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Autori età flavia: marziale, Quintiliano ecc
Tipologia: Dispense
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L’età dei Flavi si apre in un clima di forte instabilità. Alla morte di Nerone, nel 68 d.C., l’Impero si trova infatti privo di una guida sicura e attraversato da tensioni profonde: il 69 d.C. verrà ricordato come l’anno dei quattro imperatori , un momento di crisi in cui diverse fazioni cercano di imporre il proprio candidato al potere. Dopo il suicidio di Nerone, il governo viene affidato a Servio Sulpicio Galba, aristocratico senatorio che incarna, almeno in apparenza, un ritorno all’autorità tradizionale del Senato. Quest’organo, da Augusto in poi, era stato progressivamente svuotato dei suoi antichi poteri, e per questo i senatori vedono in Galba una possibilità di riaffermazione. Tuttavia, la sua nomina mette in allarme altri gruppi di potere: in particolare i pretoriani, la guardia imperiale stanziata a Roma, e i legionari, che dispongono di un’enorme forza nei territori provinciali. Non sentendosi rappresentati, i pretoriani scelgono di sostenere un loro candidato, Marco Salvio Otone, che riesce a imporsi dopo l’uccisione di Galba. Ma anche Otone dura poco: all’altro capo dell’impero, le legioni stanziate in Germania proclamano imperatore Aulo Vitellio, mentre in Oriente si forma un ulteriore fronte guidato da Tito Flavio Vespasiano, comandante impegnato a sedare la rivolta della Giudea. Lo scontro decisivo avviene proprio tra Vitellio, sostenuto dall’Occidente, e Vespasiano, sostenuto dall’Oriente. Sarà quest’ultimo a prevalere, assumendo il potere e ponendo fine alla spirale di instabilità. Una volta divenuto imperatore, Vespasiano si premura di legittimare il proprio ruolo attraverso la Lex de imperio Vespasiani , un provvedimento che riconosce formalmente l’ampiezza dei poteri imperiali, in realtà già esercitati di fatto dai suoi predecessori. Con il suo governo si inaugura una fase di relativa stabilità: Vespasiano si dimostra un amministratore attento, ristabilisce un rapporto equilibrato con il Senato e introduce importanti riforme, tra cui la fondazione della scuola pubblica, che dà origine alla figura degli insegnanti stipendiati dallo Stato. Parallelamente, il nuovo imperatore continua a fronteggiare la complessa situazione in Giudea. Sarà suo figlio Tito, associato al potere e destinato a succedergli, a portare a compimento l’assedio di Gerusalemme e a distruggere il tempio nel 70 d.C., un evento traumatico che porterà alla Diaspora del popolo ebraico. Alla morte di Vespasiano, nel 79 d.C., Tito ascende al trono. Le fonti antiche lo ricordano come un sovrano benevolo e amato, “ amore e delizia del genere umano ”. Il suo regno, seppur breve, è segnato da eventi tragici di enorme portata. Nel 79 il Vesuvio erutta devastando Pompei ed Ercolano; nel 80 un vasto incendio colpisce
Roma. Ciononostante, durante il suo governo viene inaugurato l’Anfiteatro Flavio, passato alla storia con il nome di Colosseo. Tito muore prematuramente nell’81 d.C., lasciando il potere al fratello Domiziano. Domiziano governa fino al 96 d.C. e rappresenta una svolta netta rispetto ai suoi predecessori: ripristina un potere fortemente autocratico, centralizzato e rigido. Il suo rapporto con il Senato è conflittuale, e il clima politico si irrigidisce progressivamente fino ad assumere tratti dispotici. Le campagne militari contro i Daci, guidati dal re Decebalo, si rivelano difficoltose e contribuiscono ad accrescere il malcontento interno. Alla fine, una congiura di palazzo pone termine al suo governo nel 96 d.C., chiudendo l’età flavia.
Nonostante le tensioni politiche, il periodo flavio è vivace anche sul piano letterario, in particolare per quanto riguarda il genere epico. Due opere si distinguono per ambizione e respiro culturale. La Punica di Silio Italico Silio Italico compone un vasto poema epico in 17 libri che ripercorre in modo annalistico gli eventi della Seconda Guerra Punica (218–201 a.C.). L’opera riprende la tradizione della grande epica nazionale, presentando Annibale e Scipione come figure quasi mitiche, e si colloca nel solco dell’epica virgiliana, pur con un taglio più storico e documentaristico. Le Argonautiche di Valerio Flacco L’opera di Valerio Flacco, articolata in 8 libri, prende come modello diretto le Argonautiche di Apollonio Rodio. Non è un semplice riassunto: pur seguendo la trama originale, introduce variazioni significative nella caratterizzazione dei personaggi. Il poema può essere idealmente diviso in due grandi sezioni:
Marco Valerio Marziale visse per gran parte della sua vita nella condizione di cliens , cioè di uomo libero ma economicamente fragile, costretto a legarsi a uno o più patroni romani. Il rapporto di clientela prevedeva una forma di sostegno materiale o di protezione da parte del patrono, in cambio della fedeltà personale e soprattutto dell’appoggio politico e simbolico del cliente. Questa condizione, comune a molti intellettuali dell’età imperiale, influenzò profondamente la vita e l’opera di Marziale, che nei suoi epigrammi non manca di descriverne con ironia, amarezza e realismo le difficoltà e le umiliazioni quotidiane. Nei suoi testi Marziale inserisce numerosi riferimenti autobiografici, che consentono di ricostruire in parte la sua vicenda personale. Nacque intorno al 41 d.C. a Bilbilis, nell’odierna Calatayud, nei pressi di Saragozza, in Hispania Tarraconensis. Nel 64 d.C. si trasferì a Roma, proprio negli anni turbolenti segnati dalla congiura dei Pisoni contro Nerone. In questo contesto entrò in contatto con ambienti letterari e aristocratici e conobbe anche personaggi coinvolti indirettamente negli eventi politici, come Calpurnio Pisone. Tuttavia, non essendo ancora pienamente inserito in tali circoli, Marziale riuscì a non rimanere coinvolto nella repressione che seguì la congiura e condusse inizialmente una vita piuttosto appartata e prudente. Per molti anni visse in condizioni modeste, mantenendosi grazie alla protezione di patroni e a piccoli favori, senza riuscire a trarre un reale guadagno dalla sua attività letteraria. Un momento di svolta fu il riconoscimento ottenuto sotto l’imperatore Tito: Marziale compose alcuni epigrammi celebrativi per l’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio (il Colosseo), che gli valsero l’attenzione imperiale. Tito gli concesse una ricompensa economica e il privilegio dello ius trium liberorum , che gli permetteva di accedere simbolicamente al rango equestre, pur senza garantire una sicurezza economica duratura. Nonostante la fama crescente come poeta, la letteratura non rappresentò mai per Marziale una fonte stabile di sostentamento. Alla morte di Tito, deluso dalle difficoltà della vita romana e dall’instabilità del favore dei potenti, tentò di lasciare Roma, anche se vi fece ritorno poco dopo. Solo nel 98 d.C. decise di abbandonarla definitivamente, facendo ritorno in Hispania. Questo viaggio e il reinsediamento nella sua terra natale furono resi possibili grazie all’aiuto economico di Plinio il Giovane, che sostenne Marziale con generosità.
Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da una profonda disillusione: lontano dalla vivacità culturale di Roma e consapevole dei limiti della propria carriera, Marziale visse un’esistenza malinconica e amara, che emerge chiaramente anche dai suoi ultimi epigrammi. Morì nel 104 d.C., affranto e deluso, lasciando però un’opera che rimane una delle testimonianze più vive e realistiche della società romana del I secolo d.C., osservata dal punto di vista di chi ne abitava i margini. L’Epigramma L’epigramma (dal greco epì + gràmmata , “cose scritte sopra”) nasce in Grecia come genere letterario legato alle incisioni su monumenti funebri, tombe e lapidi. In origine aveva una funzione prevalentemente commemorativa. Una caratteristica fondamentale del genere è la brevità, dovuta al fatto che il testo doveva essere inciso su superfici di dimensioni ridotte; questo tratto rimarrà costante nel tempo. In epoca ellenistica l’epigramma conserva la sua concisione, ma perde il suo carattere esclusivamente funerario, ampliando i propri ambiti d’uso e diventando anche una poesia di occasione, adatta a contesti diversi. A Roma, nella letteratura latina, gli epigrammi vengono praticati da Catullo e soprattutto da Marziale. Catullo contribuisce a far conoscere il genere, inserendolo nel contesto dell’ otium letterario, ma lo considera comunque un genere minore. Marziale, invece, sceglie l’epigramma come suo genere esclusivo e gli conferisce piena dignità letteraria. Ciò che egli apprezza maggiormente dell’epigramma è proprio la sua brevità. L’opera che rese celebre Marziale è il Liber de Spectaculis , pubblicato nell’80 d.C. in occasione dell’inaugurazione dell’anfiteatro Flavio. In questa raccolta l’autore celebra il Colosseo, l’imperatore Tito e i giochi organizzati per l’evento inaugurale. Oltre a quest’opera, Marziale compose numerosi epigrammi raccolti in dodici libri sotto il titolo di Epigrammata , che trattano i temi più vari. Successivamente scrisse anche gli Xenia e gli Apophoreta : i primi sono brevi biglietti in versi destinati ad accompagnare i doni dei Saturnali (festività paragonabile al Natale moderno), mentre i secondi erano anch’essi bigliettini poetici, utilizzati durante tutto l’anno in contesti conviviali, come i banchetti. Marziale dedicò inoltre molti epigrammi alla sua terra natale, evocata con sentimenti di nostalgia e rimpianto.
Marco Fabio Quintiliano nacque nel 35 d.C. a Calagurris, in Spagna. Era figlio di un maestro di retorica e fin da giovane si distinse per il suo talento in questa disciplina, che egli stesso considerava la più complessa e impegnativa tra tutte. Si recò a Roma per completare la sua formazione e diventare retore. Divenne in seguito maestro di retorica e intraprese anche l’attività forense, esercitandola prima in Spagna e poi nuovamente a Roma. Nel 78 d.C. l’imperatore Vespasiano lo nominò insegnante statale: la sua fu la prima cattedra pubblica di retorica stipendiata dallo Stato romano. Anche sotto l’imperatore Domiziano Quintiliano continuò a godere di grande prestigio e del sostegno economico imperiale. Nell’88 d.C. si ritirò dall’insegnamento pubblico, dedicandosi esclusivamente all’attività forense e alla vita privata. Morì poco dopo la morte di Domiziano, nel 96 d.C. Opere Le principali opere attribuite a Quintiliano sono:
- Institutio oratoria , la sua opera più importante; - De causis corruptae eloquentiae , oggi perduta; - Declamationes , una raccolta di esercizi retorici di attribuzione incerta (spurie). Lo studio della retorica e le Declamationes Lo studio della retorica nelle scuole romane si articolava in diversi indirizzi, ma era fondato su due esercizi fondamentali per la formazione dell’oratore: - Suasoriae : esercizi in cui lo studente impersonava il consigliere di personaggi illustri, tipici dell’oratoria deliberativa; - Controversiae : simulazioni di processi con accusa e difesa, basate su leggi fittizie, proprie dell’oratoria giudiziaria. Questi esercizi presentavano però dei limiti evidenti: erano situazioni immaginarie, fondate su miti, storie e leggi inventate. Inoltre, nell’età imperiale la libertà di parola era fortemente ridotta, e sia il ruolo del consigliere sia quello dell’avvocato risultavano condizionati dal potere politico.
Quintiliano avviò quindi una riflessione sulla decadenza dell’eloquenza e degli oratori, attribuendone le cause a fattori politici, morali ed espressivi. Mancava la libertà di espressione, i giudici e gli avvocati erano spesso corrotti e la società si era progressivamente allontanata dai valori tradizionali del mos maiorum. Anche sul piano stilistico, Quintiliano criticava le mode del tempo, in particolare lo stile artificioso e ricercato, prendendo di mira Seneca come esempio negativo. Il suo obiettivo era riformare l’insegnamento della retorica e contrastare la corruzione non solo morale, ma anche letteraria. Criticò anche Lucano come autore di epica, mentre indicò in Cicerone il modello ideale di oratore e scrittore. Institutio oratoria L’ Institutio oratoria è composta da 12 libri. I primi due libri sono dedicati all’educazione dei bambini e possono essere considerati un’anticipazione della pedagogia moderna. Quintiliano sottolinea l’importanza dell’istruzione pubblica, del gioco e della ricreazione, di un apprendimento graduale e non forzato, dell’insegnamento collettivo e della figura del maestro ideale. Grande rilievo viene dato allo studio parallelo del greco e del latino fin dalla prima infanzia. Nel secondo libro, in particolare, l’autore approfondisce i fondamenti dell’oratoria. Dal terzo al nono libro Quintiliano analizza in modo sistematico la teoria dell’orazione, prendendo come modello il De oratore di Cicerone. Definisce le fasi fondamentali della composizione dell’orazione:
**- Inventio
Plinio il Vecchio morì nel 79 d.C. a causa dell’inalazione delle ceneri prodotte dall’eruzione del Vesuvio. Nella prima parte della sua vita partecipò a numerose campagne militari, svolgendo la propria attività soprattutto nei territori della Germania. Proprio in questo periodo scrisse diverse opere legate alla sua esperienza in ambito militare. Di tutta la sua produzione letteraria, i copisti medievali hanno tramandato soltanto la Naturalis Historia , mentre le altre opere, prevalentemente di carattere tecnico e considerate ormai superate dal punto di vista scientifico, andarono perdute. Per questo motivo Plinio fu in seguito oggetto di numerose critiche da parte degli studiosi. Durante le campagne militari conobbe Tito, generale con il quale combatté. Sotto gli imperatori della dinastia Claudia vi sono testimonianze che indicano rapporti non particolarmente positivi con Nerone. Con l’avvento della dinastia flavia, invece, Plinio divenne procuratore imperiale, una figura che rappresentava l’imperatore in vari ambiti amministrativi e politici, fungendo da suo delegato. La stesura della Naturalis Historia è strettamente legata a questo incarico. Tra il 78 e il 79 d.C. fu nominato comandante della flotta imperiale con sede a Miseno, in Campania. In questa veste assistette all’eruzione del Vesuvio: spinto dalla curiosità scientifica e dal desiderio di prestare soccorso agli abitanti di Pompei, si avvicinò al luogo della catastrofe e morì a causa delle esalazioni. Per questo è stato definito da Italo Calvino il “protomartire della scienza sperimentale”. Nella Naturalis Historia Plinio il Vecchio fu anche uno dei primi autori a denunciare l’azione distruttiva dell’uomo nei confronti della natura. Per questo motivo è spesso considerato un ecologista ante litteram , sebbene la sua morte sia stata causata proprio da un evento naturale.
La Naturalis Historia Tra le opere di Plinio il Vecchio, la Naturalis Historia si distingue come un lavoro originale e peculiare, frutto di un’ampia e accurata documentazione e di un vasto bagaglio culturale. Per la sua realizzazione, l’autore attinse a numerose fonti, dimostrando un impegno straordinario nella raccolta e nell’organizzazione del sapere. Un possibile precursore di Plinio può essere individuato in Varrone, autore delle Antiquitates Rerum Humanarum et Divinarum. In quest’opera Varrone tentò di sistematizzare il sapere, ma il suo interesse era rivolto soprattutto alla tradizione culturale e religiosa della Roma antica, piuttosto che ad argomenti di carattere tecnico-scientifico, come avverrà invece nella Naturalis Historia. Plinio, inoltre, si ispira anche alla tradizione paradossografica, allontanandosi così dall’idea moderna di enciclopedia. Le opere paradossografiche raccoglievano fatti curiosi e meravigliosi relativi a luoghi e fenomeni, spesso al confine tra realtà e credenza popolare. La Naturalis Historia non è dunque un’opera del tutto oggettiva, ma una sistematica riorganizzazione dello scibile antico, attraversata dalle opinioni e dalla sensibilità dell’autore. Dal punto di vista stilistico, l’enciclopedia pliniana si discosta nettamente dai canoni degli autori contemporanei: il suo stile non è ricercato né elegante, ma neppure del tutto spoglio. Sul piano lessicale prevalgono i tecnicismi, coerenti con la materia trattata. L’opera si apre inoltre con una prefazione e con una dedica iniziale all’imperatore, secondo una struttura ben definita.