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Leopardi e Montale poesie, Schemi e mappe concettuali di Italiano

Sintesi poesie di Leopardi e Montale, letteratura italiana quinta superiore

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

In vendita dal 03/01/2024

Elemn
Elemn 🇮🇹

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GIACOMO LEOPARDI
LA TEORIA DEL PIACERE (ZIBALDONE)
Si tratta di una ricerca intellettuale sul piacere e sull’indefinito. Secondo Leopardi, l’anima umana
desidera sempre un piacere che sia infinito per durata e per estensione. Questo desiderio non può
mai essere soddisfatto, in quanto l’uomo può conoscere solo cose finite e contingenti: se si desidera
ad esempio un cavallo, non si desidera un tal piacere, ma ci si aspetta un piacere astratto e
illimitato, che non corrisponde alla realtà.
Tutti i piaceri della vita saranno dunque misti al dispiacere, perché l’anima nell’ottenerli cercherà
avidamente ciò che non può provare: la soddisfazione di un desiderio illimitato.
L’INFINITO
poetica del vago e dell’indefinito
•La ricerca intellettuale scaturisce dalla visione di un
paesaggio (si tratta infatti di un idillio): l’elemento
della siepe stimola l’immaginazione, e dunque
l’infinito.
•La poesia è divisa in due parti dal punto al verso 8:
la seconda parte corrisponde all’avvicinamento con
“QUESTO infinito”.
•È descritto l’infinito, come “tutto ciò che non è
finito”
•La dimensione della poesia è fortemente personale,
Leopardi stesso descrive come trova conforto nel
lasciare che la sua identità vaghi nell’infinito (“e il
naufragar m’è dolce in questo mar” v.14)
•La dimensione della poesia è esclusivamente
intellettuale, non religiosa
•Struttura metrica: 15 versi endecasillabi sciolti
(rivoluzione formale del metro corto)
ALLA LUNA
•Idillio (descrizione di un notturno che conduce ad
una fase introspettiva del poeta)
• Contrasto tra le varie dimensioni temporali della
vita
•Futuro: ricco di speranze che verranno
inevitabilmente disattese
•Passato: ricordo dolce del dolore, attenuato dal
tempo
• Presente: è doloroso, da esso non si può fuggire
perché è definito
•Leopardi si rifugia nel ricordo: tema della
RIMEMBRANZA
•Il poeta soffre, in quanto conosce il suo destino e
quello dell’umanità. Si rifugia dunque nel ricordo
(che è indefinito e rassicurante) della sua gioventù,
periodo in cui aveva ancora speranza nel futuro.
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Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!
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GIACOMO LEOPARDI

LA TEORIA DEL PIACERE (ZIBALDONE)

Si tratta di una ricerca intellettuale sul piacere e sull’indefinito. Secondo Leopardi, l’anima umana desidera sempre un piacere che sia infinito per durata e per estensione. Questo desiderio non può mai essere soddisfatto, in quanto l’uomo può conoscere solo cose finite e contingenti: se si desidera ad esempio un cavallo, non si desidera un tal piacere, ma ci si aspetta un piacere astratto e illimitato, che non corrisponde alla realtà. Tutti i piaceri della vita saranno dunque misti al dispiacere, perché l’anima nell’ottenerli cercherà avidamente ciò che non può provare: la soddisfazione di un desiderio illimitato. L’INFINITO

  • poetica del vago e dell’indefinito
  • La ricerca intellettuale scaturisce dalla visione di un paesaggio (si tratta infatti di un idillio): l’elemento della siepe stimola l’immaginazione, e dunque l’infinito.
  • La poesia è divisa in due parti dal punto al verso 8: la seconda parte corrisponde all’avvicinamento con “QUESTO infinito”.
  • È descritto l’infinito, come “tutto ciò che non è finito”
  • La dimensione della poesia è fortemente personale, Leopardi stesso descrive come trova conforto nel lasciare che la sua identità vaghi nell’infinito (“e il naufragar m’è dolce in questo mar” v.14)
  • La dimensione della poesia è esclusivamente intellettuale, non religiosa
  • Struttura metrica: 15 versi endecasillabi sciolti (rivoluzione formale del metro corto) ALLA LUNA
  • Idillio (descrizione di un notturno che conduce ad una fase introspettiva del poeta)
  • Contrasto tra le varie dimensioni temporali della vita
  • Futuro: ricco di speranze che verranno inevitabilmente disattese
  • Passato: ricordo dolce del dolore, attenuato dal tempo
  • Presente: è doloroso, da esso non si può fuggire perché è definito
  • Leopardi si rifugia nel ricordo: tema della RIMEMBRANZA
  • Il poeta soffre, in quanto conosce il suo destino e quello dell’umanità. Si rifugia dunque nel ricordo (che è indefinito e rassicurante) della sua gioventù, periodo in cui aveva ancora speranza nel futuro. Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare. O graziosa luna, io mi rammento Che, or volge l’anno, sovra questo colle Io venia pien d’angoscia a rimirarti: E tu pendevi allor su quella selva Siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci Il tuo volto apparia, che travagliosa Era mia vita: ed è, nè cangia stile, O mia diletta luna. E pur mi giova La ricordanza, e il noverar l’etate Del mio dolore. Oh come grato occorre Nel tempo giovanil, quando ancor lungo La speme e breve ha la memoria il corso, Il rimembrar delle passate cose, Ancor che triste, e che l’affanno duri!

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

  • Ambientazione: notturno lunare (vago e indefinito)
  • La sera del dì di festa corrisponde alla gioia e alla speranza che svaniscono, al desiderio e l’aspettativa delusi dal piacere che si rivela essere limitato.
  • Il poeta osserva la luna e coglie la grandezza della natura, al contrario della donna amata, che dorme serena (pastore/gregge)
  • Si passa dal dolore personale (del poeta, causato dall’amore) alla condizione umana: si contrappone il passato ed il presente in una dimensione storica. Tutto è destinato a sparire senza lasciare traccia di sé (orma/Roma)
  • Tutto è destinato dunque a morire (condizione meccanicistica, annullamento)
  • Tema della rimembranza o ricordanza in chiave personale (dì di festa) e storica (civiltà antiche)
  • Corrispondenza presente/passato e sera/giorno L’ULTIMO CANTO DI SAFFO La protagonista è il personaggio di Saffo, poetessa greca che si suicidò per amore. Era stata rifiutata dal suo amato per la sua bruttezza: questa caratteristica le impediva che le venissero riconosciute tutte le sue altre virtù. Anch’essa vive in una condizione di infelicità: per la prima volta questa condizione viene estesa anche agli antichi. Questo poema corrisponde con la radicalizzazione del pensiero di Leopardi, ed è infatti considerata un’opera di transizione. Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela serena ogni montagna. O donna mia, giá tace ogni sentiero, e pei balconi rara traluce la notturna lampa: tu dormi, ché t’accolse agevol sonno nelle tue chete stanze; e non ti morde cura nessuna; e giá non sai né pensi quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sí benigno appare in vista, a salutar m’affaccio, e l’antica natura onnipossente, che mi fece all’affanno. — A te la speme nego — mi disse, — anche la speme; e d’altro non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. — Questo dí fu solenne: or da’ trastulli prendi riposo; e forse ti rimembra in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti piacquero a te: non io, non giá ch’io speri, al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo quanto a viver mi resti, e qui per terra mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi in cosí verde etate! Ahi! per la via odo non lunge il solitario canto dell’artigian, che riede a tarda notte, dopo i sollazzi, al suo povero ostello; e fieramente mi si stringe il core, a pensar come tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito il dí festivo, ed al festivo il giorno volgar succede, e se ne porta il tempo ogni umano accidente. Or dov’è il suono di que’ popoli antichi? or dov’è il grido de’ nostri avi famosi, e il grande impero di quella Roma, e l’armi, e il fragorío che n’andò per la terra e l’oceáno? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e piú di lor non si ragiona. Nella mia prima etá, quando s’aspetta bramosamente il dí festivo, or poscia ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, premea le piume; ed alla tarda notte un canto, che s’udía per li sentieri lontanando morire a poco a poco, giá similmente mi stringeva il core.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

  • Idillio: il paesaggio dopo la tempesta porta ad un’introspezione del poeta
  • 1a parte: descrizione del paesaggio, tranquillo e calmo (vago/indefinito)
  • 2a parte: valore metaforico del paesaggio: il piacere è solamente una momentanea cessazione del dolore (tempesta=dolore, quiete=piacere)
  • La natura è nemica e crudele, offende volontariamente gli uomini
  • La morte è la soluzione definitiva al dolore della vita Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe lá da ponente, alla montagna: sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il romorio, torna il lavoro usato. L’artigiano a mirar l’umido cielo, con l’opra in man, cantando, fassi in su l’uscio; a prova vien fuor la femminetta a côr dell’acqua della novella piova; e l’erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero. Ecco il sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville. Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: e, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passeggier che il suo cammin ripiglia. Si rallegra ogni core. Sí dolce, sí gradita quand’è, com’or, la vita? Quando con tanto amore l’uomo a’ suoi studi intende? o torna all’opre? o cosa nova imprende? Piacer figlio d’affanno; gioia vana, ch’è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita abborria; onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudâr le genti e palpitâr, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento. O natura cortese, son questi i doni tuoi, questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto Che per mostro e miracolo talvolta nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana prole cara agli eterni! assai felice se respirar ti lice d’alcun dolor; beata se te d’ogni dolor morte risana.

A SE STESSO

  • Metro breve/poesia libera
  • Appartiene al ciclo di Aspasia
  • Tema: disillusione dell’amore (non c’è ironia ma nichilismo totale)
  • Disprezzo, distacco dalle illusioni giovanili
  • Cessa il conforto del ricordo: si arriva ad un punto di negazione totale dell’illusione CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE NELL’ASIA
  • Il protagonista del componimento è un uomo primitivo che parla rivolgendosi alla luna. Il pastore corrisponde alla figura di Leopardi: si tratta di un uomo pensante, che si trova in una condizione scomoda, a metà tra la luna ed il suo gregge.
  • Il gregge rappresenta la communis opinio, ovvero la maggior parte degli uomini, che non riflettono e non si pongono domande: essi vivono bene, sono “beati” perché non si tormentano.
  • La luna rappresenta la natura matrigna: è indifferente, distaccata e lontana, onnisciente perché immortale. Essa rispetta un tempo ciclico, così come la natura (entrambe figure femminili). Il tempo ciclico della natura è rassicurante, in contrasto con il tempo industriale lineare e disumanizzante.
  • La vita è costante dolore, che termina con il baratro della morte. La nascita stessa è caratterizzata dal dolore, che per forza di cose è radicato negli uomini, essendo la prima emozione che provano.
  • La condanna dell’uomo consiste nell’essere consapevole del fatto che la vita ha un significato, senza però arrivare a comprenderlo e a concepirlo. Or poserai per sempre, Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, In noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. Posa per sempre. Assai Palpitasti. Non val cosa nessuna I moti tuoi, né di sospiri è degna La terra. Amaro e noia La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. T'acqueta omai. Dispera L'ultima volta. Al gener nostro il fato Non donò che il morire. Omai disprezza Te, la natura, il brutto Poter che, ascoso, a comun danno impera, E l'infinita vanità del tutto.

LA GINESTRA

Prima strofa La ginestra corrisponde all’interlocutore, che cresce su territori aridi, dove una volta sorgevano società antiche. Questa strofa è caratterizzata dall’ironia e dallo scetticismo: invita coloro che sostengono che l’uomo abbia potere, ad osservare il potere della natura, che distrugge tutto. “Le magnifiche sorti e progressive” è una citazione di suo cugino, anch’egli scrittore. Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor né fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fûr liete ville e cólti, e biondeggiâr di spiche, e risonâro di muggito d’armenti; fûr giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fûr cittá famose, che coi torrenti suoi l’altèro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, ove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto è il gener nostro in cura all’amante natura. E la possanza qui con giusta misura anco estimar potrá dell’uman seme, cui la dura nutrice, ov’ei men teme, con lieve moto in un momento annulla in parte, e può con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive son dell’umana gente «Le magnifiche sorti e progressive».

Seconda strofa Leopardi critica il secolo decimo-nono, che definisce “superbo e sciocco”: durante questo periodo si sta retrocedendo ma gli intellettuali proclamano il progresso, ingannando il popolo e a volte anche loro stessi. Il pensiero è servo, non più libero. Leopardi stesso si ripromette di far aprire gli occhi al popolo, a costo di cadere nell’oblio. (Critica all’antropocentrismo). Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e vòlti addietro i passi, del ritornar ti vanti, e procedere il chiami. Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti, di cui lor sorte rea padre ti fece, vanno adulando, ancora ch’a ludibrio talora t’abbian fra sé. Non io con tal vergogna scenderò sotterra; ma il disprezzo piuttosto che si serra di te nel petto mio, mostrato avrò quanto si possa aperto; bench’io sappia che obblio preme chi troppo all’etá propria increbbe. Di questo mal, che teco mi fia comune, assai finor mi rido. Libertá vai sognando, e servo a un tempo vuoi di novo il pensiero, sol per cui risorgemmo della barbarie in parte, e per cui solo si cresce in civiltá, che sola in meglio guida i pubblici fati. Cosí ti spiacque il vero dell’aspra sorte e del depresso loco che natura ci die’. Per queste il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli vil chi lui segue, e solo magnanimo colui che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Settima strofa L’uomo è come la ginestra: entrambi moriranno, ma senza mai aver piegato la testa dinnanzi al loro oppressore fino al momento della morte, che sarà dignitosa. La ginestra non ha la presunzione di essere immortale: assume un comportamento eroico, e dovrebbe essere un modello per l’uomo. OPERETTE MORALI Temi:

  • Pessimismo cosmico
  • Natura matrigna e indifferente
  • Critica all’antropocentrismo DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE Descrizione di una natura indifferente, ordinata da un ordine meccanicistico. L’islandese parla con la natura, le chiede delle spiegazioni riguardo la sua condizione precaria, di sofferenza. Leopardi volge una critica allo spirito antropocentrico del tempo, sottolineando come la natura non si curi dell’uomo (metafora dell’ospite). La conclusione è che l’uomo è inevitabilmente destinato ad essere infelice. DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE Opposizione tra la communis opinio (venditore di almanacchi) e l’uomo pensante (passeggere). Temi:
  • Destino dell’uomo
  • Illusioni disattese: il venditore è convinto che l’anno venturo sarà migliore di quello passato, pur non avendo nessuna prova di ciò. Gli anni si ripetono uguali a se stessi, ma gli uomini continuano ad avere speranza
  • Critica alla deresponsabilizzazione della fede: gli uomini si affidano completamente alla fede, accontentandosi di qualunque cosa gli si presenti nella vita
  • Il dialogo si conclude con i due interlocutori che si arrendono al fatto che nessuno dei due riuscirà a cambiare l’opinione dell’altro. DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE Tema del ricordo e del sogno, che suscitano piacere ed edulcorano la realtà. La condizione di sofferenza è costante nella vita dell’uomo, il piacere non esiste se non nel sogno. Oltre al dolore, l’uomo vive la condizione del tedium vitae: una condizione intermedia tra la gioia ed il dolore, simile alla noia. I momenti di tedium vitae stimolano il ricordo, la rimembranza. E tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco, che ritornando al loco giá noto, stenderá l’avaro lembo su tue molli foreste. E piegherai sotto il fascio mortal non renitente il tuo capo innocente: ma non piegato insino allora indarno codardamente supplicando innanzi al futuro oppressor; ma non eretto con forsennato orgoglio inver’ le stelle, né sul deserto, dove e la sede e i natali non per voler ma per fortuna avesti; ma piú saggia, ma tanto meno inferma dell’uom, quanto le frali tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali.

DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO

Attraverso la figura retorica dell’antifrasi, Leopardi svela la sua opinione sfruttando il personaggio di Tristano. Egli, parlando di un amico, discute dei seguenti temi:

  • Critica all’età contemporanea (secolo decimo-nono)
  • Critica alla chiesa che sacrifica il corpo e favore dello spirito
  • Critica ai giornali e all’istruzione scadente, alla superficialità, e morte come unico mezzo per fuggire alla superficialità
  • Polemica riguardo le critiche rivolte alle opere di Leopardi GABRIELE D’ANNUNZIO Nasce il 12 marzo 1863 a Pescara e fu uno dei maggiori esponenti del decadentismo. È un interventista e combatte durante la prima guerra mondiale nell’aviazione; perde un occhio in battaglia e mentre è a riposo scrive “Il Notturno”. Nel 1919 conduce l’impresa di Fiume. Vive a Roma per la maggior parte della sua vita, dove studia e scrive romanzi e poesie che hanno un grande successo anche grazie alla sua abilità nello sfruttare giornali, slogan e manifesti. D’Annunzio è un trascinatore di masse, un uomo dal carattere forte e deciso, era per questo ritenuto pericoloso dal regime fascista. Si ritiene superiore alle masse, ma ha irrimediabilmente bisogno di esse per distaccarsene. I suoi romanzi (soprattutto “Il Piacere”) hanno un grande successo: in essi il protagonista è la rappresentazione dell’esteta, un essere eccezionale che vive al di sopra, circondato di cose belle che lo distinguono dalla massa. (Si ispira a Il Ritratto di Dorian Gray e alla teoria del Superuomo di Nietzsche). IL PIACERE (1888) Si tratta dell’opera decadente più famosa e rinomata di d’Annunzio. Il romanzo è caratterizzato da una lingua molto semplice, comprensibile a tutti, e da una trama molto essenziale. La vicenda è ambientata a Roma e narra le vicende di Andrea Sperelli, un giovane esteta aristocratico proveniente da una famiglia di artisti il cui unico principio è quello di “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”. L’esistenza di quest’uomo viene però turbata dall’abbandono dell’amante Elena Muti, incarnazione dell’erotismo lussurioso, fino all’incontro di Maria Ferres, rappresentazione della purezza. Quest’ultima però non è che un rimpiazzo di Elena, e con lei Sperelli tenta di ricovare le stesse emozioni vissute nella relazione precedente. Il romanzo si conclude con la perdita, da parte del protagonista, di Maria, dopo averla chiamata per errore con il nome di Elena durante un rapporto amoroso, restando completamente solo. In quest’opera d’Annunzio esplora l’estetismo (ricerca del bello) e il superomismo, ovvero la ricerca della bellezza non solo ideale ma pratica (tema meglio sviluppato ne “La Vergine delle Rocce”). La narrazione avviene in terza persona singolare e non si perde mai occasione di sottolineare la debolezza del protagonista, la sua eterna scissione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere, tra ciò che sente e ciò che mostra. LA VERGINE DELLE ROCCE Romanzo scritto nel 1895, il cui protagonista è Claudio Cantelmo, il “superuomo”: egli tenta l’approccio con tre sorelle aristocratiche. La seconda di esse è in procinto di prendere i voti, mentre la terza, che lo rifiuta per occuparsi dei propri familiari, lo indirizza verso la prima. Il romanzo però si conclude senza rivelare la decisione finale del protagonista.

IL FANCIULLINO

Trattato di poesia in cui Pascoli illustra la sua “teoria del fanciullino”: egli riteneva che in ogni persona ci fosse un fanciullino, ovvero uno spirito sensibile capace di meravigliarsi di fronte alle piccole cose. Questo bambino, che nelle persone comuni rimane dormiente, è caratterizzato dall’ingenuità, da una non-coscenza, ha un approccio alogico e arazionale che lo porta a conoscere tutte le cose per la prima volta, con stupore e meraviglia. Il poeta è l’unico uomo in grado di dar voce al suo fanciullino , in quanto nelle altre persone questo è schiacciato dalla razionalità. (L’uomo primitivo invece, essendo più vicino alla natura e non influenzato da una eccessiva razionalità, ha in se il fanciullino risvegliato). ARANO (Myricae) Descrizione di una passeggiata nella campagna toscana: richiami visivi (prima strofa) e uditivi (seconda strofa). Poesia caratterizzata da una forte malinconia: la natura nebbiosa è specchio dell’interiorità e dell’anima del poeta, assoluta protagonista. I simboli pascoliani sono la nebbia (barriera) e il campo (fuga dalla civiltà). Metro: madrigale, formato da due terzine e una quartina, rivisitato in quanto vengono modificate le pause. LAVANDARE Descrizione di un’ambientazione agreste in discorso indiretto libero: valore simbolico della natura e grande senso di malinconia. Il campo, da cui sale una leggera nebbia, risulta di due colori diversi, arato per metà. Il poeta sente il canto malinconico delle lavandaie, che racconta di un’innamorata rimasta sola, che si sente come l’aratro abbandonato in mezzo al campo. Abbandono/solitudine=tema del poema. Al campo, dove roggio nel filare qualche pampano brilla, e dalle fratte sembra la nebbia mattinal fumare, arano: a lente grida, uno le lente vacche spinge; altri semina; un ribattele porche con sua marra pazïente; ché il passero saputo in cor già gode, e il tutto spia dai rami irti del moro; e il pettirosso: nelle siepi s’ode il suo sottil tintinno come d’oro. Nel campo mezzo grigio e mezzo nero resta un aratro senza buoi, che pare dimenticato, tra il vapor leggero. E cadenzato dalla gora viene lo sciabordare delle lavandare con tonfi spessi e lunghe cantilene: Il vento soffia e nevica la frasca, e tu non torni ancora al tuo paese! quando partisti, come son rimasta! come l'aratro in mezzo alla maggese.

X AGOSTO

Poesia in cui si rievoca la morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867. La X ha un valore simbolico in quanto richiama il simbolo cristiano della croce “ora è là, come in croce” (v.9). Notte del 10 agosto: notte di San Lorenzo, in cui il cielo sembra piangere la morte del padre a causa delle stelle cadenti. Metafora: la famiglia di Pascoli è paragonata ad una famiglia di rondini, in cui il padre è assassinato mentre tornava a casa (per nutrire gli uccellini). La famiglia di rondinini si avvia verso la fine data la mancanza di sostentamento del padre. L’ASSIUOLO Descrizione di un notturno lunare, descritto attraverso sensazioni visive e uditive. Prima quartina: immagini quiete, serene e di pace. Seconda quartina: angoscia, dolore e morte, associato al verso lugubre dell’assiuolo. San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de' suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono… Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male! Dov’era la luna? ché il cielo notava in un’alba di perla, ed ergersi il mandorlo e il melo parevano a meglio vederla. Venivano soffi di lampi da un nero di nubi laggiù; veniva una voce dai campi: chiù... Le stelle lucevano rare tra mezzo alla nebbia di latte: sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru tra le fratte; sentivo nel cuore un sussulto, com’eco d’un grido che fu. Sonava lontano il singulto: chiù... Su tutte le lucide vette tremava un sospiro di vento: squassavano le cavallette finissimi sistri d’argento (tintinni a invisibili porte che forse non s’aprono più?...); e c’era quel pianto di morte... chiù...

LA MIA SERA

Descrizione della serenità di un paesaggio serale dopo una tempesta: specchio dell’animo del poeta (quiete dopo la tempesta di Leopardi) l giorno fu pieno di lampi; ma ora verranno le stelle, le tacite stelle. Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle. Le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggiera. Nel giorno, che lampi! che scoppi! Che pace, la sera! Si devono aprire le stelle nel cielo sì tenero e vivo. Là, presso le allegre ranelle, singhiozza monotono un rivo. Di tutto quel cupo tumulto, di tutta quell’aspra bufera, non resta che un dolce singulto nell’umida sera. È, quella infinita tempesta, finita in un rivo canoro. Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro. O stanco dolore, riposa! La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera. Che voli di rondini intorno! che gridi nell’aria serena! La fame del povero giorno prolunga la garrula cena. La parte, sì piccola, i nidi nel giorno non l’ebbero intera. Nè io... e che voli, che gridi, mia limpida sera! Don... Don... E mi dicono, Dormi! mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi! là, voci di tenebra azzurra... Mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era... sentivo mia madre... poi nulla... sul far della sera.

POEMETTI

Sono una raccolta, pubblicati inizialmente nel 1897, di opere di Pascoli.Le liriche dei Primi poemetti, narrano la vita semplice di due sorelle contadine, Rosa e Viola, le cui figure si riferiscono alle due sorelle del poeta. Un aspetto in comune tra Myricae e i poemetti è il valore che assume la vita della campagna, infatti vi è una descrizione di una famiglia rurale in tutti i momenti caratteristici di una vita da contadino. I temi principali di questa raccolta sono 6:

  1. Lavoro: Il lavoro secondo Pascoli rende nobili, e oltre ad essere un obbligo, è anche una possibilità per l’uomo stesso di dimostrare le proprio abilità e di rendersi utile.
  2. Sessualità, da cui si sente escluso e che vive in modo disturbato
  3. Infanzia
  4. Emigrazione: Pascoli riprende anche il fenomeno dell'emigrazione degli italiani verso l’America tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 , che abbandonano il loro paese (“nido”) per trovare lavoro
  5. Natura
  6. Amore e Morte ITALY Quest’opera è stata pubblicata nel 1904 e tratta il tema dell’immigrazione. Per la stesura dell’opera Pascoli si è ispirato alle vicende di una famiglia di contadini di Castelvecchio costretta a emigrare negli Stati Uniti: Giuseppe e Luca, tornano in Italia in quanto la figlia del fratello, Molly, la protagonista, è malati di tisi, ovvero di tubercolosi, una malattia mortale molto diffusa in quegli anni, sperando di farla guarire con l’aria di campagna. Inizialmente, Molly, trova l’Italia un posto orribile, vive in una casa orrenda e non capisce l’italiano. Col passare del tempo Molly inizia ad abituarsi al posto, fa un bel quadretto familiare e guarisce grazie al bell'ambiente dell’Italia. Nel frattempo la ragazza racconta anche le innovazioni presenti in America, come ad esempio le macchine tessili e questa è una cosa fantastica per la nonna che fila a mano. La storia finisce con la morte della nonna e il ritorno di Molly in America. Prima di andar via, però, i bambini del villaggio chiedono a Molly se sarebbe tornata e lei risponde di sì, e questa sarà l’unica parola in Italiano che dirà. La cosa particolare in quest’opera Pascoli usa una lingua a metà tra l’italiano e l’inglese, tenta di riprodurre il suono della pronuncia di un italiano di un immigrato. In parte questo modo di scrivere lo ha fatto anche Verga con il dialetto Siciliano. La poesia evidenzia la perdita di identità, l’estraneità e l’incomprensione fra chi è partito e i familiari rimasti in patria a conservare arcaiche tradizioni. LA GRANDE PROLETARIA SI È MOSSA Poemetto scritto da Pascoli dopo la conquista della Libia, in cui egli si esprime inizialmente come socialista anarchico, giustificando la colonizzazione partendo dal presupposto che l’Italia era un paese poverissimo in cui l’emigrazione era all’ordine del giorno. Pascoli considerava l’emigrazione come un esilio aggravato dall’umiliazione che i lavoratori devono subire all’estero. (Tema dell’esilio: riprende Dante) Per questo, Pascoli arriva a giustificare la necessità di “espandere la patria”.

LA ROBA

Dalle Novelle Rusticane, 1883 tra la pubblicazione del primo e del secondo romanzo del Ciclo dei Vinti, ripropone personaggi e ambienti tipici della campagna siciliana, in una prospettiva più amara e pessimistica. Ha un andamento più narrativo e discorsivo della Lupa. La novella ha come tema principale la religione della roba, dell’accumulo, che è ricorrente anche in mastro Don Gesualdo, secondo romanzo del ciclo dei vinti. Mazzarò→ protagonista, il self-made man, è alla ricerca di un riconoscimento a livello sociale legato alla roba. Viene descritto come un ragazzo con “la testa come un brillante”, che viene ripetuto molto spesso. L’inizio della novella ricorda la favola del Gatto con gli Stivali→ “Qui di chi è?” “Di Mazzarò”. Egli coincide con la sua roba, il suo credo è l’accumulo → “Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia”. Egli era un latifondista, si identificava con la campagna. Berretto→ dei contadini ≠ Cappello→ dei signori. “Magazzino grande come una chiesa”→ diventa sacerdote della roba che diventa l’obiettivo della sua vita, per lui ha valore religioso. OTTICA ECONOMICISTICA→ “Mia madre mi era costata 12 tarì” Mazzarò parte dal nulla→ 14 ore sotto il sole guadagnando 3 tarì, tuttavia aveva la mentalità dell’accumulo fin da subito. Dipendeva dal barone, che era convinto che sarebbe rimasto ricco per sempre perché era nato tale. Mazzarò invece affermava che “la roba non è di chi ce l’ha ma di chi la sa fare”, egli inoltre firmava con la croce, era analfabeta. Il barone alla fine vende tutto tranne lo scudo di pietra che indicava lo stemma nobiliare, a Mazzarò non interessava perché egli valutava soltanto il valore economico delle cose. Prima sequenza→ favola. Seconda sequenza→ storia dell’accumulo della ricchezza e di Mazzarò raccontato in modo fiabesco. Verso 145→ inizio della quarta sequenza con l’anadiplosi. MOMENTO DELLA MORTE→ gravissimo in quanto non potrà portarsi dietro la sua roba, con cui lui si identifica, assume dunque un atteggiamento malinconico, non matura un pensiero sulla vita. Finale tragicomico→ morte vista come una vera e propria tragedia. Mazzarò comincia ad uccidere i suoi animali e a distruggere la sua roba in quanto non potrà portarla con sé dopo la morte. I MALAVOGLIA Primo romanzo del ciclo dei vinti. OBIETTIVO→ scrivere un ciclo di romanzi sul modello di quelli francesi, voleva prendere in considerazione tutte le classi sociali perché secondo Verga tutti sono vinti dalla società. I Malavoglia, è la storia della famiglia Toscano, chiamati Malavoglia perché sono dei grandi lavoratori. Prima di dedicarsi a questo romanzo, egli scrive una novella, “Fantasticheria”, che aiuta a capire il senso dei Malavoglia. La lettera a Paolo Verdura inoltre anticipa quali volevano essere le caratteristiche del suo romanzo, come l’eliminazione del narratore sullo stile del romanzo naturalistico di Émile Zola.

L’intento di Verga è quello di tracciare un grande affresco della società italiana impegnata nella sopravvivenza. Per fare ciò, egli deve adeguare il linguaggio in modo tale da rendere credibile la materia trattata, adotta quindi delle tecniche per fare ciò, come ad esempio l’artificio della regressione, abbassa infatti il suo livello linguistico utilizzando un italiano mutuato dal dialetto, utilizza proverbi, con l’idea di allontanare il filtro del narratore. PREFAZIONE ALL’AMANTE DI GRAMIGNA → (non fa parte dei malavoglia). Lettera indirizzata a Salvatore Farina → testo teorico. In questa prefazione si afferma che tutto ciò che egli narra deve essere privo di retorica e dev’essere privo dei filtri della lente del narratore→ “la mano dell’artista è invisibile” e “l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé".

  • racconto deve essere essenziale
  • abolizione del narratore onnisciente
  • consonanza tra materia e racconto PREFAZIONE DEI MALAVOGLIA La fiumana del progresso che assume una connotazione negativa→ il fiume che travolge i singoli e i deboli, che vengono vinti dall’ansia del miglioramento e del progresso che travolgerà tutti prima o poi. Importantissimi nella prefazione sono i riferimenti al linguaggio: deve individualizzarsi ed arricchirsi di sfumature e mezze tinte→ deve essere coerente con la materia trattata, si ha quindi da parte dell’autore uno studio non solo ideologico ma anche linguistico. CAPITOLI SIGNIFICATIVI: I, IV, IX, XI. Verga utilizzerà moltissimi proverbi→ “moti degli antichi” → “perché il moto degli antichi mai mentì”. Egli inoltre tocca il tema della leva militare, parte ‘Ntoni e anche Luca (il fratello bravo) che muore in guerra, la madre non sa né dove né perché. CAPITOLO I Il brano comincia in modo un po’ favolistico con la descrizione della famiglia Toscano e il nome dato per antifrasi. PADRON ‘NTONI→ pater familias→ possiede la barca Provvidenza. É considerato il depositario della saggezza antica che esprime attraverso i proverbi, i “moti degli antichi”, padron ‘Ntoni li ritiene veritieri perché sono la saggezza tramandata dagli antichi, sono in antitesi con la saggezza scientifica che si stava sviluppando in quel periodo. Inizio degli avvenimenti in medias res perché uno dei suoi obiettivi era l’eliminazione del narratore, per questo motivo elimina la prefazione che comunemente scrive il narratore, utilizza il discorso Lingua e stile→ Nonostante egli pensasse in italiano letterario, non lo usa, utilizza un italiano a cui conferisce delle cadenze e una patina dialettale. Deve corrispondere all’artificio della regressione e deve avvicinarsi al concetto, altrimenti l’opera perderebbe credibilità. Tecniche linguistiche:
  • “che” polivalente che richiama il “ca” siciliano,
  • periodi brevi,