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Leonardo Sciascia (letterario), Sintesi del corso di Lingue e letterature classiche

Le opere e la vita + "il giorno della civetta" descrizione accurata, completa e lunga con spezzoni del racconto

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 12/11/2020

Denise..
Denise.. 🇮🇹

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LEONARDO SCIASCIA
Leonardo Sciascia nasce l'8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia
di Agrigento, primo di tre fratelli, figlio di un impiegato, Pasquale
Sciascia, e di una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre
proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato
presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le
sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.
A sei anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto. Nel 1935
si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto
Magistrale "IX Maggio" nel quale insegna Vitaliano Brancati, che
diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori
francesi, mentre l'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe
Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere
l'illuminismo francese e italiano. Egli forma così la propria coscienza civile sui testi di Voltaire,
Montesquieu, Cesare Beccaria, Pietro Verri.
Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso
confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre a
imprimersi la sua formazione culturale.
Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene
accettato e assegnato ai servizi sedentari.
Nel 1941 consegue il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario,
occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di
avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.
Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Maria Andronico
e Sciascia avranno due figlie, Laura e Anna Maria.
Nel 1948 Leonardo Sciascia rimane scosso dal suicidio dell'amato fratello Giuseppe.
Nel 1949 inizia a insegnare nella scuola elementare nel suo paese.
Sciascia vince nel 1953 il Premio Pirandello per un suo importante intervento critico sull’autore di
Girgenti (Pirandello e il pirandellismo).
Nell’anno scolastico ‘57- ‘58 è distaccato a Roma, al ministero della pubblica istruzione. Al suo
ritorno si ristabilisce con la famiglia a Caltanissetta, ma interrompe l’attività d’insegnamento per
lavorare in un ufficio del Patronato scolastico.
Del 1961 èIl giorno della civetta, il romanzo sulla mafia che porterà a Sciascia la maggior parte
della sua celebrità: e proprio l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali di Sicilia saranno uno
dei tratti più pertinenti per la definizione della fisionomia dello scrittore e intellettuale Leonardo
Sciascia.
Politicamente impegnato e autore di romanzi, saggi e racconti, Sciascia si propone come
intellettuale moderno, capace di analizzare in modo critico le cause della condizione di arretratezza
della sua Sicilia, ricercate sia nel passato storico sia nella realtà contemporanea. In particolare, a
Sciascia va il merito di avere affrontato per la prima volta in opere narrative rivolte al grande
pubblico- il fenomeno della mafia, centrale soprattutto ne Il giorno della civetta.
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LEONARDO SCIASCIA

Leonardo Sciascia nasce l'8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, primo di tre fratelli, figlio di un impiegato, Pasquale Sciascia, e di una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre. A sei anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio" nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l'incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere l'illuminismo francese e italiano. Egli forma così la propria coscienza civile sui testi di Voltaire, Montesquieu, Cesare Beccaria, Pietro Verri. Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre a imprimersi la sua formazione culturale. Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene accettato e assegnato ai servizi sedentari. Nel 1941 consegue il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell'ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Maria Andronico e Sciascia avranno due figlie, Laura e Anna Maria. Nel 1948 Leonardo Sciascia rimane scosso dal suicidio dell'amato fratello Giuseppe. Nel 1949 inizia a insegnare nella scuola elementare nel suo paese. Sciascia vince nel 1953 il Premio Pirandello per un suo importante intervento critico sull’autore di Girgenti ( Pirandello e il pirandellismo ). Nell’anno scolastico ‘57- ‘58 è distaccato a Roma, al ministero della pubblica istruzione. Al suo ritorno si ristabilisce con la famiglia a Caltanissetta, ma interrompe l’attività d’insegnamento per lavorare in un ufficio del Patronato scolastico. Del 1961 è “ Il giorno della civetta , il romanzo sulla mafia che porterà a Sciascia la maggior parte della sua celebrità: e proprio l’impegno civile e la denuncia sociale dei mali di Sicilia saranno uno dei tratti più pertinenti per la definizione della fisionomia dello scrittore e intellettuale Leonardo Sciascia. Politicamente impegnato e autore di romanzi, saggi e racconti, Sciascia si propone come intellettuale moderno, capace di analizzare in modo critico le cause della condizione di arretratezza della sua Sicilia, ricercate sia nel passato storico sia nella realtà contemporanea. In particolare, a Sciascia va il merito di avere affrontato per la prima volta in opere narrative rivolte al grande pubblico- il fenomeno della mafia, centrale soprattutto ne Il giorno della civetta.

Il romanzo narra la complessa inchiesta su un delitto di mafia svolta dal capitano Bellodi, un giovane originario di Parma animato da una severa istanza morale e civile e dalla fiducia nella razionalità e nella giustizia. Giunto a un passo dalla verità, egli si scontra però con un sistema di connivenze tra mafia e politica che lo costringono ad abbandonare l’indagine e a lasciare la Sicilia. Sciascia tratta in modo coraggioso un tema di grande rilievo sociale, calandolo in una forma narrativa accattivante (il genere del poliziesco d’inchiesta) e sensibilizzando il pubblico con testi di esemplare chiarezza espressiva. A questi intenti e modalità narrative l’autore resta fedele anche nelle sue opere più tarde, come Il contesto (1971), segnate però da un crescente pessimismo sulle sorti non solo della Sicilia ma dell’intera Italia, vista come luogo di corruzione in cui i principi di ordine e legalità sono destinati a naufragare. Sciascia sceglie il romanzo giallo per rivolgersi a un pubblico ampio e sensibilizzarlo alle problematiche legate alla corruzione morale e politica dell’Italia contemporanea. Nel 1974, nel clima del referendum sul divorzio e della sconfitta politica dei cattolici, nasce Todo modo , un libro che parla «di cattolici che fanno politica» (Sciascia) e che viene naturalmente stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno ’75 lo scrittore è candidato come “indipendente” nelle liste del partito comunista: eletto con un forte numero di preferenze Sciascia si dimette da consigliere già all’inizio del 1977. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portarono dunque a scontri molto duri con la dirigenza del partito comunista. In questi anni aumenta la frequenza dei suoi viaggi a Parigi e s’intensificano i contatti con la cultura francese, da lui sempre tenuta come essenziale punto di riferimento. Nel 1979 accetta la proposta dei radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali, preferisce Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della commissione d’inchiesta sul rapimento Moro. In seguito a nuovi contrasti con il PCI di Berlinguer Sciascia abbandona l’attività politica, ma non rinuncia all’osservazione delle vicende politico-giudiziarie dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la mafia. Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi. Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989, salutato da numerose parole di stima, fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino. Il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

Romanzo giallo e romanzo di denuncia civile caratterizzano mirabilmente la prima fase della produzione di Sciascia. L’omicidio qui è connesso alla politica attraverso la corruzione di alcuni funzionari pubblici e alla fitta rete di “poteri forti” che ruotano attorno al mondo descritto dall’autore: omertà e mafia sono le forze occulte che ostacolano la giustizia tanto agognata da Bellodi. Sciascia racconta il sangue e la corruzione della sua Sicilia , facendo emergere la rete di complicità, vigliaccherie, opportunismi, che consente la perpetuazione di uno stato di cose intollerabile. In questo breve romanzo Sciascia, oltre alla rappresentazione della difficile realtà siciliana, ci mostra l’espansione della mafia in tutta l’Italia , da Sud a Nord e la diffusione di questo cancro anche ai piani alti dello stato. A riguardo alcune parole de “il giorno della civetta” manifestano la grande intuitività di Sciascia: “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… a me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… la linea della palma… io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… e sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…” Leonardo Sciascia conosceva profondamente il fenomeno mafioso, per averlo studiato e per averlo vissuto. Non solo riusciva, da siciliano, a coglierne lo spirito che affonda le radici nella storia della Sicilia e della sua gente, ma, da scrittore e attento osservatore della realtà egli vedeva e descriveva la mafia concretamente, denunciandone i punti deboli e le pericolose aderenze con la politica e le amministrazioni locali. Ne “ Il giorno della civetta” Sciascia aveva scritto: «Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». Correva l’anno 1961 e molti in Italia ancora negavano l’esistenza di un sistema ordinato di regole e valori che rispondessero al nome di mafia. Piuttosto di quel sistema s’aveva un’idea indistinta, vagamente mescolata ad una generica preunitaria idea di sicilianità. In ordine con la sua convinzione che la missione dello scrittore sia quella «di stare sempre contro il potere», ovvero quella di «criticare, molestare, insultare, attaccare, denunciare il potere»,Sciascia non solo, tra i primi, ha delineato quello della mafia come un problema unitario, ma non ha esitato ad avanzare dubbi e perplessità sul modo in cui le istituzioni e le autorità competenti si sono contrapposti alla mafia. Se è stato tra i fautori e diffusori dello spirito anti mafioso, parimenti non ebbe timore di rilevare errori e debolezze dello Stato e dei suoi uomini, pur conservando intatto il senso delle istituzioni e dei valori sui quali poggia il nostro sistema democratico. «Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza».