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La pragmatica e i complimenti, Schemi e mappe concettuali di Linguistica

La pragmatica e i complimenti nella conversazione

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 06/01/2023

giulia-di-vona
giulia-di-vona 🇮🇹

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SINTASSI, SEMANTICA E PRAGMATICA
Tradizionalmente si suole ripartire lo studio del linguaggio in 3 discipline: sintassi, semantica e pragmatica. La sintassi è l’analisi
delle relazioni fra segni, la semantica delle relazioni fra segni e oggetti, la pragmatica delle relazioni fra segni e parlanti. La
sintassi è lo studio dei segni come tali, dei modi in cui le espressioni linguistiche possono essere combinate da un punto di vista
strettamente grammaticale, che non tiene conto del loro significato. Essa stabilisce se una sequenza di segni, come la frase “C’è
un ladro in biblioteca” (6) è ben formata oppure mal formata. La pragmatica è lo studio delle relazioni fra segni e parlanti, fra
espressioni linguistiche e coloro che se ne servono per comunicare pensieri, è lo studio dei modi in cui è possibile usare le frasi in
situazioni concrete. La pragmatica si occupa di come un parlante si serva degli apparati combinatorio-interpretativi in una
particolare situazione comunicativa. Uno dei compiti della pragmatica è spiegare perché frasi, pur perfettamente ben format dal
punto di vista sintattico e semantico, possano nondimeno non essere appropriate in certi contesti d’uso. La semantica si occupa
invece del significato delle espressioni linguistiche- parole o frasi- al di fuori delle situazioni in cui vengono usate; essa studia le
relazioni fra espressioni linguistiche e oggetti del mondo. Tesi semantica centrale è che le regole o convenzioni di una lingua
fissano una volta per tutte il significato di ogni espressione della lingua. Anche la semantica ha il compito di stabilire quali siano
le frasi ben formate, basandosi però non sulla struttura sintattica, ma sul significato delle parole. La semantica è:
- Convenzionale : il significato di un’espressione linguistica è determinato dalla forma dell’espressione
-Vero-condizionale : il significato di una frase si identifica con le condizioni di verità della frase, e il significato di una
parola con il suo contributo alle condizioni di verità della frase in cui compare
-Composizionale : il significato di un’espressione complessa dipende funzionalmente dai significati dei suoi componenti
I DUE SENSI DI PRAGMATICA: EFFETTO DELLE PAROLE SUL MONDO, EFFETTO DE MONDO SULLE PAROLE
A partire dai fenomeni sopra elencati sono state proposte svariate definizioni di pragmatica: Levinson ne elenca 14, quelle più
significative, e che più si avvicinano alla concezione di pragmatica sono:
-La disciplina che si occupa dell’uso del linguaggio
-La disciplina che si occupa di ciò che il parlante comunica
-La disciplina che si occupa del contesto
-La disciplina che si occupa del significato del contesto
-La disciplina che si occupa del significato nelle interazioni sociali
-La disciplina che si occupa della distanza, fisica e sociale, tra interlocutori
Abbiamo detto che la semantica è lo studio del significato convenzionale delle espressioni e delle frasi di una lingua, a
prescindere dalle concrete circostanze in cui esse sono utilizzate da parlanti. Questa definizione va incontro a due obiezioni:
-il contesto proposizionale di una frase non è sempre fissato completamente e univocamente dalle convenzioni
semantiche.
-In secondo luogo, anche una volta completato e disambiguato il contenuto proposizionale di una frase, le convenzioni
semantiche non determinano il tipo di atto linguistico che il parlante compie proferendo quella frase: fuori contesto,
non sappiamo se il parlante usa una frase per impartire ordine, o per rivolgere un invito, una supplica.
Entrambe le obiezioni sottolineano la necessità di un’integrazione della competenza semantica con conoscenze non linguistiche
ma contestuali. Una teoria pragmatica intraprende allora due direzioni di ricerca complementari:
-Da un lato, essa si occupa dell’influenza del contesto sulla parola: l’interpretazione del linguaggio deve tener conto di
informazioni sulla situazione di discorso, e dunque sul mondo
-Dall’altro, essa studia l’influenza della parola sul contesto: i parlanti si servono del linguaggio per modificare la
situazione di discorso.
LE ORIGINI FILOSOFICHE DELLA PRAGMATICA
L’attenzione rivolta ai contesti d’uso degli enunciati spinge gli studiosi ad attenzionare la flessibilità e l’elasticità del linguaggio di
ogni giorno, e quindi la vaghezza e indeterminatezza: questi stessi caratteri diventano i segni della ricchezza del linguaggio
naturale, e della sua capacità di adattarsi a nuovi contesti e a circostanze insolite. Se, in un linguaggio formale, le convenzioni
semantiche associano a ogni espressione e a ogni frase un significato fisso una volta per tutte, le espressioni di un linguaggio
naturale sono caratterizzate invece da un’indeterminatezza essenziale. Il linguaggio naturale è a tessitura aperta: è impossibile
prevedere tutte le circostanze che ci spingerebbero a modificare o ritrarre un enunciato. L’obiettivo polemico è ancora una volta
la tesi fondante del paradigma tradizionale: l’idea secondo la quale un enunciato ben formato ha condizioni di verità
determinante completamente e in modo univoco. Bisogna sottolineare però che ogni frase ha un senso solo una volta
specificato un sistema di assunzioni contestuali (che Searle chiama background) che ne fissa le condizioni di verità. Il sistema di
assunzioni contestuali non è unico, né costante, né associato in modo stabile, così come non è unica l’occasione d’uso di un
enunciato. È questa la dimensione pragmatica del linguaggio.
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SINTASSI, SEMANTICA E PRAGMATICA

Tradizionalmente si suole ripartire lo studio del linguaggio in 3 discipline: sintassi, semantica e pragmatica. La sintassi è l’analisi delle relazioni fra segni, la semantica delle relazioni fra segni e oggetti, la pragmatica delle relazioni fra segni e parlanti. La sintassi è lo studio dei segni come tali, dei modi in cui le espressioni linguistiche possono essere combinate da un punto di vista strettamente grammaticale, che non tiene conto del loro significato. Essa stabilisce se una sequenza di segni, come la frase “C’è un ladro in biblioteca” (6) è ben formata oppure mal formata. La pragmatica è lo studio delle relazioni fra segni e parlanti, fra espressioni linguistiche e coloro che se ne servono per comunicare pensieri, è lo studio dei modi in cui è possibile usare le frasi in situazioni concrete. La pragmatica si occupa di come un parlante si serva degli apparati combinatorio-interpretativi in una particolare situazione comunicativa. Uno dei compiti della pragmatica è spiegare perché frasi, pur perfettamente ben format dal punto di vista sintattico e semantico, possano nondimeno non essere appropriate in certi contesti d’uso. La semantica si occupa invece del significato delle espressioni linguistiche- parole o frasi- al di fuori delle situazioni in cui vengono usate; essa studia le relazioni fra espressioni linguistiche e oggetti del mondo. Tesi semantica centrale è che le regole o convenzioni di una lingua fissano una volta per tutte il significato di ogni espressione della lingua. Anche la semantica ha il compito di stabilire quali siano le frasi ben formate, basandosi però non sulla struttura sintattica, ma sul significato delle parole. La semantica è:

  • Convenzionale: il significato di un’espressione linguistica è determinato dalla forma dell’espressione
  • Vero-condizionale: il significato di una frase si identifica con le condizioni di verità della frase, e il significato di una parola con il suo contributo alle condizioni di verità della frase in cui compare
  • Composizionale: il significato di un’espressione complessa dipende funzionalmente dai significati dei suoi componenti I DUE SENSI DI PRAGMATICA: EFFETTO DELLE PAROLE SUL MONDO, EFFETTO DE MONDO SULLE PAROLE A partire dai fenomeni sopra elencati sono state proposte svariate definizioni di pragmatica: Levinson ne elenca 14, quelle più significative, e che più si avvicinano alla concezione di pragmatica sono:
  • La disciplina che si occupa dell’uso del linguaggio
  • La disciplina che si occupa di ciò che il parlante comunica
  • La disciplina che si occupa del contesto
  • La disciplina che si occupa del significato del contesto
  • La disciplina che si occupa del significato nelle interazioni sociali
  • La disciplina che si occupa della distanza, fisica e sociale, tra interlocutori Abbiamo detto che la semantica è lo studio del significato convenzionale delle espressioni e delle frasi di una lingua, a prescindere dalle concrete circostanze in cui esse sono utilizzate da parlanti. Questa definizione va incontro a due obiezioni:
  • il contesto proposizionale di una frase non è sempre fissato completamente e univocamente dalle convenzioni semantiche.
  • In secondo luogo, anche una volta completato e disambiguato il contenuto proposizionale di una frase, le convenzioni semantiche non determinano il tipo di atto linguistico che il parlante compie proferendo quella frase: fuori contesto, non sappiamo se il parlante usa una frase per impartire ordine, o per rivolgere un invito, una supplica. Entrambe le obiezioni sottolineano la necessità di un’integrazione della competenza semantica con conoscenze non linguistiche ma contestuali. Una teoria pragmatica intraprende allora due direzioni di ricerca complementari:
  • Da un lato, essa si occupa dell’influenza del contesto sulla parola: l’interpretazione del linguaggio deve tener conto di informazioni sulla situazione di discorso, e dunque sul mondo
  • Dall’altro, essa studia l’influenza della parola sul contesto: i parlanti si servono del linguaggio per modificare la situazione di discorso. LE ORIGINI FILOSOFICHE DELLA PRAGMATICA L’attenzione rivolta ai contesti d’uso degli enunciati spinge gli studiosi ad attenzionare la flessibilità e l’elasticità del linguaggio di ogni giorno, e quindi la vaghezza e indeterminatezza: questi stessi caratteri diventano i segni della ricchezza del linguaggio naturale, e della sua capacità di adattarsi a nuovi contesti e a circostanze insolite. Se, in un linguaggio formale, le convenzioni semantiche associano a ogni espressione e a ogni frase un significato fisso una volta per tutte, le espressioni di un linguaggio naturale sono caratterizzate invece da un’indeterminatezza essenziale. Il linguaggio naturale è a tessitura aperta: è impossibile prevedere tutte le circostanze che ci spingerebbero a modificare o ritrarre un enunciato. L’obiettivo polemico è ancora una volta la tesi fondante del paradigma tradizionale: l’idea secondo la quale un enunciato ben formato ha condizioni di verità determinante completamente e in modo univoco. Bisogna sottolineare però che ogni frase ha un senso solo una volta specificato un sistema di assunzioni contestuali (che Searle chiama background) che ne fissa le condizioni di verità. Il sistema di assunzioni contestuali non è unico, né costante, né associato in modo stabile, così come non è unica l’occasione d’uso di un enunciato. È questa la dimensione pragmatica del linguaggio.

AMBIGUITA’

Diciamo che un’espressione è ambigua quando può prendere convenzionalmente due o più significati. Abbiamo innanzitutto le espressioni lessicamente ambigue: si parla di omonimia quando è possibile associare alla medesima forma linguistica due o più significati che non hanno generalmente relazione fra di loro. L’ambiguità di un enunciato può essere causata anche da fenomeni di polisemia. Se parliamo di polisemia e non di omonimia, è perché in genere i parlanti percepiscono una relazione di parentela fra i diversi significati che l’espressione può prendere. E, infine, l’ambiguità di un enunciato può esser causata dal fatto che non sia nota o non sia stata specificata che lingua viene utilizzata in un enunciato. Per ovviare al problema bisogna selezionare la proposizione appropriata. La procedura di selezione è pragmatica, relativa all’ambiente fisico degli interlocutori, e all’insieme di conoscenze, ipotesi, credenze e pregiudizi che ciascuno dei partecipanti allo scambio comunicativo ha sul mondo. In altri casi la disambiguazione ha luogo grazie al contesto extralinguistico. Si procederà alla disambiguazione degli enunciati, usando le informazioni condivise fra parlante e destinatario. DEISSI La pragmatica viene talvolta definita anche come la teoria della distanza. Una delle manifestazioni più concrete della distanza è data dalla deissi, della quale abbiamo tre sottocategorie: i deittici di persona, quelli di luogo e quelli di tempo.

  • Le espressioni deittiche personali codificano il ruolo dei partecipanti in uno scambio comunicativo. Attraverso i deittici personali viene codificata tipicamente anche la distanza sociale dei partecipanti, e distinzioni di età, sesso, grado di intimità con il parlante.
  • Le espressioni deittiche spaziali codificano invece la distanza fisica, segnalando generalmente almeno la distinzione fra prossimale, o vicino al parlante (con espressioni come "qui", "questo", "questo libro, ma anche verbi come "venire") e distale, o lontano dal parlante (con espressioni come "la", "quello", "quel libro", e verbi come "andare").
  • Le espressioni deittiche temporali codificano la distanza temporale con espressioni come “ora”, “dopo”, ”l’anno prossimo”. Sono stati proposti due metodi per rendere conto degli enunciati contenenti deittici:
  • Il metodo delle coordinate multiple, elaborato da Richard Montague: esso definisce le condizioni di verità di un enunciato rispetto a un certo numero di parametri
  • Le teorie proposte negli anni Settanta in maniera indipendente da David Kaplan, Robert Stalnaker e John Perry: esse distinguono, nel significato convenzionale di un deittico, due componenti, il carattere e il contenuto. Le loro teorie propongono di relativizzare l’interpretazione di un enunciato deittico (o indicale) a un contesto. A ogni espressione indicale le convenzioni del linguaggio associano, come suo significato, una funzione (il carattere) che determina, per il contesto dato, un'intensione (il contenuto); l'intensione è a sua volta una funzione da circostanze di valutazione (mondo possibile e tempo) a valori di verità. Il valore semantico di un enunciato è pertanto determinato attraverso due frasi e tre livelli:
  • Significato convenzionale, stabilito dalle regole del linguaggio
  • Intensione, o contenuto (condizioni di verità)
  • Estensione (valore di verità) Il carattere di un’espressione indicale è la funzione che, a partire dal contesto di proferimento, dà il contenuto dell’espressione nel contesto dato: si tratta del significato convenzionale dell’espressione. A ogni tipo di espressione indicale è associato un carattere particolare. Il carattere è pertanto il significato dell’espressione inteso come ciò che conosce un parlante per il solo fatto di conosce la lingua cui appartiene l’espressione. Il contenuto di un enunciato è invece la proposizione espressa dall’enunciato, ciò che è detto dall’enunciato. In filosofia del linguaggio si tende ormai a preferire, al metodo delle coordinate multiple, il trattamento kaplaniano degli indicali, perché esso permette di tracciare due distinzioni importanti: da un lato, la distinzione fra aspetto oggettivo e aspetto cognitivo degli enunciati indicali: dall’altro, quella fra contesto di proferimento e mondo possibile. ESSENZIALITA’ DEGLI INDICALI Quello che conta per le condizioni di verità di un enunciato è il contenuto dell’espressione indicale. Qui è cruciale la distinzione fra carattere e contenuto di un’espressione o di un enunciato. Il significato convenzionale, o carattere, di un indicale si limita a fissare quale aspetto del contesto è pertinente al fine di determinarne il contenuto: il carattere non è un componente della proposizione espressa, ma determina il riferimento, che è un componente della proposizione espressa. Il carattere è però l’elemento che rappresenta l’aspetto cognitivo , psicologico, soggettivo dell’enunciato, e ha pertanto un legame diretto con l’azione. “ Io sto nuotando in un fiume pieno di alligatori ”, proferito da Paolo e proferito da Francesca, esprimerà, nei due casi, due proposizioni diverse, con diverse condizioni di verità, dal momento che si riferisce a due individui diversi.

LINGUAGGIO FIGURATO

Consideriamo adesso il senso implicito di un enunciato: un senso che non viene espresso letteralmente, ma solo comunicato in modo indiretto. E’ questo il caso delle metafore. Il significato metaforico viene derivato da quello letterale, a partire dalle conoscenze extralinguistiche che abbiamo sull’oggetto cui l’espressione letteralmente si riferisce. LA DIMENSIONE SOCIALE DEL LINGUAGGIO Da un lato in pragmatica ci si occupa dell’influenza che il mondo esercita sul linguaggio, e si mira a determinare il contenuto proposizionale delle frasi in quanto utilizzate in contesto. D’altro lato, una volta determinato il contenuto proposizionale di un enunciato, ci si interessa dell’influenza che questo può esercitare sul mondo. Ad essere sottolineata è ora la dimensione sociale del linguaggio, e in particolare la varietà degli usi discorsivi delle frasi del linguaggio naturale: affermazioni, ordini, domande, minacce. In questa prospettiva parlare significa agire : ogni enunciato serve a compiere un atto, regolato da norme, convenzioni o consuetudini. La stessa frase può avere interpretazioni differenti a seconda delle intenzioni con cui viene usata, e delle circostanze in cui viene proferita. La frase “ esci da questa stanza! ” può essere usata come ordine o come supplica, come sfida, come consiglio o come invito, a seconda di chi proferisce (1), rivolto a chi, con che tono. ATTI LINGUISTICI La funzione principale del linguaggio sia quella di descrivere la realtà. Sembra allora possibile tracciare una distinzione fra:  Gli enunciati constativi : il cui scopo è descrivere stati del mondo  Gli enunciati performativi : che non caratterizzano stati di cose, non hanno contenuto informativo, non dicono nulla sul mondo e non hanno dunque condizioni di verità. Gli enunciati performativi non sono né veri né falsi. Essi hanno tipi diversi di invalidità, o di fallimenti, detti infelicità. Austin elenca vari casi di infelicità, con diverse gradazioni di gravità.

  • Casi A  l’atto fallisce, è nullo e non avvenuto perché la procedura convenzionale non è stata usata in circostanze appropriate.
  • Casi Bl’atto fallisce a causa di difetti o lacune nella procedura.
  • Casi C  l’atto fallisce perché sono stati compiuti degli abusi nella procedura, o infrazioni, o insincerità: in questi casi non diremmo che l’atto è nullo e non avvenuto, ma che è vuoto, o viziato. LA FORZA ILLOCUTORIA E’ possibile, a proposito di ogni tipo di enunciato, tracciare una distinzione sistematica fra quelli che Austin chiama atto locutorio, atto illocutorio e atto perlocutorio.
  • L’atto locutorio corrisponde al fatto di dire qualcosa, al proferimento di un'espressione ben formata sintatticamente e dotata di significato, oggetto di studio da parte di sintassi e semantica.
  • L'atto illocutorio corrisponde all'azione che viene effettivamente compiuta, a ciò che tacciamo proferendo, alla forza illocutoria che corrisponde al nostro proferimento: affermazione, ordine, minaccia, promessa, avvertimento, e così via.
  • L’atto perlocutorio: CLASSIFICAZIONE DELLE FORZE ILLOCUTORIE È possibile distinguere cinque tipi di forze illocutorie, cinque tipi di atti che è possibile compiere proferendo un enunciato:
  • Rappresentativi: sono gli atti linguistici con cui esprimiamo le nostre credenze sul mondo.
  • Dichiarativi: sono gli atti linguistici con cui modifichiamo stati del mondo, spesso stati istituzionali.
  • Espressivi: sono gli atti linguistici con cui esprimiamo i nostri sentimenti e più in generale i nostri stati psicologici.
  • Direttivi: sono gli atti linguistici con cui cerchiamo di indurre gli altri a fare, o a non fare, qualcosa.
  • Commissivi: sono gli atti linguistici con cui ci impegniamo a fare qualcosa in futuro. DA AUSTIN A GRICE Con atto illocutorio Austin intende gli aspetti convenzionali di un atto linguistico: la sua idea è che le regole del linguaggio associano in modo convenzionale a una certa formulazione un certo valore illocutorio. Ma l’idea che l’atto illocutorio abbia una forte dimensione di convenzionalità non sembra applicarsi agli atti linguistici in generale. In questa prospettiva è l’atto sociale ad avere rigide condizioni di felicità, ma non l’atto linguistico in sé: è vero che un barista al suo bancone non può compiere l’atto istituzionale di sposare due persone, ma è anche vero che può compierne l’atto linguistico: sarà l’atto sociale a fallire, non quello linguistico. Vedremo che, secondo Grice, compiere un atto linguistico significa manifestare pubblicamente un’intenzione e che l’atto ha successo quando tale intenzione viene riconosciuta. Questo spiega perché, fuori contesto, non siamo in grado di dire con che forza illocutoria è stato proferito un enunciato.

LA CONVERSAZIONE

Si è detto che, secondo Grice, un parlante compie un atto linguistico quando manifesta pubblicamente un’intenzione, e che l’atto ha successo quando l’intenzione comunicativa del parlante viene riconosciuta dal suo interlocutore. È centrale in tale progetto la distinzione fra significato dell’espressione (il significato che l’espressione ha convenzionalmente, o letteralmente) e significato del parlante (il significato con cui il parlante usa l’espressione). Il significato del parlante corrisponde a quello che il parlante vuole dire, a ciò che intende comunicare al proprio interlocutore. In un caso di comunicazione intenzionale, il parlante P vuole produrre nel destinatario D la credenza p, usando una certa espressione E. E’ parte della comunicazione che D riconosca l’intenzione comunicativa di P. Il punto innovativo della teoria griceana è di aver suggerito che la comunicazione può essere caratterizzata essenzialmente come riconoscimento di intenzioni: la comunicazione è possibile ogniqualvolta esiste un mezzo per far riconoscere le proprie intenzioni comunicative all’interlocutore. LE IMPLICATURE e LE MASSIME CONVERSAZIONALI La distinzione fra significato del parlante e significato dell’espressione consente di chiarire un’altra delle osservazioni chiave di Grice: il fatto che le espressioni che usiamo nelle nostre interazioni comunicative quotidiane spesso comunicano molto più di quanto non dicano. Grice chiama implicature le proposizioni che, in determinati contesti, possono essere comunicate usando un enunciato, senza essere esplicitamente dette. Tipi particolari di implicature sono le implicature convenzionali : le proposizioni addizionali comunicate da un enunciato non dipendono da particolari circostanze d’uso dell’enunciato, ma sono associate in modo stabile a determinate espressioni, come ma , quindi , persino. Le implicature conversazionali sono invece le proposizioni che possono essere comunicate usando un enunciato solo in contesti particolari, e che non sono legate a determinate espressioni. La tesi sottostante all’idea di implicatura è che la comunicazione viene intesa come un’impresa razionale di cooperazione. Un’impresa retta dal principio di cooperazione. Il principio di cooperazione si declina in massime conversazionali. Non si tratta di norme che ogni partecipante alla conversazione è tenuto a rispettare, ma di regole che rispecchiano le aspettative che un soggetto può intrattenere sulle mosse comunicative del suo interlocutore. Come detto, il principio di cooperazione si declina in massime conversazioni, che sono raccolte in quattro gruppi:  Massime di quantità :

  • Dà un contributo tanto informativo quanto richiesto  Massime di qualità (che è possibile sintetizzare nella formula "Tenta di dare un contributo che sia vero"):
  • Non affermare ciò che credi essere falso e per cui non hai prove adeguate  Massima di relazione: “Sii pertinente”  Massime di modo: "Sii perspicuo”
  • Evita di esprimerti con oscurità, evita di essere ambiguo, sii breve e ordinato nell'esposizione. REGOLE DELLA CONVERSAZIONE E REGOLE DELLA CORTESIA Con cortesia si intende quell’insieme di strategie che mirano a stabilire, conservare o alterare relazioni fra interlocutori- che esse rivestano carattere interpersonale, o sociale, quando non istituzionale. Robyn Lakoff individua due gruppi di regole pragmatiche:
  • quelle che regolano la conversazione (che possono essere sintetizzate nella massima "Sii chiaro" e che corrispondono sostanzialmente alle massime griceane)
  • le regole della cortesia (che possono essere riassunte nella massima "Si cortese"). Come le massime conversazionali, anche le regole della cortesia sono applicabili non solo alle interazioni verbali, ma a tutte le transazioni cooperative umane. E come le massime griceane, anche le regole della cortesia possono essere violate: in altri termini è possibile essere intenzionalmente scortesi. Le regole della cortesia devono essere suddivise in tre sottogruppi che regolano i rapporti in situazioni di diversa distanza sociale e cioè:  nel discorso formale: "Non ti imporre"; questo significa evitare di domandare o dare opinioni personali; utilizzare espressioni impersonali o costruzioni passive  nel discorso fra pari: "Offri delle alternative", e quindi impone di lasciare che sia l’interlocutore a decidere come reagire  nel discorso informale: "Metti il tuo interlocutore a suo agio o sii amichevole". FACCIA Ogni interazione rappresenta un potenziale rischio per quella che viene definita faccia (reputazione), cioè l’immagine di sé pubblica, emotiva e sociale di una persona. In questa prospettiva la cortesia viene definita come quell’insieme di mezzi impiegati da un parlante per mostrare consapevolezza della faccia dell’altro. Tali mezzi sono impiegati in situazioni di distanza sociale (parliamo di “rispetto”), ma anche in situazioni di vicinanza sociale (parliamo di “solidarietà” o sentimenti amichevoli). La faccia ha due aspetti: la faccia negativa , corrisponde al bisogno di essere indipendenti e di avere libertà di agire, e la faccia positiva , che corrisponde al bisogno di essere accettati, e di piacere. Di conseguenza un atto comunicativo può essere di cortesia negativa (può cioè essere volto a preservare la libertà d’azione dell’altro) o di cortesia positiva (finalizzato a incoraggiare i sentimenti di amicizia e solidarietà.

CRITERIO DI SELEZIONE DELLE PREMESSE. LA PERTINENZA

Come possono i soggetti scegliere all’interno di un insieme potenzialmente infinito il sottoinsieme di assunzioni che costituirà le premesse di un processo inferenziale? La selezione dell'informazione sarà pertanto dettata da un criterio che massimizza l'efficacia nel trattamento dell'informazione, e in particolare massimizza la pertinenza dell'informazione trattata. L’interpretazione pragmatica è qui un processo psicologico governato dal principio di pertinenza. Anche il principio di pertinenza funziona come le massime conversazionali. Tutte le massime griceane sono rimpiazzate dalla massima di pertinenza: in questa prospettiva, infatti, essere pertinenti consiste nel fornire l'informazione richiesta e solo l'informazione richiesta (la massima di quantità), nel fornire informazioni veritiere (la massima di qualità), nel fornire informazioni in modo chiaro (la massima di modo). CRITERIO D’ARRESTO DEL SISTEMA: EFFETTO E SFORZO Lo scopo di un sistema cognitivo è quello di costruire e modificare la propria rappresentazione del mondo. E’ evidente che ogni ragionamento inferenziale richiede al soggetto tempo e fatica per costruire il contesto pertinente e per determinare l’inferenza. Lo sforzo deve essere giustificato dagli effetti cognitivi ottenuti grazie al processo inferenziale. Gli sforzi devono essere equilibrati dagli effetti ottenuti. LA PROSPETTIVA SEMANTICA TRADIZIONALE: LIVELLI DI SENSO Il paragrafo conclusivo del secondo capitolo era dedicato alla distinzione fra usi pre-semantici, semantici e post-semantici del contesto. In quell'occasione avevamo individuato due nozioni di contesto:

  • contesto semantico che fissa l'identità di parlante e interlocutori, l tempo e il luogo del proferimento ecc.; è la nozione che entra in gioco negli usi semantici del contesto
  • contesto pragmatico che è costituito dall'insieme di ipotesi sul mondo avanzate dai soggetti, dalle loro credenze, desideri, intenzioni, attività. E’ la nozione che viene mobilitata negli usi pre e post-semantici del contesto. Alla distinzione fra contesto semantico e pragmatico corrisponde quella tra competenza semantica in senso stretto, che determina ciò che è detto da un enunciato (il senso semantico) e una competenza comunicativa generale, che determina ciò che il parlante comunica con quell'enunciato; e corrisponde in definitiva la distinzione tradizionale tra semantica e pragmatica. La prospettiva tradizionale individua allora tre livelli di senso di un enunciato.
  • Il significato convenzionale dell'enunciato
  • La proposizione espressa dall'enunciato
  • Il senso implicito veicolato dall'enunciato: corrisponde a ciò che è comunicato dal parlante tramite l'enunciato; si tratta del livello tradizionalmente considerato pragmatico. Questo livello rende conto dei fenomeni di senso figurato, o comunicato implicitamente. LA PROSPETTIVA SEMANTICA TRADIZIONALE: PROCESSI Il quadro tradizionale traccia una distinzione fra processi obbligatori o semantici (la saturazione), che consentono di determinare il livello della proposizione letteralmente espressa dal parlante, e processi facoltativi o pragmatici (l'arricchimento, il transfert e le implicature), che consentono di individuare un livello di senso addizionale e implicito. Più nel dettaglio, il cosiddetto meccanismo di saturazione, consente di individuare il riferimento delle espressioni indicali, dimostrative e contestuali. Il destinatario deve applicare il processo di saturazione ogni volta che nell'enunciato proferito dal parlante compaiono particolari espressioni linguistiche (pronomi, avverbi di luogo o di tempo, tempi verbali, possessivi, certi aggettivi, costruzioni possessive): la saturazione è pertanto un processo obbligatorio, necessario per ottenere una proposizione completa, che sia valutabile come vera o falsa. Ci sono poi i processi pragmatici - arricchimento libero, transfert e implicature conversazionali - che permettono di passare dalla proposizione espressa al senso comunicato implicitamente. A differenza della saturazione, questi processi hanno come input una proposizione che è già completa e valutabile, e forniscono come output un'altra proposizione, diversa o più dettagliata rispetto alla proposizione di origine. Mentre la saturazione è un processo obbligatorio, l’arricchimento è un processo facoltativo: non è indispensabile per ottenere una proposizione completa e valutabile come vera o falsa. Altro processo pragmatico è il transfert , che sostituisce valori metaforici o metonimici al valore semantico letterale di un'espressione. Ci sono infine i meccanismi a noi ormai noti di implicatura conversazionale, che permettono al destinatario di inferire, da quanto il parlante dice letteralmente, proposizioni che il parlante si limita a comunicare in modo implicito.