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Leopardi vita e poesie, Appunti di Lingue e letterature classiche

Appunti discorsivi sulla vita di Leopardi, pensiero, poesie

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 19/01/2023

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GIACOMO LEOPARDI
Leopardi poeta del pessimismo e della speranza non smise mai nella sua breve vita di lottare, perché
credeva che da qualche parte ci fosse una via di uscita e che l’uomo fosse capace di trovare il senso della
vita. Egli non rifiutò mai la vita, il suicidio e si mantenne dignitoso fino alla fine, perché un uomo che perde la
dignità perde la vita.
VITA
Nasce a Recanati, un piccolo borgo nelle Marche, nel 1798 dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. La
famiglia è di origine nobile, ma nonostante ciò non erano benestanti. Leopardi faceva dunque parte d quella
che si definisce “nobiltà decaduta” infatti, si trovava in cattive condizioni economiche a cui però pensò la
madre, e ció causó numerosi attriti in casa. Il padre era un uomo autoritario ed esigente che imponeva ai figli
numerose ore di studio, che però si svolgevano in luoghi bui, a causa della poca illuminazione, e angusti.
A 16 anni scopre di essere molto portato nelle lingue quindi inizia a studiare latino, greco ed ebraico per
tradurre i testi presenti nella biblioteca paterna. Egli ebbe una vera e propria conversione letteraria che lo
portò a dedicarsi alla scrittura e letteratura. Leopardi si dedica allo studio dei classici e inizia a leggere le
opere di Omero, Virgilio e Dante, ma si dedica anche alle letture moderne di Rousseau, Alfieri e Goethe. Per
lui la letteratura è il luogo metaforico della casa cioè un posto accogliente ma anche l’unica via di salvezza.
Inizia a non sostenere più l’atmosfera chiusa e stagnante di Recanati, capisce che l ì non avrebbe potuto fare
grandi esperienze e che chi aveva intorno non poteva dargli culturalmente ciò di cui aveva bisogno. Quindi
comincia a scrivere lettere a letterati che aveva frequentato, in particolare Pietro Giordani che poi rimarrà
accanto a lui tutta la vita.
Dal 1816 al 1818 comincia ad aumentare sempre più la sua sofferenza e desidera sempre di più fuggire. Nel
1818 tenta la fuga ma questo suo tentativo viene sventato e per questo motivo i genitori perdono fiducia in lui
e per questo Leopardi cade in una sorta di depressione. In questo periodo comincia a soffrire anche di forti
problemi di salute, difatti ha dei grossi problemi alla vista perchè a causa delle numerose ore di studio i suoi
occhi si erano molto indeboliti. Col tempo inizierà a soffrire anche di problemi reumatologi che lo porteranno
ad ingobbirsi.
In questo periodo nasce la filosofia del piacere e le varie fasi del pessimismo che poi si svilupperanno con il
progredire della sua vita.
Qualche anno dopo il suo tentativo di fuga ottiene il permesso di spostarsi per poco tempo a Roma da dei
parenti. Qui visita la città e incontra vari personaggi, ma comunque ciò che tanto sperava si trasforma in una
disillusione poiché gli ambienti letterari gli apparivano vuoti e meschini. Quindi torna a Recanati e nel 1884,
cominciato un periodo di sofferenza interiore, lascia la poesia per poter scrivere in prosa (scrive in poesia
quando ha ancora speranza in un futuro e trova un equilibrio interiore, mentre scrive in prosa quando perde
le speranze e inizia a provare dolore e tormento). In quegli anni scrive le Operette che lo portano a farsi
conoscere e apprezzare dall’editore Stella.
Questa collaborazione però non gli permise di essere indipendente e svincolato dalla famiglia poichè non
aveva un lavoro stabile e ben retribuito. Riesce a vivere per un po’ a Milano e poi a Firenze, dove
ricomincerà a scrivere in poesia, scrive ad esempio I Grandi Idilli. Successivamente torna a casa poichè non
aveva più fondi, e ciò porta ad aumentare il suo pessimismo, si può dire che solo dopo gli anni 30 riuscirà a
staccarsi completamente dalla famiglia.
In questo anno si innamora di Fanny Targioni Tozzetti, giovane donna conosciuta a Firenze che però non
ricambia il suo amore. La delusione amorosa però ispira un nuovo ciclo di canti: Ciclo di Aspasia.
Nel ’33 si trasferisce a Napoli dall’amico Antonio Ranieri. Quì scriverà il suo messaggio di addio,ma quando
la sua vita giunge al termine e potrebbe lasciarsi andare al pessimismo quì crea una delle poesie che parla
più della speranza. Morirà sempre quì a Napoli nel 1837.
LEOPARDI E IL ROMANTICISMO
I classici come modelli, e i temi romantici (infinito, tormento, fantasia, immaginazione, fuga dalla realtà)
La formazione di Leopardi fu principalmente classicistica e fu consolidata dall’amicizia con Giordani,
esponente di tale corrente.
Tuttavia non è possibile definire Leopardi come un poeta classico o romantico, perché criticò sia i classicisti,
sia i romantici.
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GIACOMO LEOPARDI

Leopardi poeta del pessimismo e della speranza non smise mai nella sua breve vita di lottare, perché credeva che da qualche parte ci fosse una via di uscita e che l’uomo fosse capace di trovare il senso della vita. Egli non rifiutò mai la vita, il suicidio e si mantenne dignitoso fino alla fine, perché un uomo che perde la dignità perde la vita. VITA Nasce a Recanati, un piccolo borgo nelle Marche, nel 1798 dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. La famiglia è di origine nobile, ma nonostante ciò non erano benestanti. Leopardi faceva dunque parte d quella che si definisce “nobiltà decaduta” infatti, si trovava in cattive condizioni economiche a cui però pensò la madre, e ció causó numerosi attriti in casa. Il padre era un uomo autoritario ed esigente che imponeva ai figli numerose ore di studio, che però si svolgevano in luoghi bui, a causa della poca illuminazione, e angusti. A 16 anni scopre di essere molto portato nelle lingue quindi inizia a studiare latino, greco ed ebraico per tradurre i testi presenti nella biblioteca paterna. Egli ebbe una vera e propria conversione letteraria che lo portò a dedicarsi alla scrittura e letteratura. Leopardi si dedica allo studio dei classici e inizia a leggere le opere di Omero, Virgilio e Dante, ma si dedica anche alle letture moderne di Rousseau, Alfieri e Goethe. Per lui la letteratura è il luogo metaforico della casa cioè un posto accogliente ma anche l’unica via di salvezza. Inizia a non sostenere più l’atmosfera chiusa e stagnante di Recanati, capisce che lì non avrebbe potuto fare grandi esperienze e che chi aveva intorno non poteva dargli culturalmente ciò di cui aveva bisogno. Quindi comincia a scrivere lettere a letterati che aveva frequentato, in particolare Pietro Giordani che poi rimarrà accanto a lui tutta la vita. Dal 1816 al 1818 comincia ad aumentare sempre più la sua sofferenza e desidera sempre di più fuggire. Nel 1818 tenta la fuga ma questo suo tentativo viene sventato e per questo motivo i genitori perdono fiducia in lui e per questo Leopardi cade in una sorta di depressione. In questo periodo comincia a soffrire anche di forti problemi di salute, difatti ha dei grossi problemi alla vista perchè a causa delle numerose ore di studio i suoi occhi si erano molto indeboliti. Col tempo inizierà a soffrire anche di problemi reumatologi che lo porteranno ad ingobbirsi. In questo periodo nasce la filosofia del piacere e le varie fasi del pessimismo che poi si svilupperanno con il progredire della sua vita. Qualche anno dopo il suo tentativo di fuga ottiene il permesso di spostarsi per poco tempo a Roma da dei parenti. Qui visita la città e incontra vari personaggi, ma comunque ciò che tanto sperava si trasforma in una disillusione poiché gli ambienti letterari gli apparivano vuoti e meschini. Quindi torna a Recanati e nel 1884, cominciato un periodo di sofferenza interiore, lascia la poesia per poter scrivere in prosa (scrive in poesia quando ha ancora speranza in un futuro e trova un equilibrio interiore, mentre scrive in prosa quando perde le speranze e inizia a provare dolore e tormento). In quegli anni scrive le Operette che lo portano a farsi conoscere e apprezzare dall’editore Stella. Questa collaborazione però non gli permise di essere indipendente e svincolato dalla famiglia poichè non aveva un lavoro stabile e ben retribuito. Riesce a vivere per un po’ a Milano e poi a Firenze, dove ricomincerà a scrivere in poesia, scrive ad esempio I Grandi Idilli. Successivamente torna a casa poichè non aveva più fondi, e ciò porta ad aumentare il suo pessimismo, si può dire che solo dopo gli anni 30 riuscirà a staccarsi completamente dalla famiglia. In questo anno si innamora di Fanny Targioni Tozzetti, giovane donna conosciuta a Firenze che però non ricambia il suo amore. La delusione amorosa però ispira un nuovo ciclo di canti: Ciclo di Aspasia. Nel ’33 si trasferisce a Napoli dall’amico Antonio Ranieri. Quì scriverà il suo messaggio di addio,ma quando la sua vita giunge al termine e potrebbe lasciarsi andare al pessimismo quì crea una delle poesie che parla più della speranza. Morirà sempre quì a Napoli nel 1837. LEOPARDI E IL ROMANTICISMO I classici come modelli, e i temi romantici (infinito, tormento, fantasia, immaginazione, fuga dalla realtà) La formazione di Leopardi fu principalmente classicistica e fu consolidata dall’amicizia con Giordani, esponente di tale corrente. Tuttavia non è possibile definire Leopardi come un poeta classico o romantico, perché criticò sia i classicisti, sia i romantici.

I classicisti poiché secondo lui la poesia è espressione di spontaneità, di un mondo interiore immaginoso e fantastico (proprio degli antichi e dei fanciulli), senonché criticò anche il classicismo accademico e pedantesco che si basava sul principio di imitazione, su regole rigidamente imposte dai generi letterari, sull’abuso meccanico e ripetitivo della mitologia classica. I romantici per la loro ricerca dello strano e dell’orrido, inoltre critica il predominio della logica sulla fantasia, l’aderenza al vero che spegne ogni immaginazione. Leopardi ripropone i classici come modelli con uno spirito prettamente romantico. Ovviamente pensava che i classici sono dei modelli che servono ad ispirare i poeti, ma la poesia deve derivare dalla spontaneità, dalla fantasia e dall’immaginazione. Leopardi, comunque, appare più vicino alla poesia romantica d’Oltralpe per la sua tensione verso l’infinito, l’esaltazione della soggettività, il titanismo, il senso tormentato del dolore cosmico e il culto della fanciullezza e del primitivo… però si può dire che l’autore fosse più legato ai romantici nella prima fase giovanile in cui accoglie l’idea che la natura sia benigna e inoltre fa una polemica contro la ragione che spegne l’immaginazione, i sogni e la facoltà di immaginare. Nei contenuti che leopardi tocca è estremamente romantico. Il romanticismo è l’arrivo della modernità dopo il neoclassicismo e dopo la grande fiducia che era stata data alla ragione. Il romanticismo invece non intende dare risposte basate sul logos ma conta a ridare vita a tutto ciò che e irrazionale. I romantici sono convinti che la ragione non sia l’unica cosa che ci guida alla conoscenza del mondo. Il sentimento è competenza del romanticismo. I romantici sentivano una tendenza verso l’inconoscibile e l’indefinito. Il mondo infatti non è composto solo di luci ma anche di zone d’ombra che non possiamo del tutto raggiungere e spiegare. IL PENSIERO DI LEOPARDI: Natura benigna e teoria del piacere Nello Zibaldone, diario filosofico concluso solo verso il tramonto della sua vita, Leopardi esprime i propri concetti riguardo l'uomo e il mondo. Era ben chiaro a Leopardi che l'uomo, in generale, fosse scontento. Egli elabora la cosiddetta "teoria del piacere": secondo Leopardi il piacere, che è la felicità, è lo scopo di ogni uomo. Però l’uomo non aspira ad un piacere, bensì AL Piacere, che sia infinito per estensione e durata. Poiché nessun piacere può soddisfare questa esigenza, nasce nell’uomo un senso di insoddisfazione perpetua , un vuoto incolmabile nell’anima. Da questa tensione nasce l’infelicità dell’uomo e il senso della nullità di tutte le cose. Qui Leopardi concepisce il concetto di Natura benigna, che in questa prima fase è concepita come madre attenta al bene delle sue creature, che ha voluto offrire un rimedio all’uomo: l’immaginazione e le illusioni. Infatti attraverso l'immaginazione l'uomo può costruire una realtà parallela di illusioni, dove si appaga il suo bisogno di infinito. Il pessimismo storico In seno alla prima fase del pensiero leopardiano si costituisce l'antitesi natura/ragione, antichi/moderni. Questa idea comprende l'infelicità dell'uomo data dall'impossibilità di raggiungere il piacere, ma la Natura Benigna ha provvisto l'uomo della capacità di immaginare ed illudersi. Il pessimismo storico si riferisce però al progresso: infatti, la scienza e la ragione hanno spento le illusioni, rendendo l'uomo incapace di essere eroico e felice, per ridurlo ad un essere meschino ed egoista. La colpa dell'infelicità ricade quindi sull'uomo stesso, che si è allontanato dalla natura. La felicità antica era, quindi, il solo frutto di un'illusione. Nel pessimismo storico troviamo quindi una critica alla società del suo tempo, dominata dalla noia e da tristi reminiscenze del passato. Questa fase precede la composizione delle Operette morali. Natura maligna Durante e dopo la composizione delle Operette morali, la visione positiva della Natura decade. Più che puntare al bene dei singoli individui, la Natura vuole la conservazione della specie, e il bene del singolo risulta sacrificabile. Da qui deriva che il male non sia accidentale, ma che sia parte del piano della natura, che ha messo nell'uomo il desiderio di felicità infinita senza dargli i mezzi per soddisfarlo. La natura è quindi meccanismo cieco e indifferente alla sorte delle sue creature, forza meccanicistica e materialistica di cui l'uomo è vittima innocente. Cambia anche la causa dell'infelicità, che si attribuisce non all'uomo, ma alle cause esterne e immutabili: malattie, catastrofi, vecchiaia, morte.

OPERE:

LO ZIBALDONE (1817-1830)

Lo Zibaldone è un diario filosofico-intellettuale in Leopardi espone le teorie su cui si basa tutta la sua produzione letteraria. L’opera in prosa fu scritta durante tutta la vita, quasi fino alla morte, e fu pubblicata postuma. Il titolo di derivazione incerta significa: “mescolanza confusa di cose diverse”, facendo riferimento alla varietà degli argomenti trattati che sono proposti dall’autore senza un criterio preciso. Nonostante il suo carattere frammentario, esso è un documento fondamentale per capire il suo pensiero. Il pensiero leopardiano riprende dalle teorie del materialismo e del sensismo. CANTI: I PICCOLI IDILLI (1819-1821) La parola idillio deriva dal greco eidyllion che significa “quadretto”. Nella letteratura greco-latina rappresentava la poesia pastorale e di cui Teocrito era l’esponente maggiore. Gli idilli di Leopardi si distaccano dalla tradizione bucolica classica e il poeta li definì come: espressioni di sentimenti, emozioni e momenti essenziali della vita interiore. Un esempio è “L’infinito”: vi è lo scenario di una quiete contemplativa e rasserenante che diventa spunto per una meditazione sull’idea di infinito creato dall’immaginazione, a partire da sensazioni visive e uditive. Un altro esempio è “Alla luna”: affronta il tema della rimembranza che trasforma il reale e lo abbellisce di una Natura benigna e comprensiva. OPERETTE MORALI (1824-1832) Si tratta principalmente di dialoghi, in cui Leopardi narra la sua teoria dell’infelicità umana anche tramite argomentazioni filosofiche. I personaggi che vengono coinvolti sono realistici, ma anche personaggi inventati che dialogano tra loro al fine di rendere chiare le idee dell’autore. Sono i primi scritti del pessimismo cosmico. la scrittura in prova evidenzia il fortissimo malessere interiore di Leopardi in quel periodo. CANTI: I GRANDI IDILLI (1828-1830) Intorno al 1828 Leopardi torna a scrivere in poesia e compone I grandi idilli : poesie che nascono dal “risorgimento” della sensibilità giovanile. Vi è la ripresa di temi, atteggiamenti e linguaggio propri del periodo del pessimismo storico affiancati però dalla consapevolezza del “vero”, della vanità delle illusioni. Per questo motivo “i grandi idilli” sono percorsi da immagini liete ma in un certo senso metafisiche: esse sono create dalla memoria e sono accompagnate costantemente dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte. Leopardi ha un atteggiamento di pessimismo assoluto, fatto di contemplazione ferma e di lucida razionalità davanti alla verità dolorosa dell’infelicità irrimediabile di tutti gli esseri. Il linguaggio utilizzato nei grandi idilli è differente rispetto a quello dei piccoli idilli : più misurato sia nella direzione della tenerezza e della dolcezza, quando vengono evocate la giovinezza e le illusioni, sia nel senso della desolazione, quando viene evocato il vero. Il poeta non usa più l’endecasillabo sciolto, ma una strofa di endecasillabi e settenari che si succedono liberamente senza alcuno schema fisso, con un gioco libero di rime, assonanze ed enjambement. IL “CICLO DI ASPASIA” (1831-1834) E’ un ciclo di 5 poesie, nato dalla delusione per il rifiuto da parte di Fanny Targioni Tozzetti. Il poeta sente che con la fine del sentimento d’amore crollino tutte le sue speranze illusorie di poter essere felice. Leopardi in questi 5 testi descrive l’amore come l’illusione più grande. L’amore infatti è l’illusione che fa soffrire di più l’essere umano, poiché lo rende più felice e lo appaga di più, ma finisce per essere la più dolorosa, che regala grande consolazione ma per un tempo breve. Leopardi chiama inoltre il “ciclo di Aspasia” in questo modo perchè Aspasia è uno pseudonimo che rimanda ad una donna amata da Pericle, la quale non era però sua moglie bensì una prostituta.

TESTI:

1. L’INFINITO (Canti: Piccoli idilli) Appartenente alla raccolta dei “piccoli Idilli”, fu scritto nel 1819 sul colle Tabor in un momento di sofferenza causato dalla chiusura nella sua casa a Recanati, senza la possibilità di poter uscire. Questa poesia anticipa il nucleo tematico che diverrà poi il centro delle riflessioni leopardiane: la teoria del piacere da cui si sviluppa quella del vago e dell’indefinito, in queste teorie Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive e uditive, per il loro carattere vario e indefinito, inducono l’uomo a crearsi nell’immagine

quell’infinito a cui aspira e che è impossibile da raggiungere nella realtà perché essa stessa offre solo piaceri finiti. L’infinito è quindi la rappresentazione di un momento di uscita dalla realtà per immergersi nell’infinito La poesia si articola in due momenti, corrispondenti a due distinte sensazioni.

- La sensazione visiva della siepe che impedisce allo sguardo di guardare tutto l’orizzonte. Da ciò si

costruisce l’idea di un infinito spaziale, cioè di spazi senza limiti, immersi in sovrumani silenzi e in una profondissima quiete (vv.1-8)

- La sensazione uditiva dello stormire del vento tra le piante. La voce del vento viene paragonato al

silenzio creato dall’immaginazione e suscita l’idea dello svanirsi delle labili cose umane. Da ciò deriva l’idea di un infinito temporale in contrasto con le epoche passate e con l’età presente che sono destinate a svanire o che sono già svanite (vv 9-15) Tra i due momenti vi è anche un passaggio psicologico dall’io lirico, di fronte alle immagini interiori dell’infinito spaziale che crea nel poeta un senso di sgomento e paura, ad un’io che si perde nell’immensità dell’infinito fino a perdere la propria identità e quest’ultimo io crea nel poeta piacere Tutta la poesia ha un crescendo emotivo, la struttura dell’infinito non è lasciata al caso, essa è strutturata seguendo due strutture principali: la prima parte che finisce con paura, la seconda parte si fa sempre più emotiva in cui il poeta fa un confronto con l’infinito e il silenzio, del lasciarsi andare a questo infinito è sottolineato dalla presenza degli enjambement che costringono il lettore ad andare oltre e serve inoltre per dare peso alle parole più importanti della sua riflessione. In più tramite aggettivi e pronomi determinativi vuole dare maggior peso e specificazioni alle parole e attraverso essi continua a fare un passaggio tra il vicino e il lontano. Parte dell’essere sul collo fino ad un distacco in cui lui è all’interno del mare dell’infinito che però è visibile solo attraverso l’immaginazione. Il colle diventa proiezione della sua immaginazione. Stile: utilizza parole molto lunghe che servono a creare spazio, vuole creare l’immagine di questo spazio che si amplia verso l’infinito. Inoltre per creare questo spazio immaginario utilizza i suoni delle parole principalmente contenenti le lettere a - e La siepe rappresenta lo stato visivo che fa scaturire l’immaginazione perché non gli permette di vedere completamente l’orizzonte. E seduto a guardare quella siepe e quell’orizzonte si immagina in pensieri infiniti e silenzi sovrumani Ermo significa solitudine.

  1. ALLA LUNA (Canti: Piccoli idlli) Scritta nel 1820 l’anno dopo il tentativo di fuga. All’interno di questa poesia fa un ripensamento sulla sua vita, sull’anno passato. Attraverso il ricordo fa un confronto tra ciò che era prima e ciò che è adesso. Il poeta fin dall’inizio si rivolge alla luna definendola graziosa e bella, essa sta illuminando il colle dell’infinito dove era stato anche l’anno prima. Prima però andava la dolorante, sofferente etc.. vedeva la luna nebulosa e tremante perché vedeva la sua vita travagliante e le cose tra un anno all’altro non sono cambiante. Eppure lo fa stare bene ricordare quei momenti e contare il tempo da quando lui era stato felice. Pensare al momento della sofferenza passata lo fa stare meglio. Gli ultimi temi della poesia rimandano al ricordo. Il ricordo per Leopardi è un sentimento positivo perché generalmente chi ricorda ripensa al passato e questo porta nella persona un po' di gioia di piacere. Si nota la natura benigna che accoglie il poeta e lo conforta 3. DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE (Operette morali) Questo dialogo fondamentale segna il passaggio al pessimismo cosmico e al concetto di Natura Maligna. Il dialogo tratta di un Islandese, fuggito dal proprio Paese poiché incapace di trovare rifugio dalle avversità della natura, e imbarcato in un viaggio fisico e spirituale alla ricerca di sicurezza, che finisce per incontrarla in una zona inesplorata dell’Africa equatoriale. La Natura si presenta come una donna gigantesca e seduta in una calma inquietante. così inizia il dialogo tra lei e l’islandese che, non essendo riuscito a sfuggirle poiché lei è ovunque, decide di affrontarla. Egli prima di viaggiare aveva cercato di vivere lontano dagli uomini e dai loro affanni, ma ciò non lo aveva difeso dai patimenti del clima e delle calamità. quindi si era messo in viaggio per altri climi e luoghi, ma ovunque la Natura risultava essergli avversa: la Natura è nemica dell’uomo, poiché in ogni momento lo sottopone a grandi sofferenze. La Natura tuttavia non si accorge e non si cura della sofferenza che infligge all’uomo. Quando l’islandese chiede che senso abbia vivere solo nella sofferenza, la Natura risponde che

La poesia sembra quasi un'epigrafe che lui scrive per la tomba dell’amore per questa donna. La poesia è ricca di enjambement e punteggiatura, per dare un ritmo spezzato che simboleggia la fine del suo amore, del suo cuore rotto. La fine dell’amore porta l’eternità con sé, quando si è innamorati si pensa che durerà per sempre e dunque quando muore l’amore muore con questo anche l’eternità. Leopardi scrive di un amore forte e adulto che è stato però pugnalato e lasciato morire. Leopardi aveva immaginato un possibile futuro insieme ma queste sue speranze e desideri non potranno mai diventare realtà. La poesia è inoltre caratterizzata da una forte paratassi per insistere su come questo cuore sia stato rotto e maltrattato. Questa poesia è anche per convincersi a non provare più sentimenti simili, a non cadere più nella trappola d’amore a non provare più amore per quella donna. Leopardi conclude con una riflessione filosofica riferita al genere umano e su come l’amore ci dia l’illusione dell’eternità ma che noi non potremmo mai ottenere a causa della intrinseca finitezza dell’uomo, che essendo mortale non può essere imperituro. L’unico dono che ci viene fatto in questa vita è l’amore, ma che anche questo è un dono infelice perchè ci fa soffrire. E’ presente dunque anche in questa poesia il tipico pessimismo leopardiano.

6. LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO La Ginestra o fiore del deserto, composta a Torre del Greco a Napoli nella primavera del 1836, conclude il pensiero filosofico di Leopardi ed è praticamente il suo testamento spirituale con cui chiude il suo percorso poetico. Il componimento propone una dura polemica anti-ottimistica (—> Leopardi critica tutte quelle ideologie ottimistiche che si instaurano in quel periodo e che esaltavano il progresso e profetizzavano un miglioramento indefinito della vita degli uomini, grazie alle nuove scienze sociali ed economiche e alle scoperte della tecnologia moderna) e cerca di costruire un’idea di progresso basata sul suo pessimismo: la consapevolezza della condizione umana può indurre gli uomini a unirsi in una “social catena” per combattere la minaccia della Natura, nemica dell’uomo Nella canzone il poeta parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava pietrificata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza, ma la presenza dell’uomo in questi luoghi. La ginestra, quindi, diviene simbolo della condizione umana. Leopardi in questo canto mette in contrapposizione la smisurata potenza della Natura con la debolezza e fragilità, quasi impotenza, del genere umano: da un lato la Natura che tutto può e dall’altro l’uomo che deve subire ciò che la divinità superiore con i suoi “decreti” ha stabilito per lui; l’inesorabile inimicizia della Natura nei confronti degli uomini in contrasto con la ridicola superbia degli uomini che, pur non essendo nulla, si credono padroni e signori della terra e dell’universo. La consapevolezza del doloroso vivere dell’uomo deve divenire, secondo Leopardi, coscienza collettiva, travalicando i confini dell’individualismo. Agli intellettuali spetta il compito di favorire questa presa di coscienza, favorendo l’alleanza tra tutti gli uomini che devono impegnarsi a costruire una rete di solidarietà e di soccorso reciproco. La ginestra è una pianta un po’ cespugliosa con fiori gialli che cresce in zone aride in cui la maggior parte delle piante non riuscirebbe a vivere. ANALISI DELL’OPERA Fin dall’inizio leopardi fa una riflessione sul progresso Scrive un versetto per entrare in polemica per andare contro gli illuministi, poiché sosteneva che la realtà non è sempre possibile da spiegare attraverso la ragione, essere troppo ottimisti nelle possibilità dell’uomo da uscire dai guai ed essere sempre al centro del mondo è una falsità, un’illusione per leopardi Le tenebre per l’autore sono quelle idee che ritengono che l’uomo sia al centro del mondo e che possa cambiarlo. Secondo lui la luce è rendersi conto, di tutte queste false illusioni, e di vedere in maniera chiara il destino dell’uomo. Secondo l’autore è sbagliato dare false speranze all’uomo facendolo credere al centro del mondo e capace di ogni cosa. Al centro della ginestra spiega ciò che l’uomo deve fare: in prima cosa deve smettere di credere che può fare tutto, essere umile, scendere dal piedistallo del pensare che la storia può cambiare e che il progresso possa risolvere tutto e secondo deve unirsi insieme agli altri uomini per lottare contro la natura e contro il destino che attende tutti, e questa unione e solidarietà serve per rendere un po’ migliore questa consapevolezza L’immagine del fiore non è casuale. Poiché leopardi pensava che l’infelicità dell’uomo moderno è causata dal suo distacco dalla natura e quindi l’immagine del fiore richiama la natura. Il progresso ci ha illusi di essere quello che non siamo e di poter fare a meno della natura, ma l’uomo non è eterno. Sceglie un’ambientazione che non è un locus amoeno, ma è un luogo fisico in cui vi è il Vesuvio sempre incline ad eruttare e che ha distrutto più volte ciò che c’era al di sotto di lui. Il poemetto è scritto tramite un lessico aulico

  1. DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE (Operette morali) L’operetta si presenta come un dialogo fra due interlocutori: il venditore e il passeggere. Il popolano riflette l’opinione comune, cioè che l’anno nuovo sarà sicuramente più felice di quello appena passato, nonostante per esperienza sappia che non sarà così perchè gli anni passati sono sempre stati regolarmente infelici. Il passeggere colto non lo La felicità risiede nell’immaginare l’anno nuovo,attendere e sperare che sia migliore di quelli precedenti cosa che sarà delusa ma che comunque non impedisce all’uomo di sperare ed immaginare. A differenza del dialogo fra la natura e l’islandese qui è presente un minimo di ottimismo perchè nel momento in cui spero sono un po’ felice. Tale dialogo sembra a metà fra il pessimismo cosmico e il pessimismo storico, nel pessimismo cosmico l’uomo si rifugiava nell’immaginazione che era l’unica sua ancora di salvezza da una realtà piena di sofferenza, qui è calato in un ragionamento temporale perché si parla di ciò che è stato e di ciò che sarà. Il fatto di poter immaginare qualcosa di positivo secondo Leopardi è ciò che alla base dell’uomo. 8. LA TEORIA DEL PIACERE (Zibaldone) In questo testo tratto dallo Zibaldone, Leopardi tratta della sua teoria filosofica del piacere da cui poi si svilupperà tutta la sua poetica basata sul vago e l’indefinito. Nel brano Leopardi espone come l’anima umana sia sempre spinta al desiderio di qualcosa e questo desiderio è la felicità ossia il piacere. Questa felicità non ha limiti perché nasce con la vita dell’uomo, è parte integrante di esso e termina con la sua fine. Il piacere/desiderio non ha limiti né in durata perché nessun desiderio è infinito ed eterno, né in estensione perché non esiste un piacere immenso in quanto la natura delle cose le porta ad essere limitate e circoscritte. Quindi secondo l’autore l’uomo non è alla ricerca di un piacere o di un altro, ma del piacere in sé, (es del cavallo: se io desidero un cavallo, ti pare di desiderarlo come un piacere, ma quando arrivi a possederlo senti un vuoto nell’anima, perché il desiderio di voler un cavallo è stato soddisfatto oppure esempio del telefono). Tuttavia l’uomo per poter colmare questo senso di vuoto dato dall’impossibilità di raggiungere il piacere, è dotato dell’immaginazione con la quale può figurarsi dei piaceri che non esistono e quindi essere felice. È grazie alla bontà della natura che l’uomo possiede la capacità di immaginare e di illudersi (come quella dei bambini), ma questa immaginazione non può vivere in lui senza l’ignoranza, (come quella degli antichi) perché la cognizione del vero circoscrive l’immaginazione. Tuttavia l’anima si immagina ciò che non vede, quindi secondo Leopardi un ostacolo di fronte alla vista di qualcosa (come un albero, una casa, una siepe) permette al piacere di non esaurirsi immediatamente, ma di vagare da un piacere all’altro senza arrivare al vero. 9. IL VAGO, L’INDEFINITO E LE RIMEMBRANZE DELLA FANCIULLEZZA (Zibaldone) In questo testo tratto dallo Zibaldone, Leopardi tratta di come i fanciulli siano maggiormente in grado di immaginare e di come il piacere, determinato dall’immaginazione, sia sempre vago e indefinito. Nel brano l’autore espone come i bambini alla vista o al suono di qualcosa (una campagna, una pittura, un racconto, una descrizione etc..) siano felici. Quel piacere che essi provano è vago e indefinito poiché l’idea che danno il suono e la vista creano nel ragazzo l’immaginazione di infinito. Tuttavia crescendo le stesse cose non ci danno più quel piacere che provavamo da giovani e la nostra immaginazione scema. 10. CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA (CantiI: Grandi idilli) Leopardi aveva letto in un articolo che i pastori dell’Asia nelle steppe soli con le loro pecore spesso intonavano canti o creavano poesie nelle quali confessavano i loro pensieri alla luna. Scritta dopo la svolta dal bello dal vero: i temi delle poesie si fanno più metafisici, per cercare il significato della realtà che ci circonda. Questo testo sintetizza in maniera lucidissima e ferma tutte le considerazioni sulla vita umana, ricca di domande retoriche che il pastore rivolge alla Luna sul senso della vita, per giungere alla conclusione amara che la vita sia male e che noi siamo vittime della Natura. È quindi una poesia filosofica e fondata sul “vero”. Composta in 6 strofe di endecasillabi e settenari, è ambientata in un paesaggio astratto e metafisico, diverso da quelli solitamente idilliaci. Sembrano essere infiniti il tempo e lo spazio (sempiterni, eterni, immortale…), ma non si tratta del frutto della fantasia, quanto piuttosto della riflessione della ragione.

monacazione forzata (similmente alla storia della Monaca di Monza di Manzoni) e l’uomo che ama sposa un’altra donna, e la protagonista di lascia morire di dolore in convento. In seguito vi è Eva, che parla di un artista che rinuncia a tutto per amore di una ballerina (simbolo della società materialistica ed edonistica), e poi Tigre Reale, dove la figura femminile ricorda La Lupa divoratrice di uomini, con una redenzione e un ritorno al valore della famiglia. La svolta verista e le nuove tematiche: La svolta verista viene rappresentata proprio dalla pubblicazione di Rosso Malpelo, una storia di infanzia negata scritta con un linguaggio nudo e popolare, e caratterizzato da uno stile assolutamente impersonale. Con questa sorta di conversione letteraria Verga intende osservare i meccanismi della società, in maniera affine ai naturalisti francesi, e ricerca i metodi di sopravvivenza nelle classi più basse (dove sono più evidenti) e in quelle più alte (dove diventano sempre più sottili). Un altro tema centrale è proprio quello del progresso e della sua relazione con le varie classi sociali, soprattutto gli umili per la questione meridionale (I “vinti” e la “fiumana del progresso” p.350). All’interno degli scritti di Verga sono riscontrabili le leggi darwiniane della lotta per la sopravvivenza e la scalata sociale (i poveri cercano di arricchirsi pensando di risolvere completamente i loro problemi). Verga infatti pensava che la società fosse immutabile, a causa di alcune leggi di fondo che non potevano essere sradicate. In questo senso è simile ai naturalisti francesi: crede infatti nei principi del determinismo e darwinismo sociale. Verga non crede nell’esistenza dell’uguaglianza e nel progresso (un po’ come Leopardi, non vedeva positivamente il progresso): è un tradizionalista. Il darwinismo sociale è un pensiero sociologico che tende a vedere la società umana regolata dalle leggi del mondo animale, e quindi caratterizzata dalla lotta per la sopravvivenza. Il più forte si vede assicurata la sopravvivenza e riesce a sottomettere il debole. Lo stile e la tecnica narrativa Poetica dell’impersonalità: Alla base della narrazione verghiana vi è la poetica dell’impersonalità. Egli infatti spiega in una prefazione ad un racconto indirizzato a Salvatore Farina: “e tu preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo [...] attraverso la lente dello scrittore”, l’impersonalità pone quindi il minor numero possibile di filtri davanti al lettore. Per ottenere il massimo dell’impersonalità, lo scrittore deve “eclissarsi” e scomparire senza lasciare traccia di soggettività nel racconto. L’opera infatti non deve sembrare costruita tramite artifici letterari ma deve sembrare “essersi fatta da sé”, che i fatti si svolgano con naturalezza sotto gli occhi del lettore. Tecnica narrativa: A raccontare le vicende non è il tradizionale narratore onnisciente, ma l’autore si cala nei panni dei personaggi (minatori, paesani…) e narra attraverso i loro occhi. Il punto di vista dell’autore quindi non si avverte mai, egli si mimetizza in un personaggio anonimo che non compare mai nella vicenda e che non descrive mai approfonditamente personaggi o luoghi: questa tecnica è detta regressione. Il linguaggio è tendenzialmente spoglio e povero, ricco di modi di dire e proverbi popolari che rinforzano il concetto di regressione. Tuttavia egli utilizza raramente il dialetto. Perché Verga sceglie lo stile impersonale? Perché in virtù del suo pensiero sul darwinismo sociale e della lotta per la sopravvivenza, colui che osserva non ha diritto di giudicare ma si deve limitare a riportare i fatti così come sono. Né il giudizio né la letteratura sono in grado di mutare il corso dei fatti -> PESSIMISMO Verga e Zola a confronto: Nei romanzi zoliani, il punto di vista e l’opinione dell’autore sono ben evidenti ed espresse in un linguaggio borghese colto che rispecchia le origini dello scrittore. Solo nel L’Assommoir, Zola decide di riprodurre il linguaggio del popolo parigino. Verga al contrario è impersonale e interno al testo, e scrive sempre con linguaggio popolare, per la tecnica della regressione. Inoltre in Zola vediamo uno sguardo dall'alto che giudica ed ha un atteggiamento scientifico. Inoltre egli pensa che la letteratura abbia una valore sociale e progressivo, che possa quindi aiutare a cambiare le tristi ingiustizie contemporanee. Verga ovviamente la pensa in maniera opposta: egli è un conservatorista, mentre Zola è un progressista. Opere :

Vita dei campi (Rosso Malpelo, La Lupa…) Si tratta della prima raccolta di novelle pubblicata da Verga nel 1880 e contiene racconti in cui spiccano le figure tipiche della vita contadina siciliana e la tecnica narrativa dell’impersonalità. In alcune novelle, come ad esempio La Lupa (femme-fatale che però è mossa dalla ricerca di attenzione e amore) si possono riscontrare dei caratteri tardo-romantici di passioni violente e primitive, moti dell’animo e ambientazioni idilliache. Il ciclo dei Vinti: Quest’opera vuole essere una raccolta di romanzi ispirati alla lotta per la vita. Oggetto della narrazione sono i “vinti”, che rimangono schiacciati dai più forti e soprattutto, dal progresso. I romanzi dovevano essere 5 e rappresentare le figure topiche delle varie classi sociali e il loro rapporto con il progresso: I Malavoglia (classe povera e lotta per i bisogni materiali), Mastro-don Gesualdo (borghesia e avidità di ricchezza), La Duchessa de Leyra (vanità aristocratica), L’onorevole Scipioni (ambizione politica) e L’uomo di lusso (ambizione artistica). Verga adatta il meccanismo di lotta per la sopravvivenza ad ogni classe, e più la classe è abbiente, più tale meccanismo diventa sottile e fatto di manierismi. Solo i primi due vennero pubblicati, La duchessa fu pubblicato postumo e gli altri non furono mai iniziati. Egli esprime le intenzioni di scrittura nella prefazione a I Malavoglia, dove parla anche degli aspetti negativi del progresso, messo in atto dalla “ricerca del meglio” e che investe coloro che non sono pronti al cambiamento. Si esprime quindi una concezione materialistica, che considera l’uomo subordinato moventi materiali piuttosto che ideali. Testi: Impersonalità e “regressione” Si tratta della prefazione al racconto L’amante di Gramigna, scritto come una lettera indirizzata allo scrittore e giornalista Farina, dove Verga espone e argomenta i propri convincimenti letterari. Da questo testo, uno dei pochi che permette di comprendere la teorica verghiana attraverso le sue stesse parole, si deducono: l’impersonalità e l’oggettività, che si realizza nell’eclissi dell’autore e nel lasciare che i fatti narrati si svolgano davanti agli occhi del lettore “autonomamente”; quindi si parla della regressione, grazie al quale il narratore si immedesima nel popolo e utilizza il suo linguaggio; l’essenziale e il rifiuto del drammatico, dove si eliminano le superflue descrizioni psicologiche tipiche del periodo romantico per lasciare solo la storia, che viene privata anche del tipico melodramma, rimanendo fatale e orribile nella sua semplicità; quindi gli eventi seguono una logica serrata al punto da far sì. Che gli eventi sembrino “essersi fatti da sé” e non inventati dall’autore. Nella conclusione egli afferma che slo quando l’autore si sarà completamente eclissato dal testo, si raggiungerà la perfezione letteraria. Rosso Malpelo E’ la prima novella verista di Verga, parte della raccolta Vita dei Campi. Narra la storia di un bambino chiamato Malpelo a causa dei suoi capelli rossi che, a dire del popolo, lo rendevano naturalmente diabolico. Si tratta di una storia di oppressione e infanzia negata, che ritrae la drammatica situazione di numerosi bambini nel sud Italia (come dimostrato dall’inchiesta “Il lavoro dei fanciulli nelle miniere siciliane” di Franchetti e Sonnino, dove i due giornalisti parlano dello sfruttamento minorile e delle inumane condizioni dei bambini lavoratori). Trama Malpelo lavorava in miniera, così come suo padre Mastro Misciu. Tuttavia una sera Misciu rimase a svolgere un lavoro molto pericoloso per pochi soldi in più, e finì per morire sotto la rena. Malpelo rimase quindi solo nella miniera ad affrontare i pregiudizi e i maltrattamento dei colleghi, oltre ad avere la madre e la sorella che non si prendevano cura di lui a dovere. Ad un certo punto arriva alla miniera il piccolo Ranocchio che, a causa di un infortunio, non può fare lavori di manovalanza. Malpelo lo prende sotto la propria ala e, a suo modo, cerca di insegnargli a difendersi dalle cattiverie altrui (bastonandolo, o facedogli persino vedere il cadavere lacerato dell’asino grigio morto di fatica). Un giorno furono ritrovati alcuni dei resti del padre di Malpelo e ciò turbò molto il giovane, che si rifiutò di lavorare nuovamente in quella zona della cava. Dopo poco tempo Ranocchio si ammala di un morbo incurabile e Malpelo decide di fargli visita. Vede quindi la madre di Ranocchio piangere, e non riesce a capire il perché di quelle lacrime (visto che Ranocchio non porta più soldi in casa), simbolo che sua madre non ha mai pianto per lui e non l’ha mai amato, preoccupandosi solo dello stipendio che il figlio portava a casa il sabato sera. Dopo la morte di Ranocchio, malpelo rimane completamente solo al mondo e perde ogni affetto ed interesse. Alla fine infatti accettò di entrare nella zona della cava ancora inesplorata, senza uscirne mai più. Analisi: