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Morfologia: La Struttura delle Parole, Sintesi del corso di Linguistica Generale

Una introduzione alla morfologia, lo studio delle forme assunte dalle parole. Esplora la nozione di parola, le classi di parole, la differenza tra morfemi e allomorfi, e i processi morfologici come flessione, prefissazione, suffissazione e conversione. Il testo illustra anche la relazione tra morfologia e sintassi.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 13/01/2019

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giulia-sanfilippo-1 🇮🇹

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Cap V La struttura delle parole: morfologia
Lo studio delle parole e delle varie forme che la parola può assumere è la morfologia. Le parole possono
essere semplici o complesse. Le parole complesse sono le parole derivate (che possono essere prefissate o
suffissate) e le parole composte. Sia le parole semplici che le parole complesse possono poi essere flesse
(per genere, numero)
La morfologia è tradizionalmente concepita come lo studio della struttura interna delle parole. Oggi alla
morfologia è affidato un compito più complesso: di dar conto di tutte le conoscenze che un parlante ha delle
parole della propria lingua, di dire cioè se una parola è ben formata o meno.
1 La nozione di parola
Le parole sono unità del linguaggio umano istintivamente presenti alla consapevolezza dei parlanti. Quasi
quotidianamente abbiamo a che fare con parole.
I criteri proposti per definire una parola sono stati molti, ma quasi tutti- di fronte alla grande varietà delle
lingue del mondo e di fronte a problemi interni ad ogni lingua- si sono rivelati alla lunga inadeguati.
Secondo una prima definizione è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi. Tale definizione, però, è sì
intuitivamente semplice e sembra molo efficace, ma ha un limite di applicazione in quanto può funzionare
solo per lingue dotate di scrittura e non per lingue che ne sono sprovviste. Infine, non sempre la grafia è
coerente.
Un’altra possibilità è definire “parole” quelle unità della lingua che possono essere usate da sole. Ma questo
criterio escluderebbe le parole grammaticali come di, e, ecc che di norma non possono da sole costituire un
enunciato.
Le soluzioni contemporanee a questo problema si fondano sul riconoscimento che non è possibile definire la
nozione di parola una volta per tutte. Si possono distinguere varie accezioni di “parola”, a seconda dal punto
di vista a partire dal quale si considera questo “oggetto”. Così le nozioni di parola fonologica, morfologica
e sintattica non coincidono.
Parola fonologica: gruppo di sillabe raccolte intorno a una sillaba preminente accentata: non sempre
coincide con una parola morfologica.Es. casale, dammelo, per questo, il cane.
Parola morfologica: combinazione minima di morfemi che funziona come entità autonoma Es.
tavolata, sala, attesa, incartare, coltello, cucinare. Nella parola morfologica:
-Lordine dei morfemi è fisso
-La parola è di solito separata, separabile nella scrittura.
-I confini di parola sono punti di “pausa potenziale nel discorso”.
-Foneticamente la pronuncia è ininterrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.
Parola sintagmatica: combinazione di lessemi che funziona come entità autonoma, idiomatica o no.
Es. tavola rotonda, sala d’attesa, carta di credito, coltello da cucina.
Un criterio operativo abbastanza efficace è di considerare “parola” quelle unità che non possono essere
“interrotte”, o meglio al cui interno non si può inserire dell’altro “materiale” linguistico.
Nella maggior parte dei casi un parlante nativo ha intuizioni corrette su cosa siano le parole e che sappia
identificarle in un discorso.
•.1. Tema, radice e forma di citazione
Si consideri il verbo amare. La forma amare è la forma di citazione, la forma che troviamo sui vocabolari,
chiamata anche lemma. Questa forma è come la rappresentante di tutte le forme flesse che il verbo può
avere.
Per l’italiano, la forma di citazione del verbo è la forma dell’infinito mentre per altre lingue vige una
tradizione diversa e la forma di citazione è la prima persona dell’indicativo presente. La forma di citazione
del nome è il maschile/femminile singolare, la forma di citazione dell’aggettivo è sempre il maschile
singolare o la forma unica di maschile/femminile per gli aggettivi a due uscite.
Vi è un’operazione che porta dalle forme flesse ai lemmi ed è chiamata lemmatizzazione e consiste appunto
nel riportare una forma flessa al suo lemma.
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Cap V La struttura delle parole: morfologia

Lo studio delle parole e delle varie forme che la parola può assumere è la morfologia. Le parole possono essere semplici o complesse. Le parole complesse sono le parole derivate (che possono essere prefissate o suffissate ) e le parole composte. Sia le parole semplici che le parole complesse possono poi essere flesse (per genere, numero) La morfologia è tradizionalmente concepita come lo studio della struttura interna delle parole. Oggi alla morfologia è affidato un compito più complesso: di dar conto di tutte le conoscenze che un parlante ha delle parole della propria lingua, di dire cioè se una parola è ben formata o meno.

1 La nozione di parola

Le parole sono unità del linguaggio umano istintivamente presenti alla consapevolezza dei parlanti. Quasi quotidianamente abbiamo a che fare con parole. I criteri proposti per definire una parola sono stati molti, ma quasi tutti- di fronte alla grande varietà delle lingue del mondo e di fronte a problemi interni ad ogni lingua- si sono rivelati alla lunga inadeguati. Secondo una prima definizione è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi. Tale definizione, però, è sì intuitivamente semplice e sembra molo efficace, ma ha un limite di applicazione in quanto può funzionare solo per lingue dotate di scrittura e non per lingue che ne sono sprovviste. Infine, non sempre la grafia è coerente. Un’altra possibilità è definire “parole” quelle unità della lingua che possono essere usate da sole. Ma questo criterio escluderebbe le parole grammaticali come di, e, ecc che di norma non possono da sole costituire un enunciato. Le soluzioni contemporanee a questo problema si fondano sul riconoscimento che non è possibile definire la nozione di parola una volta per tutte. Si possono distinguere varie accezioni di “parola”, a seconda dal punto di vista a partire dal quale si considera questo “oggetto”. Così le nozioni di parola fonologica, morfologica e sintattica non coincidono.

  • Parola fonologica: gruppo di sillabe raccolte intorno a una sillaba preminente accentata: non sempre coincide con una parola morfologica.Es. casale, dammelo, per questo, il cane.
  • (^) Parola morfologica: combinazione minima di morfemi che funziona come entità autonoma Es. tavolata, sala, attesa, incartare, coltello, cucinare. Nella parola morfologica: -L’ ordine dei morfemi è fisso -La parola è di solito separata, separabile nella scrittura. -I confini di parola sono punti di “pausa potenziale nel discorso”. -Foneticamente la pronuncia è ininterrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.
  • Parola sintagmatica: combinazione di lessemi che funziona come entità autonoma, idiomatica o no. Es. tavola rotonda, sala d’attesa, carta di credito, coltello da cucina.

Un criterio operativo abbastanza efficace è di considerare “parola” quelle unità che non possono essere “interrotte”, o meglio al cui interno non si può inserire dell’altro “materiale” linguistico. Nella maggior parte dei casi un parlante nativo ha intuizioni corrette su cosa siano le parole e che sappia identificarle in un discorso.

•.1. Tema, radice e forma di citazione

Si consideri il verbo amare. La forma a mare è la forma di citazione, la forma che troviamo sui vocabolari, chiamata anche lemma. Questa forma è come la rappresentante di tutte le forme flesse che il verbo può avere. Per l’italiano, la forma di citazione del verbo è la forma dell’infinito mentre per altre lingue vige una tradizione diversa e la forma di citazione è la prima persona dell’indicativo presente. La forma di citazione del nome è il maschile/femminile singolare, la forma di citazione dell’ aggettivo è sempre il maschile singolare o la forma unica di maschile/femminile per gli aggettivi a due uscite. Vi è un’operazione che porta dalle forme flesse ai lemmi ed è chiamata lemmatizzazione e consiste appunto nel riportare una forma flessa al suo lemma.

Per quel che riguarda il verbo, bisogna ancora distinguere tra tema e radice. Se ad un verbo regolare come amare si toglie la desinenza flessiva - re r esta ama: questa forma è il tema del verbo. Il tema si può analizzare a sua volta come una radice più una vocale tematica. Le vocali tematiche dell’infinito italiano sono tre a, e ed i.

  1. Classi di parole

Le parole di una lingua sono state tradizionalmente raggruppate in classi o parti del discorso, dette anche categorie lessicali. Le parti del discorso sono il nome, verbo, pronome, aggettivo, preposizione, articolo, avverbio, congiunzione ed interiezione. Alcune di queste classi di parole assumono delle desinenze diverse a seconda delle altre parole con cui si combinano: esse sono perciò dette anche parti del discorso variabili. Le altre parti del discorso sono dette parti invariabili. Un’altra distinzione è quella tra classi di parole aperte e chiuse: le prime sono quelle a cui si possono sempre aggiungere nuovi membri, le seconde quelle formate da un numero finito di membri. E’ ben difficile sostenere che l’elenco tradizionale di nove parti del discorso sia valido per tutte le lingue del mondo: l’esame di lingue diverse dall’italiano lo mostra immediatamente. Prendiamo il caso dell’articolo: esso manca in molte lingue. Questo non significa, però, che non esistano parti del discorso universali: nome e verbo lo sono, ad esempio. I criteri tradizionali in base ai quali si dice che una determinata parola è un nome, oppure un verbo o un aggettivo, sono di tipo semantico , cioè basati sul significato: si dice che i nomi designano delle “ entità ” o degli “ oggetti ”, mentre i verbi designano delle “ azioni ” o dei “ processi ”. Tuttavia, esistono parole, come partenza, descrizione, nascita, che non designano oggetti, ma piuttosto processi: queste parole non sono però verbi, bensì nomi. Viceversa, è abbastanza strano dire che verbi come sapere, conoscere o credere indicano azioni o processi, quando piuttosto designano degli stati. Osservazioni come queste mostrano l’insufficienza dei criteri di tipo semantico per definire le parti del discorso. Si può supporre che le parole siano immagazzinate nella memoria dei parlanti: tutti noi sappiamo produrre una lista di parole; è del tutto plausibile, inoltre, che le parole siano immagazzinate nella memoria insieme alla loro categoria lessicale. Il fatto che ad una parola sia associata una categoria lessicale limita in modo drastico le combinazioni delle parole. Se ad esempio prendiamo quattro parole Mario/mangiare/la/mela e cerchiamo di combinarle, osserveremo che non tutte le combinazioni sono grammaticali. Le parti del discorso possono essere perciò riconosciute in base ai criteri puramente distribuzionali: i nomi, i verbi, saranno definiti in base alle altre classi di parole assieme alle quali possono oppure non possono ricorrere.

•.2. (^) Categorie e sottocategorie

Un parlante “sa” che ragazzo, cane, libro, virtù, sporcizia sono parole, ma sa anche che sono dei nomi ed inoltre che questi nomi hanno proprietà diverse. Se consideriamo questi esempi: a) Il ragazzo legge il libro b) Il cane legge il libro c) La virtù legge il libro d) La sporcizia legge il libro Notiamo subito che solo la prima frase è grammaticale. Ciò ha una spiegazione, in quanto il soggetto del verbo leggere deve essere un nome “di persona”, ovvero marchiato dal tratto [+umano]. Questo permette di capire come la categoria nome sia suddivisa in altre sottocategorie del nome, attraverso vari tratti :

legato al contesto. La distinzione tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali non è naturalmente sempre netta. La loro frequenza nei testi si avvicina al 50%, vale a dire che molto spesso vi è alternanza perfetta tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali.

3.1 Morfemi liberi e legati

I morfemi possono essere

  • (^) Liberi: quelli che possono ricorrere da soli in una frase come bar, ieri, virtù. I morfemi liberi dell’italiano sono parole.
  • Legati: quelli che non possono ricorrere da soli in una frase e che per poterlo fare si debbono “aggiungere” a qualche altra unità. I morfemi legati sono quelli flessivi, e tutti i suffissi e i prefissi.

3.2 Parola e morfema

Le parole composte da due morfemi sono parole bimorfemiche. In italiano generalmente nomi ed aggettivi semplici sono bimorfemici mentre i verbi regolari sono trimorfemici (dato che si possono analizzare in radice, vocale tematica e desinenza flessiva). Nonostante l’apparente semplicità operativa della nozione di morfema, restano non risolti molti problemi. Uno in particolare per quanto riguarda l’italiano. Se applichiamo la definizione di morfema a boys e a ragazzi , otteniamo risultati diversi: boys > boy+s ragazzi > ragazz+i

In inglese possiamo togliere il morfema s del plurale e resta boy che è un morfema libero, con pieno significato lessicale. Se all’italiano ragazzi togliamo il morfema -i del plurale, resta ragazz- che non è un morfema libero ed appare come una forma incompleta di ragazzo. Ma anche l’analisi di ragazzo porta alla stessa incongruenza. Per le parole semplici dell’inglese, dunque, può valere una definizione che per l’italiano non vale: una parola è tutto ciò che resta se vi tolgono i morfemi flessivi.

3.3 Morfema e allomorfi

Il termine morfema designa propriamente un’unità astratta che è rappresentata a livello concreto da un allomorfo (morfo). La distinzione è parallela a quella vista in fonologia tra fonema e allofono:

fonologia morfologia

livello astratto fonema morfema

livello concreto allofoni allomorfi

Generalmente un morfema è rappresentato da un solo allomorfo. Vi sono casi però in cui un morfema può essere rappresentato da più allomorfi, come nel caso della formazione del plurale in inglese. Graficamente, il plurale regolare inglese è marcato con una s o con es. Foneticamente, invece, si riscontrano tre realizzazioni diverse [s], [z], [iz]. Queste tre realizzazioni sono condizionate dal contesto ad esempio:

-[s] dopo consonanti sorde -[z] dopo consonanti sonore -[iz] dopo consonanti stridenti

Ognuno di questi tre allomorfi compare in contesti definiti e in quei contesti gli altri allomorfi non possono comparire. In casi come questi, si dice che i tre allomorfi hanno distribuzione complementare. Un italiano un caso analogo è quello dell’articolo maschile i e gli : questi sono due allomorfi la cui distribuzione è determinata foneticamente.

  1. Flessione, derivazione, composizione

Le parole semplici possono subire diversi tipi di modificazione. I processi morfologici più comuni sono la

  • Derivazione: raggruppa tre diversi processi e consta dell’aggiunta di una forma legata ( affisso ) ad una forma libera. Se l’affisso si aggiunge a sinistra della parola, allora l’affisso sarà un prefisso e il processo si chiamerà di prefissazione. Se l’affisso si aggiunge a destra della parola, allora l’affisso sarà un suffisso e il processo si chiamerà di suffissazione. Se l’affisso si aggiunge nel mezzo della parola, allora l’affisso sarà un infisso e il processo si chiamerà di infissazione.
  • Composizione: forma invece parole nuove a partire da due parole esistenti
  • (^) Flessione: aggiunge alla parola di base informazioni relative a genere, numero, caso, tempo, modo, diatesi, persona.

5 Morfologia come “processo”

Una categoria lessicale può o nascere come tale oppure po’ diventare verbo attraverso vari processi. Ad esempio:

  • (^) Rompere: nato già come verbo
  • Palla > Palleggio > Palleggiare: da N > N >V

Esistono dunque diverse modalità che possono portare alla categoria verbo: questo è l’aspetto dinamico della morfologia. Si consideri una parola come indubitabilmente. Dal punto di vista categoriale è un avverbio. Se la morfologia avesse solo un compito classificatorio ci si potrebbe fermare qui. Oppure ci si può chiedere anche “come” questo avverbio è stato costruito. Per esempio, si può supporre che all’aggettivo indubitabile sia stato aggiunto il suffisso -mente. Ma anche indubitabile può essere scomposto: in + dubitabile. A sua volta dubitabile è costruito a partire a partire dal verbo dubita(re) + bile. E’ questo aspetto di formazione che si può chiamare “dinamico”. Anche per quel che riguarda la composizione, ci si può concentrare sul solo “risultato” oppure sul processo. Ci si può quindi domandare quali nomi, aggettivi, verbi possono essere combinati per formare parole composte. Si può poi affrontare la questione dell’ordine degli elementi costitutivi dei composti, detti costituenti. Ci si può pertanto porre il problema non solo di classificare le parole, ma anche di capire attraverso quali vie sono state formate, obbedendo a quali principi, violandone quali altri. Composizione e derivazione si differenziano innanzi tutto perché la prima combina due forme libere mentre la seconda combina una forma libera ed una forma legata. Prefissazione e suffissazione si differenziano in primo luogo perché la suffissazione aggiunge un morfema legato a destra della parola mentre la prefissazione aggiunge un morfema legato a sinistra della parola. In se condo luogo, la prefissazione non cambia la categoria lessicale della parola cui si aggiunge, mentre la suffissazione la cambia: [elegante]A > [in+[elegante]A]A mentre [veloce]A > [[veloce] + ità]N Generalizzando, si può dire che in derivazione ogni categoria lessicale maggiore (N V A) può diventare qualsiasi altra categoria lessicale maggiore. Questa generalizzazione esclude le preposizioni, sia come categoria di entrata sia come categoria di uscita. In più gli aggettivi possono diventare avverbi. In terzo ed ultimo luogo, la suffissazione in italiano di norma cambia la posizione dell’accento della parola di base, mentre con la prefissazione di norma questo non avviene.

Variazioni morfologiche più comuni:

  • Flessione: è realizzata tramite morfemi legati che si aggiungono a basi che necessitano marche grammaticali di qualche tipo. Le informazioni grammaticali, dette morfosintattiche, si distinguono tramite diverse categorie. Le categorie morfosintattiche sono ad esempio il numero, il genere, il caso, il modo, il tempo, l’aspetto. I tratti morfosintattici sono invece i valori che ogni categoria può assumere: In libr-o la o esprime la categoria morfosintattica ‘numero’ del nome, Tale categoria ha, in italiano, due possibili tratti cioè il plurale e il singolare. Inoltre i tratti che le varie categorie morfosintattiche possono assumere sono di due tipi: inerenti e contestuali. I tratti inerenti sono i tratti che sono insiti nella parola. I tratti contestuali sono legati al contesto in cui la parola viene a trovarsi, come ad esempio il caso dell’accordo di genere, ma anche

Si osservi che sui 53 prefissi elencati, le categorie privilegiate dalla prefissazione sono 45 nomi, 42 aggettivi, 28 verbi. I prefissi che si aggiungono ad una sola categoria lessicale sono 12 (8 prefissi si aggiungono solo a nome, 3 a verbi e 1 ad aggettivo) Si osservi ancora che in 19 casi i prefissi si possono aggiungere a due sole categorie, nome e aggettivo o aggettivo o verbo. Un prefisso può aggiungersi infine a tutte e tre le categorie in altri 19 casi. Naturalmente non tutti i prefissi qui elencati sono ugualmente produttivi. In altri casi ancora la produttività della costruzione è legata a linguaggi settoriali, come quello della medicina o della chimica. In altri casi, infine, costruzioni apparentemente possibili o non sono o hanno struttura interna diversa da quella richiesta.

  • L’ infissazione è un fenomeno di gran lunga più marginale rispetto a suffissazione e prefissazione, al punto che ad es. in italiano si possono rinvenirne pochissimi casi. L’infissazione è molto più spesso un fenomeno flessivo che derivazionale. Nelle lingue indoeuropee l’infissazione non è un processo molto attestato. In italiano si potrebbe forse considerare un caso di infissazione una parola come mangi-ucchi-are , dove -ucchi- essendo inserito all’interno della parola mangiare potrebbe essere considerato un infisso. In inglese ci sono casi di tipo scientifico o colloquiale. Gli altri casi si allontanano dall’inglese standard. Un altro esempio è quello degli infissi espletivi (registro volgare).
  • Ma vi sono altri processi morfologici che non consistono propriamente nell’aggiunta di un morfema ad una base, tra questi ricordiamo:
    • conversione: consiste in un cambiamento di categoria senza che sia stato aggiunto alla base un affisso manifesto. In italiano la conversione è molto comune nel passaggio da aggettivo a nome ( vecchio > il vecchio ), da infinito a nome ( volere > il volere )
    • reduplicazione o raddoppiamento : consiste nel raddoppiamento di un segmento e può essere parziale. La reduplicazione può riguardare sia la flessione sia la composizione, sia la derivazione.
    • parasintesi: può essere sia verbale che aggettivale. Una forma è parasintetica quando è formata da una base più prefisso ed un suffisso, in cui però la sequenza “prefisso+base” non è una parola dell’italiano e nemmeno la sequenza “base+suffisso” lo è: ingiallire è formato dal prefisso in-, dalla base aggettivale giallo e dal suffisso - ire ; ma né ingiallo o giallire sono sequenze grammaticali. Infine, processi di formazione di parola più rari o più sporadici sono quello che porta a retroformazioni e quello che dà luogo alla formazione di ideofoni.

9 Allomorfia e suppletivismo

Si ha suppletivismo quando, in una serie morfologicamente omogenea, si trovano radicali diversi che intrattengono evidenti rapporti semantici senza evidenti rapporti formali. Un caso emblematico di suppletivismo è quello della flessione del verbo andare , dove, a seconda delle forme del paradigma flessivo, si alternano le radici and- e va(d). Il suppletivismo si ritrova non solo nella flessione ma in tutto il dominio della formazione delle parole. Idrico ha con acqua un evidente rapporto semantico ma nessuna somiglianza formale. Idro è connesso nel lessico alla “parola” con cui intrattiene uno stretto rapporto semantico, acqua. Le due unità formano un’entrata lessicale complessa e i suffissi che si possono aggiungere a tali unità sono in distribuzione complementare. Un’entrata complessa può arrivare a comprendere diverse unità. Il suppletivismo può essere sia forte che debole. E’ forte quando vi è alternanza dell’intera radice ( Chieti/ teatino), è debole quando tra i membri della coppia vi è una base comune riconoscibile e la differenza è di singoli segmenti fonologici ( Arezzo/aretino) Non è semplice distinguere tra suppletivismo forte e suppletivismo debole da una parte, così come non è semplice distinguere tra suppletivismo e allomorfia dall’altra. Un criterio al quale spesso si fa ricorso è quello della “ distanza fonologica” che si basa sul conto del numero di segmenti diversi tra una forma e l’altra. Quando due diverse forme alternanti dell’italiano sono il frutto di una regola di riaggiustamento si parla di alternanza allomorfica. Ad es. corretto - correzione può essere spiegata attraverso regole che determinano

forme alternanti dell’italiano. Il suppletivismo rappresenta dunque il polo estremo dell’allomorfia: il primo è un’alternanza senza motivazioni fonologiche, la seconda si esprime attraverso un’alternanza motivata fonologicamente

10 Testa in derivazione

Quando si mettono insieme due costituenti per formare una costruzione linguistica più complessa, i due costituenti non sono sullo stesso piano: uno è più importante dell’altro, per esempio è quello che attribuisce a tutta la costruzione la categoria lessicale e molte altre proprietà. In parole come: fama > famoso amministra > amministrazione veloce > velocizzare la categoria di arrivo è data dai suffissi. Si dirà dunque che nelle parole derivate la testa sarà -oso, -zione, - izzare. In altri termini la testa è l’elemento di destra in derivazione. Il meccanismo che trasmette a tutta la costruzione le informazioni necessarie è detto di percolazione.

Vi sono casi in cui il suffisso non sembra cambiare la categoria ma cambia comunque altre informazioni della parola di base. Mentre la suffissazione, con le eccezioni viste, cambia quasi sempre la categoria della base e sempre i suoi tratti sintattico-semantici, la prefissazione non cambia la categoria della base: moglie > ex moglie Dato che in una parola prefissata la testa è la base e non il prefisso e dato che in una parola suffissata la testa è il suffisso, si può confermare che in derivazione la testa si trova a destra.

11 Composizione

Mentre la derivazione consiste nell’aggiunta di una forma legata ad una libera, la composizione consiste nell’unione di due forme libere, di due parole nella stragrande maggioranza dei casi. [ ]x [ ]y > [[ ] x [ ] y ] z Ciò che è peculiare della composizione è il fatto che le due parole che vengono combinate esprimono una relazione grammaticale che è nascosta ma che tuttavia è recuperabile.

Le regole della composizione possono combinare diverse categorie lessicali ma l’uscita è di norma un nome. Le uniche eccezioni riguardano il caso in cui sono coinvolti due aggettivi o il caso in cui l’aggettivo sia un aggettivo di colore.

11.2 Testa in composizione

Si consideri un composto come camposanto. La sua struttura si può rappresentare nel modo seguente:

[ [campo]N + [santo] A ] N

Il composto ha la stessa categoria lessicale (nome) di uno dei suoi costituenti, il nome campo. Diremo che campo è la testa del composto e che la categoria N del composto “deriva”, con la modalità vista sopra della percolazione, dalla testa. Identificare la testa di un composto è importante perché è dalla testa che deriva al composto tutta una serie di proprietà. Per identificare la testa di un composto si può applicare il test “E’ UN” Si consideri ora un altro composto, capostazione , e si applichi il test per la categoria lessicale:

[ [capo] N + [stazione] N ] N

  • Composti senza flessione, cioè invariabili
  • (^) Casi in cui la flessione non è flessione di tutto il composto, ma di uno dei suoi costituenti: ad esempio la prima o seconda parola.

E’ difficile “prevedere” con regolarità il plurale del composto. Un accorgimento molto importante è quello di assicurarsi che i composti in esame siano produttivi: solo per questi si può costruire una “regola”. Con un certo margine di approssimazione, si può dire che i composti produttivi oggi sono quelli con testa a sinistra e flessione della sola testa. Nel corso del tempo i composti tendono a perdere trasparenza e il composto viene flesso secondo la regola generale di flessione dell’italiano, vale a dire a destra.

Le lingue del mondo presentano una grande varietà di tipi di composti. In particolare vi sono composti costruiti con forme legate (i cosiddetti composti neoclassici) e vi sono costruzioni “multi-parole” per le quali non è sempre facile decidere se si tratta di composti o di sintagmi.

  • (^) Composti neoclassici : sono formati da due forme legate di origine greca o latina (detti confissi) o da una forma libera più una forma legata: es. parri+cida o dieta+logo
  • Composti incorporati: derivano da un sintagma costituito da un verbo seguito da un SN oggetto, L’incorporazione consiste nella formazione di un verbo composto il cui primo costituente è il SN “oggetto”. Questo processo non è estraneo all’inglese che ha formazioni come to babysit “fare la babysitter”. In genere il nome incorporato è l’oggetto diretto ma talvolta anche complementi obliqui, come gli strumentali possono essere incorporati.
  • Composti sintagmatici: si trovano in inglese e in afrikaans ed è chiamato così in quanto sembra più di origine sintattica che di origine morfologica: Ad es. [ pipe and slipper] husband un marito pipa e pantofole Che si tratti di costruzioni più sintattiche che morfologiche è testimoniato dal fatto che in corrispondenti costruzioni dell’italiano si può inserire materiale lessicale come: un marito tutto pipa e pantofole
  • Composti reduplicati: si tratta di composti costituiti dalla stessa parola ripetuta ed hanno in genere un significato intensivo o iterativo. Ad es. lecca-lecca
  • Composti troncati: si concatenano delle sotto-parti dei due costituenti, un po’ come le cosiddette parole macedonia tipo motel o smog. Anche in italiano vi sono formazioni simili come ad esempio confindustria o confcommericio.

12 Morfologia e fonologia

Quando le regole morfologiche combinano due forme libere o una forma libera più una forma legata, la sequenza che ne risulta può essere o perfettamente normale o può necessitare di piccoli riaggiustamenti fonologici. Ad es. vino + aio > vinaio Sono le regole di riaggiustamento anche quelle che “riaggiustano” la vocale finale di parola in composizione con una forma legata: se una forma legata è di origine greca, la vocale finale di parola diventa o, se è latina, la vocale finale di parola diventa i.

Morfologia e sintassi

Non è sempre facile distinguere tra composti e sintagmi. Si può però far ricorso a due criteri: l’inseribilità di materiale lessicale e la trasparenza ai processi sintattici. Un composto è una parola, la parola è caratterizzata dal fatto che non è interrompibile: non si può cioè inserire del materiale lessicale all’interno di una parola. Il secondo criterio riguarda il fatto che i costituenti di un composto non sono “visibili” alle normali regole della sintassi: questa [ [lava] + [piatti] ] è costosa ma non li lava bene

In questa frase il pronome li non può “fare riferimento” a piatti perché queste due parole sono “opache” alle regole della sintassi: sono parole complesse al cui interno la sintassi non può “entrare”.

Morfologia e semantica

La formazione delle parole consta di una parte formale e di una parte semantica. E’ naturale che i processi di formazione di parola abbiano una diretta relazione con la semantica, giacché gli affissi portano con sé la loro parte di significato che si unirà in una funzione con il significato della parole di base. Allo stesso modo la semantica entra in composizione, giacchè le singole semantiche dei due costituenti dei composti si formano per dare luogo al significato della forma di uscita. In affissazione, si consideri il significato della parola suffissate vinaio , colui che vende vino. Il significato delle diverse parole in -aio consta di una parte fissa (persona che vende) e di una parte variabile (vino). La parte fissa è la parte di significato, mentre la parte variabile corrisponde al nome di base. Possiamo quindi arrivare ad una parafrasi unica se formuliamo il significato utilizzando delle variabili:

persone che vende N (dove N è la base)

Questa parafrasi può essere applicata ad un gran numero di parole in - aio. Non a tutte però. Per esempio un orologiaio “vende” orologi ma li “ripara” anche o addirittura li fabbrica. La parafrasi andrà quindi modificata in:

persona che svolge un’attività connessa con N

Passando ad un altro suffisso, come - bile , si può constatare che la sua semantica ha un significato “passivo”. Si potrebbe così creare una formula astratta più generale:

che può essere X-ato (dove X è un verbo transitivo)

Nella formazione delle parole, i vari suffissi selezionano uno dei significativi della base. Vi sono diversi casi in cui il significato interagisce con la formazione delle parole, uno di questi è stato chiamato “blocco” che è un tipo di restrizione semantica all’uscita. Il blocco avviene quando una parola complessa non viene formata, ferma restando la sua possibile buona formazione fonologica, morfologica e sintattica, perché esiste già un’altra parola nel lessico che copre il significato che la parola complessa in questione andrebbe a rivestire.

Bello > inbello perché esiste brutto

Con “blocco” si definisce anche la condizione per cui alcuni affissi bloccano l’applicazione di altri affissi loro concorrenti. Le regole di formazione di parola hanno significato composizionale. Ciò è vero quando la regola è produttiva, mentre una parola che permane a lungo nel lessico può acquistare significati idiomatici non più desumibili dagli elementi che la costituiscono. Una parola come tavolaccio non significa soltanto “un pessimo tavolo” ma anche “giaciglio del prigioniero”, significato che non si può desumere dai due costituenti. Si tratta delle cosiddette idiosincrasie, casi della lingua in cui il comportamento delle unità linguistiche non è prevedibile o risponde a regole sincroniche produttive. Inoltre il contenuto semantico è fondamentale nel rintracciare la testa in composizione. Nello stesso modo in cui si assiste a idiosincrasie in affissazione, vi sono casi di semantica non composizionale nei composti. Parole come pomodoro, gentildonna, santabarbara non hanno semantica trasparente, rintracciabile cioè tramite la somma della semantica dei due costituenti. Parliamo dunque di composti lessicalizzati vale a dire forme immagazzinate nel lessico come tali e dunque non formate tramite regole