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Sociolinguistica: Varietà Linguistiche e Contesti Sociali, Schemi e mappe concettuali di Linguistica

Capitoli 1,2,4,5,6,7,8,9,12 del libro la linguistica in pratica di Edoardo Lombardi Vallauri

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2016/2017

Caricato il 01/07/2017

Giulia2396
Giulia2396 🇮🇹

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Capitolo 4
La linguistica, nella sua dimensione sociale (sociolinguistica), prende in considerazione delle variabili, cioè
delle modalità con cui i parlanti realizzano un’unità linguistica in relazione ad un contesto socioculturale;
ciascuna realizzazione è detta variante. Un raggruppamento coerente di varianti in relazione ad un contesto
sociale definisce una varietà linguistica. Le varietà linguistiche possono essere molteplici e sono in funzione
di un parametro extra-linguistico:
-Varietà diatopiche (o geografiche): si distinguono in base alla distribuzione territoriale, es. gli italiani
regionali e anche certi tipi di dialetto.
-Varietà diastratiche (o sociali): sono in funzione allo strato o gruppo sociale a cui appartengono i parlanti
all’interno di una comunità, es. il Black English, ma anche i gerghi, cioè quelle varietà parlate da un gruppo
ristretto e omogeneo, spesso volutamente criptiche.
-Varietà diafasiche (o situazionali): sono in funzione della situazione sociale e di variabili come il contesto,
la formalità ecc.; un esempio sono i sottocodici, cioè quelle varietà parlate in funzione di argomenti specifici
(es. la medicina, l’architettura ecc.), o anche i registri, che sono varietà linguistiche dipendenti dalla
situazione, es. registro formale, informale ecc.
-Varietà diamesiche: dipende dal mezzo con cui viene trasmessa la lingua. Si intreccia con la varietà
diafasica e riguarda la differenza tra la lingua che si usa nella comunicazione diretta, telefonica, radiofonica
ma soprattutto riguarda il fatto che la lingua parlata è molto diversa da quella scritta.
-Varietà diacronica: il mutare dei codici linguistici nella storia
Altri tipi di varietà sociolinguistiche:
-Varietà culturali: sono in funzione dei sistemi di valori e dei modelli comportamentali di un network
sociale.
-Varietà diaetniche: varietà emergenti da un diverso background etnico anche all’interno della stessa
comunità linguistica, es. l’italiano parlato dai cinesi di seconda generazione.
-Varietà diagenerazionali: che prendono in considerazione l’età come variabile indipendente, da cui il
linguaggio dei giovani, degli adulti ecc.
-Varietà di genere: che variano in funzione del sesso dei parlanti
Una comunità linguistica in genere utilizza più varietà linguistiche, che costituiscono il repertorio di tale
comunità a disposizione dei parlanti della comunità stessa; i parlanti possono padroneggiare alcune di queste
varietà, ma non necessariamente tutte quante; in genere, però, ne condividono almeno una (che è spesso
individuata come la lingua nativa).
Quando in una comunità sono presenti almeno due lingue o due varietà linguistiche, senza distinzioni d’uso
specifiche si parla di bilinguismo (o plurilinguismo):
Quando in un repertorio ci sono almeno due varietà, distinte sul piano della variabile sociale si parla di
diglossia (o poliglossia)
Il passaggio da una varietà ad un’altra varietà da parte di un parlante all’interno dello stesso evento
comunicativo, in genere per motivazioni sociali o situazionali è detto commutazione di codice.
Quando due comunità linguistiche entrano in contatto, si creano necessità comunicative nuove; se il contatto
è limitato nel tempo e nei modi, le due comunità tendono a creare una sorta di lingua di servizio, che è
finalizzata a soddisfare bisogni comunicativi limitati. Lingue di questo tipo, o per meglio dire quasi-lingue, si
chiamano pidgin. I pidgin nascono in genere sulla struttura grammaticale di una delle due lingue, ridotta al
minimo, sulla quale si innesta un repertorio lessicale ridotto proveniente dall’altra, detta lingua
lessificatrice. Quando invece l’uso del pidgin è prolungato nel tempo, e il contatto interculturale diventa
molto più ampio e complesso, , può accadere che esso tenda a stabilizzarsi, arricchendo il proprio profilo
lessicale e dotandosi di una grammatica e di una sintassi. In una situazione di crescente stabilizzazione
sociale come questa, una nuova generazione potrebbe apprendere il pidgin come lingua madre; in questo
caso, non si parla più di pidgin, ma di creolo.
Prospettive sociolinguistiche in ambito educativo:
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Capitolo 4

La linguistica, nella sua dimensione sociale ( sociolinguistica ), prende in considerazione delle variabili , cioè delle modalità con cui i parlanti realizzano un’unità linguistica in relazione ad un contesto socioculturale; ciascuna realizzazione è detta variante. Un raggruppamento coerente di varianti in relazione ad un contesto sociale definisce una varietà linguistica. Le varietà linguistiche possono essere molteplici e sono in funzione di un parametro extra-linguistico: -Varietà diatopiche (o geografiche ): si distinguono in base alla distribuzione territoriale, es. gli italiani regionali e anche certi tipi di dialetto. -Varietà diastratiche (o sociali ): sono in funzione allo strato o gruppo sociale a cui appartengono i parlanti all’interno di una comunità, es. il Black English, ma anche i gerghi , cioè quelle varietà parlate da un gruppo ristretto e omogeneo, spesso volutamente criptiche. -Varietà diafasiche (o situazionali ): sono in funzione della situazione sociale e di variabili come il contesto, la formalità ecc.; un esempio sono i sottocodici , cioè quelle varietà parlate in funzione di argomenti specifici (es. la medicina, l’architettura ecc.), o anche i registri , che sono varietà linguistiche dipendenti dalla situazione, es. registro formale, informale ecc.

  • Varietà diamesiche: dipende dal mezzo con cui viene trasmessa la lingua. Si intreccia con la varietà diafasica e riguarda la differenza tra la lingua che si usa nella comunicazione diretta, telefonica, radiofonica ma soprattutto riguarda il fatto che la lingua parlata è molto diversa da quella scritta.
  • Varietà diacronica : il mutare dei codici linguistici nella storia Altri tipi di varietà sociolinguistiche: -Varietà culturali : sono in funzione dei sistemi di valori e dei modelli comportamentali di un network sociale. -Varietà diaetniche : varietà emergenti da un diverso background etnico anche all’interno della stessa comunità linguistica, es. l’italiano parlato dai cinesi di seconda generazione. -Varietà diagenerazionali : che prendono in considerazione l’età come variabile indipendente, da cui il linguaggio dei giovani, degli adulti ecc. -Varietà di genere : che variano in funzione del sesso dei parlanti Una comunità linguistica in genere utilizza più varietà linguistiche, che costituiscono il repertorio di tale comunità a disposizione dei parlanti della comunità stessa; i parlanti possono padroneggiare alcune di queste varietà, ma non necessariamente tutte quante; in genere, però, ne condividono almeno una (che è spesso individuata come la lingua nativa ). Quando in una comunità sono presenti almeno due lingue o due varietà linguistiche, senza distinzioni d’uso specifiche si parla di bilinguismo (o plurilinguismo ): Quando in un repertorio ci sono almeno due varietà, distinte sul piano della variabile sociale si parla di diglossia (o poliglossia ) Il passaggio da una varietà ad un’altra varietà da parte di un parlante all’interno dello stesso evento comunicativo, in genere per motivazioni sociali o situazionali è detto commutazione di codice. Quando due comunità linguistiche entrano in contatto, si creano necessità comunicative nuove; se il contatto è limitato nel tempo e nei modi, le due comunità tendono a creare una sorta di lingua di servizio, che è finalizzata a soddisfare bisogni comunicativi limitati. Lingue di questo tipo, o per meglio dire quasi-lingue, si chiamano pidgin. I pidgin nascono in genere sulla struttura grammaticale di una delle due lingue, ridotta al minimo, sulla quale si innesta un repertorio lessicale ridotto proveniente dall’altra, detta lingua lessificatrice. Quando invece l’uso del pidgin è prolungato nel tempo, e il contatto interculturale diventa molto più ampio e complesso, , può accadere che esso tenda a stabilizzarsi, arricchendo il proprio profilo lessicale e dotandosi di una grammatica e di una sintassi. In una situazione di crescente stabilizzazione sociale come questa, una nuova generazione potrebbe apprendere il pidgin come lingua madre; in questo caso, non si parla più di pidgin, ma di creolo.

Prospettive sociolinguistiche in ambito educativo:

Uno dei primi ambiti di riflessione dell’interazione tra lingua e società e quello sviluppatosi in correlazione all’educazione scolastica, in particolare con gli studi di Basil Bernstein , a partire dalle osservazioni sul comportamento scolastico e sui problemi di apprendimento dei figli della working class inglese. Osservando il comportamento linguistico degli studenti, ipotizza che questo sia determinato dalla struttura sociale in cui lo studente è inserito, e dalle relazioni sociali del gruppo di appartenenza. Bernstein così individua una correlazione tra appartenenza di classe e usi linguistici: nello specifico, la working class , il proletariato, usa quello che lui chiama un codice ristretto , mentre la middle class , la borghesia, usa un codice elaborato. Quello ristretto sarebbe un linguaggio caratterizzato da strutture prevedibili, contenuti limitati, povertà di lessico, riferimento generico alla realtà, mancanza di astrazione. Quello elaborato è un linguaggio adatto all’astrazione, che designa elementi di realtà in modo preciso, utilizza modalità di espressione creative.. Secondo Bernstein, l’uso di un codice specifico si riflette nel comportamento sociale e sullo sviluppo intellettuale di chi lo usa; la società disegna una separazione netta tra chi usa il codice elaborato e chi usa il codice ristretto in quanto disporre solo di quest’ultimo è una forma di deprivazione. Infatti parla di teoria della deprivazione verbale. Il nodo sarebbe l’esposizione dei bambini appartenenti alla working class in ambito familiare al solo codice ristretto, quindi a una consistente mancanza di adeguati stimoli culturali e linguistici, che si rifletterebbe poi negli scarsi risultati nella performance scolastica. La famiglia della middle class sarebbe orientata sulla persona , sarebbe cioè un nucleo dove sarebbe favorito lo sviluppo della personalità di ogni suo componente; La famiglia della working class sarebbe invece orientata sul gruppo e sui ruoli prestabiliti all’interno del gruppo. Il fallimento di tali politiche portò a considerazioni sconcertanti, soprattutto in America, dove la Teoria della Deprivazione sociale fu applicata al contesto locale dove la working class aveva anche una connotazione razziale. William Labov studiando il Black English Vernacular elabora delle critiche:

  • (^) Il metodo di intervista non è adeguato come rilevazione dei dati
  • gli stimoli in contesto familiare sono in realtà gli stessi;
  • le capacità cognitive sono in realtà le stesse;
  • la distinzione tra i due codici non ha a che fare con l’appartenenza di gruppo, ma è piuttosto una questione di stili e situazioni comunicative;
  • la lingua dei ceti subalterni non è inferiore o degradata; semplicemente, si tratta di una realtà linguistica diversa. Il problema, quindi, è prima di tutto nelle strutture scolastiche, che sono tarate sul modello dominante, cioè su quello che Bernstein chiama codice elaborato. Secondo Labov, infine, il codice elaborato deve essere certo oggetto di insegnamento, perché è il codice che sembra garantire maggiori informazioni in un contesto, tuttavia si deve anche insegnare il suo uso nei contesti appropriati. Differenze diamesiche parlato-scritto: Lessico: il lessico di una lingua è fatto di molti strati. Di una parola o di una costruzione della lingua si può avere una competenza passiva: comprenderle una parola quando la usa qualcun altro, es:codesto per i non toscani; e una competenza attiva: capacità effettiva di usare noi stessi quell’elemento della lingua Ridondanza: quando parliamo abbiamo poco tempo per controllare il messaggio che stiamo producendo e quindi si possono fare dei piccoli errori, es: Dammelo / Dammelo a me Pronomi: l’italiano parlato tende ormai ad utilizzare la stessa forma del maschile singolare “gli” anche per il femminile e per il plurale nei pronomi personali, es: gli ho detto / le ho detto (a lei); gli ho detto / ho detto loro (a loro) Tempi verbali: il passato remoto è usato molto poco in forma parlata perché si preferisce utilizzare il passato prossimo anche per esprimere eventi molto lontani, es: due anni fa andai in Francia / due anni fa sono andato in Francia Modi verbali: anche il congiuntivo sta perdendo la sua importanza e al suo posto è sempre piu in uso l’indicativo, es: Credo che è meglio se me ne vado / Credo che sia meglio se me ne vada L’uso di che: la parola che ha la funzione di pronome relativo soggetto o oggetto indiretto e di congiunzione dichiarativa. Il parlato italiano è ricco di usi ibridi di che. Gli usi del cosiddetto “che polivalente”