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La plastica e le microplastiche, Guide, Progetti e Ricerche di Scienze della Terra

Relazione sulla plastiche e le microplastiche, e sulle cause che provocano sull'ambiente.

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2019/2020

Caricato il 16/12/2020

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chiara-diomaiuto 🇮🇹

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LA PLASTICA E LE MICROPLASTICHE
CHIARA DIOMAIUTO 5^Asc
Le materie plastiche sono materiali organici a elevato peso molecolare.
Possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi.
I polimeri più comuni sono sintetici prodotti a partire da sostanze derivate
dal petrolio, ma vi sono anche materie plastiche sviluppate partendo da altre
fonti.
La plastica comunemente detta è in realtà composta da diversi tipi di
polimeri ognuno con caratteristiche strutturali diverse codificate dalla
normativa DIN 7728 e dalla ISO 1043/1 che associa ad ogni polimero una sigla
che la identifica, è per questo che quando parliamo di plastica in realtà
stiamo parlando di “materie plastiche”.
La norma ISO definisce, con termini abbreviati, il polimero con cui quel
materiale è costituito; per differenziare i vari tipi di plastica.
Lo scopo di questa classificazione è dare ad ogni tipo di materia plastica una
sua specifica appartenenza ed un suo simbolo in modo da rendere più facile ed
immediato comprendere dove buttare e come riciclare quel prodotto.
Per riciclare la plastica la prima cosa è fare una corretta raccolta
differenziata.
Differenziare la plastica non è così semplice proprio perché le materie
plastiche sono tante e non tutte riciclabili, conoscerne le differenze non è
sempre possibile ma si può porre attenzione ai simboli che spesso si trovano
su quasi tutti i contenitori che si usano giornalmente.
Tutti i contenitori che recano la scritta PE PET PVC sono riciclabili, fanno
parte di questa categoria le bottiglie delle bevande, i flaconi dello shampoo del
bagnoschiuma e del detersivo, le pellicole.
Le posate, i bicchieri e i piatti monouso sono composti da polipropilene (PP), e
le posate in particolar modo non possono essere riciclate anche se il materiale
di cui sono composte lo è.
Circa un terzo delle plastiche prodotte ogni anno è usa e getta ed è utilizzato
per il confezionamento o il trasporto di oggetti alimenti.
Le materie plastiche che non possono essere riciclate vanno ugualmente
raccolte e destinate o ad essere incenerita o per essere usata come
combustibile alternativo per la produzione di energia termoelettrica.
Un oggetto in materia plastica abbandonato nell’ambiente, per degradarsi
impiega dai cento ai mille anni, ma quello di cui l’uomo si è reso conto dopo
l’inquinamento che la plastica provoca è che esso è subdolo ed invisibile.
Le microplastiche sono quelle piccole particelle di plastica che inquinano i
nostri mari e oceani. Si chiamano così perché sono molto piccole e hanno un
diametro compreso in un intervallo di grandezza che va dai 330 micrometri e i
5 millimetri. La loro pericolosità per la salute dell’uomo e dell’ambiente è
dimostrata da diversi studi scientifici, i danni più gravi si registrano
soprattutto negli habitat marini ed acquatici. Ciò avviene perché la plastica
si discioglie impiegandoci diversi anni e fintanto che è in acqua p essere
ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi.
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LA PLASTICA E LE MICROPLASTICHE

CHIARA DIOMAIUTO 5^Asc

Le materie plastiche sono materiali organici a elevato peso molecolare. Possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi. I polimeri più comuni sono sintetici prodotti a partire da sostanze derivate dal petrolio, ma vi sono anche materie plastiche sviluppate partendo da altre fonti.

La plastica comunemente detta è in realtà composta da diversi tipi di polimeri ognuno con caratteristiche strutturali diverse codificate dalla normativa DIN 7728 e dalla ISO 1043/1 che associa ad ogni polimero una sigla che la identifica, è per questo che quando parliamo di plastica in realtà stiamo parlando di “materie plastiche”. La norma ISO definisce, con termini abbreviati, il polimero con cui quel materiale è costituito; per differenziare i vari tipi di plastica. Lo scopo di questa classificazione è dare ad ogni tipo di materia plastica una sua specifica appartenenza ed un suo simbolo in modo da rendere più facile ed immediato comprendere dove buttare e come riciclare quel prodotto. Per riciclare la plastica la prima cosa è fare una corretta raccolta differenziata. Differenziare la plastica non è così semplice proprio perché le materie plastiche sono tante e non tutte riciclabili, conoscerne le differenze non è sempre possibile ma si può porre attenzione ai simboli che spesso si trovano su quasi tutti i contenitori che si usano giornalmente. Tutti i contenitori che recano la scritta PE PET PVC sono riciclabili, fanno parte di questa categoria le bottiglie delle bevande, i flaconi dello shampoo del bagnoschiuma e del detersivo, le pellicole. Le posate, i bicchieri e i piatti monouso sono composti da polipropilene (PP), e le posate in particolar modo non possono essere riciclate anche se il materiale di cui sono composte lo è. Circa un terzo delle plastiche prodotte ogni anno è usa e getta ed è utilizzato per il confezionamento o il trasporto di oggetti alimenti. Le materie plastiche che non possono essere riciclate vanno ugualmente raccolte e destinate o ad essere incenerita o per essere usata come combustibile alternativo per la produzione di energia termoelettrica. Un oggetto in materia plastica abbandonato nell’ambiente, per degradarsi impiega dai cento ai mille anni, ma quello di cui l’uomo si è reso conto dopo l’inquinamento che la plastica provoca è che esso è subdolo ed invisibile.

Le microplastiche sono quelle piccole particelle di plastica che inquinano i nostri mari e oceani. Si chiamano così perché sono molto piccole e hanno un diametro compreso in un intervallo di grandezza che va dai 330 micrometri e i 5 millimetri. La loro pericolosità per la salute dell’uomo e dell’ambiente è dimostrata da diversi studi scientifici, i danni più gravi si registrano soprattutto negli habitat marini ed acquatici. Ciò avviene perché la plastica si discioglie impiegandoci diversi anni e fintanto che è in acqua può essere ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi.

Esistono anche particelle più piccole, che prendono il nome di nanoplastiche, ma date le dimensioni sono impossibili da campionare con le attrezzature oggi a disposizione. Di queste, dunque, sappiamo ancora poco.

Ma dove nascono le microplastiche? La plastica quando finisce in acqua si discioglie in frammenti più piccoli per molti motivi, dall’effetto dei raggi ultravioletti al vento, dalle onde ai microbi e alle alte temperature. Però è difficile dire con precisione quanto un singolo polimero impiega a diventare microplastica. A prolungarne la frammentazione concorrono inoltre anche gli additivi chimici utilizzati durante la produzione che conferiscono ai materiali determinate caratteristiche. Le microplastiche, a seconda della loro origine, si dividono in primarie e secondarie. Le microplastiche primarie sono prodotte per applicazioni domestiche o industriali che sfruttano in partico lare le loro proprietà abrasive: microparticelle di plastica sono inserite in cosmetici, dentifrici, deodoranti, creme da barba, paste per lucidare oggetti e via dicendo. Le microplastiche secondarie si originano dalla degradazione dei rifiuti plastici più grandi che sono abbandonati in mare (o sul la terraferma) quando esposti agli elementi (aria, acqua, luce). La presenza delle microplastiche negli oceani è causata dalla produzione industriale di plastica non riciclabile. Dagli anni Trenta alla prima decade degli anni Duemila, la produzione mondiale di plastica è passata da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 280 milioni di tonnellate. La conseguenza è ovvia: più plastica viene utilizzata, più ne viene buttata, direttamente o indirettamente, nei mari: almeno otto milioni di tonnellate l’anno, secondo Greenpeace. In ambiente marino la plastica è presente in moltissime forme: sacchetti, piccole sfere, materiale da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, polistirolo, nastri e attrezzi per la pesca. È stato quantificato, però, che i rifiuti plastici provenienti da terra costituiscono circa l’80 per cento di tutti i detriti plastici che si trovano nell’ambiente, nonostante i sistemi di filtraggio.

Una volta in mare queste sostanze vengono ingerite dalla fauna (in particolare da plancton, invertebrati, pesci, gabbiani, squali e balene) arrivando addirittura a modificare la catena alimentare. Il 15-20 per cento delle specie marine che finiscono sulle nostre tavole contengono microplastiche secondo l’Ispra, mentre per i ricercatori dell’Università nazionale d’Irlanda che hanno pescato nel mare del Nord i pesci mesopelagici che vivono tra i 200 e i 1.000 metri di profondità, la percentuale salirebbe addirittura al 73 per cento. La plastica ingerita da pesci, molluschi e crostacei finisce pure nei nostri piatti. Il rischio è, dunque, anche per gli esseri umani: gli inquinanti rilasciati dalle microplastiche possono essere ingerite e finire nel nostro organismo. Tali inquinanti possono interferire con il sistema endocrino umano fino a produrre alterazioni genetiche. Anche l'uomo 'mangia' la plastica. Se ne ingeriscono fino a 2000 minuscoli frammenti per settimana, che corrispondono a circa 5 grammi, l'equivalente