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la tragedia greca - liceo classico, Sintesi del corso di Greco

documento sulla tragedia greca- liceo classico

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 11/01/2026

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LA TRAGEDIA GRECA
Il termine “tragedia” deriva secondo Aristotele da τραγος ωδή che significa “canto del
caprone o per il caprone” e si ricollega ai satiri, tipici del culto dionisiaco.
Nasce ad Atene nel V secolo a.C. in un contesto strettamente legato alla πολις ed era il
genere che ha coinvolto e impegnato direttamente tanto gli autori quanti il pubblico dei
cittadini in un momento in cui la polis ateniese si apprestava a realizzare se stessa e le sue
aspirazioni imperialistiche, spezzate però con la sconfitta nella guerra del Peloponneso.
Mentre il teatro romano aveva una funzione di intrattenimento ed era gratuito, quello ad
Atene era a pagamento, e alcune categorie erano pagate dallo Stato per andare a teatro,
così da non perdere le giornate di lavoro, ed aveva una funzione educativa.
La tragedia di Eschilo, Sofocle e Euripide era la rappresentazione di una vera e propria
vicenda mitica o di un evento storico. I miti scelti erano però attualizzati nella prospettiva
sociale e politica a loro contemporanea.
>> L’intento principale del tragediografo era indagare la condizione dell’uomo e i suoi
rapporti con gli dei, le ragioni etiche del suo agire, le responsabilità e le colpe in vista della
definizione di modelli di comportamento e di valori comunitari sui quali regolare la condotta
individuale.
La messa in scena
La rappresentazione di una tragedia avveniva in veri e propri agoni teatrali, delle
competizioni giudicate da una giuria e che avvenivano in tre occasioni precise, ovvero delle
feste dedicate a Dioniso:
1. Grandi Dionisie —> marzo/aprile 535 a.C.
2. Piccole Dionisie —> dicembre/gennaio, erano riservate solo ai cittadini ateniesi
3. Lenee —> all’inizio solo per le commedie, dal 419 anche per le tragedie —> gennaio/
febbraio
Ogni tragediografo doveva presentare una tetralogia costituita da tre tragedie e un dramma
satiresco e la vittoria finale era assegnata dal verdetto di cinque giudici. Di solito veniva
scelto un corego tra gli uomini più ricchi di Atene che finanziava l’allestimento della messa in
scena della tragedia ed era scelto attraverso un processo detto antilosis.
La regia, la coreografia e la composizione della musica erano compito del tragediografo che
originariamente era anche l’attore protagonista.
Normalmente i personaggi erano più di tre, infatti il ruolo di attore protagonista è
tragediografo si distinsero secondo alcuni quando Eschilo introdusse il secondo attore, e
secondo altri quando Sofocle introdusse il terzo attore. Spesso gli attori dovevano svolgere
più ruoli, anche quelli femminili, in quanto alle donne non era permesso recitare, e quindi si
servivano della maschera, che rendeva più facili i cambi di ruolo e permetteva che la voce si
sentisse meglio in tutte le parti del teatro.
C’era poi un coro con un capo detto corifeo che poteva svolgere diverse funzioni: poteva
assumere il ruolo di vero e proprio protagonista, poteva essere semplice spettatore degli
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LA TRAGEDIA GRECA

Il termine “tragedia” deriva secondo Aristotele da τραγος ωδή che significa “canto del caprone o per il caprone” e si ricollega ai satiri, tipici del culto dionisiaco. Nasce ad Atene nel V secolo a.C. in un contesto strettamente legato alla πολις ed era il genere che ha coinvolto e impegnato direttamente tanto gli autori quanti il pubblico dei cittadini in un momento in cui la polis ateniese si apprestava a realizzare se stessa e le sue aspirazioni imperialistiche, spezzate però con la sconfitta nella guerra del Peloponneso. Mentre il teatro romano aveva una funzione di intrattenimento ed era gratuito, quello ad Atene era a pagamento, e alcune categorie erano pagate dallo Stato per andare a teatro, così da non perdere le giornate di lavoro, ed aveva una funzione educativa. La tragedia di Eschilo, Sofocle e Euripide era la rappresentazione di una vera e propria vicenda mitica o di un evento storico. I miti scelti erano però attualizzati nella prospettiva sociale e politica a loro contemporanea.

L’intento principale del tragediografo era indagare la condizione dell’uomo e i suoi rapporti con gli dei, le ragioni etiche del suo agire, le responsabilità e le colpe in vista della definizione di modelli di comportamento e di valori comunitari sui quali regolare la condotta individuale.

La messa in scena

La rappresentazione di una tragedia avveniva in veri e propri agoni teatrali, delle competizioni giudicate da una giuria e che avvenivano in tre occasioni precise, ovvero delle feste dedicate a Dioniso:

  1. Grandi Dionisie —> marzo/aprile 535 a.C.
  2. Piccole Dionisie —> dicembre/gennaio, erano riservate solo ai cittadini ateniesi
  3. Lenee —> all’inizio solo per le commedie, dal 419 anche per le tragedie —> gennaio/ febbraio

Ogni tragediografo doveva presentare una tetralogia costituita da tre tragedie e un dramma satiresco e la vittoria finale era assegnata dal verdetto di cinque giudici. Di solito veniva scelto un corego tra gli uomini più ricchi di Atene che finanziava l’allestimento della messa in scena della tragedia ed era scelto attraverso un processo detto antilosis. La regia, la coreografia e la composizione della musica erano compito del tragediografo che originariamente era anche l’attore protagonista. Normalmente i personaggi erano più di tre, infatti il ruolo di attore protagonista è tragediografo si distinsero secondo alcuni quando Eschilo introdusse il secondo attore, e secondo altri quando Sofocle introdusse il terzo attore. Spesso gli attori dovevano svolgere più ruoli, anche quelli femminili, in quanto alle donne non era permesso recitare, e quindi si servivano della maschera, che rendeva più facili i cambi di ruolo e permetteva che la voce si sentisse meglio in tutte le parti del teatro. C’era poi un coro con un capo detto corifeo che poteva svolgere diverse funzioni: poteva assumere il ruolo di vero e proprio protagonista, poteva essere semplice spettatore degli

eventi e commentatore più o meno passivo dei fatti oppure poteva partecipare intensamente all’azione.

L’edificio teatrale

  1. cavea: dove sedevano gli spettatori—> c’erano dei diazomata, cioè dei corridoi che dividevano le climaches ovvero le scale e gli spettatori sedevano sugli scalini, chiamati cunei
  2. orchestra: dove c’era il coro
  3. scena: dove recitavano gli attori
  4. thymele al centro: un altare dedicato a Dioniso

La struttura

I canoni formali della struttura della tragedia sono presentati nella Poetica di Aristotele ed è di solito costituita in questo modo: ● prologo (προλογος) : prima parte della tragedia ● parodo (παροδος) : l’entrata del coro con il primo intervento ● episodi (επεισοδια) : momenti dedicati allo svolgimento della tragedia che potevano avvenire tramite lunghi monologhi o dialoghi tra gli attori ● stasimi: canti del coro tra un episodio e l’altro ● esodo (εξοδος) : ultimo episodio

Il dibattito sulle origini della tragedia

Aristotele, Poetica

Frazer, Il ramo d’oro

Freud, Totem e Tabù

Understeiner Nietzsche

dice che “la tragedia nasce da coloro che intonano in ditirambo” ovvero un canto in onore di Dioniso, che ha poi perso l’elemento satiresco ed è diventata tragedia. Non parla però di dramma satiresco attico, ma di σατυρικόν dorico, uno spettacolo rozzo e primitivo

parla del φαρμακός, un uomo su cui una volta l’anno venivano versati tutti i problemi della polis e poi veniva ucciso (capo espiatorio) e secondo lui era il re

dice che nelle comunità antiche i padri venivano uccisi dai figli perché un uomo cresce solo quando si libera dell’autorità paterna e quindi simbolicamente tutti noi uccidiamo i nostri padri quando cresciamo

parricidio ancestrale

parla del conflitto tra matriarcato e patriarcato

secondo lui la tragedia nasce dall’unione tra dionisiaco e apollineo

Il dramma satiresco

Fu introdotto da Pratina di Fliunte nel 499 a.C. che gareggiò contro Eschilo e Cherilo e si trovava alla fine della tetralogia ed era definito così perché conteneva elementi sia della tragedia che della commedia e non poteva essere identificato in uno dei due generi. Aveva infatti personaggi di rango tragico, come gli eroi, ma allo stesso tempo era presente il coro dei satiri. Si trattava di una parodia della tragedia con un finale positivo tipico della commedia. Aveva due funzioni:

  1. sociale: nell’Atene democratica c’era l’esigenza del popolo di essere rappresentato
  2. psicologica: per alleggerire l’atmosfera cupa creata dalle tre tragedie precedenti Il processo storico che possiamo ricostruire è perciò il seguente: σατυρικον, tragedia e tragedia con dramma satiresco.

LA COMMEDIA GRECA

Il termine “commedia” deriva da κομωδια, che può far riferimento al κομος, cioè una processione che veniva fatta dopo il simposio, o da κωμη, che significa “villlaggio”, poche le compagnie teatrali erano itineranti e si spostavano da un villaggio all’altro. Era infatti un genere molto rurale e molto vicino al popolo. Ciò si vede anche nei personaggi, nei temi che erano sempre bassi, i luoghi comuni e il tempo era sempre presente. Purtroppo è andato perso il II libro della Poetica di Aristotele riguardante la Commedia —> da qui Il nome della rosa di Umberto Eco, il quale si immagina che sia stato distrutto volutamente in un monastero.

Secondo Aristotele nella commedia, la catarsi avviene con il riso. Nella commedia è presente anche la parabasi , ovvero l’avvicinamento del coro al pubblico esprimendo le idee personali del commediografo, con una scena di meta teatro e di rottura della quarta parete.

Le origini della commedia

L’origine della commedia è attribuita ai cori itifallici delle feste agrarie, che erano dei veri e propri riti di fertilità, ed è forse per questo che c’è un grande richiamo all'oscenità sessuale. I personaggi nascono invece da quelli delle farse fliaciche, ovvero delle forme teatrali che si sono sviluppate in Sicilia e di cui abbiamo come testimonianza i cosiddetti “vasi fliacichi”.

PERSIANI (472 a.C.)

Essa è l’unica tragedia di argomento storico in quanto ad Atene c’era il divieto di rappresentare eventi storici recenti, per evitare di scioccare il popolo, come succede ad esempio con l’opera di Frinico in cui rappresentò la presa di Mileto.

Il tema è la disfatta subita dai Persiani a Salamina nel 480 a.C. a opera dei greci e per raccontarla, Eschilo adotta il punto di vista degli sconfitti nemici. Utilizza questa tragedia come l’occasione per una riflessione sugli ideali greci ma soprattutto per un’indagine di carattere etico sulle scelte dei personaggi e sull’ineluttabilità del destino. Si intrecciano due diverse spiegazioni delle cause che producono le sventure umane:

  1. la presenza di un δαιμων, ovvero di un demone maligno che colpisce gli uomini
  2. Dario individua la causa nella tracotanza di Serse

in quest’opera c’è la prima apparizione di spettri nel teatro.

SETTE CONTRO TEBE (467 a.C.)

Fa parte di una trilogia composta da Laio, Edipo e Sette contro Tebe.

Qui la colpa umana è analizzata su una scala più larga, quella del γενος, la stirpe dei Labdacidi. Nei Sette contro Tebe Eschilo esprime proprio la conseguenza di una colpa trasmessa di generazione in generazione fino all’esposizione finale. Nonostante Eschilo soccomba alle

colpe del genos, la città sfugge alla concatenazione delle colpe familiari, perché si libera. C’è quindi un’antinomia insanabile tra πολις e γενος che è perfettamente racchiusa nella figura di Eteocle, il quale nella prima parte è un capo di stato illuminato impegnato nelle esigenze della polis, mentre nella seconda parte è il balìa del demone del genos. Questa antinomia dà di conseguenza senso tragico all’opera e fa di Eteocle il primo personaggio drammatico della storia del teatro.

SUPPLICI (466-458 a.C.)

C’è un forte scontri tra matriarcato e patriarcato. Le Danaidi rifiutano le nozze per tre motivi precisi:

  1. odio generale per gli uomini per una casta devozione ad Artemide
  2. odio specifico per i cugini Egizi
  3. la repulsa per la violenza attuata dagli Egizi colpevoli di ybris. In realtà però secondo la concezione dell’epoca, le Danaide peccano di ybris rifiutando di sposarsi e non adempiendo al dovere delle donne di fare famiglia e mandare avanti la specie. L’atto culminante della loro tracotanza è inoltre l’assassinio degli Egizi nella loro prima notte di nozze. Pelasgo ha dentro di sé un’antinomia insolubile perché non sa cosa fare in quanto ogni soluzione si rivela sbagliata —> «τι δρασω•» “cosa dovrei fare?” —> alla fine sceglie il male minore, ovvero la sua morte.

AGAMENNONE

La prima parte è regolamentata dal principio del pathei mathos, mentre nel secondo stasimo si ritrova il tema più arcaico della proliferazione della colpa. Infine dal terzo stasimo in poi,vada quando Agamennone entra della reggia avviandosi a morte, quando si trova nella lugubre attesa dell’assassinio torna a proporsi come spiegazione delle sventure degli astrusi limcombere su genos di un demone vendicatore.

COEFORE

agnizione e ti draso

EUMENIDI

Si propongono valori etico-politici fondativi delle istituzioni della polis, superando le logiche interne al nucleo familiare (genos) —> vivere associati è l’unico modo per sconfiggere il male e per risolvere la faida continua nella linea di sangue. Le Erinni si trasformano in Eumenidi, divinità benigne che proteggono la città e collaborano, insieme alle istituzioni cittadine, nel far prevalere la giustizia della città.

attualità letteraria: Jonathan Littel con Le Benevole, si rifà alle Eumenidi e parla della Shoah e di un nazista che non viene arrestato e riesce a rifarsi una vita.

PROMETEO INCATENATO

Mentre per gli antichi la tragedia era sicuramente di Eschilo, per la filologia moderna ci sono dei dubbi. Uno dei motivi è sembrata la concezione non eschilea di Zeus vendicatore, visto che con Eschilo il dio è sempre celebrato come supremo garante della giustizia. In realtà la tragedia sembra orientata su un’altra direzione: mostrare come su tutto e contro tutti domini Zeus.

Trachinie

Le protagoniste sono le donne di Traches, una città della Tessaglia che costituiscono il coro. L’opera tratta la storia di Eracle, il quale era partito per una missione e aveva detto alla moglie Deianira di aspettarlo e che se non fosse tornato entro 15 anni, sarebbe stato a dire che era morto. Allo scadere del quindicesimo anno Deianira viene a sapere che Eracle sta tornando ma con una giovane amante, Iole. Deianira si ricorda però di quando aveva tentato di scappare dal centauro Nesso che voleva violentarla e Eracle lo uccise e il centauro le disse di raccogliere il suo sangue e usarlo come filtro d’amore qualora Eracle l’avesse tradita. Così Deianira imbeve una tunica di Eracle con il sangue di Nesso. Si accorge però che il batuffolo di lana con cui aveva tinto la tunica al sole aveva preso fuoco e capisce che si trattava di un inganno del centauro. La tunica viene portata da Licia e quando Eracle la indossa e vedendo corroso dal veleno, prende Licia da un piede e lo scaglia contro un sasso facendogli schizzare il cervello e uccidendolo. Deianira si uccide e Eracle fa preparare una pira per essere bruciato, morire e essere assunto tra gli dei. Deianira ed Eracle sono apparentemente personaggi positivi, ma Eracle ha un aspetto ferino come Polifemo ed è antinomico. Riguardo Deianira invece si dice nel prologo che era stata corteggiata in passato dal dio Achoo che prendeva tutte le forme mostruose fino a prendere quella definitiva di fiume e viene quindi contaminata da questa bestialità. Deianira fa qualcosa di male senza volerlo, ma lo fa e quindi non può essere scusata. Ci sono inoltre dei lapsus in cui inconsciamente Deianira desidera la morte di Eracle —> alcune frasi che dice senza rendermene conto —> ironia tragica —> il pubblico lo capisce

Elettra

(418-417 a.C.)

Oreste , figlio di Agamennone , torna dopo molti anni a Micene, in compagnia di

Pilade e del pedagogo. Egli, su ordine di Apollo, deve vendicare la morte del padre,

ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto per usurpare il trono. Da

bambino Oreste, che correva il rischio di essere anch'egli ucciso in quanto erede al

trono, era stato salvato dalla sorella Elettra. Questa infatti l'aveva affidato ad un

uomo focese, suo zio Strofio, che lo aveva tenuto lontano dagli intrighi di palazzo.

Da quel giorno Elettra, che provava un odio profondo (e ricambiato) verso i due

assassini, aveva vissuto nella speranza che Oreste un giorno potesse tornare a

vendicare il padre.[1]

Oreste dunque torna a Micene all'insaputa di tutti, e organizza un tranello: diffonde la

falsa notizia della propria morte, che gli permette di constatare la gioia (e quindi la

malvagità) della madre Clitennestra. Elettra, al contrario, è disperata (dimostrando

quindi il suo immutato affetto per il fratello), ma si fa coraggio e decide che sarà lei a

vendicare il padre. Nel frattempo, l’altra sorella, Crisotemide , ha riconosciuto i

riccioli di Oreste sulla tomba del padre e corre a riferirlo ad Elettra, che però non le

crede. Oreste stesso si reca dai familiari a portare le proprie ceneri, e commosso

dalla disperazione della sorella, rivela la propria identità ed insieme i due

organizzano un piano per attuare la loro vendetta. Oreste e Pilade penetrano nel

palazzo e uccidono senza pietà Clitennestra supplicante. Nel frattempo giunge

Egisto, il quale scorge un corpo coperto che crede essere di Oreste. Scoprendolo,

apprende la terribile verità, e, ormai senza scampo, si lascia uccidere: proprio su

questa immagine si chiude la tragedia.

Sofocle , Elettra Eschilo , Coefore Euripide , Elettra

riconoscimento Elettra/Oreste

è ritardato rispetto alle altre due tragedie: avviene solo alla fine del dramma

avviene nella sezione iniziale del dramma

avviene verso la metà del dramma

finale la solitudine della protagonista domina all’interno del meccanismo “a intrigo” dell’azione drammatica

la tragedia si chiude con il trionfo della giustizia

prevale il pentimento di Oreste ed Elettra per il matricidio commesso

L’ Elettra è una tragedia cupa, dominata dal dolore, dalla sofferenza e dalla solitudine di Elettra, temi centrali dell’opera. Nonostante sia Oreste a compiere le azioni più importanti, tutta la tragedia ruota indiscutibilmente attorno al personaggio che dà il titolo all'opera. Elettra è qui una donna molto diversa da quella che ritroviamo nella omonima tragedia di Euripide, o nelle Coefore di Eschilo. Nell'Elettra euripidea ella è rosa dai sensi di colpa, mentre nel dramma di Eschilo è una ragazzina che si dispera, ma è inerme, incapace di ribellarsi. L'Elettra di Sofocle è invece una donna determinata, che non rinuncia ai propri propositi di vendetta né quando, prima del ritorno di Oreste, vive in casa propria come una schiava (lei, che è in realtà una principessa), né quando le viene detto che suo fratello è morto. Anzi, proprio in quel momento nasce in lei il proposito di farsi giustizia da sola, mossa dal suo incrollabile odio per Egisto e Clitennestra.

Elettra, che desiderava la morte della madre per amore del padre , apparve a Freud simmetricamente affine a Edipo, che uccise il padre per sposare la madre. Il «complesso di Elettra» rappresenterebbe allora l’attaccamento geloso per il padre da parte della figlia femmina, che vede nella madre una rivale e inconsciamente la vorrebbe eliminare.

Odisseo, poi palesa la sua amicizia per Filottete

ideologia e forma mentis

è il portatore di una visione aristocratica antiquata

mostra una prospettiva politica innovativa, ma è ancora incapace di incidere sulla realtà

utilizza gli strumenti della sofistica, ma in senso esclusivamente utilitaristico

Confronto con le Nuvole di Aristofane

Uno dei bersagli senza dubbio privilegiati della satira non solo di Aristofane ma anche degli altri commediografi del V secolo furono gli intellettuali, più precisamente i ‘filosofi’, o meglio i ‘sofisti’. Le commedie dedicate a questo tema costituiscono un vero e proprio sottogenere all’interno della commedia antica: quello della Intellektuellenkomödie o Philosophenkomödie, la «commedia degli intellettuali» o la «commedia dei filosofi». A questa categoria appartengono ad esempio le Nuvole di Aristofane e commedie frammentarie come I Sofisti di Platone comico, o il Conno di Amipsia, commedia coagonale delle Nuvole e anch’essa incentrata sull’attacco a Socrate.

TRAMA La rappresentazione ha inizio di notte. Si attende il giorno. La scena è ambientata in campagna. Protagonista è un contadino rozzo e ingenuo, Strepsiade che ha un figlio, Fidippide , scapestrato e amante dei cavalli. Il padre si rivolge alla scuola di Socrate e sollecita il figlio stesso a frequentarla, nella speranza che l'apprendimento dell'arte della dialettica possa aiutare il figlio a risolvere i contenziosi legali con i suoi creditori, e ad avere la meglio su di loro. Durante tutta la commedia, Socrate è rappresentato come un pensatore dedito a discorsi e a ragionamenti inutili: siede a mezz'aria in una cesta per "liberare il pensiero" o discute di cose futili, come la lunghezza del salto di una pulce.

Durante un banchetto Strepsiade e Fidippide hanno un diverbio e il giovane picchia il genitore: l'arte della retorica appresa alla scuola di Socrate gli permette di dimostrare che sia giusto che i padri vengono a loro volta pestati dai figli. Il vecchio, in chiusura di commedia, incendia allora il pensatoio dei socratici. Le nuvole di cui parla Aristofane sono le divinità evocate da Socrate , che pur non essendo il protagonista della commedia è tuttavia il personaggio contro cui si manifesta l'intera commedia, simbolo di una nuova filosofia che, dal punto di vista del conservatore Aristofane, a breve avrebbe sovvertito tutto l'ordine di valori della città - e che, nella realtà avrebbe costituito in effetti il fondamento della nuova cultura europea.

Euripide

Euripide fu un tragediografo estremamente moderno : colpi di scena, trovate drammaturgiche, pathos intenso e gusto della descrizione psicologica, infatti, avvicinano le sue tragedie alla nostra concezione di teatro. Le sue opere sono ricche di temi completamente vari e dedicano molto spazio all’ interiorità dei personaggi e all’ analisi

degli impulsi irrazionali , con particolare attenzione per gli sconvolgimenti prodotti dall’eros. Ricorrono spesso anche la critica e la demistificazione dei valori tradizionali come il mito , la famiglia e gli dei. Con Euripide entra nella tragedia la realtà culturale contemporanea e i miti scelti rappresentano argomenti importanti come la posizione della donna nella società, la guerra e la critica al mito. Molte tragedie seguono inoltre uno schema cosiddetto <<d’intrigo>> , per cui un personaggio, dopo un riconoscimento, prepara e mette in atto un piano di salvezza. I protagonisti sembrano essere privi di valenze eroiche e più vicini all’uomo comune e, dei grandi eroi del mito, sono messe in scena le debolezze e le fragilità. Si dà invece grande risalto all’ eroismo dei più deboli , come le donne o i giovani.

Il rapporto con la polis

A differenza di Eschilo e Sofocle, Euripide non partecipò alla vita politica di Atene. Le sue tragedie mostrano tuttavia viva adesione, sia pure critica e polemica, alla realtà contemporanea, e lucida consapevolezza dei problemi che travagliavano la democrazia periclea.

LE INNOVAZIONI DI EURIPIDE

personaggi gli eroi sono umanizzati e le figure subalterne (giovani, donne ecc…) assurgono a una dimensione eroica

coro risulta indipendente dall’azione, non ha il ruolo di personaggio e il suo ruolo è ridotto a favore degli attori

prologo fornisce informazioni fondamentali su antefatto , protagonista e luogo dell’azione

finale si caratterizza per il frequente intervento del deus ex machina

La decadenza della tragedia secondo Nietzsche

Nella tragedia di Eschilo e Sofocle, il mito realizzò i suoi significati più profondi e la sua piena forma espressiva e Dioniso fu esperienza totale. Nietzsche reputo quindi colpevole del processo degenerativo della tragedia Euripide, responsabile di aver corrotto l’originale spirito dionisiaco della tragedia, con la sua adesione alla dialettica sofistica e al razionalismo socratico. La tragedia divenne psicologica e realistica e gli eroi del mito furono banalizzati e ridotti a uomini comuni. Il mito fu snaturato e la musica, snaturata dai sillogismi della dialettica, perse la sua natura dionisiaca.