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Il testo tratta di una foresta e di una città che si contrappongono.
Tipologia: Appunti
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È una fiaba per bambini uscita nel 1981, testo che appartiene a quel filone in cui si può iscrivere tutta la sua opera, una letteratura che sfida il labirinto. Il labirinto è una foresta, una spirale pensata come un edificio, qualcosa che si avvolge su se stesso un vortice che non si trova su un’unica dimensione. La foresta è vista come qualcosa che l’uomo ha bisogno di attraversare per costruire la sua identità o è anche considerata come qualcosa di talmente tanto diverso da sé, che l’uomo ha bisogno di conquistare. Calvino si muove su questa idea culturale, questo mito della foresta che accomuna tutte le epoche. L’intreccio di rami che abbracciano e al contempo minacciano i personaggi, sono l’emblema di un disagio contemporaneo che affonda le sue motivazioni nel mito e solo da questo può essere compreso e risolto. È una favola sì per bambini, ma mette il rilievo alcune tematiche comuni a tutte le età, in particolare il groviglio interiore che c’è in ciascuno di noi, l’emblema di un disagio contemporaneo I personaggi sono dentro la foresta, ma cercano in tutti i modi la città, dove devono ritornare per poter vivere come uomini. L’opposizione quindi è quella tra la città e la natura (tema già vista in Dante Alighieri). L’uccello è il primo aiuto magico che permette al re di tornare nella città, con un verso specifico che tornerà in tutta la fiaba, l’unico mezzo con cui orientarsi per poter uscire da questa foresta. Un altro aiuto magico è l’albero del gelso, l’unico albero rimasto in vita in tutta la città. Entrambe però hanno un punto in comune: la foresta diventa intricabile e la città irraggiungibile, perché se lasciate incustodite perdono il loro equilibrio e portano con se i risultati di un incontrollabile eccesso e alla fine di un’inevitabile estinzione. I personaggi si perdono nella foresta (richiama al primo canto dell’inferno, la via diritta e luminosa della città contro la via ingarbugliata e curva della foresta – c’è uno smarrimento). Il punto di salvezza, consiste nel fatto che la foresta e la città si devono incontrare, perché altrimenti tutti siamo destinati allo smarrimento. Arriva un terzo aiuto magico, un ragazzo di nome Mirtillo, una creatura della foresta che aiuta Verbena. A Mirtillo nella foresta succederà il contrario di quello che succede a Verbena, nella versione teatrale lo rendono più esplicito. Verbena : formato dalle parole erba e verbo, dentro questo personaggio c’è l’importanza della parola, ossia del verbo, potere che potrà essere utilizzato per risolvere la situazione. La storia si conclude non con un “vissero tutti felici e contenti”, ma con una “discussione”, perché Mirtillo vuole appendere bandiere e festoni su tutti i rami, ma Verbena ribatte che non sono rami ma radici, quindi non si mettono d’accordo. Calvino ha bisogno di inserire questa postilla finale perché nonostante foresta e città abbiano trovato la loro unità, non siamo sicuri che questa stabilità ci sarà per sempre e forse si continuerà a discutere su che cos’è una cosa e che cos’è un’altra. Non c’è un lieto fine che ci lascia tranquilli, ognuno di questi due mondi sembra rivendicare uno spazio di domino sull’altro. La versione teatrale : la prima parte è un introduzione letteraria di Calvino, che è stata utilizzata per la realizzazione di uno spettacolo teatrale, una versione totalmente dialogata della fiaba, con delle differenze. La versione teatrale è precedente, ed era stata scritta in occasione di un progetto televisivo poi sfumato, con l’idea di mettere in scena uno spettacolo tradizionale con i pupi siciliani. Il problema della scenografia è un bosco che possa leggersi capovolto, rami che possano essere radici (che richiama anche il titolo dell’opera). L’opera viene messa in scena prima a Roma e poi a Palermo anche con le marionette, con la scenografia dipinta da Renato Guttuso e la regia di Roberto Andò. Questa scenografie sono state riproposte nel museo internazionale di marionette di Palermo. La foresta viene amplificata nella versione teatrale e vengono inseriti alcuni passaggi dell’inizio tredicesimo canto della Gerusalemme liberata (la descrizione della foresta di Sauron con i suoi aspetti orrifici e malefici che ha subito un incantesimo diabolico). Rispetto al libro, nell’opera viene aggiunta una scena dove dal buio esce la figura del matto che prende per mano il re e lo conduce in un cimitero, dove incontra anche un becchino. In questo cimitero vengono seppelliti e
nascosti i cadaveri per rimuovere il pensiero della morte dai cittadini, che tornano per controllare se sono seppelliti abbastanza in fondo. Il becchino allora si occupa di seppellire ed riesumare i cadaveri costantemente. Le streghe invece vagano di notte in certa di ingredienti per i loro incantesimi (anche questa parte forse ispirata a Tasso) e assumono sembianze di persone educate e prestigiose (una assomiglia alla regina). La strega scoperchia una tomba ed estrae un corpo appeso per i piedi con una fune. Il re e il cadavere si assomigliano. In fondo alla tomba avviene un rito, la strega si china sul cadavere e il morto si è alza portando alle labbra un calice di sangue coagulato che la strega gli ha offerto, brindando insieme. Il becchino ci racconta che la strega, nelle notti di solstizio, va nella tomba del marito ucciso da lei stessa, gli ridà vita nutrendolo delle proprie vene e si congiunge a lui. Alla luce del sole queste creature si danno alla fuga, in quel momento se ne approfitterà per catturare la strega. Renato Guttuso avrà poi il compito di dipingere questa scenografia. I personaggi, i loro volti e i loro corpi sono rappresentati in modo molto eccessivo. Mentre la versione per bambini è più pacificante, quella teatrale rispecchia di più dal punto di vista scenografico, la foresta che ci riempie di incanto e allo stesso tempo sgomento. Mario Porro dice che Calvino è combinatorio, si diverte a combinare gli elementi della narrazione per giocare con gli elementi della letteratura; il gioco qui è fatto con un mazzo di carte di tarocchi in cui lui si diverte a disegnare storie e trame come se assumessero connotazioni reali, che servono al narratore per disegnare le storie. Questa vegetazione che cresce a dismisura non è solo all’esterno ma anche l’irrazionalità che pervade le menti degli uomini, come se dentro di noi avessimo una parte selvaggia che cresce a dismisura e fa prevalere l’irrazionalità alla razionalità (come Ariosto e Tasso). Anche il matto dice al re che l’ombra della foresta è dentro i suoi sudditi, non è fuori dalla metropoli. Porro dice che in Calvino c’è sia un’opposizione ma anche un’esigenza di unione, di complementarità tra civiltà e natura. Calvino aveva questa esigenza di unire il mondo della foresta a quello umano perché l’ideale di civiltà a cui aspira era la simbiosi dell’umano al vegetale. La mamma di Calvino fu la prima donna a cui fu assegnata la cattedra in Italia di botanica, direttrice dell’orto botanico di Cagliari (originaria di Sassari), interessata a come l’umanità può essere unita alla vegetazione. Calvino è influenzato da queste ascendenze familiari perché anche il padre era un agronomo. Era interessato anche all’ordine della coltivazione, cioè la capacità che l’uomo ha di trattare bene la natura per trarne frutto, per dare la possibilità agli uomini di mangiare e per abbellire la realtà. Ad esempio, nel Barone Rampante il protagonista decide di passare la sua vita sugli alberi, non per isolarsi ma per vedere con maggiore chiarezza e partecipare alla vita sociale (così come Ariosto). TRAMA Re Clodoveo ritorna dalla guerra, ma intorno attorno alla sua città Alberoburgo è cresciuta un’inestricabile foresta, e il re si ritrova a vagare in un labirinto di radici che sembrano rami, che si confondono con le radici. Mentre il re non c’era, infatti, la vegetazione era cresciuta a dismisura e come lui, si perdono anche sua figlia Verbena e il giovane Mirtillo, l’infedele matrigna e il ministro traditore, tanto che tornare al palazzo sembra impossibile. Sia lo scudiero che il re vedono il castello in momenti diversi, ma nessuno dei due vedeva il castello dell’altro. Apparve un uccello con colori e forma mai visti. Il re gridò di acchiapparlo ma l’uccello scappò. Il cammino si faceva più difficile e i rami (in realtà radici) ostacolavano il passaggio. Riappare l’uccello che sembra che stia guidando il re e i cavalieri. Nel mentre Verbena guardava col cannocchiale dalla veranda del palazzo il ritorno del padre, ma la foresta era sempre più folta e minacciosa. Allo stesso tempo, da quando la matrigna, la regina Ferdibunda e il suo primo ministro avevano preso il governo della città, tutte le piante della città era appassite. Ferdibunda voleva far diventare Curvaldo (primo ministro) il re. Il suo piano era quello di far sì che i congiurati circondassero la città per prenderne il controllo, passando per le vie esterne del bosco per non essere visti. La regina e il ministro si allontanarono in un sentiero che sembrava distaccarsi sempre di più dalla città anziché aggirarla. La regina vedeva l’intrico della vegetazione infittirsi come la trama del suo tradimento,