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la tragedia Greca, Ieranò , Appunti di Letteratura Greca

Riassunto La tragedia greca di Ierano, esame di letteratura e civiltà greca

Tipologia: Appunti

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La tragedia greca Ieranò
1.Sotto il segno di Dioniso
Il teatro greco ha al suo centro, in maniera sia reale sia simbolica, una figura divina: Dioniso. Signore delle
illusioni e degli inganni, il maestro dei travestimenti e delle maschere.
Dioniso apparteneva alle divinità del pantheon greco, pur con grandi discussioni da parte di diversi studiosi.
Dioniso ama essere celebrato con la danza e il canto corale.
Già gli antichi intuivano una connessione tra l’origine del teatro e il culto di Dioniso. La testimonianza più
autorevole è la Poetica di Aristotele, pagina che alimenta da secoli la questione sull’origine della tragedia.
La tragedia nasce in origine come un’improvvisazione il cui processo di trasformazione partiva dal satiresco,
soltanto più tardi la tragedia acquistò un carattere serio.
Aristotele pone all’origine di tutta l’esperienza teatrale le improvvisazioni degli exarchontes (coloro che
intonano). Aristotele fa riferimento agli exarchontes del ditirambo. Il ditirambo è il canto in onore a Dioniso:
un canto corale che prevedeva la presenza di un solista, per lo più il poeta stesso, nel ruolo di exachon.
La tragedia è un’evoluzione del ditirambo: egli parla esplicitamente di improvvisazione degli exarchontes.
Anche per la nascita della commedia Aristotele parla di improvvisazioni di exarchontes: non più del
ditirambo ma dei cori fallici. Riferimento alla processioni fallofiche in onore a Dioniso, con un fallo di legno
per scopo di fecondità.
Disponiamo di una descrizione abbastanza dettagliata dell’azione di un coro di fallofori, portatori di fallo.
Lo sbocciare della forma teatrale è situata con chiarezza all’interno di un contesto dionisiaco: il ditirambo è
per eccellenza, il canto in onore di Dioniso: le falloforie sono collegate ovunque con la figura di Bacco.
Nello stesso passo della poetica A. ci dice anche che la tragedia derivava dai satyrikon, in riferimento ai
Satiri, cioè a quegli esseri fantastici e animaleschi che facevano parte del corteggio mitologico di D.
Tragedia: tragodia deriva da tragos (capro) e ode (canto).
La tragedia sarebbe stata in origine il canto dei coreuti travestiti da capri, cioè da Satiri. Ma è evidente che i
Satiri non hanno nulla a che fare con il nome tragodia: sembra piuttosto imporsi la spiegazione che il capro
compaia nel nome del genere teatrale in quanto usato come vittima sacrificale e come premio per gli agoni.
Si dice anche che Tespi lo abbia ricevuto come premio per la sua performance.
Il significato della tragedia resta oscuro, è il caso della “Scuola di Cambridge ” nella quale si dice che la
tragedia veniva intesa come lamento a Dioniso.
Il rito e il miro non rappresentavano un momento separato e settoriale nella vita dei greci del V secolo. Le
celebrazioni della divinità era parte integrante della vita sociale e politica della città. La esta segnava una
frattura nella continuità del quotidiano. Il dramma satiresco sarebbe stato dunque una compensazione per la
scomparsa dei caratteri dionisiaci del ditirmabo.
2.Tespi, il primo tragico
Tespi avrebbe vinto il primo concorso tragico ad Atene tar il 535 e il 532 a.C. Così testimonia un’iscrizione.
La data della vittoria di Tespi rimanda all’epoca in cui Atene era governata dal tiranno Pisistrato. I tiranni
greci mostravano particolare attenzione all’organizzazione di grandi feste civiche. La figura di T. è avvolta
nelle nebbie della leggenda, di lui si sa solo che è stato l’inventore della maschera e introduzione dell’attore.
3.Le feste dionisiache
Dioniso era celebrato ad Atene con più di una festa: le Grandi Dionisie tra marso e aprile; le Antesterie, tra
febbraio e marzo; le Lenee a gennaio. Vi erano poi una serie di celebrazioni invernali nei piccoli borghi e
nelle campagne chiamate Piccole Dionisie.
Le Grandi dionisie duravano 5 giorni : si mettevano in scena tragedie, commedie e drammi satireschi.
Iniziavano con una processione notturna con lo scopo di riaccompagnare in città la statua lignea del Dio. La
processione faceva rivivere un evento mitico: il primo avvento del Dio in Attica.
Dioniso è un dio epidemico, è sempre in movimento, il dio della prodigiosa epifania. Il suo arrivo è sempre
un evento drammatico, gli umani resistono a Dioniso suscitando la sua ira e la vendetta del dio.
Il dono primigenio del vino, fatto dal dio, produce immediatamente come effetto la nascita del tetaro. Il
teatro appare, dunque, nella tradizione mitologica ateniese come esperienza che sgorga direttamente dalla
fonte originaria del dionisismo.
La eisagoge era una cerimonia preliminare alla Grandi Dionisie. La festa vera e propria iniziava
probabilmente il giorno dopo, con una processione festosa e solenne la pompe. Tutti erano chiamati a sfilare
in onore del dio. I coreghi, cioè i ricchi ateniesi che pagavano le spese della rappresentazione .
La pompe era al tempo stesso una celebrazione di Dioniso e una sorta di autorappresentazione della città.
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La tragedia greca Ieranò

1.Sotto il segno di Dioniso Il teatro greco ha al suo centro, in maniera sia reale sia simbolica, una figura divina: Dioniso. Signore delle illusioni e degli inganni, il maestro dei travestimenti e delle maschere. Dioniso apparteneva alle divinità del pantheon greco, pur con grandi discussioni da parte di diversi studiosi. Dioniso ama essere celebrato con la danza e il canto corale. Già gli antichi intuivano una connessione tra l’origine del teatro e il culto di Dioniso. La testimonianza più autorevole è la Poetica di Aristotele, pagina che alimenta da secoli la questione sull’origine della tragedia. La tragedia nasce in origine come un’improvvisazione il cui processo di trasformazione partiva dal satiresco, soltanto più tardi la tragedia acquistò un carattere serio. Aristotele pone all’origine di tutta l’esperienza teatrale le improvvisazioni degli exarchontes (coloro che intonano). Aristotele fa riferimento agli exarchontes del ditirambo. Il ditirambo è il canto in onore a Dioniso: un canto corale che prevedeva la presenza di un solista, per lo più il poeta stesso, nel ruolo di exachon. La tragedia è un’evoluzione del ditirambo: egli parla esplicitamente di improvvisazione degli exarchontes. Anche per la nascita della commedia Aristotele parla di improvvisazioni di exarchontes: non più del ditirambo ma dei cori fallici. Riferimento alla processioni fallofiche in onore a Dioniso, con un fallo di legno per scopo di fecondità. Disponiamo di una descrizione abbastanza dettagliata dell’azione di un coro di fallofori, portatori di fallo. Lo sbocciare della forma teatrale è situata con chiarezza all’interno di un contesto dionisiaco: il ditirambo è per eccellenza, il canto in onore di Dioniso: le falloforie sono collegate ovunque con la figura di Bacco. Nello stesso passo della poetica A. ci dice anche che la tragedia derivava dai satyrikon, in riferimento ai Satiri, cioè a quegli esseri fantastici e animaleschi che facevano parte del corteggio mitologico di D. Tragedia: tragodia deriva da tragos (capro) e ode (canto). La tragedia sarebbe stata in origine il canto dei coreuti travestiti da capri, cioè da Satiri. Ma è evidente che i Satiri non hanno nulla a che fare con il nome tragodia: sembra piuttosto imporsi la spiegazione che il capro compaia nel nome del genere teatrale in quanto usato come vittima sacrificale e come premio per gli agoni. Si dice anche che Tespi lo abbia ricevuto come premio per la sua performance. Il significato della tragedia resta oscuro, è il caso della “Scuola di Cambridge ” nella quale si dice che la tragedia veniva intesa come lamento a Dioniso. Il rito e il miro non rappresentavano un momento separato e settoriale nella vita dei greci del V secolo. Le celebrazioni della divinità era parte integrante della vita sociale e politica della città. La esta segnava una frattura nella continuità del quotidiano. Il dramma satiresco sarebbe stato dunque una compensazione per la scomparsa dei caratteri dionisiaci del ditirmabo.

2.Tespi, il primo tragico Tespi avrebbe vinto il primo concorso tragico ad Atene tar il 535 e il 532 a.C. Così testimonia un’iscrizione. La data della vittoria di Tespi rimanda all’epoca in cui Atene era governata dal tiranno Pisistrato. I tiranni greci mostravano particolare attenzione all’organizzazione di grandi feste civiche. La figura di T. è avvolta nelle nebbie della leggenda, di lui si sa solo che è stato l’inventore della maschera e introduzione dell’attore.

3.Le feste dionisiache Dioniso era celebrato ad Atene con più di una festa: le Grandi Dionisie tra marso e aprile; le Antesterie, tra febbraio e marzo; le Lenee a gennaio. Vi erano poi una serie di celebrazioni invernali nei piccoli borghi e nelle campagne chiamate Piccole Dionisie. Le Grandi dionisie duravano 5 giorni : si mettevano in scena tragedie, commedie e drammi satireschi. Iniziavano con una processione notturna con lo scopo di riaccompagnare in città la statua lignea del Dio. La processione faceva rivivere un evento mitico: il primo avvento del Dio in Attica. Dioniso è un dio epidemico, è sempre in movimento, il dio della prodigiosa epifania. Il suo arrivo è sempre un evento drammatico, gli umani resistono a Dioniso suscitando la sua ira e la vendetta del dio. Il dono primigenio del vino, fatto dal dio, produce immediatamente come effetto la nascita del tetaro. Il teatro appare, dunque, nella tradizione mitologica ateniese come esperienza che sgorga direttamente dalla fonte originaria del dionisismo. La eisagoge era una cerimonia preliminare alla Grandi Dionisie. La festa vera e propria iniziava probabilmente il giorno dopo, con una processione festosa e solenne la pompe. Tutti erano chiamati a sfilare in onore del dio. I coreghi , cioè i ricchi ateniesi che pagavano le spese della rappresentazione. La pompe era al tempo stesso una celebrazione di Dioniso e una sorta di autorappresentazione della città.

Tutte le cerimonie della festa erano direttamente organizzate e strettamente controllate da un’autorità politica, l’arconte eponimo. Gli arconti erano un collegio di magistrati designati annualmente che condivideva il governo della città. Alla fine di tutte le celebrazioni e rappresentazioni, un’assemblea dei cittadini, esaminava l’andamento della festa e la condotta dell’arconte, censurando gli eventuali comportamenti scorretti.

4.I ditirambi Le esibizioni dei cori ditirambici erano un momento chiave delle Grandi Dionisie. Si svolgevano prima delle rappresentazioni teatrali e dopo la grande pompe. Nella agorà si svolgevano tutte le esibizioni dei cori dionisiaci. Negli agoni ditirambici la vittoria non spettava al compositore del canto ma alla tribù.

1. L’organizzazione degli Agoni Gli spettacoli tragici erano organizzati sotto forma di gare (agones). Questa dimensione agonale è tipica del mondo greco. Alle Grandi Dionisie gli agoni teatrali erano posti sotto al responsabilità diretta dell’arconte eponimo. Spettava all’arconte scegliere i poeti che, ogni anno, partecipavano alle gare. Ottenuto il coro dall’arconte iniziava la preparazione dello spettacolo. Le spese per l’allestimento delle scene, i costumi, la paga degli attori erano sostenuti da privati cittadini i coreghi. Il calendario delle Grandi Dionisie prevedeva una gara fra tre poeti tragici, che portavano tre tragedie e un dramma satiresco. Ogni tetralogia abbracciava la durata di un giorno. I testi teatrali erano scritti appositamente per la festa di quell’anno e rappresentati una sola volta. Chi scriveva tragedie non scriveva commedie, l’ordine va per sorteggio. La giuria era formata sulla base delle dieci tribù; l’arconte eponimo estraeva a sorte un nome da ogni urna. I dieci cittadini così designati, uno per tribù, formavano la giuria. Non sono chiari i criteri a cui le giurie si attenevano. Sia i giudici che il pubblico arrivavano in teatro conoscendo già i caratteri dell’opera che dovevano giudicare. Vi era una cerimonia che si svolgeva prima e prendeva il nome di proagone. Il carattere religioso dello spettacolo era ribadito da una serie di gesti rituali che precedevamo immediatamente le rappresentazioni.

2.Il pubblico Al teatro di Atene si pagava il biglietto. E’ testimoniata fin dal V secolo la presenza di impresari. Il comportamento del pubblico era vivace. Si trattava di un pubblico interclassista, dove erano presenti persone della più varia estrazione. Il teatro era un struttura che replicava quella della polis democratica. I settori delle gradinate erano divisi per tribù. Vi erano alcuni posti privilegiati nelle prime file, che spettavano alle maggiori cariche dello stato. Sembrerebbe evidente l’assenza di un pubblico femminile agli agoni delle Grandi Dionisie. Nelle leggi Platone istituisce una sorta di scala di gradimento dei diversi tipi di spettacolo secondo l’età e il livello di istruzione.

3.La messinscena Nei primi decenni della loro storia gli agoni dionisiaci si svolgevano dell’agorà. Il pubblico si radunava su alcuni banchi di legno. Nel teatro fu riprodotta e originaria orchestra dell’agorà. Ai lati dell’orchestra, la dove si incontrava la fine della cavea, c’erano i due corridoi laterali. Sullo sfondo dell’orchestra, si ergeva la skene, lett.tenda. La scena era estremamente essenziale. La tragedia greca non considerava una norma quelle che una tradizione successiva definì sulla base di una letteratura impropria della Poetica di Aristotele, le tre unità aristoteliche: unità di tempo, luogo e di azione.

4.Macchine teatrali Vi si parla del broteion, che causa il rumore del tuono. Per il teatro del V e IV secolo, le macchine di cui troviamo indizi certi nei testi stessi si riconducono a due: la mechane e l’ekkyklema, carrello su ruote. La machane era la gru usata soprattutto per le scene di volo con cui si trasportavano le divinità, deus ex machina appunto.

5.Gli attori La parola greca per attori è hypokrites, da cui deriva l’italiano ipocrita, chi recita dissimulando il suo vero volto. L’attore del teatro greco è un’evoluzione dell’originario exarchon. L’attore era uno solo, il poeta stesso, Eschilo avrebbe introdotto un secondo attore e forse anche un terzo.

I prologhi di Euripide potrebbero sembrare rispondenti a un orientamento più realistico e pragmatico. Ma in realtà essi trasfigurano la scena teatrale in una sorta di tableaux vivant i cui personaggi appaiono come prigionieri.

  1. L’autore, i personaggi, il coro