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riassunto completo del libro "la Polis Greca" per l'esame di storia greca.
Tipologia: Appunti
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La storia della Grecia antica è caratterizzata dalla centralità dell’esperienza politica vissuta nell’ambito della comunità cittadina: la polis. La polis costituisce per i Greci la principale forma di stato, infatti il pensiero politico greco si concentra quasi interamente sulla polis e sulle sue forme costituzionali. Nella Politica, Aristotele si concentra quasi esclusivamente sulla Polis, senza dare spazio significativo a questioni che riguardano gli stati federali. Nello stesso senso ci indirizza la terminologia: la Costituzione è detta POLITEIA → in quanto sentita come elemento fondamentale della polis. Cittadino è detto POLITES → come se la polis fosse l’unica vera organizzazione di stato. Il mondo greco conobbe altre forme di organizzazione statale:
Qualche traccia sul federalismo si trova anche nel IV sec. nelle Elleniche di Ossirinco, in Senofonte e in Polibio. Quanto agli stati territoriali, una riflessione è praticamente assente; nelle definizioni viene sottolineata la complessità politica e sociale e l’articolazione fra realtà diverse all’interno del territorio. MODERNI: La nozione di città-stato elaborata dai moderni, non sarebbe necessariamente corrispondente alla nozione greca di polis. Il termine polis fa riferimento a una grande varietà di forme di insediamento e di comunità politiche, e a livelli cronologici troppo diversi La discussione del concetto di polis è stata sollevata in area anglosassone, sul carattere non statuale dell’esperienza della polis. L’idea della polis senza stato, è stata anticipata da alcuni interventi volti a sottolineare il carattere sociale della città greca.
Le fasi del processo che portarono la Grecia fuori dall’età oscura ci sfuggono quasi del tutto, ma sappiamo che tale processo ebbe un’accelerazione in alcune zone come Attica, Aubea, Argolide, area dell’Istmo. Questo portò alla formazione di alcune città (le prime). I processi di formazione che danno origine alla polis si possono collocare nell’8 secolo, e si tratta di un fenomeno complesso dove coesiste una piccata unità culturale in senso:
comporta un trasferimento della popolazione, questo sembra dovuto al caso particolare dell’Attica, dove si continuò a risiedere nello chora. Questo fenomeno si esprime anche nell’evoluzione del volto architettonico della polis con la creazione del boleuterion e di un pritaneo unitari. T. sosteneva che Sparta non aveva avuto un processo sinecistico, era più una società organizzata per villaggi. La polis è definibile come una società politica basata sull’idea di cittadinanza, nella cui formazione svolgono un ruolo primario elementi ideali e non aspetti topografici o comunque urbanistici. La natura complessa della polis è un fenomeno urbano e civile costituita da uomini che si riconoscono in culti e leggi comuni. Aristotele definisce la polis come koinonia ton politeia = comunità di cittadini. Non è un caso infatti che nella definizione della comunità cittadina, si privilegi “gli Ateniesi” e non “Atene”. L’ideologia della polis comporta che territorio e popolazione siano sentite come cosa comune, che la pop. Debba partecipare alla sua gestione politica, ma anche a tutti gli aspetti della vita civile (riti, feste, sacrifici…). Il potere nella polis deve essere esercitato per periodi definiti a rotazione e il suo esercizio deve essere conforme alle regole fissate nella legge: NOMOS = il termine è etimologicamente legato al verbo nemein e alla nozione di condivisione. Dal punto di vista dell’organizzazione politica, tutte le città presentano una struttura di base analoga, comprendente: a. Un consiglio b. Un’assemblea (che in origine coincide con l’assemblea del popolo in armi e mantiene in seguito molti elementi che ne evocano l’origine militare) c. Magistrati (organizzati in forma collegiale) d. Tribunali Le diverse competenze dipendono dai criteri d’accesso alla partecipazione politica (vd cap 3). Le suddivisioni interne alle città come le tribù (Atene= phylai Sparta= obai) vanno intese come una struttura volta all’integrazione, che consentono un rapporto più facile tra cittadino e istituzioni: per avvedere ai diritti di cittadino bisogna essere inseriti nelle unità in cui la cittadinanza si articolava. Il termine polis fa quindi riferimento a realtà storiche estremamente diversificate, vi sono notevoli differenze tra poleis (sono + di 1000, 700 nella metropoli, 300 nelle aree coloniali). Queste differenze sono presenti su vari piani:
lo stato federale greco (koinon o ethnos) è caratterizzato dall’unione di diverse città e villaggi in un rapporto di “cittadinanza comune”. In età arcaica fu la struttura politica delle comunità caratterizzata da un’identità etnica e non cittadina, situate spesso in zone periferiche e isolate. Caratterizzate da un’economia prevalentemente pastorale, con difficoltà a comunicare, arretratezza di sviluppo e mancanza di urbanizzazione. A partire dal 4 sec. a.C. furono favoriti da una capacità di sviluppo collegata anche alla maggior integrazione politica. Anche gli stati federali presentavano una varietà di forme costituzionali, di carattere democratico, oligarchico o anche monarchico. Le strutture principali erano come quelle della poleis. Le poleis oltre a minacciare la coesione delle federazioni con le loro ambizioni autonomistiche, la condizionarono molto dal punto di vista politico. Per contro l’assenza di tensioni interne provocate dalle poleis costituì in alcuni stati federali un punto di forza e di affermazione politica, come nel caso degli Etoli ed Achei. Se ne conclude che nello stato federale la polis rimane un elemento fortemente condizionate.
politeia è la costituzione e nel mondo greco l’idea di politeia è fondata sulla nozione di nomos (legge). Si può affermare che nella polis esistono solo leggi costituzionali e non ordinarie, la legge costituisce un limite per i cittadini che per i pubblici poteri. Politeia deriva da polis attraverso polites, ed esprime assieme ai verbi politeuo/politeuomai (essere cittadino), lo statuto e l’insieme delle funzioni dei politai. Politeia può quindi indicare:
Difensore della democrazia, caratterizza il regime monarchico con tratti tipici della tirannide, in cui l’autocrate viola le leggi. Egli definisce la democrazia come ISONOMIA che esprime l’uguaglianza davanti alle leggi. Otane consiglia di dare il potere al popolo, in quanto tutto risiede nella maggioranza. Al demos viene rivendicata l’intelligenza politica (xynesis) sufficiente a governare. All’accusa di voler affidare la gestione a gente ignorante e priva di competenze specifiche, i democratici rispondono collegando il diritto a governare con il concetto di maggioranza, capace di garantire la bontà del processo decisionale. Come Otone, Megabizio rifiuta la tirannide, ma critica duramente la democrazia, insistendo sul fatto che il popolo non è qualificato a governare perché è privo di xynesis e ricco di arroganza. Il popolo è definito come una massa inutile e nel suo discorso individuo e massa sono equiparati a violenza e illegalità. Megabizio sceglie l’oligarchia come forma di governo perché: “dagli uomini migliori (aristoi) derivano le decisioni migliori”. Il popolo in quanto povero è anche PONEROS =cattivo e ignorante. Dunque il popolo è privo di capacità di giudizio e moderazione tipiche degli aristoi e capaci di realizzare un’EUNOMIA= buon governo Critica l’oligarchia in quanto caratterizzata dallo sviluppo di gravi rivalità legate alla sete di potere, e critica la democrazia per la malvagità innata del popolo e l’emergere di aspirazioni dei singoli capi. Entrambe sono situazioni dannose per lo stato. Dario sostiene come forma di governo la monarchia, in quanto un solo uomo eccellente (aristos), grazie alle proprie capacità, può governare nel modo migliore e garantire al sistema massima efficienza. Rimprovera ancora la democrazia perché così facendo, perde tempo nel confronto e nel dibattito e di conseguenza agisce con lentezza. La discussione appare dominata da 2 temi:
democrazia: sia buona che cattiva oligarchia: sia buona che cattiva monarchia: sia buona che cattiva un criterio ancora diverso che si affianca a questo discorso sulla competenza/moralità, è quello del rispetto della legge che trova particolare sviluppo nel 4 sec. Eschine parlando delle 3 forme originali, distingue tirannidi e oligarchia come amministrate secondo capriccio dei capi; e democrazia che si regge secondo leggi stabilite. Questa visione si oppone a quella del sofista Trasimaco, riportata da Platone nella Repubblica, secondo cui ogni governo pone delle leggi che gli siano vantaggiose, le leggi sono dunque stabilite secondo l’interesse di chi governa. Caratteristico del 4 sec. è il passaggio dalla tripartizione ad una visione più articolata: ad ogni forma di buon governo ne corrisponde una degenerata, generando quindi un canone di 6 costituzioni. La costituzione mista ha come scopo quello di fermare la degenerazione. Il passo della Repubblica introduce l’idea che anche una costituzione buona come la democrazia, possa cadere a causa della sua degenerazione interiore del tipo d’uomo che vi corrisponde: dall’aristocrazia nasce la timocrazia (governo di pochi basato sul ruolo sociale), da essa nasce l’oligarchia (governo di pochi basato sulla ricchezza), dall’oligarchia nasce la democrazia a causa dell’esasperazione dei più poveri. In un clima esasperato, il popolo sceglierà un capo per difendersi, esso finirà per farsi tiranno; così dalla miglior costituzione si passa alla tirannia. Come sfuggire a questo ciclo? Platone propone una soluzione inziale, ovvero la conoscenza del bene attraverso la formazione filosofica, in seguito ripiega più realisticamente sul rispetto delle leggi. Platone nell’opera Leggi presenta Sparta come modello di costituzione mista che consente un’esperienza costituzionale caratterizzata dall’equilibrio tra le diverse componenti. Aristotele parla di 5 costituzioni: tirannide, oligarchia/aristocrazia, democrazia e politeia o regime costituzionale di carattere intermedio tra democrazia e oligarchia. Le degenerazioni sono: governo monarchico esercitato in favore dal monarca<-tirannide-> regno nessuna mira mira all’interesse dei ricchi<-oligarchia->aristocrazia all’utilità mira all’interesse dei poveri<-democrazia->regime costituzionale (politeia) comune Aristotele elabora un nuovo modello costituzionale misto, fondato sulla classe media, garanzia di stabilità sociale e politica: una costituzione comune. Là dove si hanno di mira due soli elementi: virtù(aretè) e il popolo (demos), come a Sparta, la costituzione è una mescolanza di questi due fattori, il dominio popolare (demokratia) e la virtù (aretè). Polibio afferma che il successo storico di Roma sia dovuto all’unione di elementi democratici (assemblee), oligarchici (senato) e monarchici (consoli). Egli delinea sei forme di governo monarchia/basileia, oligarchia/aristocrazia, oclocrazia/democrazia e utilizza la democrazia in senso positivo mentre la sua forma degenerata e l’oclocrazia-> governo della folla incontrollabile. Il termine democrazia sostituisce il termine politeia nel significato moderato. Inoltre egli sostiene che dalla buona monarchia, la basileia, nasce la tirannide; dal disfacimento di queste due forme si genera l’aristocrazia, che degenera in oligarchia. Ogni forma costituzionale è caratterizzata dal ciclo di decadenza che può essere rallentato dall’adozione del regime misto.
qualificato non solo per l’estensione, la monumentalità ma anche per un raggruppamento funzionale, organizzato intorno ad un centro e all’interno di un perimetro. Due tipi dell’organizzazione dello spazio:
crisi dovute al clima e aumentare la produttività di consigliava la triade mediterranea (orzo, ulivo e vite) con altre culture leguminose. Poveri erano i teti, i liberi privi di proprietà costretti a lavorare a giornata per il salario. La polis poteva trarre rendite dalla terra mediante l’affitto delle terre demaniali e dai santuari La chora provvedeva ad assicurare il sostentamento dei cittadini e le risorse per far fronte alle esigenze della comunità. L’ESCHATÍA: È la parte più esterna del territorio che si trova lungo la fascia di confine non fortificato ma segnato da indicatori sacrali, come santuari e horoi. Una terra di nessuno, indivisa e non coltivata, destinata a pascolo pubblico. La terminologia della parola indica si una posizione decentrata ma non per forza al confine. La marginalità propria dei terreni montuosi o paludosi, sostanzialmente incolti e selvaggi, non è necessariamente quella dell’eschatìa, che può essere anche un’area coltivata situata in una chora più lontana dal centro cittadino ma non per questo marginalizzata. La presenza nell’eschatìa di santuari destinati al percorso di integrazione di giovani ( santuari visitati dagli efebi), fanciulle e illegittimi, rivela certo una marginalizzazione ideologica e simbolica di queste aree, che non necessariamente coinvolge anche gli aspetti socio-economici e sulla quale non bisogna insistere eccessivamente a proposito dell’organizzazione territoriale della polis. L’ORGANIZZAZIONE DELLO SPAZIO Le caratteristiche principali dello stile di vita greco, che si esprimeva nell’ambito della polis, erano la partecipazione alla vita comunitaria a livello politico-sociale e a livello religioso. La nascita della città comporta, dopo la distinzione della chora e la conseguente definizione della base economica, una ristrutturazione e qualificazione dello spazio urbano. Poi si distingue: in spazio privato e spazio pubblico-> suddiviso in spazio sacro e profano-> è stato inteso come spazio civico cioè riservato ai soli cittadini di pieno diritto in realtà è uno spazio che può esser destinato ad attività da cui i soli residenti (donne, meteci, xenoi) sono esclusi. Si tratta di uno spazio politico, religioso, destinato a rispondere ai bisogni della comunità, che può definirsi diversamente a seconda di come essa viene a costruirsi. Le città dette ad evoluzione progressiva, che nascono per sinecismo, non mostrano un ‘organizzazione sistemica: esse tendono a svilupparsi in modo naturale e spontaneo attorno al santuario senza delimitare accuratamente gli spazi sul piano funzionale. Es Atene (attorno all’acropoli e all’agorà) altri edifici importanti vengono collocati in mezzo per le città nate come colonie gli spazi pubblici non si trovano per forza al centro ma si collocano nell’ambito di una cintura; le diverse zone sono riservate a funzioni specifiche. Lo spazio politico (profano) è deputato all’esercizio dei diritti politici veri e propri ( ad Atene comprende l’agorà, la collina della Pnice, pritaneo, bouleuterion, teatro ecc)-> monumenti semplici del 5/6 sec in contrasto con la monumentalità di quelli religiosi. Lo spazio religioso è una parte di territorio (urbano, della chora o periferico) dedicata alle manifestazioni della religiosità comunitaria, con l’insediamento di santuari o necropoli, o assegnata alla divinità. La scelta del luogo sacro dipende dalla presenza nel sito di particolarità che possono favorire la comunicazione con il divino (disponibilità di acqua, necessari per molti riti; presenza di segni di presunti interventi divini), ma anche da fattori legati non all’aspetto naturale, bensì alla mediazione umana e alla funzione sociale del culto, come il rapporto con il territorio dello stato e con la comunità di riferimento. I santuari in cui la potenza divina si manifesta in forme divinatorie e guaritrici, per esempio, si trovano lontano dai luoghi della vita quotidiana; i santuari dedicati a culti femminili sono situati lontano dal centro della vita politica, da cui le donne sono escluse; i santuari dedicati a divinità ctonie, vengono dislocati in sedi separate rispetto alla normalità del vivere quotidiano; i santuari dedicati alle divinità politiche ( Atena, Apollo) che svolgono la funzione di difensore della città, sono collocati al centro della città. Il vincolo tra la comunità e il luogo sacro si
tribunale). Essere cittadini comportava una serie di vantaggi di carattere economico: oltre alla retribuzione delle cariche pubbliche, al cittadino erano riservati il possesso di beni immobili (terre e case) e l’accesso ai sussidi statali e distribuzioni (denaro, grano, carne dei sacrifici). Per quanto riguarda il ruolo militare, esercito e cittadinanza coincidono: nel mestiere di cittadino, la guerra costituisce una delle attività principali (l’unica nel caso di Sparta). Il fattore religioso è fondamentale per il polites: nella città non vi è una sfera religiosa separata da quella della politica, della guerra, della vita familiare. La religione pervade tutti gli aspetti della vita, sia quello a livello pubblico che privato. La concezione del cittadino appare in stretta corrispondenza con la concezione della polis. Esattamente come la polis in cui vive, anche il polites è libero->il soggetto non è condizionabile da altri soggetti di diritto, individuali o collettivi, nelle proprie scelte: rifiuto di rapporti di sudditanza; ed autonomo-> capacità di autogovernarsi cioè capacità di esercitare opzioni libere di fronte alle leggi e ai culti religiosi, e quindi di aderire con convinzione ad una serie di norma di comportamento che tali leggi e culti implicano. I concetti di libertà e autonomia del cittadino investono diversi aspetti della vita, dall’ambito economico a quello della libertà di coscienza (più elevato). Per l’aspetto economico le società greche si pongono come modello il cittadino autarchico, capace di bastare a se stesso di evitare forme di dipendenza anche per quanto riguarda la propria sussistenza economica. Asse portante della società è la classe media che porta su di sé l’onore della difesa e la sua cellula è il cittadino-soldato, piccolo proprietario agricolo, che vive del proprio lavoro e non ha bisogno di svolgere attività commerciale. Dall’altro lato l’autonomia del singolo individuo si esprime nella libertà di coscienza, cioè nell’osservanza di riferimenti di valore con cui altri non possono interferire, il che si pone in contrasto con le esigenze della convivenza politica e civile. L’immagine del cittadino dipende dalla timè, cioè dal valore che viene attribuito all’uomo dalla comunità in cui è inserito. La timè (onore, valore) in democrazia assume la configurazione dell’axiosis (reputazione) e identifica il cittadino ideale come capace di contribuire all’esperienza politica vissuta dalla comunità. Il polites deve inserirsi in modo costruttivo in una comunità viva che gli chiede impegno e partecipazione e che lo giudica sulla base della sua capacità di rispondere alle opportunità che gli sono offerte. L’inserimento nella comunità determina per i politai anche un reciproco controllo: le regole della convivenza democratica, improntate a reciproca tolleranza e a una libertà personale insistentemente rivendicata, impongono un rigido rispetto della legalità che deriva dalla convinzione del valore intrinseco delle leggi che la città si è data ed ha liberamente accettato. Libertà e rispetto rigoroso della legge vanno di pari passo, associando alla libertà di iniziativa del singolo forme di controllo per difendere il funzionamento dell’organismo collettivo. Il cittadino che non partecipa non è un cittadino apragmon ( tranquillo in senso positivo) ma inutile. Ilpolites trova nella città la sua più completa realizzazione ed espressione ai livelli più diversi. LE DONNE->La polis le esclude anche se di status libero e figlie di cittadini da ogni forma di partecipazione politica. La donna libera e cittadina (astè) era definita dal matrimonio, dalla procreazione e dal lavoro domestico. Nel matrimonio svolgeva una funzione passiva, in quanto era data in moglie dal padre o dal tutore legale. Obiettivo del matrimonio era la generazione di figli legittimi. La donna era segregata in casa in particolar modo per le donne di condizione medio-alta era per evitare possibili tradimenti e figli illegittimi. Non può possedere nulla e le sue relazioni sociali dipendono dal padre o dal marito. Le cerimonie del culto familiare e cittadino erano per le donne l’unica occasione di avere una
vita sociale. La polis prevedeva anche dei culti riservati, legati ai culti di Atena e di Artemide e concepiti per avviare le fanciulle al ruolo di moglie e madre. Posizione prestigiosa e autorevole era riservata alla sacerdotesse di culti legati a divinità femminili e alla fertilità. In altri contesti giuridici ( es mondo dorico)la situazione della donna è più avanzata, la donna gode di alcuni diritti in materia di proprietà (dote ed eredità) e del diritto di esprimere il consenso al matrimonio. A Sparta sembrerebbe che alcune donne fossero proprietarie di terre ma non si è certi perché le fonti esterne possono essere state fortemente condizionate. Le differenze tra città se ci fossero riguardano i diritti ereditari e di proprietà: l’esclusione politica resta un dato ineludibile. GLI STRANIERI: XENOI ->il mondo greco distingue fra lo straniero di stirpe greca (xenos: il greco che appartiene ad una comunità politica diversa dalla propria) e il barbaro. Nel caso dello xenos, l’estraneità investe solo l’aspetto politico: il greco cittadino di un altro stato appartiene alla medesima comunità di sangue, di lingua, di culti, di costumi che definisce la Grecità come unità etnico-culturale. Il barbaro è straniero sia sul piano etnico-culturale, sia su quello politico: non condivide con i greci nessuno degli elementi della definizione di Grecità. Egli vive da schiavo e da suddito e non da libero cittadino-> è straniero due volte. Lo xenos, a meno che non goda della protezione, è un individuo privo di diritti e anche un nemico. Fin dall’età arcaica si cerca di porre rimedio a questa situazione con istituti che riguardano prevalentemente il mondo degli xenoi: le forme di mitigazione della posizione dello straniero sembrano presupporre un’omogeneità politico-culturale. Non tutti gli stati greci avevano lo stesso atteggiamento di fronte al rapporto con lo xenos: alla tradizionale disponibilità di Atene ad accogliere stranieri sul proprio territorio fa riscontro la chiusura di Sparta, che faceva sorvegliare attentamente gli stranieri di passaggio dagli efori e praticava regolati espulsioni di stranieri METECI-> la metoikia costituisce la più avanzata forma di integrazione dello straniero nella comunità. I meteci, o residenti stranieri, avevano uno status intermedio tra cittadini e xenoi: erano stranieri, di stirpe greca, che si stabilivano in Atene, per motivi commerciali, per un periodo superiore a un mese. Avevano l’obbligo di porsi sotto la protezione di un cittadino, che assumeva la funzione di patrono: suo compito era appoggiare la richiesta di iscrizione nelle liste dei meteci e garantire il pagamento della tassa a sui erano sottoposti gli stranieri residenti e da cui erano esenti solo i meteci equiparati ai cittadini a proposito degli oneri tributari. I meteci erano iscritti come residenti in speciali registri tenuti dai demi ed erano inseriti negli elenchi delle tribù; presentavano servizio militare ma erano esclusi da ogni forma di partecipazione politica. La posizione del meteco rispetto alla comunità ateniese sembra da ripensare in una prospettiva di maggior integrazione, in progressiva accentuazione nel corso del IV sec, soprattutto nel campo giudiziario. Il problema aveva dimensioni istituzionali e sociologiche. Un aspetto di esso è il modo in cui i cittadini guardavo al gruppo sociale degli stranieri residenti e la misura in sui intendevano integrarlo; un altro, non meno interessante, è il modo in cui i meteci percepivano il loro rapporto con la comunità civica della città ospitante. Al meteco la partecipazione è negata sul paino politico e sconsigliata sul piano giudiziario ma egli rivendica un suo ruolo nella democrazia, in netta contrapposizione con quei cittadini che per avversione ideologica o paura dichiarano il loro scarso interesse alla partecipazione democratica. La tranquillità del meteco è la conseguenza della piena adesione al ruolo subordinato che gli è assegnato dalla polis, mentre quella del cittadino tranquillo è la conseguenza di un venir meno ai doveri del proprio
e il rapporto tra cittadinanza, ruolo militare e proprietà terriera vennero meno; la corte, centro del potere politico e il luogo dove affluivano intellettuali e artisti sostituì la polis come centro in senso politico e culturale della vita del mondo ellenistico. Il nuovo ruolo svolto dalle città è una delle caratteristiche principali dell’ellenismo. Non è semplice parlare della città ellenistica in quanto ognuno era caratterizzata a suo modo ma c’erano degli elementi in comune: la polis assunse nell’epoca ellenistica una caratterizzazione più omogenea sul piano istituzionale, rispetto alla grande varietà di modelli dell’arcaismo e dell’età classica, e conobbe una certa uniformità sul paino educativo, culturale e religioso. La polis ellenistica è una sorta di enclave inserita nell’ambito di un vasto stato territoriale. I grandi regni ellenistici erano realtà complesse, caratterizzati dalla grande estensione territoriale e dalla ricchezza demografica. Nel periodo ellenistico si prevede una capitale a cui si affianca una chora in cui si trovano altre città o diverse capitali. Il territorio, di proprietà dello stato, cioè del re, comprende, accanto alle proprietà regie, le città greche, i santuari, le colonie militari, i dinasti locali, tribù e popolazioni in stato di vassallaggio più o meno blando. Il re doveva relazionarsi in modo diverso con le varie realtà tra cui le città che costituivano un elemento problematico. La polis di ridusse ad una comunità di uomini liberi in cui si viveva una dimensione più culturale che politica e dove il corpo civico era greco. Dal punto di vista economico la città viveva come nell’ età arcaica e classica, soprattutto dallo sfruttamento agricolo del territorio. Le città intrattenevano con i re rapporti diplomatici attraverso gli amici del re stesso, notabili che godevano della sua fiducia e che spesso erano artisti, letterati, scienziati che svolgevano ruoli nell’ambito della corte. Sul piano politico-amministrativo le poleis di epoca ellenistica presentavano alcune affinità. Esse rivendicavano la loro natura democratica, in opposizioni a tirannidi e oligarchie, ed erano organizzate in: consiglio, assemblea, magistrati e tribunali la popolazione era divisa in tribù, demi, trittie, fratrie a seconda dei contesti locali. L’assemblea discuteva di temi quali gli affari sacri, le finanze, gli approvvigionamenti, la difesa della città e del territorio. Ci furono giudici provenienti dall’estero. Nelle città più governate “democraticamente” andarono formandosi aristocrazie di notabili. Le poleis ellenistiche conservano un grado più o meno elevato di autonomia e libertà: diverse dall’interpretazione dell’età classica. Per autonomia si intende la sopravvivenza delle principali istituzioni della città per libertà la possibilità di intrattenere con il sovrano una relazione in qualche modo paritaria. La differenza fra cittadini, meteci e xenoi si affievolì favorendo quell’integrazione degli elementi stranieri. Nelle città sorsero gruppi di ellenisti che parlavano greco e apprezzavano lo stile di vita greco; la massa degli indigeni restò ai margini di questo processo di acculturazione. La polis resta, anche in età ellenistica, profondamente condizionante per il mondo politico greco, di cui caratterizza lo stile di vita: anche nelle esperienze federali e territoriali le poleis restano fattori di instabilità, creando difficoltà al potere centrale con le loro rivendicazioni di autonomia. In età ellenistica, le monarchie territoriali si trovano in continua dialettica con le poleis che vivono al loro interno, le quali, se ormai non sono più in grado di svolgere una effettiva funzione interlocutoria rispetto al potere centrale, si oppongono ad una autentica assimilazione: esse vengono così a costruire in ogni caso un fattore di divisione e di debolezza, in particolar modo nei momenti di crisi del potere centrale, che si infittiscono a partire al II sec. Le strutture cittadine cambiarono profondamente in relazione al diverso carattere e alle diverse esigenze. Vita e aspetto della città ellenistica appaiono condizionati dalla presenza del re e dal suo potere. Alessandria, grande metropoli, in cui convissero le etnie più diverse può rappresentare quella città, rispetto alla Grecia classica, che realizza una più efficace integrazione fra uomini di provenienza eterogenea, rimuovendo discriminazioni e pregiudizi culturali e realizzando una unità linguistica, giuridica, di costumi capace di maggior accoglienza.