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saggio breve sulla letteratura italiana e il canone del Novecento
Tipologia: Dispense
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di Antonio R. DAniele (Università di Foggia)
1. Per cominciare Il contributo di un insegnante all’interno di una giornata di studi romana di qualche tempo fa^1 cominciava con parole inte- ressanti che si possono parafrasare come segue: domandarsi qua- le letteratura del Novecento insegnare a scuola^2 vuol dire riflette- re sulle molteplici sollecitazioni che un docente deve equilibrare. Alle Indicazioni nazionali^3 di solito segue anche la pletora dei contenuti da affrontare; mentre la ben nota “didattica per com- petenze,” talvolta non è altro che il Velo di Maya dietro il quale ci si illude di innestare il lavoro quotidiano^4 , del quale spesso (^1) L’intervento, come si legge dal documento on-line, «è stato letto, il I febbraio 2016, al seminario Il Novecento tra due secoli , organizzato presso la Biblioteca Angelica dal liceo Virgilio di Roma, capofila di una rete per lo studio della letteratura del Novecento a scuola» (GueRRieRo 2016; ultimo accesso: 30/03/2019, ore 16.43). (^2) A questo proposito si veda soprattutto il saggio di SARpi 2001. Si tenga presente anche MeRolA 2000 ; e la sezione “Il Novecento italiano: un canone mobile”, in onofRi 2001, 35-62. (^3) Si veda fiRenzuoli - MARASchio - SAuRA 2012. (^4) peRRenouD 2010; tonelli 2013 e 2016; R uozzi 2014; RAti 2015; toRtoRA 2017.
ignoriamo il carattere squisitamente europeo^5. Ma nelle ultime Indicazioni Nazionali per la lingua e la letteratura italiana, si leg- ge, alla voce “competenze in uscita”: «coscienza della dimensione storica della lingua e della letteratura»^6. Pertanto, pare opportuno ripartire il problema in due mo- menti: anzitutto il canone come selezione – per così dire – “di merito” degli autori; quindi, il canone inteso come scelta da parte dell’insegnante. Ossia, domandarsi quali autori meritino di far parte della gamma dei memorabilia e di rendere un manuale un attestato di monumenti; subito dopo affrontare il secondo pro- blema: in che modo quello stesso manuale debba essere usato dal docente. La questione, come si vede, è duplice e chiama in causa per un verso l’accademia e la militanza critica, per l’altro l’istru- zione e la didattica. Da vent’anni a questa parte, cioè da quando soprattutto per impulso della cultura nordamericana il dibattito sul canone si è fatto pressante, è sorto questo “antagonismo cul- turale” che nei suoi caratteri fondanti è rimasto di fatto inalterato e col passare del tempo rivela una spiacevole frattura fra i due ambiti che gli attori della vicenda si impegnano a far sembrare insanabile^7.
2. Della prosa e del verso: linee di derivazione e monadi cul- turali Diciamo subito che vi è una maggiore solidità del canone in versi rispetto a quello in prosa. C’è da domandarsi le ragioni di questo dato di fatto^8. A pensarci bene, il quesito ha una risposta semplice: perché i modelli del romanzo moderno sono europei e (^5) Si ritiene utile, a questo proposito, rimandare alla scheda riassuntiva contenuta in ARDiSSino 2019, 24; cfr. Antonelli - MAteRni - pARADiSi 2012. (^6) Per consultare la tabella sinottica delle competenze si veda COMPITA, precisamente al seguente url: http://www.compita.it/wp-content/ uploads/2015/02/Sinottica-Competenze-letterarie.pdf (ultimo accesso: 24/03/2019, ore 11.16); si tenga presente anche il seguente contributo: MAnGAnARo 2014. (^7) Si veda ceSeRAni 2013. (^8) Una parziale risposta al quesito si trova in cheRchi 2011. non italiani. L’Italia non ha avuto, in epoca moderna, una robu- sta tradizione del genere romanzo. E anche quello manzoniano^9
può sembrare il giusto tentativo di scansare il rischio della mu- nicipalizzazione delle patrie lettere, al tempo stesso, però, ci ob- bliga a una riflessione: per quale ragione questa operazione non può riuscire nella poesia, o comunque non riesce secondo una linea di vera e propria derivazione, di discendenza culturale e di apparecchiamento tematico? Detto in altri termini, per qua- le ragione, quanto al romanzo, Pirandello non può in ogni caso restare sganciato da Verga? Evidentemente perché Verga a sua volta è legato a doppio filo ai maestri della modernità europea: Flaubert e Zola e, successivamente, a una produzione che coin- volge Proust, Joyce, Mann^20. Sull’altro versante^21 : per quale ragio- ne l’afflato lirico e le innovazioni linguistiche di Ungaretti, Saba e Montale^22 – pur con tutti i richiami ad altre coeve esperienze europee – hanno da subito assunto un profilo autonomo, parti- colare e unico, lasciando Baudelaire, contemporaneo di Flaubert, come nume tutelare dell’esperienza decadente, quindi di Pascoli e d’Annunzio^23 , che appartengono con ogni evidenza a un’altra stagione lirica, dalla quale Ungaretti, Saba e Montale appaiono chiaramente lontani? Lo stesso Luperini ci ricorda che «Pascoli e d’Annunzio sono poeti che conservano un solido legame con la tradizione classica antica, greca e latina, mentre Saba, Ungaretti, Montale hanno fatto le scuole tecniche o sono sostanzialmente degli autodidatti»^24. Insomma, sul piano della periodizzazione^25 la vera frattura si registra dopo Pascoli, ma su quello del genere, mentre i tre poeti sono in grado di rappresentare una identità poetico-letteraria propria, i prosatori sono di difficile collocazio- (^20) Si tenga presente DebeneDetti 1998. (^21) Si veda Renzi 1991; si ritengono utili ancora oggi le seguenti antologie: MenGAlDo 1978; KRuMM - R oSSi 1995; SeGRe - oSSolA 1999. (^22) Sulla terna di poeti si veda il noto contributo di SpAGnoletti 1966. (^23) Dallo storico volume di SAlinARi 1962 è disceso un discreto numero di pubblicazioni sul tema che hanno contribuito a rafforzare l’idea di un binomio storico-culturale dei due autori. Si tengano presenti i §§ dal settimo al nono della parte terza ( Sondaggi sulla poesia del Novecento ) di GioAnolA 2005, che riprende, con alcune rilevanti novità, un saggio di oltre quarant’anni prima (GioAnolA 1972); il volume di olivA 2002; infine, bRuno 1998. (^24) lupeRini 2010. (^25) La questione fu sollevata dal noto testo di petRonio 1984, 618- 674. ne sia nella temperie europea sia, a maggior ragione, in quella na- zionale. Da ciò deriva, poi, tutto il problema successivo alla linea Svevo-Pirandello, che riguarda altri nomi e quindi altre scelte.
3. Un censimento A questo punto pare opportuno sgombrare il campo da un equivoco che può rivelarsi assai pernicioso: sappiamo che nella maggior parte dei casi negli istituti scolastici viene trattata una percentuale ben più bassa della mole degli autori suggeriti dalle Indicazioni Nazionali, le quali nel caso della letteratura italiana del Novecento si spingono – con audacia pari all’imprudenza – fino a Meneghello^26. Soprattutto per quel che riguarda il roman- zo, il ventaglio è amplissimo, talora disordinato. Ma un manua- le resta in ogni caso uno strumento e dev’essere il più possibile adatto agli usi plurimi, a richieste ed esigenze molteplici. Che la ricchezza di autori a disposizione del docente sia ampia non è di per se stesso un fattore sfavorevole^27 : nell’annuale Congresso Adi (^26) Sull’opportunità di inserire alcuni nomi per invalso costume giudicati “minori” si veda lupeRini 2004. Di recente è stata sollevata anche una questione di ripartizione “geografica” degli autori: zunino 2018, 56: «Chi sono i poeti del Novecento suggeriti per lo studio degli studenti del quinto anno? “Dentro il Secolo XX e fino alle soglie dell’attuale”, si legge nel testo ministeriale del 2010, “il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto...). Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealistica ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, Primo Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello...)”. Diciassette esempi, diciassette nomi. Diciassette luoghi di nascita. Trento e il Nord-Est, tanta Milano, Torino e il Piemonte, Genova, la provincia di Firenze, poi Bologna. Tolti Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto e cresciuto da cosmopolita, e Italo Calvino lui originario di Cuba, nessuno dei poeti indicati è nato al di sotto di una linea che congiunge l’Alta Toscana con l’Emilia». (^27) Si veda lo veteRe 2013, https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/ scuola_e_noi/127-oltre-la-scuola-delle-nozioni-e-oltre-la-scuola-delle- competenze-lo-spazio-sempre-aperto-della-letteratura.html (ultimo accesso: 28/03/2019, ore 14.32): «Scuola delle competenze significa anche un’altra cosa, più semplice: dobbiamo fare delle scelte radicali e coraggiose.
(Associazione degli Italianisti) che a settembre del 2018 ha radu- nato presso l’Alma Mater bolognese gli italianisti dell’accademia italiana e non solo, è stato ribadito che la manualistica non è al servizio di un solo docente, ma di ogni possibile docente, il qua- le, com’è giusto, ha predilezioni proprie: ciascuno effettua, poi, le proprie scelte ed è evidente che non può né deve fare tutto^28. Piuttosto, è molto più importante che sia soltanto all’altezza delle scelte che opera. Esiste, di fatto, un “canone del canone” e non ci si difenda dietro il pulviscolo dei tanti nomi che pure annebbia- no le antologie. Fatto un rapido regesto di alcuni dei manuali ancora oggi più diffusi nella secondaria di secondo grado (in particolar modo l’i- nossidabile Baldi^29 , oramai poco meno che eterno, ma anche il nuovo volume di Armellini, Colombo, Bosi e Marchesini^30 ; Di Sacco^31 – considerato specialmente per il canone in uso presso gli istituti tecnico-professionali – e, inoltre, qualche classico del- la manualistica in ristampa: Luperini^32 e Ferroni^33 ), emerge un quadro più o meno chiaro: ci si trova a che fare con una vera e propria molteplicità di canoni, con soluzioni e preferenze che rivelano talora uno spiccato criterio ideologico: se Pasolini riesce molto ridimensionato dalle opzioni fatte valere da Barberi Squa- rotti^34 , Luperini è l’unico fra i grossi nomi della manualistica a L’idea di totalità che, nonostante tutto, ancora permea la nostra scuola, per cui fare letteratura è fare storia della letteratura, a partire dalle origini e procedendo in ordine cronologico (per fermarsi dove, solo a Montale e Svevo?), è un’idea inerziale. Dobbiamo individuare alcuni nodi essenziali e sciogliere quelli, abbandonando l’idea di procedere extensive ». (^28) Si tratta del XXII Congresso Nazionale, dal titolo Natura, società, letteratura , tenutosi presso l’Università di Bologna dal 13 al 15 settembre
in Italia^45 – al quale di solito lo si acclude – sulla cui natura e sul cui statuto ancora oggi il dibattito è aperto. Sta di fatto che Buzzati è vagamente chiamato in causa in relazione al genere e il poco spazio che egli si merita, in ragione soprattutto del Deserto dei Tartari , ha ancora il tono di una disamina approssimativa e superficiale. Anche Tomasi di Lampedusa, Elio Vittorini e Primo Levi^46 ap- paiono in ribasso mentre al ruolo di comprimari o, come direb- be Romano Luperini, di “documenti”, sono stati oramai relegati Pratolini, Cassola, Silone, Carlo Levi. La spiacevole etichetta di autori “regionali” si abbatte con sempre maggiore incisività su Corrado Alvaro, Guido Piovene, Mario Rigoni Stern, Francesco Jovine, Vitaliano Brancati e addirittura Sciascia.
4. Contro la letteratura come “impulso estetico” Il contributo di Guerriero col quale è cominciato questo sag- gio^47 , al di là di qualche utile spunto, è per lo più preoccupante: ne ho trovato preoccupante la prospettiva dalla quale muove, poiché è quella di molti insegnanti che aborriscono il libro di testo, imputandogli ogni sorta di difetto ma, a un tempo, recla- mano dal manuale stesso tutte le soluzioni didattiche. Si legga questo passaggio: «Esiste di fatto, sancito dalla legge, un canone sco- lastico. Secondo le Indicazioni nazionali , nell’ultimo anno di corso, oltre a Leopardi, si devono affronta- re le vicende della lirica in chiave europea, parten- do da Baudelaire, quindi passare a Verga, Pascoli, D’Annunzio, Pirandello e Svevo (a parte i primi due nomi, l’elenco ricorda l’intramontabile Salinari: miti e coscienza del decadentismo). È da notare come gli (^45) Sulla questione è utile rimandare alla breve ricognizione bibliografica contenuta nella nota n. 19 di DAniele 2018, 29. (^46) Si veda Antonello 2005. (^47) GueRRieRo 2016. estensori delle linee guida non ragionano qui né in termini di competenze né – cosa ancor più grave – di scuola, ma solo in termini di conservazione della tra- dizione letteraria. Pascoli e D’Annunzio per esempio, vanno studiati non perché – mettiamo – allargano la conoscenza dell’essere umano o fanno versi belli ma disonesti, ma piuttosto per “l’incidenza lungo tutto il Novecento delle loro voci, che ne rende imprescindi- bile lo studio”. Piccola nota a latere sui libri di testo: i manuali di letteratura per l’ultimo anno di liceo viaggiano intor- no alle duemila pagine, cui di solito vanno aggiunti un volumetto specifico su Leopardi, il Paradiso di Dante e la parte online, che per legge i libri di testo devono avere (e che credevo fosse stata pensata an- che per ridurre la corposità del cartaceo). Al di là dello scempio di foreste che nonostan- te il digitale ancora facciamo con i nostri manuali, le indicazioni nazionali sono anche riduttive sul- la letteratura del Novecento. È troppo poco perché mancano in poesia ad esempio Giudici, Bertolucci, Gozzano, Quasimodo, Noventa, Fortini, Rosselli, Raboni; Eduardo per il teatro; e ancora Brancati, Flaiano, Sciascia, Manganelli, Parise, Bassani, Ar- basino, Savinio, Landolfi, Volponi... E questo è un elenco minimo quasi casuale, che non tiene conto della raccomandata saggistica, si ferma agli autori che raggiungono la piena maturità più di trenta qua- rant’anni fa, restando lontano dalla “soglia del pre- sente” di cui parlano le indicazioni: mancano nomi che per molti sono importanti e mancano anche gli autori di grandi opere come Conversazione in Sicilia , Il cielo è rosso , La ragazza Carla , Il dio di Roserio , Il Gattopardo , Kaputt ... Eppure tutti potrebbero aspi- rare legittimamente quanto meno alla panchina del- la Nazionale italiana scrittori»^48. (^48) Ibidem.
Da queste parole emergono tre elementi che, però, finiscono per confliggere: anzitutto si lamenta che nelle Indicazioni Nazio- nali vi è contenuto troppo materiale da affrontare; insomma: non si può fare tutto. In secondo luogo, si punta il dito all’indirizzo dei manuali di letteratura, poiché sono ipertrofici e abnormi. In ultimo, però, si rileva che il canone delle Indicazioni Nazionali tralascia colpevolmente molti autori importanti. Mi pare evidente che qualcosa non va nella prospettiva con cui questo insegnante esamina la questione. Mi pare evidente, insomma, che il criterio di giudizio e di valutazione sia quello della querimonia sic et simpliciter , della lagnanza a prescindere. Eppure, se mettiamo da parte il pregiudizio secondo il quale dal Ministero non agiscono mai a vantaggio e in funzione dell’inse- gnamento scolastico, dovremo riconoscere che Pascoli e d’An- nunzio non possono che essere studiati proprio perché, come si legge dalla carta ministeriale e come nota lo stesso Guerriero, «l’incidenza lungo tutto il Novecento delle loro voci ne rende imprescindibile lo studio»^49. È questo approccio che consente l’ottenimento di una coscienza dei fatti letterari quali eventi e momenti della storia culturale, come predica il testo ministeriale collocato all’inizio di questo contributo. Altrimenti tutto reste- rebbe affidato a un istintivo impulso estetico, personale, intimo. Se il criterio è allargare la conoscenza dell’essere umano con la lettura di versi “belli ma disonesti”, come ha affermato corriva- mente quest’insegnante, ebbene si trovano dei versi stupendi in Paolo Buzzi e Luciano Folgore, che non sono contemplati dalle Indicazioni Nazionali né sono canonizzati nei manuali letterari. Se il criterio fosse questo non avrebbe nessuna ragione neppure discutere di canone. Invece Pascoli e d’Annunzio, come Montale e Saba, Pasolini e Zanzotto, sono “canone” non solo e forse non proprio perché scrivono versi belli (la qual cosa, così posta, non ha senso alcuno) ma soprattutto perché portano col loro nome un pezzo di storia d’Italia, negli incroci di rapporti che hanno vissuto, nelle trame degli ambienti che hanno frequentato e che li hanno fatti, infine, quei poeti che sono stati. I loro versi sono anche tutto questo. Al di fuori di questo modo di intendere la (^49) Ibidem. questione non si insegnerà nulla, ma tutt’al più si potrà fare un bel discorso su una pagina scritta: la letteratura è un’altra cosa. Dunque, a cosa serve lamentarsi del fatto che i manuali di let- teratura sono mastodontici, che nelle Indicazioni Nazionali, fra imprescindibili e consigliati, i nomi sono troppi, se al tempo stes- so si reclama l’inserimento di Giudici, Raboni, Eduardo o Bran- cati, Flaiano, Parise, Bassani, Arbasino? E ancora: non è quanto- meno singolare che si suggerisca la canonizzazione di Giovanni Giudici perché « La vita in versi ad esempio, è uno dei testi che offrono lo sguardo più limpido e geniale sugli anni Sessanta: il suo autore centra i mutamenti radicali in atto» e poi si deplori che il Ministero chieda di studiare Pascoli e d’Annunzio per la loro incidenza nella cultura dei decenni a venire? In questo improvvido insegnante la pars construens contiene gli stessi ingredienti coi quali egli ha realizzato la pars destruens dei documenti ministeriali, il che accade quando si assume il cri- terio, se così si può dire, della “protesta categoriale” a tutti i costi. Forse, al di là di tutto, è proprio questo il vero rischio da scon- giurare per l’esercizio di una didattica che sia efficace e non solo per gli allievi.
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di itAlA tAMbASco (ITT “Altamura - daVinci” - Foggia)
1. Poeti in cattedra In apertura di una lettera del libro Cuore , il padre di Enrico, ragazzino ai primi anni di scuola, si lascia andare ad una nostal- gica riflessione e spiega al giovane fanciullo che solo a distanza di alcuni anni potrà godere di ciò che oggi non apprezza e non comprende: «la scuola, per ora, non la vedi che di dentro: ti par- rà molto più bella e più poetica fra trent’anni, quando ci verrai ad accompagnare i tuoi figluoli e la vedrai di fuori come io la vedo. [...] Dalle finestre vengono fuori dei versi, dei nomi d’uo- mini grandi e buoni, dei frammenti di sentenze che consiglian la virtù, l’amor di patria, il coraggio»^1. La poesia diventa, qui, metafora di una riscoperta, del nuovo significato che la scuola assume, a distanza di anni, nella mente del protagonista ed è plausibile che l’analogia scuola-poesia sia stata suggerita da un’idea già radicata al tempo, secondo cui il valore poetico realizza solo in fieri la sua missione. Che la memo- rizzazione di testi poetici fosse una prassi consolidata già nell’I- talia preunitaria è un dato comprovato e ci piace ricordarlo con le parole del ministro Gabelli che, rievocando i ricordi liceali, scriveva: «Si mandavano molti versi latini e italiani a memoria, interi canti di Alfieri, la Basvilliana , la Bellezza dell’Universo , la (^1) De AMiciS 1996, 292-293.