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Nacque nel 65 a.C. a Venosa , nel sud Italia. Molto importante è il padre , che era un liberto, trasferì la famiglia a Roma per svolgere il lavoro di esattore di tasse per permettere al figlio di studiare. A vent’anni Orazio compì un viaggio di studi ad Atene. Incontrò Bruto ed entrò nelle sue grazie, ma a causa della guerra perse i suoi possedimenti e tornò a Roma senza averi. La sua prospettiva cambiò ed iniziò ad intraprendere una vita più equilibrata e moderata, entrando anche in contatto con Mecenate , che lo spronerà nella sua produzione poetica. L’amicizia con Mecenate fu così forte che i due morirono a due mesi di distanza nell’8 a.C., sepolti uno accanto all’altro.
La raccolta, pubblicata nel 30 a.C. , contiene 17 componimenti poetici scritti in circa 10 anni. Lo schema metrico è appunto quello dell’epodo, composto da una strofa distica, cioè due versi. Il carattere ed il tono sono giambici, si trattano cioè di invettive. I modelli sono Archiloco di Paro , Ipponatte e Callimaco.
Il primo libro, pubblicato tra il 33 e il 35 a.C. , raccoglie 10 componimenti. Nel 30 a.C. pubblica il secondo libro, contenente 8 componimenti. Il nome iniziale era Sermones , i “discorsi”; sono scritti in esametri e trattano di esperienze del quotidiano. Si ispira, anche se discostandosi, a Lucilio. La filosofia su cui Orazio si basa è quella epicurea , basata sul “ lathe biosas ”, vivi nascosto, sull’ “ autarkeia ”, il bastare a se stessi, e sulla “ mediocritas ”, il giusto mezzo; in sostanza, è la dottrina del piacere come capacità di vivere le cose belle della vita con l’equilibrio tranquillo di chi ha capito che la vera gioia è nella semplicità degli affetti e delle piccole cose. Lo stile doveva essere colloquiale, sobrio, elegentante ed equilibrato, perciò Orazio elabora il serio quotidianus , che comprende tutte quelle caratteristiche. La lingua è semplice e diretta quando vi sono riflessioni morali, ma diventa felice quando vi sono racconti della vita quotidiana.
ripercorre l’intera raccolta. L’accontentarsi di poco è l’unico modo per approcciarsi alla libertà. Molto importante è anche la consapevolezza del fatto che nessuno è perfetto, come accade nella satira sull’amicizia, di cui il tema è la comprensione dell’altro.
osservare i vizi degli altri per non ripeterli. C’è anche un’osservazione dei vari tipi umani. Orazio ci ricorda come nessuno sia senza vizi, compreso se stesso.
I primi tre libri vengono pubblicati nel 23 a.C. , ed il quarto nel 13 a.C. L’idea nasce dal fatto che Orazio vuole farsi riconoscere come poeta lirico, e riguardo ciò scrive a Mecenate. I suoi modelli sono Alceo , Saffo , Anacreonte , Callimaco e Pindaro , ed i metri sono quelli della lirica monodica greca. I temi sono l’ amore , l’ amicizia , le inquietudini della vita e le piccole gioie. Lo stile è medio, in quanto alle parole ricercate si associano con misura quelle del linguaggio quotidiano. L’aspetto fondamentale è la parola ed il modo in cui questa è disposta nel verso, dall’accostamento cioè di una particolare parola con un’altra, la “ callida iunctura ”. I temi sono:
È l’ inno che nel 17 a.C. Augusto gli commissionò affinché fosse cantato da ventisette ragazzi e ventisette ragazze durante i Ludi Saeculares, un’antica festa religiosa. L’inno è rivolto principalmente ad Apollo e a Diana. È composto da 76 versi in strofe saffiche; si pregano gli dei affinché conservino lo splendore e la pace di Roma.
Il primo libro, composto tra il 23 ed il 20 a.C. , è costituito di 20 componimenti che si presentano come lunghe conversazioni in esametri, che seguono l’andamento delle Satire. Sono lettere destinate agli amici , e si percepisce una nota di stanchezza in quanto Orazio è consapevole di essere entrato nella vecchiaia e nella fragilità. Nella prima epistola, infatti, il poeta spiega a Mecenate di voler dire addio alla poesia per dedicarsi agli studi filosofici, per dedicarsi alla “ sapientia ”. Tra il 19 ed il 13 a.C. compone il secondo libro, costituito da 2 epistole , destinate rispettivamente ad Augusto e Floro. In seguito ne compone una terza, l’ Ars Poetica , un vero e proprio trattato di poetica destinata a Lucio Pisone ed ai suoi due figli. Il primo pregio dell’opera d’arte è l’ unità , in quanto lo stile deve concordare con la materia trattata e vi deve essere armonia ed equilibrio: poi l’arte deve “ viscere utile dulci ”, mescolare cioè l’utile morale alla dolcezza, cioè deve avere uno scopo educativo e nello stesso tempo essere espressa con un rigore formale assoluto; l’arte deve quindi rivolgersi alla realtà.
Origini L’elegia romana nasce in Grecia nel VII sec a.C.; il termine greco èlegos indica un “canto di lamento” e la forma metrica che lo contraddistingue è il distico elegiaco, una struttura di due versi costituita da un esametro e un pentametro. Tornò in auge in età alessandrina nel III sec a.C., e trattava argomenti di carattere mitologico, come per gli Aitia di Callimaco. A Roma, in età augustea, troviamo un ritorno di questo genere; nonostante il primo poeta romano a dare vita all’elegia fu Cornelio Gallo, bisogna ricordare che colui che rappresentò il collegamento tra l’elegia greca e quella romana fu Catullo, il quale fornì un nuovo carattere all’elegia, ossia quello autobiografico e personale. I principali poeti elegiaci d’età augustea sono Tibullo, Properzio e Ovidio. L’elegia romana è fortemente formalizzata, cioè è composta di tòpoi , ossia “luoghi comuni” letterari che vanno a creare una vera e propria “grammatica” dell’amore. Questi tòpoi sono:
fatto una scelta alternativa, lasciandosi andare ad un ozio dolente. Quello per Cinzia è dunque un amore tormentato e difficile, fatto di abbandoni e ritorni, di passione, di tradimenti.
- (^) Mito: ricorre sempre nella poesia di Properzio come un exemplum che si attaglia perfettamente alla condizione del poeta, o per somiglianza o per contrasto - Drammaticità del sentimento: Properzio, agli antipodi di Tibullo, esprime la drammaticità del sentimento, utilizzando una lingua poetica assolutamente particolare: da una parte usa espressioni che nella loro disarmata semplicità mettono a nudo la fragilità, la dipendenza dell’innamorato dall’amore; dall’altra un originale straniamento dell’espressione, legando tra loro per via analogica parole che normalmente non potrebbero esserlo.
Vita La maggior parte delle notizie sulla sua vita ci vengono fornite da Ovidio stesso, in una elegia in cui racconta alcune notizie della sua vita. Nacque a Sulmona, in Abruzzo, nel 43 a.C. da una ricca famiglia equestre. Era stato mandato a Roma e ad Atene per studiare retorica, ma ben presto si accorse che né la retorica né la carriera politica lo interessavano, poiché lui voleva diventare poeta. Strinse amicizia con Properzio e Orazio. Ovidio acquisì una fama straordinaria a Roma, in particolare per le sue opere di argomento amoroso. Ma la sua fama era rischiosa, poiché gli argomenti “piccanti” di cui cantava, come per esempio la sollecitazione all’adulterio, andavano contro le visioni morali di Augusto. Forse fu proprio questo il motivo per cui nell’8 d.C. Augusto gli inflisse la pena della relegatio , una forma di esilio meno drastica, a Tomi, sul Mar Nero: questo fatto gli cambiò totalmente la vita, e compose i Tristia , una circostanziata autodifesa. Morì lì a Tomi, solo, nel 17 d.C. Opere Le sue opere vengono divise in 3 fasi:
1. Opere dedicate all’amore: Amores e Ars amatoria 2. Metamorfosi 3. Opere scritte a Tomi: Tristia e Epistulae ex Ponto Amores Sono la prima opera di Ovidio e sono 50 elegie di argomento amoroso divise in 3 libri. È una grande opera per due aspetti: innanzitutto per il modo in cui Ovidio intende l’amore, ossia una forza irresistibile che domina sulla nostra vita e le dà senso; non è però un amore esclusivo, ma è visto come un’opportunità di vivere esperienze continuamente diverse ed elettrizzanti. Si tratta quindi di un amore vissuto con leggerezza e con sfacciata energia vitale. In secondo luogo troviamo la felice disponibilità di Ovidio a penetrare nei molteplici aspetti della psicologia umana spogliandosi di qualsiasi criterio moralistico. Ovidio inoltre utilizza la parodia: infatti tutti i luoghi comuni dell’elegia, quali la gelosia, il tradimento, i lamenti, ecc, diventano parodia di se stessi, dando quindi il titolo a quest’opera di “commedia dell’amore”. Heroides Queste “lettere di eroine” vanno divise in 2 gruppi: 1. Le prime 15 si presentano in forma di lettere, in distici elegiaci, di eroine del mito scritte al proprio amato durante l’assenza di quest’ultimo. 2. Nelle 6 lettere successive si inseriscono nella comunicazione epistolare anche gli uomini: si tratta infatti di 3 coppie nelle quali alla lettera dell’uomo risponde quella dell’amata Lo scopo di Ovidio quindi era di fare di quelle storie mitiche delle occasioni per raccontare il sentimento che da quelle donne doveva essere stato vissuto non diversamente da come era vissuto dalle donne del suo tempo e di ogni tempo. Per fare ciò, Ovidio allude a vicende per lo più celebri, in modo tale che il lettore, già conoscendo la storia, si possa concentrare sull’analisi dei sentimenti e sulla sensibilità femminile. Ars amatoria È un poema didascalico in 3 libri in distici elegiaci riguardo le “tecniche” del corteggiamento e dell’amore. I primi due libri sono rivolti agli uomini: nel primo si insegna loro come si conquista una donna, nel secondo si insegna la difficile arte di mantenere l’amore conquistato. Il terzo libro è invece rivolto alle donne, ed insegna loro come interpretare al meglio la loro parte nel gioco dell’amore. Questa è l’opera che diede maggior notorietà ad Ovidio, sia per la tematica trattata,
sia per il carattere scherzoso, sia per la morale che forniva, che era del tutto contraria a quella augustea. Medicina facili femineae e Remedia amoris Sono due poemetti in distici elegiaci. Il primo, “trucchi per il volto delle donne” è un manualetto “tecnico” rivolto alle donne riguardo la cura dell’aspetto attraverso l’uso di cosmetici; il secondo è rivolto poveretti che, giocando al gioco dell’amore, sono rimasti davvero scottati dalla passione e non riescono a guarirne, e allora il poeta cerca di portare dei rimedi Metamorfosi È un poema epico composto dal 2 all’8 d.C. diviso in 15 libri il cui intento programmatico è quello di raccontare la storia del mondo, dalle origini fino a Roma, attraverso le vicende, per lo più mitiche, accomunate dalla metamorfosi, cioè dalla trasformazione. In quanto poema epico, è scritto in esametri. Rappresenta l’opera capolavoro di Ovidio. Nonostante in un primo momento Ovidio abbia cercato di seguire un ordine cronologico, risultava pressoché impossibile seguire il corretto andamento temporale dei miti, perciò decide di farli susseguire con espedienti di volta in volta diversi: o per somiglianza, o per opposizione, o per rapporti di parentela tra i personaggi, o per luogo geografico, oppure secondo la tecnica del “racconto nel racconto”. Attraverso i miti Ovidio esamina ogni aspetto della vita: amore, odio, saggezza, ecc. Tristia e Epistulae ex Ponto Queste sono le opere scritte durante il periodo in esilio a Tomi. Le “Tristezze” sono divise in 5 libri, mentre le “Lettere dal mar nero” sono divise in 4 libri. In entrambe le raccolte Ovidio parla, per la prima volta, di se stesso, compiangendo la propria sorte.
Seneca nacque a Cordova nel 2 a.C. da una ricca famiglia. Da piccolo si trasferì a Roma dove studiò retorica e filosofia , avvicinandosi allo stoicismo della scuola dei Sestii, caratterizzato da pratiche ascetiche. Successivamente intraprese la carriera politica ed entrò in Senato , distinguendosi per la sua abilità oratoria. Nel 41 d.C. andò in esilio in Corsica per 8 anni, poiché accusato di aver intrapreso una relazione con la sorella dell’imperatore Caligola. Nel 49 d.C. tornò a Roma , voluto dalla moglie dell’imperatore Claudio, Agrippina , che lo scelse come maestro di Nerone. Quando il ragazzo salì al potere fu guidato dalle scelte politiche proprio da Seneca per 5 anni; in seguito però Nerone cominciò a svincolarsi dai suoi precettori e uccise la madre. In seguito a ciò ed ad altri episodi simili, Seneca decise di ritirarsi a vita privata. Tuttavia, nel 65 d.C. fu accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni e fu quindi costretto a togliersi la vita.
L’opera etico-filosofica di Seneca è una riflessione sulla virtù , un discorso pedagogico sui percorsi per raggiungerla attraverso una pratica di saggezza quotidiana. La dottrina senecana si rifa allo stoicismo , nonostante lasci ampio spazio anche ad altre filosofie.
principio razionale che da ordine e armonia, la Natura
ragione. Per vivere secondo natura bisogna vivere secondo ragione e sconfiggere le passioni, prima fra tutte l’ira
irragionevolezza, in quanto ci fa perdere tempo.
capacità di rendere fruttuosa la vita che la Natura ha stabilito per noi. Per vivere il nostro tempo bisogna avere amici buoni con i quali meditare e condividere la nostra esigenza di virtù; sono fondamentali i libri, ed in particolare i loro autori. Tuttavia imparare a vivere significa anche imparare a morire, perché vivere filosoficamente la vita significa viverla con la consapevolezza che nessuna vita è troppo lunga o troppo corta, ma è giusta se rettamente vissuta.
materiali, se ben utilizzati, possono essere di molto aiuto. Afferma inoltre che lui ha intrapreso la strada verso la virtù, ma comunque non l’ha ancora terminata.
fatto che il saggio non possa essere offeso perché egli si colloca al di sopra delle offese, che quindi non lo possono toccare.
dio, poiché spesso accade che gli uomini buoni subiscono disgrazie. La risposta di Seneca è che le disgrazie esteriori non sono un male per il saggio, perché non ne danneggiano lo spirito. Infatti all’uomo virtuoso non può accadere nessun male. Gli dei mandano disgrazie agli uomini buoni perché li privilegiano, in quanto, attraverso quelle, l’uomo buono esercita e rafforza la propria virtù.
privata. Sono dedicati a Sereno e trattano del raggiungimento della tranquillità interiore. La ricerca della virtù, e la pratica di essa, si realizzano nell’ otium , ossia nella vita appartata dedicata allo studio. Nel De Otio in particolare ci si chiede se il saggio debba confrontarsi con la politica, e Seneca risponde, in seguito alla delusione di Nerone, che sì, il saggio dovrebbe parteciparvi, ma purtroppo nella realtà questo è pressoché impossibile perché non esiste uno stato in cui il sapiente possa agire in coerenza con i precetti della filosofia.
il 55 e il 56. Nel trattato vengono indicate le linee di comportamento per un principe giusto, che non governi con il terrore ma con giustizia e umanità. La dote primaria del principe è la clemenza, perché non si deve lasciar trascinare dall’ira che è, appunto, la mancanza di ragione. La clemenza non è la pietà o la misericordia, che potrebbero lasciare impunita una colpa, ma è un atteggiamento razionale che si avvale della giustizia. Tutto ciò viene spiegato sotto forma di elogio a Nerone, che viene descritto come ben consapevole della clemenza.
come rapporto fondamentale che può garantire la coesione tra i membri di una società.
una serie di fenomeni naturali celesti e terreni.
rivolte a Lucilio. Sono 124 lettere divise in 20 libri. Il genere, introdotto per la prova volta proprio da Seneca, è quello dell’epistolografia filosofica, in quanto lo scopo è di istituire un percorso di crescita spirituale assieme all’”allievo”. Gli argomenti trattati sono molto vari, ma il filo logico che li collega è l’asistematicità, poiché la casualità della vita quotidiana diventa sempre spunto di riflessione. Questo concetto si unisce poi alla gradualità, ossia un percorso che partendo dai concetti più semplici porta l’allievo a livelli sempre più alti, al fine di raggiungere la virtù. Come giustificazione di ciò, si può notare come i primi tre libri contengano lettere brevi e di impatto immediato, mentre alla fine troviamo lettere lunghe ed impegnative. In particolare nelle prime lettere, Seneca termina con una sententia , cioè una massima concisa e sintetica che riassume il senso del discorso, tipica di Epicuro. Nell’opera viene data particolare importanza all’ otium , l’allontanamento dalla vita pubblica. Infatti ora il ruolo del saggio non ha più una dimensione politico-sociale, ma universale: l’interlocutore non è più il principe, ma l’allievo Lucilio e, quindi, l’umanità. I temi di cui tratta l’opera sono i temi stoici, quindi le considerazioni su Dio e la Natura, il progresso umano nella storia, il concetto di humanitas e l’uguaglianza tra gli uomini, l’amicizia, ecc… Ma i temi a cui Seneca fa più spesso riferimento sono quelli riguardanti la definizione della figura del saggio, ed in particolare al suo stato d’animo ora che si sta avvicinando alla morte: troviamo quindi riflessioni sul tempo, sull’allontanarsi dalla folla, e sull’idea stessa di morte.
Lucano, nipote di Seneca, nacque nel 39 d.C. a Cordova, e ancora bambino si trasferì a Roma, dove iniziò gli studi. Fin da subito si distinse per le sue doti in campo letterario, tanto che il suo talento precoce attirò l’attenzione di Nerone che lo chiamò alla sua corte. Ma con il passare del
tempo i rapporti tra i due si guastarono, e Lucano si convinse a partecipare alla congiura dei Pisoni. Ma, una volta scoperta questa, fu costretto a suicidarsi nel 65 d.C.
è un poema in esametri di carattere epico-storico, che ha come tema la guerra civile tra Cesare e Pompeo, e per questo è anche conosciuta con il nome di Pharsalia. È composto di 10 libri, ma rimane incompiuto, a causa della sua morte precoce. Il poema racconta le vicende della guerra civile tra Cesare e Pompeo come la cronaca “dell’autodistruzione” della repubblica romana: il racconto inizia con il contrasto tra Pompeo e Cesare e il passaggio del Rubicone, e si conclude con la morte di Pompeo, dopo la sconfitta a Farsàlo, e Cesare che, insieme a Cleopatra, intraprende una guerra contro il re d’Egitto. Quest’opera rappresenta lo sfogo prorompente di un giovane educato agli ideali della libertà individuale e della saggezza stoica, cresciuto in un ambiente in cui nessuno aveva vissuto i tempi della repubblica, e quindi vedeva questa come un ideale e un simbolo da opporre ai tempi bui neroniani; la repubblica rappresentava un’età in cui Roma era grande perché aveva affermato i valori della libertà e del diritto. Quindi, la caduta della repubblica e la fine della libertà rappresentavano la fine dell’idea che Lucano aveva di Roma; ma non basta: il poeta educato agli ideali stoici, per i quali l’uomo è tale se è libero e razionale, la fine della libertà è vissuta anche come fine dell’uomo stesso, e da qui quindi il senso di catastrofe cosmica che riveste il pessimismo lucaneo. Tuttavia, nonostante questa visione, Lucano inserisce una dedica a Nerone, affermando che della guerra civili non ci si deve lamentare poiché ha portato al principato di Nerone: non si sa tuttavia se questa dedica sia stata scritta quando i rapporti tra i due erano ancora buoni. Nonostante Lucano riporti i fatti storici come sono realmente accaduti, dà un’interpretazione sua della storia, riconoscendo come unici colpevoli della fine della repubblica Cesare, con la sua avidità di potere, e la Fortuna, che ha scelto di proteggerlo. L’opera viene definita “l’anti- Eneide ”, in quanto è posta agli antipodi dell’opera di Virgilio: l’ Eneide aveva “mascherato” la fine della libertà repubblicana come una rinascita della stessa Roma del passato, mentre la Pharsalia doveva invece rivelare la realtà, e cioè che il principato non era il superamento delle guerre civili e della crisi, ma il compimento di quel disastro. La scena in cui questa contrapposizione è maggiore è quella della negromanzia del sesto libro, in cui un figlio di Pompeo si reca da una strega per conoscere gli esisti della battaglia di Farsàlo: nel sesto libro dell’Eneide Enea si reca negli Inferi. I protagonisti dell’opera sono 3:
davanti a niente. È assetato di gloria e di potere, e può fare qualsiasi cosa pur di ottenerli; non ha alcuno scrupolo, né verso gli uomini né verso gli dei
loro leader, ma in realtà lui ha paura di affrontare l’avversario e la guerra che li attende. È sempre accompagnato da timori e incertezze. Anche Lucano tuttavia ha una visione tormentata di questo personaggio, ed infatti inizialmente lo descrive come un uomo desideroso di potere, ma poi inizia a simpatizzare per lui e lo definisce l’eroe repubblicano e difensore della patria
saggio che incarna completamente l’ideale filosofico stoico e l’ideale politico repubblicano; Catone non combatte per sé, ma per la patria Il linguaggio utilizzato da Lucano viene definito “anticlassico”e fa utilizzo della nuova retorica delle declamazioni. Queste diventano il mezzo per creare tensione, attraverso la forzatura delle forme, la ripetizione, l’accumulo, insistenza sui particolari, l’uso martellante della tecnica retorica. Il risultato risulta artificioso ed eccessivo, ma perché ha proprio lo scopo di rovesciare le forme retoriche tradizionali. Prevale inoltre l’utilizzo della sententia , ripresa dallo zio Seneca, la quale, nonostante sia caratterizzata dalla brevità e quindi sia in netto contrasto con la verbosità lucanea, rende l’opera perfetta. L’arte descritta da Seneca può essere definita “espressionista”, in quanto è un’arte che esprime, senza freni, non il mondo esterno ma il mondo interiore, nelle sue angosce intime e altrimenti inesprimibili. Parte rivelante di questo espressionismo è il gusto per l’orrido, ed infatti ovunque vengono introdotti particolari macabri.
È un’opera molto vicina al nostro romanzo, ma contiene anche parti poetiche, e viene perciò definito prosimetro, cioè un misto di prosa e versi. L’opera non è pervenuta integralmente, e infatti
ridicolo quindi in Trimalcione è provocato dalla sovrapposizione di ciò che egli è e di ciò che vorrebbe essere: è grossolano e vorrebbe essere raffinato. Tuttavia essendo così attaccato ai beni materiali, Trimalcione ha moltissime paure, e in primo luogo teme la morte: più volte apre l’argomento, ma tutte le volte lo interrompe per l’arrivo di una nuova portata o per darsi al divertimento. Questo era un aspetto comune della Roma imperiale, quello cioè della percezione della morte e dell’abbandono ai bagordi e ai divertimenti.
Molte notizie sulla vita di Cornelio Tacito sono incerte: la sua origine è incerta (forse umbra o forse celtica) così come la sua data di nascita, che si pensa essere intorno al 54-55 d.C. Non si sa quasi nulla sulla sua famiglia, tranne che molto probabilmente doveva trattarsi di una ragguardevole famiglia equestre che gli permise di intraprendere gli studi retorici e la carriera oratoria e politica. Nel 77 sposò la figlia di Giulio Agricola, uno degli uomini politici più importanti di Roma. L’amico Plinio il Giovane testimonia il suo successo come oratore e la sua carriera politica. La sua carriera non subì mai interruzioni significative, e oltre al suo lavoro come oratore ricordiamo la carica come consul suffectus nel 97 e proconsole d’Asia nel 112-113. È ignota la data della sua morte, ma si ipotizza sia intorno al 117 d.C.
Tacito trascorse gli anni più importanti della sua formazione sotto l’influenza dell’imperatore Domiziano. Durante questo periodo respirò l’atmosfera repressiva e fortemente ostile a qualsiasi forma di libertà di espressione. Ma quando salirono al trono Nerva e successivamente Traiano, i principi che, come dice Tacito stesso, riuscirono a conciliare due realtà prima inconciliabili, ossia l’ imperium e la libertas , le cose cambiarono. Tuttavia, sebbene riconosca che “si torna a respirare”, non riesce a vivere serenamente questo periodo. Perciò, ormai a 40 anni, decide di dedicarsi alla storiografia, in modo tale da poter compiere una riflessione politica e morale su quello che è stato. Una domanda fondamentale che lo perseguita riguarda la natura del male che aveva caratterizzato gli anni della tirannide di Domiziano e che potrebbe riaffiorare da un momento all’altro. Si chiede inoltre come sia possibile che la corruzione abbia colpito ogni classe sociale, e si domanda come bisogna comportarsi in una realtà dove non esistono né la libertà né la virtù. Le sue risposte a queste domande si possono riassumere con una visione profondamente pessimista dell’animo umano e delle sorti storiche dell’uomo. Nelle ultime due grandi opere, Historiae e Annales , nessuno si salva, né imperatori né popolo.
Nel 98 Tacito pubblica due opere brevi, l’ Agricola , in memoria del suocero Giulio Agricola, e Germania , un testo etnografico. Questi due testi sono però ancora delle “prove”, ed infatti è negli anni successivi che pubblica le sue opere storiografiche di maggior importanza, le Historiae , scritte a partire dal 106, e gli Annales. Entrambe le opere costituiscono la storia dell’impero del I secolo, e sono scritte “a ritroso”: la prima inizia nel 69, l’anno dei 4 imperatori, e finisce nel 96, con Domiziano; la seconda inizia nel 14, la fine del principato di Augusto, e arriva fino a Nerone, negli anni dal 54 al 68. Un’ulteriore opera è il Dialogus de oratoribus , un dialogo sull’eloquenza che non appartiene al percorso storiografico di Tacito.
È una breve monografia/biografica dedicata a Giulio Agricola, suocero di Tacito e generale sotto Nerone, Vespasiano, Tito e Domiziano. L’opera è divisa in 46 capitoli, suddivisi in 7 parti principali:
Apuleio nacque nel 125 d.C. a Madaura, nell’odierna Algeria, da una famiglia benestante. La maggior parte delle notizie biografiche ci vengono fornite proprio da lui nella Apologia. Compì la sua educazione letteraria e retorica prima a Cartagine e poi ad Atene, dove approfondì gli studi filosofici, la poesia, la musica e fu iniziato ai culti misterici; probabilmente soggiornò anche a Roma per un periodo. Nel 160 giunse a Oea, oggi Tripoli, dove sposò Pudentilla, ma venne accusato dai parenti di lei di averla sedotta con la magia nera. È proprio qui che scrive l’ Apologia , descrivendosi come un intellettuale di successo e grazie al quale venne assolto e potè continuare la sua attività di retore. Dopo questo episodio si trasferì permanentemente a Cartagine, dove probabilmente morì. Apuleio è esponente della cosiddetta “Seconda Sofistica”, una corrente culturale nata in Grecia che raggruppava conferenzieri dall’eloquio accattivante, che mettevano la parola al centro della loro attività pubblica. Amavano definirsi filosofi, anche se in realtà erano solo appassionati cultori della materie e non ideatori di nuove dottrine. In particolare, gli interessi filosofici di Apuleio si rivolgono soprattutto al medioplatonismo e alle religioni misteriche, che si ritroveranno anche nelle sue opere.
Si tratta dell’opera più importante di Apuleio. Nonostante il vero nome fosse Metamorphoseon libri XI , “gli undici libri di metamorfosi”, l’opera era anche nota come Asinus aureus , “l’asino d’oro”: asino, perché è l’animale nel quale viene trasformato il protagonista; oro, per indicare il successo straordinario che il libro riscosse. Trama L’opera racconta, in prima persona, le vicende del giovane Lucio che, durante un viaggio in Tessaglia, è spinto da un’insana curiosità per il mondo della magia e vuole fare prova di essa, ma viene trasformato in un asino. Può tornare uomo solo mangiando delle rose, ma una serie di contrattempi glielo impediscono, obbligandolo a rimanere asino per lungo tempo e a passare da un padrone all’altro. Alla fine interviene la dea Iside e Lucio torna umano. Struttura L’opera è divisa in 11 libri, e 11 è anche il numero sacro ad Iside. Si possono riconoscere alcuni nuclei narrativi:
- Nei libri 1-3 è preponderante la magia - Nei libri 4-6 troviamo la fiaba di Amore e Psiche - Nei libri 7-10 ci sono una lunga serie di avventure - Nel libro 11 c’è la rigenerazione religiosa A livello strutturale e narrativo le Metamorfosi presentano alcune analogie con il Satyricon , ma anche delle differenze: innanzitutto le Metamorfosi sono integralmente in prosa; poi si tratta di racconti di argomento o magico o erotico o avventuroso, con tono o tragico o comico o fiabesco; infine le novelle estranee alla vicenda di Lucio sono presenti in numero notevolissimo. Ma la differenza maggiore si ha nello stile: Apuleio non utilizza come Petronio il realismo, ma scrive un racconto fine a se stesso; inoltre, essendo esponente della “Seconda Sofistica”, Apuleio utilizza una lingua e uno stile al passo della moda, con un’ostentazione sfavillante di arte retorica, di virtuosismi verbali, di opere d’arte, ecc. Significato Nonostante ad una prima lettura l’opera sembri essere di motivazione essenzialmente religiosa, in realtà nel primo capitolo Apuleio scrive “ lector, intende: laetaberis ” (“sta’ attento, lettore: ti divertirai”), affermando che quindi il vero fine dell’opera sia il puro divertimento. È molto importante nell’opera la curiositas di Lucio, che, sebbene in un primo momento fosse stata condannata perché lo aveva portato a valicare i limiti del lecito, al termine assume un’accezione negativa, poiché è stata ciò che gli ha permesso di vivere quest’esperienza.