra la «cura» che costituisce l’essenza dell’uomo e la vanità dei suoi sforzi. L’assurdo è la stessa condizione umana, l’essere-nel-mondo. Mentre la vita dell’uomo è scandita dal ripetersi sempre uguale della sua esistenza appaesata e routinaria, d’un tratto gli scenari crollano e noi accediamo ad una lucidità senza speranza. In questo
crollo, osserva Camus – se sappiamo rifiutare i soccorsi ingannevoli delle religioni e delle filosofie esistenzialiste, ci restano alcune evidenze essenziali: e cioè che il mondo è un caos. L’Étranger: come dice Sartre, «c’est l’homme en face du monde». Ma «lo straniero» è anche l’uomo fra gli uomini (nel duplice senso della estraneità degli altri a me e di me agli altri), e me rispetto a me stesso. L’uomo assurdo «gettato nel mondo», in stato di rivolta, irresponsabile, innocente, colui a cui tutto è permesso, un «idiota», colui che vive in un perpetuo presente «sfumato di sorrisi e di indifferenza». (L’opera si apre con la morte della madre di Meurseult, a cui egli rimane indifferente) La situazione reale dell’uomo è quella di essere «disonesto», cioè di non «poter mai stare in bilico», nel punto zero della tensione paradossale dell’esistenza, ma di sbilanciarsi o verso la scelta concreta di un progetto operativo pieno di senso, o verso la caduta nel caos e nei «puri» vissuti della follia. La «passione dell’assurdo» in Camus vuole proprio mettere in evidenza di questa polarità che costituisce la condizione umana, cioè da una parte il desiderio di unità, l’appetito della soluzione, l’esigenza della chiarezza e della coesione e, dall’altra parte, il caos irriducibile della mondanità, la sovrana contingenza delle situazioni.
come scienza del confronto interculturale obbedisce ad una funzione unificatrice (Umanesimo etnografico). La crisi dell'orizzonte religioso favorisce la nascita dell'Umanesimo integrale, fondato sul riconoscimento della genesi storica e del destino integralmente umano dei prodotti culturali. 1) Le esigenze della storia
- Distinzione res gestae, historia rerum gestarum, res gerendae Egli entra in polemica, in queste pagine, con lo storicismo angustamente eurocentrico: immediata assunzione della storia dell’occidente come modello della storia umana. Lo storicismo ha dei limiti per de Martino, questi limiti sono i limiti dello storicismo crociano. Se è vero che la realtà è storia, ci si è dimenticati della storia delle altre civiltà. La ricerca storica deve essere sempre integrata con l’etnologia, l’antropologia, la sociologia, la psicologia e l’etnopsichiatria.
«smascherare» miti, ma di giustificare la funzione storica dei mascheramenti. Ciò significa sottrarre il mito alla sua apparenza irrazionale. Per storia, lo storicismo intende l’uomo in quanto produttore di valori culturali, cioè in atto di trascendere il qui e l’ora del divenire e di sollevarsi alle permanenze idealmente immortali dell’opera umana qualificata secondo determinati valori.
la celebrazione. L’eucaristia, ad esempio, acquista il significato di ripresentare sempre il centro «passato» della storia della salvezza, cioè la prima parusia, via via che il tempo presente passa: e per questa ripresentazione del centro passato, che è origine della nuova epoca, il presente viene di volta in volta riassorbito nel piano escatologico, entrando in partecipazione con i tempi estremi della seconda parusia. Giudaismo e cristianesimo. Giudaismo e Cristianesimo hanno una diversa prospettiva del tempo: entrambi lo dividono nella tripartizione di tempo prima della creazione, tempo compreso dalla creazione al Regno, e tempo del Regno. Ma il tempo mondano, quello tra creazione e Regno, nel giudaismo è vissuto nella prospettiva di un evento centrale futuro, la venuta del Messia; nel Cristianesimo, invece, il centro è retrocesso dal futuro al passato, onde dopo questo centro «il Regno già comincia» 3.2. Christus und die Zeit. Osservazioni in margine. Vi sono tre grandi dispositivi di reintegrazione rispetto alla crisi radicale:
Il problema del rapporto fra divenire storico e momento escatologico si configura in Bultmann nei limiti circoscritti di un’operazione di salvataggio di un nucleo della fede religiosa cristiana che sia compatibile con la civiltà moderna con quel senso della storicità della condizione umana che proprio il Cristianesimo ha concorso a mediare nell’attuale nostra consapevolezza culturale. Bultmann prova a rintracciare un disegno storico del tema escatologico nella civiltà occidentale. Ora, secondo Bultmann, la possibilità escatologica di ogni istante è realizzata dalla fede cristiana in modo esemplare, innanzitutto perché essa riconosce la storicità della condizione umana e in secondo luogo perché il momento escatologico del Cristianesimo non è una incombente catastrofe cosmica, ma l’evento storico del Cristo : evento che, nella decisione della fede, si ripropone sempre di nuovo all’immediato della mia storicità, dischiudendomi al tempo stesso a quella libertà come dono della grazia divina che, attraverso il Cristo, mi appartiene non come possesso ma come compito della predicazione e dell’amore. Il limite della posizione del Bultmann è che, per un verso, riconosce il raccogliersi dell’escaton nella attualità della decisione umana valorizzatrice, ma poi alla base di questo decidere mantiene la decisione fondamentale della fede. Da ciò, deriva il carattere ambiguo del pensiero del Bultmann, che resta ancora inconsapevolmente prigioniero del «mito», sia pure nella forma attenuata di una decisione per Cristo che dischiude al compito della predicazione e dell’amore. Per De Martino, Bultmann si muove nel solco di un rigoroso etnocentrismo dogmatico, e più precisamente nei limiti di un europeocentrismo che, nella misura in cui fa appello al previlegio di un rapporto eccezionale col divino, esclude il confronto tra le umanità e compromette la lotta contro la dispersione delle genti e la molteplicità irrelata delle loro storie corporative.
4. Dalla metastoria alla storia L’uomo è sempre vissuto nella storia, ma tutte le culture umane, salvo quella occidentale, hanno cercato di mascherare la storicità della esistenza. Si potrebbe dire che la storia culturale umana è la storia dei mascheramenti della storicità dell’esistenza. La cultura religiosa come maschera della storicità dell’esistenza ha assolto e assolve una funzione positiva. Il simbolismo mitico-rituale ha protetto dalla crisi esistenziale nella misura in cui ridischiudeva l’operabilità comunitaria del mondo. In società e in epoche in cui il distacco della cultura dalla natura correva sempre il rischio di fallire, occorreva destorificare la storia per renderla operabile. Le immense alienazioni connesse ai momenti critici dell’esistere erano riprese e mutate di segno sul piano della coscienza mitico-rituale. L’alternativa è chiara: o si accetta o non si accetta la realtà della condizione umana (che è essenzialmente storica). Se non si accetta questa condizione, allora non resta che negare realtà a questa condizione, e occultarla e mascherarla nei grandi temi protettivi della vita religiosa, del mito e del rito, della teologia e della metafisica, della magia e della mistica. Se invece si accetta la condizione umana e si scorge nell’al di là dell’opera dotata di valore l’unico modo di distaccare l’uomo dalla natura e di avviarlo dal transeunte al permanente; se si ha coraggio e forza di creare opere di poesia e di scienza, di economia e di vita morale senza bisogno del sistema tecnico-protettivo, allora si batte la via dell’ umanesimo storicistico : della coscienza che i
mitico, dell’inconscio come dimensione antropologica permanente che l’occidente avrebbe repressa. Senza dubbio, l’espansione della borghesia europea e il rapporto amministrativo con la «gente di colore», lo sforzo drammatico connesso alla cristianizzazione dei pagani, furono condizioni per il primo configurarsi dell’umanesimo etnografico, ma solo nell’epoca della seconda rivoluzione industriale e del tramonto del colonialismo, il pericolo in cui può incorrere l’umanesimo etnografico è il relativismo culturale. Solo l’occidente ha prodotto un vero e proprio interesse etnologico nei confronti delle altre sincroniche e aliene: ma questo confronto viene condotto sempre nella prospettiva di un etnocentrismo critico, nel quale l’etnologo occidentale assume la storia della propria cultura come unità di misura delle storie culturali aliene. Questo non sempre è da vedere in maniera negativa, osserva de Martino, perché solo ponendo in modo critico e deliberato la storia dell’occidente al centro della ricerca confrontante, l’etnologo può concorrere a inaugurare una consapevolezza antropologica più ampia di quella racchiusa nell’etnocentrismo dogmatico.
prossimità della fine dei tempi e della parusia non fa più parte, già da molto tempo, degli insegnamenti canonici della Chiesa. (quindi viene meno la sua funzione re-integratice) Ipotesi di lavoro. Il crollo del mondo, nel mondo primitivo, assume il carattere di una minaccia o di una punizione per qualche alterazione introdotta dagli uomini nella rigorosa ripetizione dell’ordine fondato nelle origini mitiche. Quando la trasgressione dell’ordine, come nel caso della colonizzazione bianca o della deportazione degli schiavi dall’Africa in America, investe i singoli o i gruppi, l’esperienza del crollo o la profezia di una imminente catastrofe fanno la loro comparsa. Il mondo primitivo si mantiene, è operabile, in quanto è vissuto dalla coscienza culturale come un mondo delle origini che si ripetono cerimonialmente; il mondo è stato fondato «una volta» e il rito sempre di nuovo lo riconduce e lo trattiene in quell’ordine di fondazione. In tal modo, il divenire è occultato, appartiene non alla coscienza culturale egemonica, ma piuttosto alla coscienza subalterna, che intanto «sta nella storia» (e quindi innova, decide, si adatta alla mutevole realtà esistenziale) in quanto vela la storicità nella metastoria mitica. I riti sostengono l’ordine immutabile, ne rinnovano il modello archetipico, ecc. Se i riti non sono celebrati, l’ordine crolla. Il mondo è sostenuto da questa esemplarità di comportamenti che lo riconduce sempre al suo ordine archetipico: il che consente di velare il disordine possibile, mediante un fare rituale che riassorbe. Il rito è il comportamento che riconduce sempre di nuovo il «questa volta» storico a «una volta» metastorica, che è anche «una volta per sempre». CAP. VI – ANTROPOLOGIA E MARXISMO Introduzione di G. Charuty In tutti i piani abbozzati da De Martino per La fine del mondo era previsto un capitolo dedicato al «dramma dell’apocalisse marxiana». Stando alla descrizione fatta da Angelo Brelich, e che ritroviamo nella catalogazione degli archivi, questo capitolo si apriva col dossier «L’eredità di Croce» , e continuava con alcuni approfondimenti sulla «vitalità» che, alla prima curatrice, sono sembrati estranei a un progetto di studio del millenarismo marxista, sebbene l’intento di De Martino fosse quello di inserire Benedetto Croce come figura tutelare di un esame della teoria marxista. L’obiettivo, che sarà poi ripreso nell’ultimo capitolo, consiste in una ridefinizione, operata a partire dalla diversità dei regimi di produzione materiale attestati dall’etnologia, di ciò che bisogna intendere per «economico», in rapporto dialettico con la revisione della teoria marxista della religione. Diverse erano le ragioni che potevano indurre De Martino a leggere i movimenti comunisti in chiave religiosa (es. l’esperienza vissuta del fascismo sognato come religione civile e poi l’entrata nella resistenza in nome della «religione della libertà» gli hanno progressivamente fatto provare e teorizzare diverse forme di reversibilità del religioso e del politico). De Martino si rende conto che il riconoscimento di una dimensione religiosa insita negli ideali comunisti è per questi autori un ulteriore motivo di rifiuto politico della teoria marxista. Clara Gallini a esprime il proprio rammarico nel vedere De Martino abbandonare Antonio Gramsci orientandosi invece verso Martin Heidegger mentre appare evidente che le analisi gramsciane sulla diversità dei cattolicesimi siano un dato di fatto per l’etnologo meridionalista. Il capitolo si apre con il titolo L’eredità di Croce.