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Appunti su Leonardo Sciascia e il suo impegno nel combattere la mafia
Tipologia: Appunti
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● Leonardo Sciascia nasce in Sicilia, a Racalmuto nel 1921, figlio di uno zolfataro e una casalinga. ● Dopo aver frequentato le elementari si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta, dove si iscrive all’istituto superiore, in cui conoscerà il professore Vitaliano Brancati che lo porterà a conoscere gli autori francesi del tempo e gli illuministi. In questo periodo si avvicina al partito comunista e alla militanza antifascista. ● Nel 1941 si diploma e inizia a lavorare al Consorzio Agrario di Racalmuto, esperienza che lo porta a conoscere la realtà contadina siciliana. ● Nel 1944 si sposa con Maria Andronico, con cui avrà due figlie. ● Nel 1949 viene nominato maestro delle scuole elementari di Racalmuto, ruolo che ricoprirà fino al 1957. ● Nel 1950 inizia la sua attività letteraria con la pubblicazione delle “ Favole della dittatura ” ( 27 favole ispirate al modello edipico, con una morale, riguardanti il regime fascista). Ma Sciascia spazia tra molti generi, ad esempio nel 1952 fa pubblicare una raccolta di poesie : “ La Sicilia, il suo cuore ”. ● Nel 1953 pubblica il saggio “ Pirandello e il pirandellismo ”, in cui analizza lo stile e le forme d’arte del famoso autore. ● Ma è nel 1961 che inizia a dedicarsi al tema prevalente della sua opera : il genere “giallo” , maggiormente concentrato sulla mafia , infatti assume un carattere di denuncia etica e sociale : Sciascia si concentra di più nell’analizzare le cause economiche e sociali che portano alla creazione del fenomeno mafioso e dei delitti, più che sui singoli casi stessi come nel tipico romanzo giallo. Di questo periodo sono i suoi romanzi più famosi : “ Il giorno della civetta ”, “ A ognuno il suo ”, “ Todo modo ”. ● Oltre alla carriera di scrittore Sciascia si dedica anche al giornalismo scrivendo, oltre che per piccole testate siciliane, anche per “La Stampa” e il “Corriere della Sera”. ● Inoltre, dal 1975 si dedica a un altro tipo di impegno civile, quello politico, infatti si candiderà nelle liste del Partito Comunista, cosa che influirà sui suoi romanzi che a questo punto si basano su fatti di cronaca , come ad esempio “ La scomparsa di Majorana ”(1975), “ Candido ”(1977), basato sulle delusioni politiche dello stesso autore, e poi il più famoso “ L’affare Moro ” (1978), scritto con la forma del racconto-inchiesta, in cui espone i retroscena del caso suscitando enormi polemiche tra la stampa, i politici e gli intellettuali italiani. ● Nel 1980 passa al Partito dei Radicali, dedicandosi negli ultimi anni della sua vita alla saggistica storico-letteraria e allo studio del fenomeno mafioso, come in occasione del maxi-processo a Cosa Nostra del 1986. ● Sciascia morirà a Palermo nel 1989.
Sciascia fu uno dei più grandi polemisti del Novecento, e venne sommerso a più riprese da critiche soprattutto negli ultimi venti anni della sua vita , quando iniziò a scrivere riguardo la mafia e il sistema politico italiano attraverso l’uso di ironia e velato sarcasmo. L’opera più controversa fu sicuramente l’ articolo pubblicato nel 1987 sul Corriere della Sera intitolato “I professionisti dell’Antimafia” , che aveva come tesi l’accusa secondo cui ormai in Sicilia il modo migliore per diventare un magistrato di successo e fare carriera in politica era dichiararsi antimafioso. La cosa che più scatenò scalpore però fu il citare come uno di questi professionisti Paolo Borsellino , che venne accostato al metodo dell’antimafia descritto da Sciascia, cioè l’instaurazione di un terrorismo simile a quello fascista e a quello mafioso stesso, in cui chi non aderiva agli interrogatori o dissideva da certi metodi veniva accusato di essere mafioso egli stesso o comunque un simpatizzante. Ad oggi, sicuramente si può affermare che le paure di approfittatori del fenomeno antimafioso in Sicilia fossero presenti, ma citare Paolo Borsellino come uno di questi sicuramente fu un errore dato il contributo che diede alla lotta alla mafia in Italia. ➔ Inoltre Sciascia per questo articolo venne aspramente criticato e accusato di essere stato “stregato” dalla mafia quando invece si sa che ripudiava e condannava ogni forma di mafia esistente. La più importante opera che ci può dare un’idea del pensiero di Sciascia sulla mafia è un articolo pubblicato nel 1957 nella rivista “Tempo Presente” che si intitola “La Mafia” , una sorta di saggio in cui l’autore ci esprime la sua concezione del fenomeno.
L’articolo inizia con l’ affermazione che la mafia al tempo non era un fenomeno accettato dalla società siciliana e ne veniva negata l’esistenza , e ciò viene spiegato dalla citazione di Giuseppe Alessi, l’allora presidente siciliano, il quale affermava : “ è un’offesa alla Sicilia ammettere l’esistenza di un’associazione per delinquere con vasto raggio d’azione e con precisi addentellati nella vita pubblica ”. ➔ Un’affermazione di cui Sciascia è sicuro si tratti solo di una facciata e che in realtà l’istituzione fosse alla conoscenza dell’entità reale del fenomeno. Poi analizza un libro edito nello stesso anno, “La Mafia” di Ed Raid , dove Sciascia concorda nell’idea che la mafia siciliana e quella statunitense siano collegate tramite contatti reali ma si comportano in modi diversi soprattutto riguardo il controllo capillare del territorio, e ciò è dovuto anche all’arretratezza siciliana. ➔ Mentre Ed Raid afferma che l’origine del fenomeno è semplicemente il sangue siciliano, Sciascia ritiene che i motivi di ciò vadano “risolti nella storia” (affermazione di chiaro stampo marxista ). Perciò, a questo punto, l’autore fornisce una sommaria storia della mafia arrivando a dare la prima vera definizione della mafia : “ una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi violenti ”. Poi spiega che l ’esplosione del fenomeno mafioso , prima limitato alle aree rurali, fu dovuto all’arrivo nel 1943 delle truppe americane a liberare l’Italia dal regime fascista, che insediarono nei Comuni i mafiosi più noti : “ la mafia, che era stata combattuta dal fascismo – due mafie non avrebbero potuto coesistere – si è avvantaggiata dallo sbarco americano in Sicilia. Insediati dagli americani in posti chiave delle istituzioni, i mafiosi, oltre al prestigio, hanno esercitato un potere politico quotidiano: presiedevano alla distribuzione di pane e viveri, offrivano coperte, fornivano la penicillina, il ‘rimedio miracoloso’ di cui è difficile oggi immaginare cosa poteva significare in quel tempo. Il pane, la penicillina, le coperte …ecco il potere di cui i mafiosi si erano trovati investiti dagli americani”. La parte conclusiva del saggio è dedicata all’analisi del libro del Maggiore Candida , ricco di dati frutto della sua esperienza personale dello studio dei casi riguardanti la mafia, (e infatti dopo la pubblicazione del libro viene trasferito in Nord Italia). Secondo Sciascia questo libro va a completare quello di Raid in quanto la mafia nei suoi traffici internazionali soprattutto verso l’America ha come base la Sicilia, in quanto è un luogo favorevole al suo sviluppo , infatti la popolazione ha un basso tenore di vita e poche possibilità di lavoro; i bambini e i ragazzi inoltre vengono sfruttati, data la scarsa istruzione. Il saggio continua nell ’analisi dell’uso da parte delle forze dell’ordine della figura del “pentito” e della pena del “confino”, e sull’esistenza delle “mafie di sinistra”. Invece, si possono nominare i rapporti tra gli enti governativi e la mafia, difficili da scoprire tramite indagini in quanto dati “attraverso un giro di amici degli amici così largo da rendere impossibile un risultato d’indagine che valga veramente a provare il rapporto tra un uomo politico e l’associazione mafiosa”. La conclusione del saggio è una profezia riguardo la mafia, così riportata : “i n Sicilia la mafia è una forza. Se dal latifondo riuscirà a migrare e a consolidarsi nella città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo d’industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema ”.
Il romanzo Il giorno della civetta si apre con un omicidio: mentre sta per salire su un autobus pieno di persone viene ucciso Salvatore Colasberna, piccolo imprenditore locale che possiede un’impresa edile. Di fronte al cadavere, le persone sull’autobus spariscono velocemente, mentre l’autista e il bigliettaio si mostrano reticenti alle domande dei carabinieri. Il capitano Bellodi, proveniente da Parma, ha l’incarico di svolgere l’indagine, ma si sconta con l’omertà. Cerca di rompere il silenzio e l’indifferenza della gente, ma con pochi risultati. Il commissario Bellodi interroga i soci di Colasberna e, nonostante la reticenza di questi, riesce a capire che l’omicidio è legato al fatto che Colasberna con la sua impresa edile non si fosse adattato al sistema di potere della mafia. Nel frattempo al commissariato si presenta anche una donna, che denuncia la scomparsa del marito, Paolo Nicolosi, e riferisce a Bellodi il nome del probabile assassino del marito: Diego Marchica detto Zicchinetta. Nicolosi sarebbe stato ucciso da Zicchinetta perché aveva visto lo stesso Zicchinetta sparare a Colasberna. Zicchinetta è già conosciuto dai carabinieri, che lo considerano un sicario, ma che non hanno mai potuto arrestare per insufficienza di prove.