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La problematizzazione della neutralità del dato empirico nella metodologia scientifica - Prof. Castellani, Tesine universitarie di Filosofia della Scienza

La problematica della neutralità del dato empirico nella concezione standard della scienza. Viene messa in discussione la netta distinzione tra enunciati teorici ed enunciati osservativi, nonché la supposta capacità del dato empirico di fungere da arbitro neutrale nella conferma, falsificazione e scelta di teorie scientifiche. Vengono presentati diversi argomenti contro la neutralità del dato empirico, come il ruolo della teoria nell'orientare l'osservazione, i problemi relativi alla descrizione linguistica dei dati osservativi e l'idea della teoria come contaminativa della percezione stessa. La problematizzazione della neutralità del dato empirico tocca aspetti centrali della metodologia scientifica, come la confermabilità empirica delle ipotesi, la scelta tra teorie diverse e la nozione stessa di fondatezza empirica delle teorie.

Tipologia: Tesine universitarie

2019/2020

In vendita dal 26/09/2024

silvia.odoardi
silvia.odoardi 🇮🇹

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Università degli Studi di Firenze UniFI
Scuola di Studi Umanistici e della Formazione
Corso di Laurea Magistrale in Logica, Filosofia e Storia della Scienza
Temi Avanzati di Filosofia della Scienza
Professoressa Elena Castellani
CONTAMINAZIONE TEORICA DEL DATO EMPIRICO
Una problematizzazione della neutralità del dato empirico nella metodologia scientifica della
concezione standard
Silvia Odoardi
Anno accademico 2019-2020
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Università degli Studi di Firenze – UniFI Scuola di Studi Umanistici e della Formazione Corso di Laurea Magistrale in Logica, Filosofia e Storia della Scienza Temi Avanzati di Filosofia della Scienza Professoressa Elena Castellani CONTAMINAZIONE TEORICA DEL DATO EMPIRICO Una problematizzazione della neutralità del dato empirico nella metodologia scientifica della concezione standard Silvia Odoardi Anno accademico 2019- 2020

ABSTRACT – Il rapporto tra teoria ed osservazione, centrale nella riflessione epistemologica, è stato per molto tempo definito come una relazione ben precisa, che presupponeva la fondatezza dell’assunzione dell’esistenza di una base osservativa la quale potesse fungere da arbitro neutrale nei processi di conferma, falsificazione e scelta di teorie scientifiche. Obiettivo di questo contributo è una problematizzazione del rapporto tra teoria e dati empirici così come è concepito nella concezione standard della scienza; la pretesa di tracciare una distinzione netta fra enunciati teorici ed enunciati osservativi e la supposizione della neutralità del dato empirico nella metodologia scientifica, si rivelano infatti essere articolazioni problematiche di questo rapporto. Si vedrà come tale concettualizzazione venga messa fortemente in discussione a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, esaminando alcuni argomenti favorevoli al suo superamento. INDICE 1 Tematizzazione del problema della neutralità del dato empirico: contesto e conseguenze 2 Argomenti contro la neutralità del dato empirico o La teoria come guida per l’osservazione o La teoria come filtro dei dati osservativi

- Possibili istanze risolutive o Problematiche relative alla descrizione linguistica dei dati osservativi o La teoria come contaminativa della percezione

Popper, che pur consapevole di alcuni problemi di questa concezione come quello generato dalla sottodeterminazione del dato empirico a diverse teorie – su cui ci si soffermerà meglio a breve – risolve la questione prescrivendo un’irreggimentazione delle regole metodologiche legate alle procedure di corroborazione e falsificazione. Alla base della concezione standard della scienza ci sono però dei presupposti problematici, tra questi la neutralità del dato empirico, supposto essere in grado di fornire una base osservativa imparziale, e la possibilità di tracciare una distinzione tra termini osservativi e termini teorici, così come tra enunciati osservativi - che contengono cioè termini solo osservativi e descrivono un dato empirico o un risultato di un esperimento – ed enunciati teorici – che contengono termini di tipo esclusivamente teorico. Il dato osservativo- sperimentale fornisce cioè, secondo questa concezione, una base neutrale per testare, controllare e scegliere teorie scientifiche. Il rapporto tra dato osservativo e dato teorico è concepito come una ben definita relazione logica ed interpretativa tra enunciati teorici ed osservativi. La concezione sintattica delle teorie vede infatti quest’ultime come sistemi di enunciati (assiomi o teoremi) collegati tra loro da relazioni di tipo deduttivo e sintattico; il linguaggio in cui sono formulati gli enunciati è composto da un vocabolario logico ed uno non formale, a sua volta caratterizzato da termini teorici e termini osservativi, dai quali si possono costruire enunciati rispettivamente teorici ed osservativi. Il passaggio da teorico e osservativo è dunque in primo luogo un passaggio deduttivo da enunciati teorici universali ad enunciati osservativi singolari, ed in secondo luogo un’interpretazione attraverso delle regole di corrispondenza che mettano in relazione termini teorici con termini osservativi, garantendo un’interpretazione del linguaggio teorico in termini del linguaggio osservativo – approccio riduzionista che Quine definirà un “dogma infondato”. Il criterio di significanza di matrice wittgensteiniana proposto dal fondatore del neopositivismo logico Moritz Schlick^1 assumeva come criterio per la significanza degli enunciati la loro possibilità di verificazione empirica. Veniva in altre parole affermato che fosse possibile attribuire significato ad enunciato nella misura in cui si potesse specificare il metodo della sua procedura di verificazione empirica, ovvero la procedura per accertarne la verità o falsità. In seguito considerato un criterio troppo stringente, fu sostituito da quello della confermabilità empirica crescente, che presupponeva una procedura di corroborazione piuttosto che di verifica assoluta della verità o falsità di un enunciato, valutandolo però sulla stessa base riduzionista. Presupposto della concezione standard della scienza è, si è detto, l’assunzione di una netta distinzione tra termini osservativi e termini teorici, e di una base osservativa neutrale che possa fungere da arbitro neutrale per il controllo e la scelta di teorie scientifiche. Questa visione del rapporto tra teoria ed esperienza si è però rivelato essere decisamente controverso. (^1) Schlick, 1936.

2. Argomenti contro la neutralità del dato empirico La problematizzazione della neutralità del dato empirico è una questione che tocca da vicino l’intero apparato metodologico scientifico, dall’ambito della confermabilità empirica - o falsificabilità – di ipotesi o teorie a quello della scelta tra teorie diverse – o di unità più grandi come i paradigmi kuhniani – relativamente a una situazione di sottodeterminazione delle teorie rispetto al dato empirico, ovvero della possibilità di un determinato ambito empirico di essere spiegabile, interpretabile o rappresentabile – a seconda del ruolo attribuito alle teorie scientifiche

  • da più teorie. Gli argomenti contro l’imparzialità del dato empirico e la sua capacità di fungere da arbitro neutrale nel testare teorie o nello scegliere tra teorie diverse sono vasti e disparati. Il loro mirino spazia dal linguaggio utilizzato nei report osservativi^2 , alle credenze e gli elementi extraempirici che influenzano l’esperienza empirica, all’osservazione come fenomeno psicologico attivo. Si cercherà di esaminarne alcuni, senza pretendere di scandagliarli esaustivamente, per dare un’idea della problematicità di tale concezione, e della necessità di doverla, se non abbandonare del tutto, se non altro riconcettualizzare. Argomenti di questo tipo hanno infatti portato all’accendersi del dibattito sulla quantità e qualità della contaminazione teorica – theory-ladeness – dell’osservazione, cioè su quanto e come il dato osservativo- sperimentale sia pregno – carico – di teoria, portando a svuotare di valore la netta distinzione tra enunciati osservativi ed enunciati teorici sostenuta dalla concezione standard della scienza, e portando ad una riconcettualizzazione della nozione di fondatezza empirica delle teorie. o La teoria come guida per l’osservazione L’argomento più innocuo contro la neutralità del dato empirico è la constatazione che l’osservazione sia guidata dalla teoria, e che le teorie mettano la comunità scientifica nella condizione di indirizzarsi verso dove cercare e cosa cercare. Questo fatto, d’altronde mai negato nemmeno dai neoempiristi, non compromette però la capacità dell’osservazione del prestarsi alla conferma o alla falsificazione delle teorie scientifiche. Una questione a questa legata è quella di una suddivisione tipologica dei fenomeni alla base della loro indagine scientifica. L’indagine empirica non può dunque esser già scevra di presupposti per una questione pragmatica di classificazione dei fenomeni da studiare, classificazione in tipologie che permettano di selezionare un campo d’indagine e non “mirare alla cieca”. Se non si iniziasse col classificare alcuni fenomeni come stagioni, altri come maree ed altri come moti planetari^3 , ad esempio, l’indagine scientifica sarebbe a dir poco ardua. Ma questa previa suddivisione tipologica (^2) Terminologia utilizzata in Godfrey-Smith, 2003. (^3) Esempio di Ladyman, 2002.

d’esperienza, di virare verso una delle due ipotesi alternative di interpretazione del dato osservativo. Queste istanze risolutive collimano però con un problema di olismo epistemologico , messo in luce dal fisico, storico e filosofo della scienza francese Pierre Duhem e poi ripreso ed ampliato all’ambito dell’intero apparato linguistico e conoscitivo da Quine, che problematizza la nozione di istanza cruciale. Come sottolinea Duhem, nella valutazione di qualsiasi test empirico di un enunciato appartenente ad una teoria T sono da considerare rilevanti l’ insieme di tutti gli enunciati di T, le condizioni iniziali alle quali vanno applicate le leggi definite in T e l’insieme delle ipotesi ausiliarie riguardanti ad esempio il funzionamento degli strumenti e le tecniche utilizzate nel definire sia il test empirico in questione, sia l’intera teoria T. Se un test empirico non può essere decisivo per una singola ipotesi della teoria, ma per l’intero corpo delle ipotesi della teoria – o per una sua porzione considerevole e comunque non districabile – oltre che per le ipotesi ausiliarie e le condizioni iniziali, è chiaro che la nozione di istanza cruciale perde il valore decisivo che si pretendeva di attribuirle. Ogni eventuale o presunta confutazione può infatti essere aggirata intervenendo su una delle ipotesi ausiliarie o su altre ipotesi della teoria. Detto in altri termini, è sempre possibile mettere in pratica una serie di aggiustamenti compensativi di fronte ad un’esperienza recalcitrante – pratica che in una prospettiva lakatosiana è la prassi abitudinaria della scienza fino al momento in cui tali osservazioni recalcitranti non siano più riassorbibili, attraverso aggiustamenti compensativi, nel paradigma. Un esperimento contrario alla teoria non fornisce meccanicamente un’indicazione chiara su cosa rivedere nel quadro teorico di riferimento, non è in grado di condannare un’ipotesi isolatamente. Da ciò segue la tesi dell’olismo epistemologico di Duhem, secondo cui “le nostre asserzioni sul mondo esterno affrontano il tribunale dell’esperienza sensibile non individualmente, ma soltanto come un corpo unico”, incrinando la possibilità di determinare una corrispondenza precisa tra teorie e dati osservativi. o Problematiche relative alla descrizione linguistica dei dati osservativi Un’altra serie di argomenti contro la neutralità del dato empirico riguarda il linguaggio in cui il dato osservativo è riportato ed utilizzato nella pratica scientifica. Osservazioni e dati sperimentali, infatti, perché possano essere rilevanti per la scienza, devono esser messi a parole, ed il vocabolario linguistico e formale utilizzato sarà influenzato dal framework teorico dello scienziato. Chiaramente, in una posizione di olismo epistemologico e semantico come quella sostenuta da Quine in uno degli scritti di maggiore impatto del filosofo americano, I due dogmi dell’empirismo^4 , la questione diventa particolarmente ostica. La tesi dell’olismo epistemologico, che il fisico francese Duhem aveva sostenuto sul fronte delle teorie fisiche, per le quali non (^4) Quine, 1953.

sarebbe possibile sottoporre al controllo empirico un’ipotesi isolata, ma solamente una teoria o un corpo di ipotesi, viene spinta da Quine in un campo di applicazione molto più vasto di quello della metodologia scientifica, sviluppandola anche sul fronte del linguaggio e dell’insieme delle conoscenze e delle credenze in generale. L’effetto dell’estensione dell’olismo di Duhem all’intero apparato conoscitivo e linguistico – precisando la stretta interconnessione che Quine concepisce tra semantica e ontologia – è la tesi dell’olismo semantico, secondo la quale il significato di un enunciato non è determinabile indipendentemente dall’apparato globale del linguaggio di riferimento, svelando l’inadeguatezza del criterio empirista di significanza, e l’impossibilità di tracciare un confine tra enunciati analitici e sintetici. Difatti “solo se si crede possibile verificare o falsificare singoli enunciati davanti a singole esperienze o singoli insiemi di esperienze ha senso parlare di un tipo di enunciato limite confermato da qualsiasi tipo di esperienza, ossia di un enunciato analitico, la cui verità dipenderebbe dunque solo dalla sua struttura linguistica e non dall’esperienza”^5. Ed è allo stesso modo inadeguata la pretesa di parlare di enunciati empirici che non siano pregni di teoria. Ogni enunciato deve in questa prospettiva il suo significato sia al linguaggio-teoria in cui è espresso sia all’esperienza empirica. Date le interconnessioni tra i significati delle parole di un linguaggio, non c’è parte del linguaggio che sia neutra, libera da assunzioni teoriche; e l’unita minima di significato in questa prospettiva viene ad essere l’intero apparato linguistico-concettuale Ora, il punto dipende dallo stabilire più sottilmente quali assunzioni teoriche, e più in generale, quali quadri teorici si ammette che incidano sul linguaggio osservativo e sulla natura di tale influenza. Se quadri teorici in questione sono di basso livello – nella terminologia di Godfrey-Smith, se sono low-level^6 – si può pensare che i test di teorie scientifiche non ne siano influenzati in profondità, o se lo sono, lo sono in una maniera che non coinvolge direttamente le teorie scientifiche in questione. Se invece i quadri teorici ad influenzare il linguaggio osservativo fossero le teorie scientifiche stesse, ed in particolare, le teorie scientifiche da testare, si tratterebbe di un problema più pervasivo – a questo proposito, Feyerabend tentò di dimostrare come descrizioni apparentemente innocenti sulla natura del moto nel diciassettesimo secolo fossero in realtà influenzate da assunzioni teoretiche di questa natura. Ma anche questo tipo di ingerenza teorica su linguaggio osservativo, potrebbe non essere così problematico. Una teoria potrebbe infatti fornire i concetti utilizzati per esprimere un report osservativo senza per questo minare la capacità dello stesso di testare la teoria in questione. Da un punto di vista falsificazionista infatti (tralasciando i problemi del falsificazionismo nel testare teorie scientifiche che prescindono da questo argomento, in parte accennati sopra) un report di (^5) Origgi, 2000, p. 26. (^6) Godfrey-Smith, 2003, p.157.

considerati analitici, essendo questi al centro del nostro apparato concettuale, derivanti da esperienze o convenzioni consolidate, la cui revisione comporterebbe un costo in termini di aggiustamenti compensativi dell’apparato concettuale estremamente elevato. Se la nozione di analiticità giustifica gli empiristi logici nel loro riduzionismo estremo, spiegando come le verità della logica e della matematica, che sembrano mancare di contenuto empirico, non sembrano per questo mancare di significato, riportandone il significato ai significati delle parole coinvolte o a convenzioni stabilite che ne governano l’uso, l’olismo bifronte di Quine – sul lato sia epistemologico che semantico – ne mette in luce l’artificiosità. Con esso non è più possibile distinguere tra analitico e sintetico, tra significato ed informazione o , figurativamente parlando, tra “vocabolari ed enciclopedie come cose distinte”^8. L’impossibilità di distinguere tra enunciati teorici ed enunciati empirici viene dunque vista in quest’ottica come una delle facce dell’artificiosità della demarcazione tra analitico e sintetico. A partire dalla fine degli anni Cinquanta la concezione sintattica delle teorie, fino ad allora dominante, viene dunque attaccata in maniera insistente e collettiva, e con essa le sue assunzioni sulla natura del dato empirico. Il filosofo Hilary Putnam, ad esempio, metterà in luce alcuni problemi relativi a tali assunzioni. Una questione controversa è quella della specificazione del significato dei termini osservativi – se, ad esempio, sia necessaria l’esperienza fattuale della proprietà o dell’entità denotata dal termine per il criterio di significanza, problematizzando termini disposizionali, come “solubile”^9 , che in tal caso non potrebbero essere considerati di tipo osservativo. Un'altra problematica si manifesta nei casi di affermazione dell’osservazione di entità o proprietà non direttamente osservabili, ma legati ad una dimensione estremamente microscopica o macroscopica e dunque lontana dall’esperienza percettiva sensoriale. In tal caso gli enunciati “osservativi” conterranno necessariamente termini non direttamente osservabili, come ad esempio quelli di campo elettromagnetico o di elettrone, e apriranno inoltre una discussione attorno al realismo di tali entità non direttamente osservabili, e portando filosofi della scienza come Van Frassen a rifiutare l’impegno ontologico nei loro confronti. o La teoria come contaminativa della percezione L’argomento più forte – ma anche più controverso – è quello che tocca l’esperienza percettiva intesa come fenomeno psicologico cognitivamente attivo in cui è considerato imprescindibile un apporto da parte dell’apparato concettuale mentale, il quale potrebbe essere problematico per la definizione di neutralità del dato osservativo. Questo argomento è il più potente proprio in quanto afferma il coinvolgimento di teorie non solo nel ruolo di guide verso (^8) Quine, 1980, p.32. (^9) Esempio di Castellani, Morganti, 2019.

ciò a cui prestare attenzione, nel tipo di fenomeni verso cui indirizzare l’indagine, nel ruolo di lenti filtranti i dati osservativi o influenti nel modo in cui li cataloghiamo, o incidente nella misura in cui descriviamo i fenomeni in un determinato linguaggio, esso stesso non neutrale. La forza di questo argomento sta nel sostenere che ad essere influenzate dalle teorie siano le esperienze percettive stesse. Con tale tesi si arriverebbe ad affermare che non esista nemmeno un momento nel processo osservativo che possa definirsi neutrale rispetto ad influenze teoriche, poiché appunto, ad essere pregne di teoria non sarebbero più soltanto i test sperimentali, né le forme linguistiche dei report osservativi, bensì le esperienze percettive stesse. Nell’argomentare questa tesi, Kuhn, Churchland, Hanson ed altri si avvalgono dei risultati di ricerche psicologiche della metà del secolo scorso – in particolare delle teorie costruttiviste della percezione e della psicologia della Gestalt, che ne studia lo stadio primario. La percezione può esser definita come “l’elaborazione delle sensazioni elementari convogliate dagli organi di senso”^10. Il concetto di elaborazione sta ad indicare che la sensazione elementare viene codificata, riconosciuta ed interpretata. Se teorie della percezione diretta affermavano che ogni stimolo sensoriale possiede informazioni sensoriali sufficientemente specifiche da renderne possibile la codifica e il riconoscimento senza l’intervento di processi cognitivi superiori quali la memoria, le nuove teorie costruttiviste o semi costruttiviste vedevano invece il processo percettivo come un processo che coinvolge processi cognitivi di alto livello o che sia una sintesi di processi preattentivi ed automatici preliminari e processi di alto livello. Riconoscere una qualsiasi configurazione visiva o sensoriale in questo senso significa effettuare un confronto tra gli stimoli sensoriali e le informazioni immagazzinate in memoria. È con processi cognitivamente attivi che lo stimolo sensoriale, attraverso il confronto con le conoscenze depositate in memoria, viene processato. Anche in questo caso, il problema sta nello stabilire quali concettualizzazioni influenzino la percezione – se teorie low-level, concettualizzazioni categoriche universali o categorie relative storicamente e socialmente determinate, teorie scientifiche di frontiera, eccetera. Se alcuni sostengono un’influenza sulla percezione da parte teorie di alto livello come le teorie scientifiche, altri contestano tali posizioni affermando che ad influenzare il dato percettivo sono concettualizzazioni solo di basso livello. Jerry Fodor, ad esempio, sostiene una teoria della percezione che si basa sull’azione di moduli periferici meccanici ed automatici, che prescindono da processi cognitivi centrali e concettualizzazioni di alto livello. Esempi da lui portati sulle illusioni ottiche, che ci portano a percepire distortamente alcuni fenomeni anche una volta appurata la loro natura illusoria, sembrano mostrare che almeno alcune porzioni di concettualizzazioni teoriche non (^10) Nicoletti, 2006, p.48.

Bibliografia Godfrey-Smith Peter (2003), Theory and Reality: an introduction of the philosophy of science , Chigago, London, The University of Chicago Press. Ladyman James (2002), Understanding Philosophy of Science , London, New York, Routledge; trad. it. a cura di Tommaso Piazza, Filosofia della scienza: Un’introduzione , Roma, Carocci, 2007. Morganti, Castellani, La filosofia della scienza (2019), Bologna, il Mulino. Origgi Gloria (2000), Introduzione a Quine , Roma, Laterza. Nicoletti Roberto, Rumiati Rino (2006), I processi cognitivi , Bologna, il Mulino Quine Williard V.O. (1953), From a Logical Point of View , Harvard University Press, Harvard; trad. it. di Paolo Valore, Da un punto di vista logico , Milano, Cortina, 2004. Quine Williard V.O. La scienza e i dati di senso (1987), Roma, Armando Editore. Schlick Moritz (1936), “Meaning and verification”, in The philosophical Review , 45, p.p. 339-369.