






Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Una introduzione alla morfologia, lo studio delle forme assunte dalle parole. Esplora la nozione di parola, le classi di parole, la differenza tra morfemi e allomorfi, e i processi morfologici come flessione, prefissazione, suffissazione e conversione. Il testo illustra anche la relazione tra morfologia e sintassi.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 11
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!







Cap V La struttura delle parole: morfologia
Lo studio delle parole e delle varie forme che la parola può assumere è la morfologia. Le parole possono essere semplici o complesse. Le parole complesse sono le parole derivate (che possono essere prefissate o suffissate ) e le parole composte. Sia le parole semplici che le parole complesse possono poi essere flesse (per genere, numero) La morfologia è tradizionalmente concepita come lo studio della struttura interna delle parole. Oggi alla morfologia è affidato un compito più complesso: di dar conto di tutte le conoscenze che un parlante ha delle parole della propria lingua, di dire cioè se una parola è ben formata o meno.
1 La nozione di parola
Le parole sono unità del linguaggio umano istintivamente presenti alla consapevolezza dei parlanti. Quasi quotidianamente abbiamo a che fare con parole. I criteri proposti per definire una parola sono stati molti, ma quasi tutti- di fronte alla grande varietà delle lingue del mondo e di fronte a problemi interni ad ogni lingua- si sono rivelati alla lunga inadeguati. Secondo una prima definizione è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi. Tale definizione, però, è sì intuitivamente semplice e sembra molo efficace, ma ha un limite di applicazione in quanto può funzionare solo per lingue dotate di scrittura e non per lingue che ne sono sprovviste. Infine, non sempre la grafia è coerente. Un’altra possibilità è definire “parole” quelle unità della lingua che possono essere usate da sole. Ma questo criterio escluderebbe le parole grammaticali come di, e, ecc che di norma non possono da sole costituire un enunciato. Le soluzioni contemporanee a questo problema si fondano sul riconoscimento che non è possibile definire la nozione di parola una volta per tutte. Si possono distinguere varie accezioni di “parola”, a seconda dal punto di vista a partire dal quale si considera questo “oggetto”. Così le nozioni di parola fonologica, morfologica e sintattica non coincidono.
Un criterio operativo abbastanza efficace è di considerare “parola” quelle unità che non possono essere “interrotte”, o meglio al cui interno non si può inserire dell’altro “materiale” linguistico. Nella maggior parte dei casi un parlante nativo ha intuizioni corrette su cosa siano le parole e che sappia identificarle in un discorso.
•.1. Tema, radice e forma di citazione
Si consideri il verbo amare. La forma a mare è la forma di citazione, la forma che troviamo sui vocabolari, chiamata anche lemma. Questa forma è come la rappresentante di tutte le forme flesse che il verbo può avere. Per l’italiano, la forma di citazione del verbo è la forma dell’infinito mentre per altre lingue vige una tradizione diversa e la forma di citazione è la prima persona dell’indicativo presente. La forma di citazione del nome è il maschile/femminile singolare, la forma di citazione dell’ aggettivo è sempre il maschile singolare o la forma unica di maschile/femminile per gli aggettivi a due uscite. Vi è un’operazione che porta dalle forme flesse ai lemmi ed è chiamata lemmatizzazione e consiste appunto nel riportare una forma flessa al suo lemma.
Per quel che riguarda il verbo, bisogna ancora distinguere tra tema e radice. Se ad un verbo regolare come amare si toglie la desinenza flessiva - re r esta ama: questa forma è il tema del verbo. Il tema si può analizzare a sua volta come una radice più una vocale tematica. Le vocali tematiche dell’infinito italiano sono tre a, e ed i.
Le parole di una lingua sono state tradizionalmente raggruppate in classi o parti del discorso, dette anche categorie lessicali. Le parti del discorso sono il nome, verbo, pronome, aggettivo, preposizione, articolo, avverbio, congiunzione ed interiezione. Alcune di queste classi di parole assumono delle desinenze diverse a seconda delle altre parole con cui si combinano: esse sono perciò dette anche parti del discorso variabili. Le altre parti del discorso sono dette parti invariabili. Un’altra distinzione è quella tra classi di parole aperte e chiuse: le prime sono quelle a cui si possono sempre aggiungere nuovi membri, le seconde quelle formate da un numero finito di membri. E’ ben difficile sostenere che l’elenco tradizionale di nove parti del discorso sia valido per tutte le lingue del mondo: l’esame di lingue diverse dall’italiano lo mostra immediatamente. Prendiamo il caso dell’articolo: esso manca in molte lingue. Questo non significa, però, che non esistano parti del discorso universali: nome e verbo lo sono, ad esempio. I criteri tradizionali in base ai quali si dice che una determinata parola è un nome, oppure un verbo o un aggettivo, sono di tipo semantico , cioè basati sul significato: si dice che i nomi designano delle “ entità ” o degli “ oggetti ”, mentre i verbi designano delle “ azioni ” o dei “ processi ”. Tuttavia, esistono parole, come partenza, descrizione, nascita, che non designano oggetti, ma piuttosto processi: queste parole non sono però verbi, bensì nomi. Viceversa, è abbastanza strano dire che verbi come sapere, conoscere o credere indicano azioni o processi, quando piuttosto designano degli stati. Osservazioni come queste mostrano l’insufficienza dei criteri di tipo semantico per definire le parti del discorso. Si può supporre che le parole siano immagazzinate nella memoria dei parlanti: tutti noi sappiamo produrre una lista di parole; è del tutto plausibile, inoltre, che le parole siano immagazzinate nella memoria insieme alla loro categoria lessicale. Il fatto che ad una parola sia associata una categoria lessicale limita in modo drastico le combinazioni delle parole. Se ad esempio prendiamo quattro parole Mario/mangiare/la/mela e cerchiamo di combinarle, osserveremo che non tutte le combinazioni sono grammaticali. Le parti del discorso possono essere perciò riconosciute in base ai criteri puramente distribuzionali: i nomi, i verbi, saranno definiti in base alle altre classi di parole assieme alle quali possono oppure non possono ricorrere.
•.2. (^) Categorie e sottocategorie
Un parlante “sa” che ragazzo, cane, libro, virtù, sporcizia sono parole, ma sa anche che sono dei nomi ed inoltre che questi nomi hanno proprietà diverse. Se consideriamo questi esempi: a) Il ragazzo legge il libro b) Il cane legge il libro c) La virtù legge il libro d) La sporcizia legge il libro Notiamo subito che solo la prima frase è grammaticale. Ciò ha una spiegazione, in quanto il soggetto del verbo leggere deve essere un nome “di persona”, ovvero marchiato dal tratto [+umano]. Questo permette di capire come la categoria nome sia suddivisa in altre sottocategorie del nome, attraverso vari tratti :
legato al contesto. La distinzione tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali non è naturalmente sempre netta. La loro frequenza nei testi si avvicina al 50%, vale a dire che molto spesso vi è alternanza perfetta tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali.
3.1 Morfemi liberi e legati
I morfemi possono essere
3.2 Parola e morfema
Le parole composte da due morfemi sono parole bimorfemiche. In italiano generalmente nomi ed aggettivi semplici sono bimorfemici mentre i verbi regolari sono trimorfemici (dato che si possono analizzare in radice, vocale tematica e desinenza flessiva). Nonostante l’apparente semplicità operativa della nozione di morfema, restano non risolti molti problemi. Uno in particolare per quanto riguarda l’italiano. Se applichiamo la definizione di morfema a boys e a ragazzi , otteniamo risultati diversi: boys > boy+s ragazzi > ragazz+i
In inglese possiamo togliere il morfema s del plurale e resta boy che è un morfema libero, con pieno significato lessicale. Se all’italiano ragazzi togliamo il morfema -i del plurale, resta ragazz- che non è un morfema libero ed appare come una forma incompleta di ragazzo. Ma anche l’analisi di ragazzo porta alla stessa incongruenza. Per le parole semplici dell’inglese, dunque, può valere una definizione che per l’italiano non vale: una parola è tutto ciò che resta se vi tolgono i morfemi flessivi.
3.3 Morfema e allomorfi
Il termine morfema designa propriamente un’unità astratta che è rappresentata a livello concreto da un allomorfo (morfo). La distinzione è parallela a quella vista in fonologia tra fonema e allofono:
fonologia morfologia
livello astratto fonema morfema
livello concreto allofoni allomorfi
Generalmente un morfema è rappresentato da un solo allomorfo. Vi sono casi però in cui un morfema può essere rappresentato da più allomorfi, come nel caso della formazione del plurale in inglese. Graficamente, il plurale regolare inglese è marcato con una s o con es. Foneticamente, invece, si riscontrano tre realizzazioni diverse [s], [z], [iz]. Queste tre realizzazioni sono condizionate dal contesto ad esempio:
-[s] dopo consonanti sorde -[z] dopo consonanti sonore -[iz] dopo consonanti stridenti
Ognuno di questi tre allomorfi compare in contesti definiti e in quei contesti gli altri allomorfi non possono comparire. In casi come questi, si dice che i tre allomorfi hanno distribuzione complementare. Un italiano un caso analogo è quello dell’articolo maschile i e gli : questi sono due allomorfi la cui distribuzione è determinata foneticamente.
Le parole semplici possono subire diversi tipi di modificazione. I processi morfologici più comuni sono la
5 Morfologia come “processo”
Una categoria lessicale può o nascere come tale oppure po’ diventare verbo attraverso vari processi. Ad esempio:
Esistono dunque diverse modalità che possono portare alla categoria verbo: questo è l’aspetto dinamico della morfologia. Si consideri una parola come indubitabilmente. Dal punto di vista categoriale è un avverbio. Se la morfologia avesse solo un compito classificatorio ci si potrebbe fermare qui. Oppure ci si può chiedere anche “come” questo avverbio è stato costruito. Per esempio, si può supporre che all’aggettivo indubitabile sia stato aggiunto il suffisso -mente. Ma anche indubitabile può essere scomposto: in + dubitabile. A sua volta dubitabile è costruito a partire a partire dal verbo dubita(re) + bile. E’ questo aspetto di formazione che si può chiamare “dinamico”. Anche per quel che riguarda la composizione, ci si può concentrare sul solo “risultato” oppure sul processo. Ci si può quindi domandare quali nomi, aggettivi, verbi possono essere combinati per formare parole composte. Si può poi affrontare la questione dell’ordine degli elementi costitutivi dei composti, detti costituenti. Ci si può pertanto porre il problema non solo di classificare le parole, ma anche di capire attraverso quali vie sono state formate, obbedendo a quali principi, violandone quali altri. Composizione e derivazione si differenziano innanzi tutto perché la prima combina due forme libere mentre la seconda combina una forma libera ed una forma legata. Prefissazione e suffissazione si differenziano in primo luogo perché la suffissazione aggiunge un morfema legato a destra della parola mentre la prefissazione aggiunge un morfema legato a sinistra della parola. In se condo luogo, la prefissazione non cambia la categoria lessicale della parola cui si aggiunge, mentre la suffissazione la cambia: [elegante]A > [in+[elegante]A]A mentre [veloce]A > [[veloce] + ità]N Generalizzando, si può dire che in derivazione ogni categoria lessicale maggiore (N V A) può diventare qualsiasi altra categoria lessicale maggiore. Questa generalizzazione esclude le preposizioni, sia come categoria di entrata sia come categoria di uscita. In più gli aggettivi possono diventare avverbi. In terzo ed ultimo luogo, la suffissazione in italiano di norma cambia la posizione dell’accento della parola di base, mentre con la prefissazione di norma questo non avviene.
Variazioni morfologiche più comuni:
Si osservi che sui 53 prefissi elencati, le categorie privilegiate dalla prefissazione sono 45 nomi, 42 aggettivi, 28 verbi. I prefissi che si aggiungono ad una sola categoria lessicale sono 12 (8 prefissi si aggiungono solo a nome, 3 a verbi e 1 ad aggettivo) Si osservi ancora che in 19 casi i prefissi si possono aggiungere a due sole categorie, nome e aggettivo o aggettivo o verbo. Un prefisso può aggiungersi infine a tutte e tre le categorie in altri 19 casi. Naturalmente non tutti i prefissi qui elencati sono ugualmente produttivi. In altri casi ancora la produttività della costruzione è legata a linguaggi settoriali, come quello della medicina o della chimica. In altri casi, infine, costruzioni apparentemente possibili o non sono o hanno struttura interna diversa da quella richiesta.
9 Allomorfia e suppletivismo
Si ha suppletivismo quando, in una serie morfologicamente omogenea, si trovano radicali diversi che intrattengono evidenti rapporti semantici senza evidenti rapporti formali. Un caso emblematico di suppletivismo è quello della flessione del verbo andare , dove, a seconda delle forme del paradigma flessivo, si alternano le radici and- e va(d). Il suppletivismo si ritrova non solo nella flessione ma in tutto il dominio della formazione delle parole. Idrico ha con acqua un evidente rapporto semantico ma nessuna somiglianza formale. Idro è connesso nel lessico alla “parola” con cui intrattiene uno stretto rapporto semantico, acqua. Le due unità formano un’entrata lessicale complessa e i suffissi che si possono aggiungere a tali unità sono in distribuzione complementare. Un’entrata complessa può arrivare a comprendere diverse unità. Il suppletivismo può essere sia forte che debole. E’ forte quando vi è alternanza dell’intera radice ( Chieti/ teatino), è debole quando tra i membri della coppia vi è una base comune riconoscibile e la differenza è di singoli segmenti fonologici ( Arezzo/aretino) Non è semplice distinguere tra suppletivismo forte e suppletivismo debole da una parte, così come non è semplice distinguere tra suppletivismo e allomorfia dall’altra. Un criterio al quale spesso si fa ricorso è quello della “ distanza fonologica” che si basa sul conto del numero di segmenti diversi tra una forma e l’altra. Quando due diverse forme alternanti dell’italiano sono il frutto di una regola di riaggiustamento si parla di alternanza allomorfica. Ad es. corretto - correzione può essere spiegata attraverso regole che determinano
forme alternanti dell’italiano. Il suppletivismo rappresenta dunque il polo estremo dell’allomorfia: il primo è un’alternanza senza motivazioni fonologiche, la seconda si esprime attraverso un’alternanza motivata fonologicamente
10 Testa in derivazione
Quando si mettono insieme due costituenti per formare una costruzione linguistica più complessa, i due costituenti non sono sullo stesso piano: uno è più importante dell’altro, per esempio è quello che attribuisce a tutta la costruzione la categoria lessicale e molte altre proprietà. In parole come: fama > famoso amministra > amministrazione veloce > velocizzare la categoria di arrivo è data dai suffissi. Si dirà dunque che nelle parole derivate la testa sarà -oso, -zione, - izzare. In altri termini la testa è l’elemento di destra in derivazione. Il meccanismo che trasmette a tutta la costruzione le informazioni necessarie è detto di percolazione.
Vi sono casi in cui il suffisso non sembra cambiare la categoria ma cambia comunque altre informazioni della parola di base. Mentre la suffissazione, con le eccezioni viste, cambia quasi sempre la categoria della base e sempre i suoi tratti sintattico-semantici, la prefissazione non cambia la categoria della base: moglie > ex moglie Dato che in una parola prefissata la testa è la base e non il prefisso e dato che in una parola suffissata la testa è il suffisso, si può confermare che in derivazione la testa si trova a destra.
11 Composizione
Mentre la derivazione consiste nell’aggiunta di una forma legata ad una libera, la composizione consiste nell’unione di due forme libere, di due parole nella stragrande maggioranza dei casi. [ ]x [ ]y > [[ ] x [ ] y ] z Ciò che è peculiare della composizione è il fatto che le due parole che vengono combinate esprimono una relazione grammaticale che è nascosta ma che tuttavia è recuperabile.
Le regole della composizione possono combinare diverse categorie lessicali ma l’uscita è di norma un nome. Le uniche eccezioni riguardano il caso in cui sono coinvolti due aggettivi o il caso in cui l’aggettivo sia un aggettivo di colore.
11.2 Testa in composizione
Si consideri un composto come camposanto. La sua struttura si può rappresentare nel modo seguente:
[ [campo]N + [santo] A ] N
Il composto ha la stessa categoria lessicale (nome) di uno dei suoi costituenti, il nome campo. Diremo che campo è la testa del composto e che la categoria N del composto “deriva”, con la modalità vista sopra della percolazione, dalla testa. Identificare la testa di un composto è importante perché è dalla testa che deriva al composto tutta una serie di proprietà. Per identificare la testa di un composto si può applicare il test “E’ UN” Si consideri ora un altro composto, capostazione , e si applichi il test per la categoria lessicale:
[ [capo] N + [stazione] N ] N
E’ difficile “prevedere” con regolarità il plurale del composto. Un accorgimento molto importante è quello di assicurarsi che i composti in esame siano produttivi: solo per questi si può costruire una “regola”. Con un certo margine di approssimazione, si può dire che i composti produttivi oggi sono quelli con testa a sinistra e flessione della sola testa. Nel corso del tempo i composti tendono a perdere trasparenza e il composto viene flesso secondo la regola generale di flessione dell’italiano, vale a dire a destra.
Le lingue del mondo presentano una grande varietà di tipi di composti. In particolare vi sono composti costruiti con forme legate (i cosiddetti composti neoclassici) e vi sono costruzioni “multi-parole” per le quali non è sempre facile decidere se si tratta di composti o di sintagmi.
12 Morfologia e fonologia
Quando le regole morfologiche combinano due forme libere o una forma libera più una forma legata, la sequenza che ne risulta può essere o perfettamente normale o può necessitare di piccoli riaggiustamenti fonologici. Ad es. vino + aio > vinaio Sono le regole di riaggiustamento anche quelle che “riaggiustano” la vocale finale di parola in composizione con una forma legata: se una forma legata è di origine greca, la vocale finale di parola diventa o, se è latina, la vocale finale di parola diventa i.
Morfologia e sintassi
Non è sempre facile distinguere tra composti e sintagmi. Si può però far ricorso a due criteri: l’inseribilità di materiale lessicale e la trasparenza ai processi sintattici. Un composto è una parola, la parola è caratterizzata dal fatto che non è interrompibile: non si può cioè inserire del materiale lessicale all’interno di una parola. Il secondo criterio riguarda il fatto che i costituenti di un composto non sono “visibili” alle normali regole della sintassi: questa [ [lava] + [piatti] ] è costosa ma non li lava bene
In questa frase il pronome li non può “fare riferimento” a piatti perché queste due parole sono “opache” alle regole della sintassi: sono parole complesse al cui interno la sintassi non può “entrare”.
Morfologia e semantica
La formazione delle parole consta di una parte formale e di una parte semantica. E’ naturale che i processi di formazione di parola abbiano una diretta relazione con la semantica, giacché gli affissi portano con sé la loro parte di significato che si unirà in una funzione con il significato della parole di base. Allo stesso modo la semantica entra in composizione, giacchè le singole semantiche dei due costituenti dei composti si formano per dare luogo al significato della forma di uscita. In affissazione, si consideri il significato della parola suffissate vinaio , colui che vende vino. Il significato delle diverse parole in -aio consta di una parte fissa (persona che vende) e di una parte variabile (vino). La parte fissa è la parte di significato, mentre la parte variabile corrisponde al nome di base. Possiamo quindi arrivare ad una parafrasi unica se formuliamo il significato utilizzando delle variabili:
persone che vende N (dove N è la base)
Questa parafrasi può essere applicata ad un gran numero di parole in - aio. Non a tutte però. Per esempio un orologiaio “vende” orologi ma li “ripara” anche o addirittura li fabbrica. La parafrasi andrà quindi modificata in:
persona che svolge un’attività connessa con N
Passando ad un altro suffisso, come - bile , si può constatare che la sua semantica ha un significato “passivo”. Si potrebbe così creare una formula astratta più generale:
che può essere X-ato (dove X è un verbo transitivo)
Nella formazione delle parole, i vari suffissi selezionano uno dei significativi della base. Vi sono diversi casi in cui il significato interagisce con la formazione delle parole, uno di questi è stato chiamato “blocco” che è un tipo di restrizione semantica all’uscita. Il blocco avviene quando una parola complessa non viene formata, ferma restando la sua possibile buona formazione fonologica, morfologica e sintattica, perché esiste già un’altra parola nel lessico che copre il significato che la parola complessa in questione andrebbe a rivestire.
Bello > inbello perché esiste brutto
Con “blocco” si definisce anche la condizione per cui alcuni affissi bloccano l’applicazione di altri affissi loro concorrenti. Le regole di formazione di parola hanno significato composizionale. Ciò è vero quando la regola è produttiva, mentre una parola che permane a lungo nel lessico può acquistare significati idiomatici non più desumibili dagli elementi che la costituiscono. Una parola come tavolaccio non significa soltanto “un pessimo tavolo” ma anche “giaciglio del prigioniero”, significato che non si può desumere dai due costituenti. Si tratta delle cosiddette idiosincrasie, casi della lingua in cui il comportamento delle unità linguistiche non è prevedibile o risponde a regole sincroniche produttive. Inoltre il contenuto semantico è fondamentale nel rintracciare la testa in composizione. Nello stesso modo in cui si assiste a idiosincrasie in affissazione, vi sono casi di semantica non composizionale nei composti. Parole come pomodoro, gentildonna, santabarbara non hanno semantica trasparente, rintracciabile cioè tramite la somma della semantica dei due costituenti. Parliamo dunque di composti lessicalizzati vale a dire forme immagazzinate nel lessico come tali e dunque non formate tramite regole