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Il Multiculturalismo: Crisi della Modernità e Tema della Differenza - Prof. Marchetti, Prove d'esame di Sociologia Dei Media

L’idea di una possibile società multiculturale muove passioni e paure, stimola dibattiti, pone interrogativi. C'è chi sostiene la necessità di riconoscere e valorizzare la differenza culturale delle minoranze se si vuole attuare una reale società democratica e combattere antiche forme di discriminazione

Tipologia: Prove d'esame

2018/2019

Caricato il 16/01/2019

Bene-97
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LE SOCIETA MULTICULTURALI
MULTICULTURALISMO l’utilizzo del singolare induce, in maniera fuorviante, a considerarlo come un concetto
uniforme, corrispondente ad un’unica posizione ideologica e politica. In realtà, si riferisce ad aspetti diversi della
differenza nelle società occidentali di oggi. In un uso ‘’sociologico’ del termine, diciamo che il multiculturalismo
indica un presunto stato delle società occidentali moderne, caratterizzato dalla simultanea presenza di una pluralità di
gruppi. In questo modo, il termine riflette gli effetti del processo di globalizzazione, effetti che tendono ad indebolire
lo stato-nazione. La società multiculturale appare meno capace, rispetto alle società del passato, di garantire la
coesione sociale. La differenza introduce frantumazione e risulta difficile trovare elementi su cui fondare un’intesa.
Abbiamo due posizioni che si contrappongono: da una parte abbiamo una società orientata alla frantumazione e al
conflitto in cui la differenza mina la coesione e l’integrazione sociale; dall’altra parte abbiamo una società in continua
trasformazione. La differenza assume un valore positivo e permette di dare spazio e voce al dissenso, permettendo una
ridefinizione delle relazioni di potere polarità differenza/solidarietà.
Dal pdv della filosofia politica, il termine multiculturalismo pone problemi di teoria della giustizia che sorgono
quando si cerca di rivedere gli assunti di base della democrazia liberale fondata sull’universalismo e l’uguaglianza di
fronte alla legge, tenendo conto della differenza. Ciò che conta non è comprendere soltanto se e come le differenze
sono compatibili con la teoria della giustizia, ma anche definire le possibili modalità di convivenza pacifica tra le
differenze. Democrazia liberale: da un lato abbiamo un’assoluta avversione nei confronti di ogni riconoscimento
delle differenze all’interno della sfera pubblica, dall’altro abbiamo un riconoscimento esplicito di tutti i diritti
comunitari. Nel primo caso, la differenza va protetta e garantita nella sfera privata come manifestazione della libertà
individuale, ma non può essere utilizzata per rivendicare privilegi nella sfera pubblica. Nel secondo caso, si sottolinea
la necessità di superare il modello liberale e la sua apparente neutralità poiché è incapace di garantire pari dignità.
Solo un pieno riconoscimento dei diritti culturali può sostenere e garantire le identità minoritarie polarità
differenza/universalismo.
Scienza politica: il termine viene utilizzato, in questo caso, in relazione alle condizioni entro cui attuare politiche
sociali orientate all’integrazione delle minoranze che consentano il contenimento di forme di esclusione e
discriminazione. In questo contesto, il problema del multiculturalismo è la definizione di una pratica capace di
favorire l’integrazione di tutti i membri della società. Da un lato, c’è la volontà di superare il concetto di universalità
e adottare delle politiche mirate a garantire l’inclusione. Politiche di supporto specifico, però, potrebbero essere viste
come discriminatorie, aumentando così, antiche forme di esclusione polarità azione politica efficace/rispetto dei
principi di pari opportunità.
Infine, il termine multiculturalismo può essere usato per definire una forma ideale di convivenza sociale in alternativa
al melting pot che caratterizzava le società occidentali degli anni ’50 e ’60. Il termine definisce uno stato auspicato
della società futura nella quale superare discriminazioni ed esclusione, attraverso un pieno riconoscimento delle libertà
individuali. Volendo evidenziare gli aspetti più negativi, multiculturalismo potrebbe definire, invece, uno stato della
società futura caratterizzato da frantumazione e conflitto polarità stabilità/mutamento e continuità/discontinuità.
CAPITOLO I: Crisi della modernità e tema della differenza
Il termine multiculturalismo compare prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Il diffondersi dell’uso di una nuova
parola segnala, solitamente, l’esistenza di un conflitto non descrivibile facendo ricorso al vecchio vocabolario: non si
tratta solo di una carenza linguistica, ma evidenzia profondi mutamenti e uno stato di crisi tra le relazioni.
Multiculturalismo è diventato un concetto polisemico, che incorpora cioè significati diversi in base a chi ne fa uso e in
che contesto, ma in generale, il termine fa riferimento alla presenza, di solito valutata positivamente, di differenze
nelle abitudini culturali, preferenze e nei valori, tipiche differenze che vengono viste come gli elementi costitutivi
dell’identità individuale. All’inizio del XX secolo i flussi migratori che interessavano Stati Uniti, Canada e Australia
erano più marcati e problematici di quelli attuali le metropoli nordamericane erano divise in veri e propri ghetti che
racchiudevano persone provenienti dalla stessa nazione. Neri ed ebrei, veri americani per ciò che riguardava lingua e
nazionalità, erano comunque soggetti ad una forte segregazione spaziale e ad una negazione della piena partecipazione
alla vita sociale e politica. Molti Paesi europei (UK, Francia, Paesi Bassi, Germania) furono protagonisti di grandi
flussi immigratori che determinarono un grande numero di manodopera nelle fabbriche e una percentuale di stranieri
non molto diversa da quella attuale. In questi due periodi, il modello interpretativo è stato guidato da un’ottica
illuminista secondo la quale il valore fondamentale era l’eguaglianza superamento delle specificità e riconoscimento
di un’unica natura della specie umana: melting pot, cioè l’idea che le antiche differenze radicate in una tradizione che
rappresenta un freno per il progresso, sarebbero state fuse per dare vita ad una nuova umanità. Da qui, nasce un
programma politico volto ad assimilare le differenze e basato sull’idea che il modello occidentale moderno fosse il
modello più evoluto e, per questo, vincente. Lo Stato nazione, concepito come culturalmente omogeneo, costituiva il
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LE SOCIETA’ MULTICULTURALI

MULTICULTURALISMO l’utilizzo del singolare induce, in maniera fuorviante, a considerarlo come un concetto uniforme, corrispondente ad un’unica posizione ideologica e politica. In realtà, si riferisce ad aspetti diversi della

differenza nelle società occidentali di oggi. In un uso ‘’ sociologico ’’ del termine, diciamo che il multiculturalismo indica un presunto stato delle società occidentali moderne, caratterizzato dalla simultanea presenza di una pluralità di gruppi. In questo modo, il termine riflette gli effetti del processo di globalizzazione, effetti che tendono ad indebolire lo stato-nazione. La società multiculturale appare meno capace, rispetto alle società del passato, di garantire la coesione sociale. La differenza introduce frantumazione e risulta difficile trovare elementi su cui fondare un’intesa.

Abbiamo due posizioni che si contrappongono: da una parte abbiamo una società orientata alla frantumazione e al conflitto in cui la differenza mina la coesione e l’integrazione sociale; dall’altra parte abbiamo una società in continua trasformazione. La differenza assume un valore positivo e permette di dare spazio e voce al dissenso, permettendo una ridefinizione delle relazioni di potere polarità differenza/solidarietà.

Dal pdv della filosofia politica , il termine multiculturalismo pone problemi di teoria della giustizia che sorgono

quando si cerca di rivedere gli assunti di base della democrazia liberale fondata sull’universalismo e l’uguaglianza di fronte alla legge, tenendo conto della differenza. Ciò che conta non è comprendere soltanto se e come le differenze sono compatibili con la teoria della giustizia, ma anche definire le possibili modalità di convivenza pacifica tra le differenze. Democrazia liberale: da un lato abbiamo un’assoluta avversione nei confronti di ogni riconoscimento delle differenze all’interno della sfera pubblica, dall’altro abbiamo un riconoscimento esplicito di tutti i diritti

comunitari. Nel primo caso, la differenza va protetta e garantita nella sfera privata come manifestazione della libertà individuale, ma non può essere utilizzata per rivendicare privilegi nella sfera pubblica. Nel secondo caso, si sottolinea la necessità di superare il modello liberale e la sua apparente neutralità poiché è incapace di garantire pari dignità. Solo un pieno riconoscimento dei diritti culturali può sostenere e garantire le identità minoritarie polarità differenza/universalismo.

Scienza politica: il termine viene utilizzato, in questo caso, in relazione alle condizioni entro cui attuare politiche sociali orientate all’integrazione delle minoranze che consentano il contenimento di forme di esclusione e discriminazione. In questo contesto, il problema del multiculturalismo è la definizione di una pratica capace di favorire l’integrazione di tutti i membri della società. Da un lato, c’è la volontà di superare il concetto di universalità e adottare delle politiche mirate a garantire l’inclusione. Politiche di supporto specifico, però, potrebbero essere viste

come discriminatorie, aumentando così, antiche forme di esclusione polarità azione politica efficace/rispetto dei principi di pari opportunità.

Infine, il termine multiculturalismo può essere usato per definire una forma ideale di convivenza sociale in alternativa al melting pot che caratterizzava le società occidentali degli anni ’50 e ’60. Il termine definisce uno stato auspicato della società futura nella quale superare discriminazioni ed esclusione, attraverso un pieno riconoscimento delle libertà

individuali. Volendo evidenziare gli aspetti più negativi, multiculturalismo potrebbe definire, invece, uno stato della società futura caratterizzato da frantumazione e conflitto polarità stabilità/mutamento e continuità/discontinuità.

CAPITOLO I: Crisi della modernità e tema della differenza

Il termine multiculturalismo compare prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Il diffondersi dell’uso di una nuova parola segnala, solitamente, l’esistenza di un conflitto non descrivibile facendo ricorso al vecchio vocabolario: non si

tratta solo di una carenza linguistica, ma evidenzia profondi mutamenti e uno stato di crisi tra le relazioni. Multiculturalismo è diventato un concetto polisemico, che incorpora cioè significati diversi in base a chi ne fa uso e in che contesto, ma in generale, il termine fa riferimento alla presenza, di solito valutata positivamente, di differenze nelle abitudini culturali, preferenze e nei valori, tipiche differenze che vengono viste come gli elementi costitutivi dell’identità individuale. All’inizio del XX secolo i flussi migratori che interessavano Stati Uniti, Canada e Australia

erano più marcati e problematici di quelli attuali le metropoli nordamericane erano divise in veri e propri ghetti che racchiudevano persone provenienti dalla stessa nazione. Neri ed ebrei, veri americani per ciò che riguardava lingua e nazionalità, erano comunque soggetti ad una forte segregazione spaziale e ad una negazione della piena partecipazione alla vita sociale e politica. Molti Paesi europei (UK, Francia, Paesi Bassi, Germania) furono protagonisti di grandi flussi immigratori che determinarono un grande numero di manodopera nelle fabbriche e una percentuale di stranieri

non molto diversa da quella attuale. In questi due periodi, il modello interpretativo è stato guidato da un’ottica illuminista secondo la quale il valore fondamentale era l’ eguaglianza superamento delle specificità e riconoscimento di un’unica natura della specie umana: melting pot, cioè l’idea che le antiche differenze radicate in una tradizione che rappresenta un freno per il progresso, sarebbero state fuse per dare vita ad una nuova umanità. Da qui, nasce un programma politico volto ad assimilare le differenze e basato sull’idea che il modello occidentale moderno fosse il

modello più evoluto e, per questo, vincente. Lo Stato nazione, concepito come culturalmente omogeneo, costituiva il

baluardo contro le forze centrifughe e frenanti dei processi di differenziazione etnica e culturale. Zygmunt Bauman

evidenzia che la preoccupazione della costruzione di un mondo ordinato, privo di caos, è la base del pensiero sociale e dello stato moderno. Questa preoccupazione porta a considerare ogni differenza come un’imperfezione che deve essere eliminata.

L’ideale moderno dell’assimilazione delle differenze subisce un momento di crisi negli anni ’60 quando emergono i primi movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti civili e l’emancipazione delle minoranze, in

particolare i gruppi che lottavano contro la discriminazione dei neri americani. L’ideale dell’assimilazione e del melting pot non sembrava essere applicato agli afroamericani. L’uguaglianza, infatti, non sempre contemplava l’inclusione delle persone di colore, sottoposte a forti discriminazioni.

La Seconda Guerra Mondiale aveva favorito un forte momento di unità, poiché la gente di colore aveva partecipato in modo determinante al conflitto. Anche in Europa avevano fatto lo stesso le persone provenienti dalle colonie.

Ovunque, le donne avevano contribuito alla produzione bellica, mentre prima venivano escluse dalle attività lavorative e sociali. I figli delle persone di colore che avevano partecipato alla guerra nella speranza/promessa di un futuro migliore, cresciuti negli ideali di eguaglianza e unità, hanno vissuto sulla loro pelle la distanza tra questi ideali e la discriminazione. Non dissimile era l’insoddisfazione dei giovani bianchi durante il dopoguerra che si sono scontrati con una realtà di discriminazione nell’accesso alle università. Un altro elemento centrale era rappresentato dal

movimento delle donne. La società moderna, che si definisce aperta e paritaria, in realtà si fonda sull’esclusione delle donne che risultano, così, relegate al lavoro domestico. I movimenti femministi, giovanili, studenteschi degli afroamericani mettono in crisi i presunti valori universalistici ed egualitari su cui si fondava il pensiero moderno. Inizialmente, questi movimenti chiedevano maggiore inclusione, non sottolineando la differenza. Esempio lampante di questa prima fase è il famoso discorso di Martin Luther King (1963).

Accanto a questi movimenti, ne nascono altri più radicali che mettono in discussione l’universalità del principio di eguaglianza: alle richieste di inclusione, si sostituiscono le richieste di riconoscimento delle differenze e delle specificità. Denunciano che l’eguaglianza e la parità di cui parlano i bianchi occidentali non sono altro che il modello e le specificità dei bianchi estesi a misura universale. Assimilazione significava ‘’diventare bianchi ’’, adeguarsi ad un modello e per quanti tentativi potessero fare, si sarà sempre riconosciuti come neri. L’unico modo per sfuggire a

questo vincolo paradossale era quello di valorizzare le proprie specificità. I movimenti giovanili propongono stili di vita e consumo alternativi, si oppongono all’omologazione, rivendicano il valore di essere diversi; l’integrazione viene vista come una sconfitta, come dissoluzione dell’unicità individuale. I movimenti femministi denunciano che l’eguaglianza è pensata per gli esseri umani di sesso maschile: dire che tutti gli uomini sono uguali, significa sostenere letteralmente che tutti i maschi sono uguali. L’uomo maschio risulta l’unità di misura, il riferimento universale.

Rivendicare la specificità femminile significa non solo denunciare una condizione di dominio e sfruttamento, ma anche sostenere il valore della differenza. Le donne non chiedono più solo di essere accettate alla pari, ma vogliono essere riconosciute in quanto donne. Il movimento omosessuale rivendica uno specifico orgoglio omosessuale non mirano a far sì che l’omosessualità venga considerata una condizione normale, ma chiedono che venga riconosciuta la loro differenza. Per quanto riguarda le donne di colore, pongono il problema della differenza all’interno del

movimento femminista accusano le dirigenti del movimento di rappresentare solo le donne bianche. Un altro movimento importante è rappresentato dagli ecologisti che mettono in discussione l’ideale di progresso il benessere e progresso occidentali rischiano di condurre l’intero pianeta verso una catastrofe irreversibile.

Una grande trasformazione degli anni ’50 è legata al prevalere del consumismo e dell’individualismo. Nel mondo occidentale nasce un mercato sempre più ampio caratterizzato da forte competitività, stimolando le aziende alla

differenziazione dei prodotti. La libertà viene sempre più legata alla possibilità di scegliere beni diversi con cui costruire una propria personalità la differenza nel consumo diventa un valore da ricercare. Negli anni ’80 questi processi di valorizzazione della differenza vengono accentuati grazie all’accelerazione del processo di globalizzazione (trasformazioni economiche, politiche e culturali che aumentano l’interdipendenza delle azioni sociali che avvengono in luoghi distanti tra loro, Anthony Giddens, 1994). La dispersione territoriale dei processi produttivi,

per cui i differenti componenti di un prodotto possono essere costruiti dove è più conveniente farlo e la crescita delle società multinazionali hanno reso più problematica la convergenza tra interessi economici e nazionali lo stato nazione inizia a perdere prestigio; l’identificazione con la nazione appare sempre più superata da una dimensione sopranazionale più adatta a gestire un mercato globalizzato.

La dissoluzione del blocco sovietico (muro di Berlino, 1989) ha favorito il rifiorire di rivendicazioni di indipendenza

sulla base di identificazioni etniche. Un ulteriore elemento legato ai processi di globalizzazione è legato alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa che consentono di superare le barriere temporali e spaziali. La comunità di cui si è parte è sempre meno definita dalla localizzazione territoriale e sempre più dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di mantenere relazioni. Prima, migrare significava perdere il contatto con il contesto culturale d’origine, mentre oggi il

rivendicazioni legate alla presunta appartenenza padana). Spesso, queste domande di dipendenza, secessione o

maggiore autonomia, provengono da gruppi privilegiati vedono la loro permanenza nell’attuale stato nazione, non come oppressione, ma come freno alla loro possibilità di guadagno. Tutte queste differenze di cui abbiamo parlato riguardano gruppi che rivendicano maggiore spazio di autonomia, soprattutto nell’ambito politico ed economico. Questi gruppi mettono in discussione la legittimità degli attuali stati rivendicando forme di rappresentanza diverse, definizione di nuovi confini.

Abbiamo degli scenari diversi quando parliamo di popolazioni native che sono state in parte sterminate o fortemente discriminate durante il processo di formazione dello stato-nazione (Stati Uniti, Canada, Sud Africa ecc.) l’unificazione nazionale è stata frutto di processi di colonizzazione e di conquista. Questo tipo di questi processi sono sempre stati accompagnati da una rappresentazione negativa delle popolazioni indigene visti come selvaggi, infantili, ignoranti, incapaci di governarsi. Violenza fisica e simbolica sono stati alla base di tale processi. Anche nel caso delle minoranze

autoctone, le situazioni appaiono differenziate. Innanzitutto, la popolazione indigena viene spesso definita dalla sua condizione ‘’non bianca’’ questo tende ad appiattire ogni specificità. In realtà, solo nel Nord America i nativi sono discendenti di almeno un centinaio di gruppi diversi per lingua, tradizioni, stili di vita. Degna di nota è l’apartheid in Sud Africa fino ai primi anni ’90, la minoranza bianca (Boeri e Inglesi) hanno mantenuto il completo dominio sulla maggioranza delle popolazioni native. L’apartheid (1948) ha consentito alla minoranza bianca di portare avanti un

atteggiamento razzista e discriminatorio che prevedeva un regime di segregazione nei luoghi e servizi pubblici e la concessione dei diritti politici solo ai bianchi. A partire dai primi anni ’90, con la scarcerazione ed elezione a presidente della repubblica di Nelson Mandela, si avvia una fase di transizione.

Situazione simile a quella delle minoranze autoctone, è quella delle minoranze culturali neri americani, discendenti degli schiavi deportati dall’Africa. Negli Stati Uniti, le persone di colore, subiscono ancora oggi pesanti forme di

segregazione (matrimoni interetnici, basso inserimento lavorativo, maggioranza della popolazione carceraria). I neri americani continuano a rappresentare ancora oggi il ‘’dilemma americano’’ (Myrdal): incapacità/mancata volontà di incorporare queste persone all’interno della società americana. Di particolare rilievo dono le rivendicazioni dei gruppi femministi e omosessuali. Il primo, non si limita a richiedere le quote che assicurino alle donne una presenza pari a quella degli uomini nelle università e nei ruoli sociali e politici, ma mira a una revisione dei curricula scolastici e dei

criteri di selezione che tengano conto delle specificità femminili (dare spazio a narrazioni della storia capaci di fornire nuove prospettive e di rendere evidenti i processi di discriminazione. Si richiede anche una revisione del linguaggio.)

Altro caso: migrazioni due modelli ci aiutano a leggere le possibili modalità di relazione con la differenza.

  1. migrazioni coloniali o di conquista : gruppi provenienti da luoghi e contesti culturali molto diversi tra loro si

stabiliscono in un territorio imponendo le proprie regole sociali attraverso la discriminazione delle popolazioni autoctone (flussi europei verso l’America del nord e l’Australia). La prima fase vedeva la colonizzazione agricola delle nuove terre e aveva consentito agli emigranti europei e ai loro discendenti di sentirsi accomunati nella loro opera di promozione del progresso e di reciproca difesa della minaccia esterna. Un’ideologia ben rappresentata dal mito della frontiera spostamento della frontiera americana verso ovest, in una continua lotta della ‘’civiltà’’ contro la

minaccia dei ‘’selvaggi’’. Quando la frontiera non poté più essere spostata perché erano finite le terre da conquistare, l’occultamento dell’opera di sterminio e discriminazione favorì la rappresentazione delle nuove terre di insediamento come ‘’terre vergini’’. L’ideologia dominante era quella del melting pot, l’idea che le nuove terre sarebbero diventate i crogioli dove tutte le differenze si sarebbero fuse per dare vita ad una nuova umanità. A partire dagli anni ’60, l’immigrazione verso gli Stati Uniti e il Canada si riduce, mentre aumenta quella da parte dei Paesi dell’America

Latina e dell’Asia. L’immigrazione inizia ad essere vista come un’invasione di alieni e barbari che minacciano l’unità nazionale.

Dal secondo dopoguerra, l’Europa si trasforma da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Questo fenomeno viene considerato temporaneo, legato alla richiesta di manodopera necessaria all’industria in espansione. Le iniziative politiche sono volte ad assicurare infrastrutture adatte per i lavoratori temporanei, ma non prendono in considerazione

un inserimento effettivo. La crisi economica degli anni ’70 segna una svolta regole restrittive, misure di ingresso più rigide. Nonostante ciò, i flussi migratori non diminuiscono, ma si orientano verso altre nazioni oppure vengono etichettati come clandestini creando nuovi problemi. Nel dibattito europeo sull’integrazione degli immigrati si sono evidenziati diversi modelli, solitamente definiti su base nazionale: il modello assimilazionista (francesi), pluralista (UK), istituzionalizzazione della precarietà (Germania).

Il modello assimilazionista parte dal presupposto che l’appartenenza alla comunità nazionale debba fondersi sulla condivisione di ideali e tradizioni comuni. L’individuo deve accettare regole comuni rinunciando a ogni differenziazione. Gli immigrati che vogliono inserirsi devono accettare le regole della nuova comunità, relegando così

le loro specificità all’ambito privato e domestico può conservare le proprie tradizioni nell’ambito privato, ma non può

manifestarle nella sfera pubblica. in questo modello, la liberà è strettamente legata all’eguaglianza solo se si è individui eguali si può essere liberi e membri di un gruppo. Lo Stato ha l’obbligo di favorire la piena eguaglianza ai cittadini, compresi gli immigrati, ma questa eguaglianza si risolve nella piena assimilazione e accettazione delle regole del Paese ospitante. Due critiche: la prima riguarda la distinzione tra pubblico e privato il multiculturalismo mette in discussione l’ipotesi che ci possa essere una netta separazione tra pubblico e privato. La seconda riguarda il fatto che

la richiesta di piena adesione a ideali e modelli universali, maschera l’imposizione del gruppo dominante. Piena eguaglianza nella vita pubblica si traduce, nella pratica, nell’accettazione della lingua, della storia e delle tradizioni del Paese ospitante.

Il modello pluralista ammette e legittima un certo grado di diversità culturale e identitaria. Tutti possono mantenere le proprie specificità nella sfera pubblica, purché ci sia il rispetto delle leggi e delle regole stabilite secondo il metodo

democratico. L’enfasi, più che sull’eguaglianza, è sulla sacralità della regola democratica. La libertà è associata al concetto di autonomia: gli individui devono essere liberi di scegliere. Critiche: il concetto di democrazia può mascherare la convinzione della superiorità nei confronti degli stranieri agli immigrati viene concesso di esprimere la loro diversità così che lo straniero non si senta come NOI. Le minoranze devono rimanere tali in modo che il controllo non sfugga agli autoctoni. Le relazioni di potere sono occultate nell’esaltazione dell’equità e della giustizia.

In entrambi questi due modelli vi è una vocazione inclusiva. Il principio di base dell’appartenenza nazionale è lo ius soli: può essere cittadino chiunque nasca nel territorio della nazione e voglia esserne parte.

Il modello di istituzionalizzazione precari immigrati considerati come ospiti temporanei. Rimangono sempre stranieri, diversi. Lo Stato mira alla tutela della loro diversità. Si tende ad integrare l’immigrato nel mondo del lavoro, ma non nella cultura del Paese ospitante; esso fa in modo che anche i figli degli immigrati possano imparare la loro

lingua e le tradizioni del Paese d’origine dei loro genitori, solo per consentirgli di mantenere un legame con i Paesi di provenienza e favorirne il ritorno. In questo caso, l’appartenenza alla nazione è legata alla parentela, più che alla condivisione di un progetto comune ius sanguinis : può essere cittadino chi è nato da genitori o ha ascendenti in possesso di cittadinanza. La naturalizzazione in questi casi è molto rara. Critica fondamentale: questo modello vede la differenza etnica e culturale come qualcosa di naturale e quindi immodificabile.

Ad una società in grado di fondere tutte le differenze (melting pot), si preferisce una coesistenza nella differenza salad bowl: un’insalatiera in cui i componenti conferiscono gusto e colore; glorious mosaic: ogni tessera diversa contribuisce a disegnare l’insieme pur rimanendo distinta e riconoscibile. l problemi principali riguardano soprattutto la sfera religiosa, il riconoscimento dei diritti civili, politici e sociali. Il riconoscimento dei diritti civili pone il problema di garantire spazi di autonomia in cui i gruppi possano agire in base alle loro credenze anche se ciò va in

contrasto con le regole della società. Le discussioni sul multiculturalismo, in particolare, pongono la questione se le regole matrimoniali, ruolo della donna, pratiche rituali debbano essere considerate parte dell’identità ed essere garantite sospendendo alcune norme generali dello Stato, oppure se questo configuri un trattamento diverso di fronte alla legge, ponendosi in contraddizione con i principi democratici.

CAPITOLO III: Problemi e contraddizioni del multiculturalismo

Il dibattito sul multiculturalismo riguarda due aspetti fondamentali della vita sociale: una dimensione politica e una culturale. La prima rimanda agli effetti di processi di globalizzazione, alla crisi dello Stato nazione, al declino delle ideologie, alla fine della contrapposizione tra Occidente e mondo sovietico, al diffondersi dell’informazione e all’importanza che essa assume. Il richiamo alla differenza consente di sostenere rivendicazioni sia di tipo inclusivo che difensivo. Rivendicazioni inclusive la differenza è l’elemento fondante la richiesta di nuovi diritti e spazi:

domanda di avere un peso maggiore nella vita pubblica che favorisca l’inclusione. Rivendicazioni difensive lo scopo è quello di innalzare e rafforzare antiche linee di separazione. Sono spesso i gruppi privilegiati e ricchi di risorse materiali e culturali che vogliono assicurarsi la possibilità di mantenere barriere che consentano loro di distinguersi e isolarsi.

La dimensione simbolica rimanda, invece, agli effetti dell’individuazione, cioè ai processi che hanno portato a una

crescente autonomia dei singoli. Il soggetto occidentale moderno è visto come risultato di un processo personale che, tramite l’espressione libera della volontà, preferenze e capacità individuali, consente a ciascuno di costituirsi e riconoscersi come soggetto autonomi. Il processo di costruzione dell’identità è legato alla capacità individuale e meno all’appartenenza a un contesto o gruppo particolare. Il processo di individuazione subisce una rapida accelerazione con il diffondersi dei sistemi di informazione di massa avere giuste informazioni costituisce sempre più la base per la

percezione della realtà. Mentre in passato, essere riconosciuti era un atto automatico, oggi è un processo che spetta ai singoli attivare il soggetto è pianamente realizzato quando ha compiuto un percorso individuale che gli consente di

ricchezza sociale ed è un requisito irrinunciabile per il buon funzionamento della società. Il multiculturalismo

promuove la differenza ed esalta l’importanza della comunicazione tra le differenze come base per un’effettiva integrazione e una reale solidarietà collettiva. Porre in evidenza il valore della differenza come base per la realizzazione personale e del gruppo, può portare a sviluppare forme di etnocentrismo il confronto con le differenze altrui può portare a pensare che la propria specificità sia migliore delle altre. In questo caso, il multiculturalismo potrebbe favorire separazione e chiusura. L’impegno per un’approfondita conoscenza e per una reale comunicazione

tra le differenze può anche avere l’effetto di far dissolvere le differenze iniziali, distruggendo ciò che il multiculturalismo si propone di conservare e promuovere. Favorire l’incontro tra le culture comporta inevitabilmente una loro trasformazione. Se il multiculturalismo ha successo potrebbero aumentare i matrimoni interculturali tra qualche anno la differenza iniziale verrà posta sullo sfondo e prevarranno gli elementi comuni la diversità sarà scomparsa.

Non tutte le differenze sono uguali e garantiscono le stesse possibilità di realizzazione. La differenza dei gruppi marginali è una differenza imposta che produce più emarginazione che realizzazione personale e autostima. In alcuni casi, proteggere le differenze significa proteggere lo sfruttamento, legittimare i rapporti di potere politico ed economico vantaggiosi per i gruppi dominanti.

CAPITOLO IV: La differenza come essenza

Classificare, comparare, distinguere, etichettare sono processi cognitivi che stanno alla base della conoscenza e della comprensione del mondo. Questi processi di selezione e costruzione sono soggetti a processi di reificazione si tende a dimenticare che sono il risultato dell’azione umana e li si considera come fatti di natura (Berger e Luckmann). Sempre

questi autori sottolineano come questi processi di reificazione siano una condizione normale della conoscenza umana. Dobbiamo, invece, concepire la differenza come il risultato di un processo sociale di selezione. È la percezione della differenza come essenza che tende ad essere maggiormente diffusa anche nel dibattito politico e scientifico sul multiculturalismo. Anche la cultura, in quanto espressione concreta della specificità, e l’identità assumono il carattere di essenza.

La differenza non è tanto dovuta a fattori fisici, quanto all’insieme di regole, valori, tradizioni, memorie e progetti condivisi che costituiscono la base della specificità dei diversi gruppi sociali, specificità che consente ai singoli individui di trovare la loro vera identità. Essere italiano, marocchino, musulmano o ebreo significa avere una particolare cultura, tradizioni e valori che costituiscono uno degli aspetti più profondi della nostra identità. La cultura tende in questo modo ad essere trasformata in essenza, un pacchetto uniforme che ci appartiene della nascita (bagaglio

culturale fonte principale che influenza e determina le azioni e le modalità di pensiero di chi ne è portatore). L’idea che la cultura costituisca l’elemento fondante della nostra specificità, significa che ogni modifica si traduce in una perdita di identità. L’ alterità è e rappresenta tutto ciò che noi non siamo, si presenta come una minaccia. L’unico modo per preservare la propria differenza consiste nel distruggere le altre differenze. La differenza diventa qualcosa da salvare dall’estinzione, da proteggere e curare, preservandola dal mondo esterno che potrebbe trasformala e quindi

distruggerla. La visione essenzialista porta a sostenere l’immagine della cultura e dell’identità come proprietà specifiche del gruppo. Quando l’appartenenza ad una comunità è centrale per l’identità dell’individuo, il legame che unisce i membri del gruppo è particolarmente forte e lasciare la comunità significherebbe perdere il contatto con i valori, le tradizioni, le abitudini ecc.; significa anche trovarsi isolati. L’idea che la cultura sia un pacchetto definito capace di fornire modelli per il pensiero e l’azione, porta a concepire gli individui realizzati, liberi e capaci solo se

immersi in un determinato universo culturale la cultura fornisce gli strumenti per dare senso al mondo. I diversi universi culturali sono separati e distinti perché ognuno ha sviluppato dimensioni interpretative uniche e particolari.

La visione essenzialista della cultura, identità e della differenza è fortemente limitativa e riduce gli individui a riproduttori meccanici di tradizioni e rituali. La cultura non è qualcosa di statico, ma un processo continuo. Dato il suo carattere processuale, non può essere vista come qualcosa che è contenuto all’interno di determinati territori, popolazioni o gruppi. Il discorso essenzialista non è in grado di farsi carico della relazione tra differenza e alterità, ma impone una visione del mondo che può sostenersi solo attraverso il dominio. Lo scenario che emerge dalla visione essenzialista è fatto da gruppi ben definiti, separati e protetti dalle influenze, un mondo che l’individuo non ha diritto di scegliere o modificare. Questa visione è parte della realtà con cui il multiculturalismo deve confrontarsi proprio perché la reificazione dei processi sociali è una forma comune di interpretazione, proprio perché molte persone vedono cultura, identità e differenza come essenze. Questa visione porta a sostenere che ogni mutamento sia un tradimento, favorendo la conservazione dello status quo, delle relazioni di potere esistenti. Si tratta di una visione ostile nei confronti dell’alterità da ciò derivano la chiusura delle frontiere, tolleranza zero, equiparazione tra

clandestinità e criminalità, l’impegno politico a contenere il numero degli immigrati. Altro elemento: si sostiene che nessun confronto multiculturale può avere inizio se i gruppi marginali, ‘’altri’’ non accettano le regole definite dal gruppo dominante. Quando al sentimento di minaccia si sostituisce un forte etnocentrismo , che percepisce la propria cultura come superiore, l’altro può suscitare più curiosità che paura si tratta del cosiddetto multiculturalismo dei privilegiati o di mercato, un tipo di multiculturalismo che vede i membri di altre culture come ‘’buoni selvaggi’’, individui che sono rimasti bloccati sul gradino inferiore della scala evolutiva. I selvaggi sono ‘’buoni’’ perché non sono ancora contaminati dal progresso, sono come dei bambini che hanno conservato l’innocenza l’altro è interessante perché rappresenta ciò che noi non siamo più. L’altro cattura la nostra attenzione, la nostra simpatia, ma continua ad essere trattato come inferiore. L’altro viene identificato con un’immagine stereotipata e possiede delle caratteristiche a cui il Noi aspira. L’immagine reificata dell’alterità come portatrice di ricchezza induce a pensare alla relazione della differenza con il consumo: un grande bazar dove è possibile acquistare e sperimentare il fascino dell’esotico. Soprattutto in ambito urbano, si assiste ad un’esplosione di ristoranti, danze, musiche e medicina etnica. La differenza diventa una moda , una forma di consumo che ci consente di sperimentare l’illusione di appropriarsi della purezza dell’altro. Christopher Lasch ‘’approccio turistico alla moralità’’: considerare la differenza come qualcosa da assaporare con la curiosità del cosmopolita dalla mente aperta, senza esprimere giudizi o prendere posizioni. Questo si traduce in indifferenza e nell’uso della differenza per soddisfare un piacere personale. Ciò, porta ad immaginare una società in sui i diversi gruppi convivono mantenendo solo relazioni di consumo dominio della cultura bianca occidentale a fianco alla quale convivono le culture in gradi di soddisfare i sogni del gruppo dominante. Ciò favorisce forme di prostituzione culturale, cioè la mercificazione degli aspetti della propria cultura che sono particolarmente apprezzati dai dominanti. Si configura così una nuova forma di colonialismo che tende al soddisfacimento di chi domina multiculturalismo aziendale o neomercantile. È la forma di multiculturalismo pubblicizzata dalle grandi multinazionali (Benetton, CNN, Coca cola) le singole differenze convivono nel grande mercato globalizzato. Le differenze vengono viste come essenze, come beni particolari che possono essere venduti a chiunque li desideri.

CAPITOLO V Multiculturalismo e democrazia La forma democratica, modello occidentale di governo, risulta poco capace di farsi carico delle differenze. Essa appare efficiente nel caso si debbano affrontare temi e riconoscere diritti legati a conflitti di interesse, in cui diversi gruppi si scontrano per la definizione dello spazio. Ma le cose appaiono più problematiche nel caso in cui si debbano affrontare temi e riconoscere diritti legati al conflitto d’identità. I principi che fondano le democrazie liberali sono sintetizzati nel motto della rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité. Libertà sacra e inviolabile. L’individuo è il titolare dei diritti civili, politici e sociali che garantiscono la partecipazione alla vita collettiva e la piena realizzazione personale. Eguaglianza parità formale di tutti i cittadini di fronte alla legge e la parità delle opportunità. Fraternità riconoscimento dello status di cittadini verso una continua tensione a favore dell’inclusione. Uno dei campi di riflessione più ricchi e controversi riguarda la possibilità di far convivere i principi della democrazia liberale con le richieste di riconoscimento della specificità. Innanzitutto bisogna definire una chiara linea di demarcazione tra sfera pubblica e sfera privata. La sfera pubblica caratterizza la vita comune; essa comprende la legge, la politica, l’economia e l’educazione. La sfera privata riguarda l’acquisizione delle competenze sociali di base. L’educazione è, in parte, inclusa nello spazio privato per ciò che riguarda la socializzazione, la trasmissione dei valori morali e di rappresentazione e interpretazione della realtà. Nella sfera pubblica, la tradizione liberale occidentale ritiene che debba esistere assoluta parità di trattamento per tutti gli individui. La differenza non è negata, ma è relegata nella sfera privata. Lo Stato deve trattare ogni cittadino come singolo indipendentemente dalle sue appartenenze e dalla differenza manifestata in privato. Chi accetta le regole democratiche deve vedersi riconosciuta la cittadinanza, cioè la possibilità di partecipare alle decisioni comuni e deve vedersi garantito uno spazio privato. Queste regole non possono giustificare pratiche che interferiscano pesantemente sulla dignità o sulla libertà del singolo individuo, devono assicurare lealtà politica allo Stato e accettare un linguaggio unico almeno nello spazio pubblico. A sua volta, lo Stato deve essere pienamente neutrale promuovendo la conoscenza reciproca e combattendo ogni forma di razzismo e discriminazione deve sforzarsi di far applicare il principio di eguaglianza. John Rex definisce questo tipo di multiculturalismo come m. egualitario o democratico cerca di far fronte alle richieste di riconoscimento delle differenze con i principi di eguaglianza e universalismo. Ci sono alcune difficoltà: è difficile pensare che possano esistere due cambi nettamente separati (pubblico e privato). La dichiarata neutralità dello stato non è in grado di correggere le discriminazioni passate, ma perpetua la posizione di privilegio del gruppo dominante. Infatti, lo spazio pubblico è frequentemente costruito in base ai valori culturali dei dominanti. Il multiculturalismo egualitario è orientato a favorire lo sviluppo di un certo grado di tolleranza. Cerca di portare a compimento l’ideale di eguaglianza, ma così la differenza rimane problematica e potenzialmente distruttiva. Un’altra strada percorribile è l’esaltazione di un altro principio delle democrazie liberali: la libertà. Una società in cui sia presente una molteplicità di valori, giudizi e punti di vista consente maggiore libertà di scelta. Affinché ognuno possa esprimere le proprie preferenze e possa manifestarle, è necessario garantire un elevato grado di libertà individuale. La sfera pubblica deve essere in grado di accettare un certo grado di differenza, ma perché questa sia compatibile con un’effettiva democrazia liberale è necessario che sia intesa e accettata come diritto individuale e non collettivo. È la libertà di scelta che richiede riconoscimento, non l’appartenenza ad un gruppo. Le richieste di riconoscimento della differenza devono essere ascoltate e accettate nella sfera pubblica, ma devono essere valutate in modo da determinare la loro compatibilità con

descrivere chi siamo e il mondo in cui viviamo. Inoltre, la certezza che nessun vocabolario decisivo è superiore agli altri unita al desiderio egoistico che il proprio v. d. venga rispettato porta ad impegnarsi perché ogni v. d. possa manifestarsi e conservarsi.

CAPITOLO VI Multiculturalismo critico

Spazio residuale: Molto importanti sono i tentativi di sviluppare nuove forme di cittadinanza multiculturale che consentano di concedere spazio al riconoscimento della differenza senza rinunciare alla tradizione democratica occidentale in quanto tentano di rispondere alle domande di inclusione e di riduzione della discriminazione poste dal multiculturalismo. Gli ideali di universalismo e eguaglianza possono essere buoni punti di partenza quando le domande riguardano soprattutto una maggiore giustizia distributiva o una più ampia partecipazione politica e sociale. Tuttavia una parte molto importante delle domande poste dal multiculturalismo riguarda la necessità di rivedere in modo critico i canoni interpretativi che hanno orientato la costruzione dello spazio sociale e dei confini che definiscono l’inclusione e l’esclusione sociale nel mondo occidentale moderno. Rimettere in discussione questi criteri significa rivedere le credenze più sacre e profonde confrontandole con quelle di chi ha avuto esperienze storiche e sociali differenti. Rifiutare questo confronto significherebbe esercitare una forma di potere che definirebbe chi è ammesso o meno al dibattito, quali voci sono legittimate ad esprimersi e quali no. Il dibattito è molto importante perché consente di accettare, respingere o considerare irrilevanti delle questioni poste. Il dialogo inoltre non esclude lo scontro e il conflitto, non esclude nemmeno l’esercizio di un potere che porrebbe le due parti in posizioni asimmetriche e così la rottura rimane una delle possibili soluzioni del dialogo. Multiculturalismo e postmodernità: Due concetti appaiono rilevanti nel dibattito sul multiculturalismo e sono quello di relativismo e quello di ibridazione. I processi sociali contemporanei che hanno portato la differenza ad assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità individuale e collettiva implicano una svolta nel modo di guardare la realtà sociale. Nasce l’idea dell’esistenza di una serie di verità locali e collegate ai vari contesti e agli attori che le proclamano. In un mondo che è sempre più globalizzato diventa infatti difficile credere che la natura umana sia governata da leggi universali naturali e ad emergere è invece l’idea del carattere relativo di ogni conoscenza. La realtà sociale appare come il un prodotto dell’azione umana e pertanto la sua conoscenza non può essere indipendente dalle caratteristiche sociali degli attori che la producono, del linguaggio, ecc esistono ora tante verità e tante realtà quanti sono gli attori in campo. Questa prospettiva porta quindi a sostenere che ogni gruppo sociale ha una particolare visione della realtà che è il risultato di una particolare posizione occupata nello scenario delle relazioni sociali. Molto importanti sono la relazione e i processi sociali di costruzione della realtà, l’attenzione a questi due aspetti consente di vedere la differenza e le identità non come essenze, ma come costruzioni fluide e aperte. Il multiculturalismo è pertanto un campo di confronto e di scambio che supera le singole culture per crearne delle nuove, miste e ibride. Si tratta di processi continui di confronto, di mutamento, di miscelazione e di resistenza. Il multiculturalismo deve favorire una visione processuale delle culture, delle identità e delle differenze evidenziandone proprio il loro carattere ibrido che le contraddistingue. Lo scopo è quello di rendere conto della produzione sociale delle particolarità, frequentemente assunte come naturali. Per fare ciò, lo spazio fondamentale che è necessario ampliare sono le zone di confine, ovvero le zone intermedie in cui la presenza di diversi punti di vista consente di vivere l’esperienza del supplemento che sarebbe impensabile senza la differenza culturale. L’immagine più utilizzata per riferirsi al carattere ibrido di ogni differenza è quella della diaspora. Con questo termine si intende segnalare che le differenze, le culture e le identità si costruiscono nella mediazione, nello spostamento, nell’incontro con l’alterità. Sono il risultato di continui processi di conservazione e di mutazione che aggiungono e inglobano elementi nuovi armonizzandoli con quelli già presenti (dimensione storica). L’identità e la cultura della diaspora inoltre sono polisemiche e multiformi. Un esempio è rappresentato dall’esperienza giamaicana in cui persistono almeno tre dimensione in relazione dinamica tra loro: la presenza africana, quella europea e quella americana. Queste tre dimensioni in continua relazione tra loro rimandano a un’identità e a una cultura che non sono pure. Non sono rappresentabili in modo coerente e unitario, ma conservano una tensione in grado di mantenere insieme elementi contraddittori e inconciliabili. Multiculturalismo e potere: Limitarsi a contrastare i processi di reificazione della differenza e favorire una sua visione continuamente mutevole e ibrida è però insufficiente a definire le condizioni di un effettivo riconoscimento delle specificità. La posizione postmoderna rischia di rappresentare un semplice distaccato sguardo sulla realtà, incapace di cogliere le reali dimensioni che generano e sorreggono questi processi e inoltre l’idea che cultura, identità e differenza siano delle costruzioni porterebbe alla sensazione che non esistano limiti alla libertà creativa dei soggetti. Una posizione di relativismo radicale porterebbe invece a considerare tutte le differenze come tra loro incommensurabili. Per evitare tutto ciò, molte proposte, che sono riunibili sotto l’etichetta di multiculturalismo critico, sottolineano la necessità di riconoscere l’importanza delle dimensioni di dominio e potere. Con il termine critico si intende evidenziare l’area di famigliarità con le posizioni della Scuola di Francoforte, del decostruzionismo e del post strutturalismo. Questo termine segnala il tentativo di superamento delle posizioni favorevoli alla differenza, ma incapaci di accogliere questioni e problematiche che essa solleva assieme al tentativo di superamento di una logica protettiva nei confronti della tradizione democratica liberale.

il multiculturalismo critico tende a considerare ogni differenza e cultura come prodotti di particolari relazioni di potere. Le condizioni di produzione sociale delle identità sono infatti, secondo questa posizione, sempre connesse alle condizioni economiche, politiche e sociali. La differenza è quindi non solo rilevante nella definizione dell’identità individuale e collettiva, ma anche come essa sia inclusa e collegata alla più ampia totalità sociale. La definizione di specificità e differenza è sempre connessa con l’esercizio del potere, la capacità di tracciare confini e definire regole, questo porta a non considerare ogni differenza come equivalente. La prospettiva critica inoltre è simpatetica verso i gruppi sottorappresentati, oppressi o marginalizzati e pertanto consente di riconoscere come meritevoli di protezione non tutte le differenze, ma quelle in posizione di inferiorità. La simpatia verso i gruppi esclusi consente inoltre di evidenziare il vantaggio e il potenziale critico di una visione dai margini, in grado cioè di sviluppare un senso di straniamento. Questo permette di superare le apparenze e di raggiungere una maggiore comprensione della realtà, oltre che di preservare la capacità di criticare il mondo e immaginare pensieri e corsi alternativi. I margini sono i luoghi di potenziale resistenza, in cui si ha maggiore possibilità di opporsi alle regole che invece vincolano l’azione al centro. Il multiculturalismo critico è inoltre scettico nei confronti di chi sostiene la necessità di salvaguardare le basi della democrazia liberale. Il principio di assoluta eguaglianza nello spazio pubblico è infatti visto come penalizzante per i gruppi marginali, che hanno una cultura differente. L’ideale di universalismo tende a presentare regole specifiche e particolari dei gruppi dominanti come naturali e neutre, in questo modo anche la supremazia del gruppo dominante apparirà come un fatto naturale. È necessario evidenziare con forza i processi di costruzione politica e sociale della supremazia bianca, assieme al carattere egemonico dell’identità bianca. Questo carattere di normalità assunto dal gruppo dominante pone chi è percepito come diverso nell’ambito della devianza, dell’inferiorità e della mancanza. È pertanto necessario mettere in luce queste condizioni di dominio e mettere in discussione le regole e il funzionamento dei regimi democratici occidentali. Quello cui il multiculturalismo va contro è infatti l’etnocentrismo che fonda la visione del mondo degli occidentali. Si tratta di una visione limitata, che tende a vedere l’Occidente come fonte unica di significato, conoscenza e valori, mentre il resto del mondo viene percepito come realtà da colonizzare, istruire, sviluppare. Occidente come motore del mutamento storico, del progresso scientifico e democratico. L’enfasi viene posta sulle istituzioni democratiche come specifica eredità occidentale e si tende a rappresentare il mondo occidentale come caratterizzato da libertà e uguaglianza, occultando perciò la presenza di sfruttamento, repressione e il mancato riconoscimento dei diritti dei più deboli. Una eccessiva enfasi su aspetti di inclusione delle democrazie rischia di rappresentare lo spazio politico come consensuale e pertanto privo di conflitto, si dà per scontato che gli interessi dei diversi gruppi siano gli stessi. Elementi problematici: si rischia di avere poca capacità di disegnare scenari concreti e di definire condizioni attuabili di convivenza con la differenza. Una visione eccessivamente ideologica porta a considerare la differenza come sempre positiva e potenzialmente rivoluzionaria, capace di portare un processo di liberazione. Si rischia di riproporre una visione unidirezionale del progresso, l’idea che esista un destino inevitabile e prefissato della società umana. Multiculturalismo e impegno etico: Le questioni poste dal riconoscimento della differenza da un lato veicolano domande di inclusione, ma dall’altro veicolano domande più radicali e sottolineano la profonda crisi dei modelli della modernità. In questo caso le sfide riguardano il piano culturale e quello del potere. Problemi che riguardano il sistema sociale e le sue regole non si possono risolvere semplicemente sul piano dell’inclusione e di una maggiore giustizia distributiva. Tutto ciò implica per l’Occidente rimettere in discussione la propria posizione di dominio e il proprio grado di benessere. Il multiculturalismo è caratterizzato da polisemia e per questa ragione invita a rinunciare a sintesi eccessive, così come non è possibile utilizzare un’unica chiave per leggere il fenomeno, fornire un’unica risposta o un’unica tipologia di azioni. L’approccio deve essere quello pragmatico. Si deve contrastare ogni immagine reificata della differenza e sostituire una logica di contrapposizione tra entità irriducibili a una logica relazionale e processuale o una logica dell’ambiguità. Tutto ciò porta a riconoscere che ogni volta che c’è differenza significa che c’è un potere che l’ha creata. Le differenze sono il risultato di scelte, decisioni, tradizioni e interessi che trasformano alcune discontinuità potenziali in differenze socialmente significative. Bisogna distinguere tra differenze scelte o auto attribuite e quelle imposte. Nel primo caso si tratta di una volontà, nel secondo di una costrizione, la traccia di una dominazione esterna che vincola e limita. La differenza può essere vincolo e risorsa: elemento indispensabile per la costruzione di confini e distinzioni, ma anche base per forme di esclusione e dominio. Può essere problematica per la società perché mette in discussione la coesione e l’universalità delle regole sociali, ma lo è anche per la democrazia perché entra in conflitto con l’ideale di eguaglianza. Accettare il confronto con la differenza implica anche affrontare un certo grado di incertezza, rimettere in discussione le proprie credenze ed essere interessati al confronto e disponibili ad aprire un dialogo. È necessario assumere un primo impegno etico, che faccia della discussione con la differenza un dovere e un valore. I bianchi occidentali devono riconoscere e farsi carico della posizione di dominio dalla quale parlano. Chi si trova nella posizione privilegiata deve favorire il dialogo e fare spazio a quante più voci possibili. Un buon punto di partenza può essere la tradizione democratica occidentale, come concreto esempio storico di gestione dello spazio pubblico. Questo modello può essere modificato e adattato se necessario per accogliere nuovi punti di vista, domande e voci. La strategia dialogica è quindi una strategia feconda oltre che un dovere etico per chi si trova in una posizione di privilegio. Rimane comunque uno spazio di irriducibile contrasto che prevede lo scontro tra posizioni diverse e incommensurabili. In questo spazio le questioni si risolvono sul piano simbolico dei codici e del potere.

L'accettazione indiscriminata delle tradizioni, abitudini, dei linguaggi degli immigrati sta indebolendo l'identità occidentale moderna. Storicamente esiste un'identità che si contrappongono perché ognuna di esse ha elaborato una specifica visione del mondo, una specifica idea di che cosa significhi fare società, vivere insieme. L'occidente ha definito storicamente la sua identità basata su valori dell'individualismo, dello stato di diritto, della separazione tra autorità spirituale e temporale, del sistema di rappresentanza democratica: questi valori sono specifici e caratterizzanti l'identità occidentale. La minaccia più profonda arriva dalle identità più "distanti": quella asiatica e quella islamica. Identità asiatica: celebra valori come autorità, gerarchia, subordinazione, l'importanza di evitare il confronto e di "salvare la faccia". Gli asiatici tendono, inoltre, a privilegiare i successi a lungo termine. Tutto ciò contrasta profondamente con la Fede degli americani in valori quali libertà, uguaglianza, democrazia e individualismo. L'identità islamica costituisce una minaccia ancora più diretta e più Radicale: il vero problema dell'Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l'Islam in quanto tale una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono. La migrazione di membri di altre civiltà nel cuore della civiltà occidentale è una minaccia letale perché è costituita da individui che rifiutano l'assimilazione. Le argomentazioni identitarie sono state accusate di promuovere nuove forme di razzismo che sostituiscono la differenza culturale alla differenza biologica per giustificare espressione e trattamento differenziale di chi è definito come diverso o straniero: si tratta di razzismo differenzialista. Cultura e identità vengono intese come fattori "quasi biologici" senza facili possibilità di modifica. Il centro del discorso del nuovo razzismo non è l'inferiorità dell'altro ma la minaccia che esso porta alla dissoluzione del noi, un noi debole che va protetto. Adesso la discriminazione opera sulla base di un principio di preferenza (noi prima di tutto). Si tende così a spostare il dibattito dalla cittadinanza alla sicurezza. L'azione politica non riguarda più la ricerca di modalità di convivenza, Ma la conservazione dell'identità minacciate dalla presenza di un'alterità radicale incommensurabile. L'opposizione al multiculturalismo maschera una nuova forma di xenofobia, nuovi linguaggi e nuove pratiche razziste che costruiscono l'altro come diverso, una diversità da cui è necessario difendersi. Altro filone critico. Un’eccessiva insistenza sul rispetto della differenza culturale ha avuto due principali esiti negativi. Da un lato ha trasformato ogni questione relativa alla diseguaglianza sociale in un problema di riconoscimento delle specificità culturali, dall'altro ha impedito di riconoscere i reali problemi posti dalla presenza di gruppi che hanno riferimenti culturali in aperto contrasto con quelli delle società liberali. La prima cosa evidenzia che il rispetto della differenza dei gruppi minoritari si è concretizzato in una giustificazione della disuguaglianza. Si tende a nascondere il fatto che la differenza che riguarda i gruppi minoritari a soprattutto carattere materiale e si sostanzia in peggiori risultati scolastici, più alto tasso di disoccupazione, più basso livello di reddito, più elevati tassi di criminalità. Il multiculturalismo finisce per celebrare un'illusoria società cosmopolita in cui le differenze materiali e l'esclusione sociale vengono ridotte scelte culturali. Le politiche multiculturali finiscono per fornire solo correttivi di facciata alle disuguaglianze sociali, lasciando inalterati i meccanismi generali che le originano. Le posizioni progressiste insistono maggiormente sul secondo aspetto della critica: la cecità indotta del multiculturalismo verso le effettive tensioni che si creano in contesti multiculturali. Dietro la facciata di un rispetto assoluto della diversità si sono occultati e legittimati gli aspetti più retro radi e coercitivi di alcune culture tradizionali. Una reale e realistica politica di convivenza dovrebbe riconoscere le possibilità di mantenere le proprie specificità ma valorizzare Un nucleo di valori comuni in cui riconoscersi collettivamente. Non è necessario che i gruppi di minoranza accettino completamente i valori e gli stili di vita della maggioranza, ma devono far propri i valori della convivenza civile. Una reale politica multiculturale deve Dunque difendere le minoranze dalle discriminazioni ma deve favorire attivamente l'acquisizione di ciò che consente di essere parte della medesima società: deve far sì che i migranti imparino la lingua, la storia e le leggi del paese in cui si trovano. Una società che aspira essere realmente equa non può sottovalutare i problemi posti dall’immigrazione: tensione tra i nuovi arrivati e i settori più deboli della società autoctona, rispetto della parità tra uomini e donne. I problemi di ‘’tensione sociale’’ e ’’mancata integrazione’’ non possono risolversi con una difesa delle differenze degli immigrati. Da questa prospettiva, spingere gli immigrati ad apprendere la lingua, le tradizioni e le leggi non è segno di egemonia culturale e di neo-colonialismo, ma uno strumento reale per contrastare la discriminazione e la disuguaglianza sociale. La critica principale a queste posizioni è di trasformare la cittadinanza in uno strumento di disciplinamento e controllo che favorisce l'accettazione e l'inclusione dei gruppi che si adeguano alle aspettative della maggioranza. Una particolare critica alle politiche multiculturali è stata sviluppata da Susan Moller Okin che nel suo saggio Is Multiculturalism Bad For Women? Si chiede se le politiche di salvaguardia delle differenze culturali non si traducano di fatto in una difesa delle tradizioni che limitano la libertà delle donne. Una società può dirsi realmente equa quando riconosce a tutti i suoi membri lo status di piena umanità, cioè quando hanno la possibilità di sottrarsi a costrizioni esterne. Il patriarcato (uomo in posizione di superiorità a dominio, è la forma di costrizione esterne che limita maggiormente la libertà delle donne. Le società liberali sono le meno patriarcali lotta dei movimenti delle donne. Le politiche multiculturali tendono a proteggere le società tradizionali, sostenendo il patriarcato. La difesa dei diritti delle minoranze e la difesa dei diritti delle donne risulterebbero incompatibili. I sostenitori del multiculturalismo si sono impegnati per difendere i gruppi minoritari è necessario consentire loro di configurare le relazioni e le pratiche al loro interno secondo i loro principi culturali, non obbligandoli a seguire i valori del gruppo maggioritario. I diritti di gruppo fanno spesso riferimento alla possibilità di seguire le proprie tradizioni anche quando esse appaiono in contrasto con le idee e credenze della maggioranza. Nella pratica, questo ha significato salvaguardare quelle

consuetudine tradizionale religiose che regolamentano lo statuto personale dei membri del gruppo e le loro relazioni: regole per il matrimonio, divorzio, educazione dei figli, modi di abbigliamento. Si tratta di consuetudine che incidono enormemente sulla sfera domestica. Difendendo queste consuetudini tradizionali si finisce col difendere la poligamia, i matrimoni combinati, le pratiche di mutilazione genitale femminile, la sottomissione delle mogli alla volontà dei mariti, la marginalità delle donne nella sfera pubblica. Come sottolinea Okin, molte consuetudini basate sulla cultura mi erano a controllare le donne e ad asservirle ai desideri maschili, soprattutto sul piano sessuale e riproduttivo. Gran parte delle richieste di riconoscimento e di difesa delle differenze culturali avanzate nel dibattito multiculturale si risolvono in richieste di controllo degli uomini. Difendere tali richieste culturali significa sostenere il dominio e la violenza maschile. Vengono così a scontrarsi la difesa dell'eguaglianza di genere e la difesa dei diritti delle minoranze. Critiche: alcuni sostengono che Okin considera in modo semplicistico le culture presentate come patriarcali, arretrate e ostile alle donne. Così facendo riproduce solo stereotipi. La posizione, al contrario, piuttosto che pensare che alcune culture siano migliori di altre invita a considerarle diverse, cioè che possono essere forse peggiori per alcuni aspetti e migliori per altri. Una seconda critica sottolinea una posizione eccessivamente universalistica: la Okin finisce per parlare della posizione del gruppo culturalmente dominante, ritenendola universale. Le donne dei gruppi minoritari vengono quindi viste come soggetti passivi, ignorando Che donne di colore o donne religiose possono avere concezioni diverse del ruolo della donna. La posizione delle femministe liberali laiche rischia così di diventare a sua volta patriarcale, fornendo un unico modello possibile di realizzazione femminile. Non è un caso che l'accusa rivolta alle minoranze di essere patriarcali venga in particolare da esponenti di partiti politici odi posizioni culturali che non si sono spesso distinti per sostenere Le rivendicazioni di parità delle donne nel mondo occidentale. La loro accusa sembra legata principalmente ha una ostilità nei confronti delle differenze e del multiculturalismo.

CAPITOLO VIII Integrazione dei migranti e trasformazione della cittadinanza

Le critiche al multiculturalismo rendono meno accettabili politiche radicali di difesa delle differenze ( strong multiculturalism), cioè politiche di riconoscimento della differenza nello spazio pubblico che aiutano i gruppi di minoranza a mantenere forti caratteristiche distintive. Sostenere questi gruppi a comportarsi secondo i loro principi viene ora generalmente visto come una minaccia alla vita comune. Il riconoscimento della differenza nella sfera privata, accompagnato da un’acculturazione delle minoranze al modello di vita della maggioranza (weak multiculturalism), continua ad essere considerato importante ed indispensabile. La differenza è considerata una caratteristica ineliminabile delle società contemporanee e come tale va incoraggiata. Il concetto di diversità è passato da un riconoscimento delle identità collettive ad un riconoscimento delle distinzioni e delle competenze individuali. Abbiamo assistito ad un riconoscimento delle specificità individuali a patto che non comportino separazione e contrapposizione al modello comune condiviso. Soprattutto in Europa, il dibattito pubblico si è concentrato sul tema dell’ integrazione dei gruppi minoritari, migranti in particolare. La provenienza dei migranti è molto diversificata e ciò ha comportato una maggiore eterogeneità sociale e culturale. Di fronte a questa eterogeneità, uno dei temi più rilevanti diventa quello relativo alle conseguenze della migrazione su cittadinanza, appartenenza nazionale, funzionamento delle garanzie del welfare state. Il problema non è tanto garantire un pieno riconoscimento della differenza, quanto sviluppare forme di convivenza mettere a tema regole minime per vivere insieme in modo equo. Le proposte legate allo strong multiculturalism sottolineavano la necessità dello sviluppo di una cittadinanza multiculturale che favorisse la difesa dei diritti collettivi dei gruppi di minoranza, concedendogli un certo grado di autonomia. Da un lato si sosteneva che concedere diritti differenziati, attenti alle specificità culturali, fosse la premessa necessaria per un pieno rispetto. Dall'altro si sottolineava come il riconoscimento dei diritti differenziati fosse la base per costruire autostima Indipendenza. Ogni soggetto può dirsi veramente libero se ha possibilità di scegliere, ma tale diritto diviene reale solo se l'individuo è collocato entro una comunità. La cittadinanza multiculturale dovrebbe riconoscere le specificità dei diversi gruppi che compongono la società lasciando ai singoli gruppi la libertà di definire i propri valori e le proprie regole per il controllo delle relazioni interne. Il concetto di integrazione è spesso utilizzato per segnalare sia l'obbligo delle società democratiche di contrastare discriminazione razzismo, sia la necessità che i migranti si sforzano di comprendere e di adattarsi alle regole culturali e sociali della maggioranza. Gli sforzi per acquisire la lingua per le conoscenze e il rispetto delle leggi vengono visti come indicatori necessari di una reale volontà di integrazione, Senza la quale i migranti non possono pretendere di essere riconosciuti come parte della comunità. Vari modelli di integrazione:

  • modello neo-assimilazionista i migranti devono accettare le regole di base della società in cui si trovano per vedersi riconosciuta, in cambio, una piena inclusione. La base teorica di questa posizione è rappresentata dal concetto di assimilazione che viene rivalutato per riferirsi ad un processo sociale di adeguamento dei migranti ai modelli del gruppo autoctono. Tutto ciò prevede effetti sulle future generazioni caratterizzati da una costante e sostanziale inclusione. Favorire questo processi significa opporsi a discriminazione, segregazione e ghettizzazioni. È compito di una politica accorta favorire lo sviluppo e l’acquisizione di ciò che accomuna immigrati e autoctoni. I migranti aspirano a essere parte della comunità in cui vivono non desiderano essere aiutati a mantenersi isolati. Chiedere ai migranti e ai loro figli di imparare la lingua, le regole, le tradizioni e i valori del paese in cui vivono non è segno di imperialismo o mancato riconoscimento della differenza, si tratta piuttosto di un aiuto concreto per favorire processi di assimilazione. Chiedere loro di modificare alcune loro tradizioni e abitudini serve a combattere la discriminazione. Concretamente, questo significa subordinare la

divenuti mobili e differenziati al loro interno. Per favorire la vita comune nel mondo globale è necessario favorire la multi appartenenza virgola la capacità di comprendere le regole e i codici validi nei diversi contesti. Si ritiene utile pensare a forme di cittadinanza post-nazionale o transnazionale che assicuri il riconoscimento di diritti indipendentemente dall’appartenenza nazionale. Habermas propone un patriottismo culturale in cui non lo stato, la comunità, la cultura o la nazione, ma la condivisione delle regole (dimensione costituzionale) è la base per il riconoscimento della cittadinanza. Lo stato non dovrebbe favorire la formazione di identità specifiche, ma forme pragmatiche di convivenza garantendo il rispetto delle regole. L’idea di cittadinanza cosmopolita viene usata per segnalare che gli individui si abituano a esercitare diritti e responsabilità in contesti differenti. Ciò significa superare il concetto di sovranità e appartenenza nazionale per promuovere forme di partecipazione e identificazione globali. La richiesta fondamentale in un contesto fluido globale è di vedersi riconosciuto il ‘’diritto alla mobilità’’ possedere un passaporto che consenta di superare le frontiere, entrare e uscire da una comunità senza vincoli, andare dove si sente di avere maggiori opportunità. Le critiche rispetto a questi due tipi di cittadinanza (cosmopolita e post-nazionale) si basano sul fatto che si tratti di un modello ritagliato sull’immagine di un’élite che dispone delle risorse necessarie per pensarsi come sganciata da ogni appartenenza locale. RIQUADRO: tratti centrali dell’attuale dibattito della cittadinanza Cittadinanza multiculturale garantire diritti a membri di gruppi culturalmente definiti all’interno dello stato-nazione. La cittadinanza diviene stratificata, garantendo diritti diversi, in modo diverso, per gruppi diversi all'interno della medesima comunità politica. Nel lungo periodo, la cittadinanza includerà diritti e doveri sempre più differenziati all'interno del medesimo spazio politico, rispecchiando la pluralità delle società contemporanee. Cittadinanza neo-classica La concessione della cittadinanza deve essere accompagnata da atti concreti e simbolici di valorizzazione dell'identificazione comune (test). Ogni persona ha una singola cittadinanza che la legga allo stato- nazione. Con il passare delle generazioni, gli immigrati si naturalizza anno e ci saranno poche richieste di doppia cittadinanza. Poiché la cittadinanza è un segno di integrazione, saranno i migranti meno integrati a mantenere una doppia cittadinanza. Cittadinanza flessibile I criteri di accesso alla cittadinanza sono sempre più differenziati in base al grado di accettabilità e utilità sociale. Chi ha risorse culturali, professionali economiche elevate viene facilmente incluso, mentre chi non possiede doti ritenute apprezzabili rimane escluso. La cittadinanza diviene uno strumento che certifica l'adeguatezza morale di chi la possiede è legittima l'esclusione di chi viene considerato incapace di contribuire alla ricchezza e al bene collettivo. Le politiche multiculturali devono distinguere tra gruppi ‘’integrabili’’ favorendone la piena integrazione e gruppi ‘’eccessivamente diversi’’, creando barriere efficaci per escluderli. Cittadinanza post-nazionale o transnazionale Il possesso di una doppia cittadinanza e la possibilità di acquisirne delle nuove riflette è una identificazione molteplice. Il numero dei possessori di doppia cittadinanza aumenterà nel tempo e costituirà un elemento centrale delle capacità personali, soprattutto per l'élite mobile, dotata di maggior capitale umano ed elevate competenze professionali. Le politiche multiculturali dovrebbero promuovere una condivisa sensibilità verso la pluralità di codici, regole, idee, linguaggi e favorire appartenenze mobili e molteplici. Cittadinanza cosmopolita La cittadinanza Nazionale perde rilievo: I migranti sono meno interessati all'identificazione con un’ unica comunità locale, avanzano le loro richieste di riconoscimento dei diritti seconda argomentazione universali e chiedono tutela organismi sovranazionali. La doppia cittadinanza diminuirà nel tempo, quando i diritti umani saranno più diffusi. Le politiche multiculturali sono superate perché legano i soggetti a specifiche collettività che sono in contraddizione con l'esperienza contemporanea di vivere in contesti globali.

CAPITOLO IX Ripensare il multiculturalismo Oltre a porre questioni di giustizia sociale, equità e piena partecipazione delle minoranze alla vita comunitaria, il dibattito multiculturale richiama l’attenzione sul significato collettivo attribuito alle differenze, sulle modalità di costruzioni di confini che determinano gli spazi di inclusione e riconoscimento che, contemporaneamente, definiscono le forme di esclusione. Le critiche rivolte alle forme di strong multiculturalism non sembrano in grado di eliminare il tema della differenza e del suo riconoscimento. Rimane condivisa l’idea che il rispetto e la valorizzazione della differenza (weak multiculturalism pone enfasi sulla diversità e guarda con cospetto le richieste di omologazione) siano qualità essenziali di una società che voglia considerarsi equa e democratica. Il dibattito sulle società multiculturali ponendo eccessiva enfasi sulle differenze culturali ha contribuito alla loro reificazione. Le posizioni progressiste hanno spesso sostenuto la necessità di proteggere e conservare le culture minoritarie al fine di contrastare modelli di egemonia e di colonizzazione basate sull’oppressione di alcune culture da parte di altre. Le posizioni conservatrici, invece, hanno promosso la protezione delle culture al fine di evitare ibridazioni che annullerebbero le specificità storiche portando confusione, crisi, conflitto, instabilità. Cultura è diventato sinonimo di identità: insieme di tratti più specifici e caratterizzanti che distinguono i diversi gruppi la cultura/identità diventa ciò che rende un gruppo riconoscibile. La sovrapposizione con l’identità fa sì che i tratti di ogni cultura siano quelli che distinguono. Tali tratti non possono essere negoziati, confrontati, criticati. Questa concezione reificata della cultura ha trasformato le richieste di riconoscimento (fondate su dialogo, confronto, relazione) in richieste di indifferenza (non giudicare, isolare per proteggere). Rielaborare l’idea di cultura, favorire un confronto che incrementi equità, libertà, e democrazia costituiscono il punto di partenza per ripensare il multiculturalismo. In questa direzione di muove, ad esempio,

Benhabib che assume una prospettiva costruzionista che considera la cultura come una narrazione continua. Narrazioni necessarie ma continuamente trasformate e personalizzate. La continua trasformazione delle narrazioni avviene nelle interazioni con gli altri, pubblicamente: essere e diventare un Sé significa inserirsi in reti di interlocuzione. Realizzazione personale, libertà e capacità di scelta autonoma sono legate alla possibilità di dialogare con altri, non al riconoscimento della differenza culturale. Enfatizzando la dimensione culturale, le motivazioni individuali sono ridotte a stereotipi culturali. Per superare questa deriva, il multiculturalismo dovrebbe preoccuparsi meno della difesa della cultura/identità e impegnarsi a promuovere la sfera pubblica caratterizzata da una discussione libera una società multiculturale deve promuovere la cittadinanza in quanto ‘’politica della partecipazione’’. Benhabib propone un approccio democratico deliberativo non pone restrizione all’agenda della conversazione pubblica. le norme e gli ordinamenti normativi che emergono come risultato di un dibattito libero sono gli unici validi in una democrazia deliberativa. L’attuazione di un dialogo multiculturale complesso può essere compatibile con le norme di rispetto universale e con i principi egualitari su cui si fondano l’etica del discorso e la democrazia deliberativa, se vengono assicurate tre condizioni:

  1. Reciprocità egualitaria: ai membri di minoranze non devono essere riconosciuti diritti civili, politici, economici e culturali inferiori a quelli della maggioranza;
  2. Autoascrizione volontaria: un individuo non deve essere automaticamente ascritto ad un gruppo culturale, religioso o linguistico sulla base della sua origine libertà di autoascrizione e autoidentificazione;
  3. Libertà di uscita e associazione : la libertà dell’individuo di uscire dal gruppo non deve avere limitazioni. Riconosciuti questi principi, è possibile conciliare sensibilità per la differenza e posizione universalistica, all’interno di una democrazia deliberativa. È anche possibile sostenere l'opportunità di un pluralismo giuridico che riconosca la legittimità di utilizzare criteri etici diversi per valutare il bene e il male, nonché il comportamento dei membri. Accettare che le società multiculturali siano caratterizzate da un certo grado di pluralismo giuridico significa riconoscere che gruppi diversi in situazioni diverse possono adottare criteri differenti per definire e valutare i comportamenti al loro interno. Questo pluralismo non è in contrasto con universalismo se in ogni gruppo la definizione dei criteri abbiano attraverso un libero dibattito che coinvolge tutti i membri. Se prevale l'idea che la sfera pubblica si è caratterizzato dalle diversità delle opinioni, delle esperienze e degli interessi, il pluralismo giuridico che emerge dai processi di democrazia deliberativa è in grado di assicurare sia un forte universalismo, sia il rispetto delle differenze. Concretamente questo può significare che lo stato, piuttosto che impegnarsi per definire quali gruppi compongono le società virgola deve garantire uguaglianza di trattamento e libertà di scelta per i propri membri, ampliando nel contempo i luoghi e le occasioni per un confronto tra punti di vista ed esperienze diverse. Critiche a Benhabib: carattere eccessivamente idealistico attribuito al libero dibattito un libero dibattito implica disparità di potere che si oppongono a un confronto effettivamente libero da costrizioni e vincoli per i più deboli. Anne Phillips accusa B. di attribuire alla cultura un significato normativo. La cultura continua ad essere considerata un contesto indispensabile per l’orientamento morale, la definizione degli interessi e le preferenze ecc. Questo sostiene degli stereotipi continuando a dividere il mondo in categorie, rende l’individuo un ‘’membro’’ e non un soggetto autonomo. È necessario pensare ad un multiculturalismo senza cultura che rifiuti l’essenzializzazione della cultura. Secondo Phillips questo è possibile se si pone al centro la capacità umana di azione ( human agency ). Secondo Phillips, nel mondo occidentale contemporaneo esiste una sostanziale condivisione dei principi di libertà e di autonomia. Ciò che risulta problematico è se e come intervenire nei confronti di pratiche che non sono consensuali (matrimoni forzati). Avere criteri per distinguere la scelta, sempre condizionata dei contesti sociali in cui si vive, dalla coercizione diviene il punto centrale della discussione multiculturale. L'obiettivo delle politiche multiculturali non può essere quello di liberare i membri delle minoranze dalla coercizione esercitata dalla maggioranza per lasciarli in balia della coercizione esercitata dalla loro presunta cultura, ma piuttosto quella di favorire l'autonomia e combattere le disuguaglianze. Se non si considera la cultura come un insieme omogeneo di vincoli che spingono le persone verso determinati comportamenti, è possibile riconoscere che una parte del dibattito multiculturale riguarda come trasformare la cultura piuttosto che come difenderla. Un multiculturalismo che attribuisce importanza alla cultura senza reificarla restituisce autonomia ai soggetti, considerandoli impegnati a migliorare le loro condizioni di esistenza piuttosto che a riprodurre modelli di comportamento imposti dall'esterno. Le politiche multiculturali hanno spesso seguito tre strade:
  4. Regolamentazione stabilire norme di comportamento corretto, valide per tutti i gruppi che compongono la società indipendentemente dalle loro credenze culturali, in relazione a questioni problematiche (mutilazione, obbligo di usare certi indumenti ecc.). così facendo, le politiche multiculturali si mostrano poco sensibili alle norme culturali delle minoranze, dando per scontato che i comportamenti che impongono siano corretti.
  5. Via di sostegno all’exit libertà di uscire dal gruppo per gli individui che non si sentono in sintonia con esso. Questa strada rischia di sottovalutare l’importanza dell’appartenenza e il prezzo che si deve pagare per uscire dal gruppo. Il peso della scelta è sulle spalle del singolo individuo che deve decidere se accettare le pratiche e le norme della comunità, anche se percepite come oppressive, oppure uscirne, rischiando di rimanere isolato.
  6. Dialogo enfasi sulle pratiche deliberative democratiche. Un accordo comune implica sia la volontà di confrontarsi con posizioni diverse, sia la disponibilità a modificare i propri orizzonti e le proprie convinzioni. Il dialogo libero, però, tende a riconoscere la legittimità di parola dei leader della comunità che tendono a presentare la loro posizione come condivisa da tutto il gruppo.

e diversificata in cui i soggetti occupano differenti posizioni sociali. Genere, etnicità, ‘’razza’’, classe costituiscono fattori che definiscono la posizione sociale. Bisogna garantire uguaglianza di trattamento a individui che occupano posizioni sociali differenti. Il risultato di tutto ciò è che le società contemporanee sembrano contrassegnate da una superdiversità che rende problematico continuare ad utilizzare categorie generalizzanti come etnia, appartenenza nazionale o religiosa. I processi di globalizzazione hanno favorito la frammentazione e la variabilità delle differenze culturali presenti nelle società occidentali. La differenza non è costituita solo dalla provenienza o dall’appartenenza ad un gruppo, ma anche dallo status riconosciuto ai migranti, dalle diverse esperienze lavorativo, dai profili di genere ed età. Il risultato del processo di globalizzazione è la creazione di una massa ribollente di lingue, etnie e regioni che si intersecano e danno origine a superdiversità. Oggi i gruppi non convivono in modo autonomo e separato ma sono sempre più connessi tra loro, legati da interazioni economiche, politiche e culturali. Molto spesso ci si è preoccupati di indicare come dovrebbe essere la società multiculturale senza soffermarsi ad analizzare come si va strutturando la relazione con la differenza nelle società contemporanee. Due visioni radicali della differenza: reificazione della differenza , considerata come una caratteristica fondamentale e sacra, un insieme unico da proteggere da contaminazione e carattere mutevole della differenza , alimentato da ibridazioni, scambi, contestazioni. Entrambe le posizioni sottolineano aspetti importanti del significato assunto dalla differenza nella società contemporanea, ma non consentono di cogliere manifestazioni empiriche nel suo uso. Prospettiva processuale suggerisce di guardare all’uso della differenza come ad una ‘’competenza culturale’’, cioè saper utilizzare la differenza in modo adeguato in sintonia con i codici di azione e le aspettative delle situazioni in cui si agisce. Questo significa, sia reificare la differenza, ma in altri casi significa che essa è decostruita e contestata. Questo significa che enfatizzare la propria differenza, considerandola come sacra per richiedere rispetto, oppure presentarla come una variabilità che non annulla una sostanziale unità di fondo per richiedere inclusione, non sono aspetti contraddittori, ma due strategie per usare la differenza come strumento relazionale. Prospettiva costruzionista guardare alla differenza senza considerarla pere-sociale, fondamentale. Evidenzia che la differenza è il risultato di confronti e conflitti che avvengono in contesti caratterizzati da distribuzione asimmetrica delle risorse, possibilità di parola e di azione. Sottolinea anche la necessità di produrre una differenza significativa, che faccia da confine legittimo in grado di conferire identità. La differenza risulta essere una costruzione sociale, continuamente ridefinita ma necessaria per dare senso alla realtà sociale. Piuttosto che un dato naturale, la differenza appare sia un vincolo sia una risorsa. Un vincolo quando costituisce un elemento di esclusione; una risorsa quando costituisce un’argomentazione legittima per resistere alla discriminazione, per avanzare richieste di inclusione, per favorire relazioni. Più che un bagaglio o un’eredità da difendere, la differenza appare come una competenza (accomplishment) necessaria per vivere in contesti caratterizzati da mutamento. L’attenzione si sposta agli usi pratici della differenza in contesti di interazione quotidiana. Il concetto di multiculturalismo quotidiano pone l’attenzione sulle strategie di ‘’trasversità quotidiana’’: momenti in cui le persone si incontrano, si scambiano beni e informazioni, entrano in conflitto. Vuole, inoltre, sottolineare il carattere polittico assunto dalla differenza: strumento usato per chiedere equità e inclusione. Il multiculturalismo non riguarda solo la possibilità di definire regole di convivenza ‘’a distanza’’ tra gruppi diversi, ma si riferisce ad una esperienza concreta di micropratiche diffuse, di contatto e incontro in cui la differenza può essere usata. Il multiculturalismo quotidiano ha a che fare con l’uso situato della differenza il multiculturalismo non può limitarsi all’analisi delle situazioni positive, ma pone attenzione anche alle situazioni di conflitto, alle forme attive di discriminazione. L'attenzione alla dimensione quotidiana non intende affaticare la dimensione micro, ne a privilegiare ciò che avviene nel territorio del privato. Intende piuttosto richiamare l'attenzione alla dimensione situata delle pratiche sociali, cioè Agli aspetti ordinari, banali, carichi di abitudini e di emozioni. Da questa prospettiva, gli individui sembrano continuamente impegnati a tradurre i significati attribuiti alla differenza nel discorso pubblico in significati locali, adeguati alle esigenze contestuali e agli obiettivi personali. Si tratta di sviluppare la capacità di muoversi continuamente e con agio tra gruppi diversi e codici culturali diversi. Il concetto di multiculturalismo quotidiano intende definire sia una categoria di pratiche sia una categoria di analisi. Nel primo caso vuole segnalare ambiti specifici di ricerca: situazioni urbane di confronto costante con la differenza; saper utilizzare la differenza costituisce una competenza necessaria per agire in modo "adeguato". L'attenzione al carattere situato e all'uso politico della differenza consente di non guardare le società multiculturali come caratterizzate dalla presenza di gruppi le cui tradizioni sono considerati come totalità omogenee, ma di fissare l'attenzione sulle pratiche minute, incorporate, sulle piccole tattiche quotidiane che rafforzano le linee che definiscono eguaglianza e differenza, inclusione ed esclusione. La differenza è vista come una risorsa politica utilizzabile sua per richiedere inclusione, sia per legittimare esclusione. il problema centrale non è valutare se la società multiculturale sia auspicabile o da contrastare virgola si tratta di riconoscere che alla differenza costituisce una risorsa potente, utilizzabile per avanzare richieste di partecipazione è riconoscimento è per consolidare o contestare le regole e i rapporti di potere esistenti. Nonostante una diffusa diffidenza verso lo strong multiculturalism (sostiene il mantenimento e l’accentuazione delle

differenze culturali), nelle società occidentali la differenza continua ad essere valutata positivamente: segno di distinzione, specificità individuale e di gruppo, ricchezza per la collettività. L’esperienza di vivere in contesti diversificati, amplifica la domanda di accessibilità e di partecipazione nel rispetto delle particolarità. Le richieste di riconoscimento non si esauriscono, ma veicolano richieste di inclusione nella vita pubblica senza discriminazioni. Il dibattito multiculturale evidenzia la necessità di una riflessione sulle modalità di ampliamento e di gestione dello

spazio pubblico e sulle modalità attraverso cui il gruppo dominante costruisce le forme del suo dominio, controllando

la disposizione dei confini sociali che regolano l’accesso alle risorse materiali e simboliche che consentano il pieno sviluppo personale. Riconoscere l’importanza assunta dalla differenza nella società contemporanea non significa accettarla acriticamente, né difenderla da ogni trasformazione. Impegna piuttosto a riconoscere il carattere politico dell’uso della differenza, la sua possibilità ambivalente di creare esclusione e di essere la base per avanzare richieste di partecipazione. La critica verso un multiculturalismo che reifica le differenze, producendo indifferenza e ostilità

reciproca, non elimina le questioni centrali poste dal multiculturalismo: una richiesta di inclusione e superamento delle discriminazioni e una richiesta di revisione delle gerarchie di potere, delle regole e delle pratiche che definiscono la posizione di vantaggio del gruppo dominante. È possibile abbandonare il termine multiculturalismo in favore di altri termini come diversità, cosmopolitismo, intercultura, ma per comprendere la società contemporanea e il suo possibile futuro è necessario continuare a riflettere sulle possibili risposte a determinate questione e analizzare le

forme che esse assumono nella sfera pubblica.

DOPO L’APPRODO

INTRODUZIONE

Erano da pochi mesi accadute le due tragedie nel canale di Sicilia dell'autunno 2013, al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013 e nei pressi delle coste libiche l'11 ottobre quando abbiamo iniziato questo progetto di documentazione e ricerca. Gli arrivi sulle coste, stavano già attirando l'attenzione mediatica nazionale e internazionale. La gestione degli arrivi di chiamare a messo in evidenza una forte continuità fra le scelte politiche fatte prima e dopo