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Letteratura italiana - 2^ semestre, Dispense di Letteratura Italiana

Appunti completi con testi e materiali del corso di Letteratura italiana di Linguaggi dei media, tenuto dalla professoressa Ferro. Voto dell'esame 30

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 07/10/2024

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francesca-tivan 🇮🇹

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Tivan Francesca 22/23
LETTERATURA ITALIANA, SECONDA PARTE
È significativo il modo in cui gli autori si rapportano con la storia: Calvino e Montale devono
superare la guerra e aprirsi al rapporto con il partito comunista. Sono entrambi intellettuali di
sinistra e devono fare i conti con la crisi che il movimento comunista vive con la dittatura sovietica
in Ungheria, devono rimodulare le loro posizioni di scrittori impegnati.
Il percorso di Montale inizia da Ossi di Seppia, seguita da Le Occasioni e La Bufera. Il Montale
degli Ossi di Seppia si impone per l’efficacia dello strumento linguistic o, spinge per la passione
della vita con dubbi sull’esistenza. Vittorio Sereni commenta le sue opere.
Nella giovinezza di Montale si ricordano le estati a Monterosso, egli si concentra sul rapporto con la
natura, rappresenta il mondo di fuori con il quale si confronta il poeta da solo. La natura degli Ossi
di Seppia è la natura della Liguria di mare.
Studia da ragioniere e prende il diploma nel 1915, gli studi sono da autodidatta con l’aiuto dei libri
di filosofia della sorella. Tra le sue passioni vi è la musica e il canto, gli studi hanno evidenziato la
stretta vicinanza fra le poesie e la musica, la lirica di Montale è caratterizzata da una stretta
consonanza con il ritmo.
Fa il corso da ufficiale e partecipa marginalmente alla guerra, stringerà amicizie come quella con
Sergio Solmi e altri intellettuali: la giovinezza di Montale è nutrita da uno spirito libertario, ce lo
conferma la sua amicizia con Piero Gobetti, una delle voci dello spirito liberale torinese.
Fra gli anni ’20 e ’27 Montale deve districarsi fra occupazioni culturali e editoriali > si sposta nel
’27 a Firenze al gabinetto di Vieusseux dove consolida la sua posizione antifascista.
Dal ’48 si sposta a Milano dove morirà.
Ossi di seppia
Ossi di seppia è la prima raccolta montaliana, datata 1925, dall’edizione di Gobetti a Torino: le
poesie sono testi scritti fra il ’20 e il ’25 ad eccezione di Meriggiare pallido e assorto che risale al
1916. Mette insieme testi già usciti singolarmente in riviste e periodici letterari: già nel ’24 il
Convegno aveva pubblicato cinque poesie, nel ’23 erano uscite sotto il titolo Rottami, che verrà
migliorato in Ossi di seppia, coerente nel significato in quanto ricorda la formazione ligure della
poesia di Montale, i Trucioli di Sbarbaro che propone un gusto di umiltà.
Nel ’28 seguirà una seconda edizione con l’aggiunta di testi significativi e una terza in cui vengono
riordinati.
Gli Ossi di seppia sono un testo che deve la sua notorietà a una sorta di paradosso: il poeta afferma
di non avere le risposte e la verità, di non saper affrontare sul piano esistenziale il rapporto con il
mondo> propone un nichilismo in modo che sia efficace, trasmette il contenuto negativo in maniera
assertiva, è un innovatore sul piano poetico.
Non chiederci la parola
È un testo programmatico che coinvolge un gruppo di persone attraverso la prima persona
plurale, la condizione è assolutamente negativa. All’interlocutore viene negata la richiesta di una
parola, si rifiuta ogni forma prefigurata in quanto l’animo è informe, non può essere misurato > la
misura equivale alla conoscenza.
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➢ LETTERATURA ITALIANA, SECONDA PARTE

È significativo il modo in cui gli autori si rapportano con la storia: Calvino e Montale devono superare la guerra e aprirsi al rapporto con il partito comunista. Sono entrambi intellettuali di sinistra e devono fare i conti con la crisi che il movimento comunista vive con la dittatura sovietica in Ungheria, devono rimodulare le loro posizioni di scrittori impegnati. Il percorso di Montale inizia da Ossi di Seppia, seguita da Le Occasioni e La Bufera. Il Montale degli Ossi di Seppia si impone per l’efficacia dello strumento linguistico, spinge per la passione della vita con dubbi sull’esistenza. Vittorio Sereni commenta le sue opere. Nella giovinezza di Montale si ricordano le estati a Monterosso, egli si concentra sul rapporto con la natura, rappresenta il mondo di fuori con il quale si confronta il poeta da solo. La natura degli Ossi di Seppia è la natura della Liguria di mare. Studia da ragioniere e prende il diploma nel 1915, gli studi sono da autodidatta con l’aiuto dei libri di filosofia della sorella. Tra le sue passioni vi è la musica e il canto, gli studi hanno evidenziato la stretta vicinanza fra le poesie e la musica, la lirica di Montale è caratterizzata da una stretta consonanza con il ritmo. Fa il corso da ufficiale e partecipa marginalmente alla guerra, stringerà amicizie come quella con Sergio Solmi e altri intellettuali: la giovinezza di Montale è nutrita da uno spirito libertario, ce lo conferma la sua amicizia con Piero Gobetti, una delle voci dello spirito liberale torinese. Fra gli anni ’20 e ’27 Montale deve districarsi fra occupazioni culturali e editoriali > si sposta nel ’27 a Firenze al gabinetto di Vieusseux dove consolida la sua posizione antifascista. Dal ’48 si sposta a Milano dove morirà. ➢ Ossi di seppia Ossi di seppia è la prima raccolta montaliana, datata 1925, dall’edizione di Gobetti a Torino: le poesie sono testi scritti fra il ’20 e il ’25 ad eccezione di Meriggiare pallido e assorto che risale al

  1. Mette insieme testi già usciti singolarmente in riviste e periodici letterari: già nel ’24 il Convegno aveva pubblicato cinque poesie, nel ’23 erano uscite sotto il titolo Rottami, che verrà migliorato in Ossi di seppia, coerente nel significato in quanto ricorda la formazione ligure della poesia di Montale, i Trucioli di Sbarbaro che propone un gusto di umiltà. Nel ’28 seguirà una seconda edizione con l’aggiunta di testi significativi e una terza in cui vengono riordinati. Gli Ossi di seppia sono un testo che deve la sua notorietà a una sorta di paradosso: il poeta afferma di non avere le risposte e la verità, di non saper affrontare sul piano esistenziale il rapporto con il mondo> propone un nichilismo in modo che sia efficace, trasmette il contenuto negativo in maniera assertiva, è un innovatore sul piano poetico. ➢ Non chiederci la parola È un testo programmatico che coinvolge un gruppo di persone attraverso la prima persona plurale, la condizione è assolutamente negativa. All’interlocutore viene negata la richiesta di una parola, si rifiuta ogni forma prefigurata in quanto l’animo è informe, non può essere misurato > la misura equivale alla conoscenza.

Le lettere di fuoco sono quelle che dichiarano ufficialmente e con sicurezza, sono immagine del sigillo: è una figura che viene scelta per creare un collegamento con il verso successivo. Il croco è simbolo del deserto in cui il poeta si muove, crea un’opposizione fra la sua condizione e la sua parola poetica, che viene negata fin dall’esordio. Il poeta invidia e disprezza le persone che non si curano delle proprie ombre, quelle persone che fingono credendo di vivere ma in realtà attraversano il tempo. ➢ 16/ Due inizi in forma negativa, contengono espressioni che rinviano alla parola, alla comunicazione: questa dichiarazione segna l’istanza comunicativa> la poesia per Montale non è come evasione o sentimentalismi, ha sempre una natura ragionativa, discorsiva, è strumento di conoscenza e di interpretazione della realtà, ha valore razionale in quanto nasce dalla ragione per uno scopo conoscitivo: attraverso la poesia il poeta cerca di conoscere e mira a trasmettere la conoscenza. Il poeta cerca di capire il mondo e riportarlo nella poesia, è un poeta che non crea la realtà con la sua poesia ma si pone di fronte ad essa riconoscendone la difficoltà: le cose sono superiori alle parole, è una posizione affiancabile a quella di Calvino. Il poeta invidia o biasima l’uomo che possiede la sicurezza psicologica che dichiara di avere, è una falsa sicurezza che nasce dall’inganno. La formula rimanda a un sapere oggettivo e scientifico, descritto in linguaggio matematico / allude anche a un significato agli antipodi, la formula magica suggerendo anche la dimensione del soprannaturale. Nella dichiarazione di ignoranza sopravvive qualcosa, qualche storta sillaba che non porta il nutrimento che invece si chiede. Questa lamentela esprime la necessità di Montale di rifondare ogni discorso, rivendica una visione filosofica e ideologica della poesia con l’intenzione di allontanare le interpretazioni in chiave politica (è il periodo prefascista). Nonostante questa ritrosia del poeta il testo è considerato come manifesto del suo valore storico, è l’epoca in cui le insicurezze che avevano portato la prima guerra sono dichiarate rispetto agli entusiasmi precedenti. ➢ Meriggiare pallido e assorto Presenta il grande protagonista della raccolta, ovvero la natura: Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco Perduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

attimo al poeta. È un accorgersi con triste meraviglia, si avvicina alla meraviglia degli antichi prodotta dalle cose soprannaturali. I cocci di bottiglia sono un particolare iperrealistico, sono in sé un oggetto proprio ma nel lettore provocano la sensazione del dolore così come le formiche rosse. È una poesia che dimostra con grande evidenza il paesaggio e come viene trattato, l’uomo e l’io è da solo di fronte al mondo e alla natura. ➢ Forse un mattino andando È tra i testi preferiti da Calvino, scrisse un saggio di commento alla poesia: è un racconto di un avvenimento ri-raccontato da Calvino in alcune sue prose, c’è un meccanismo di emulazione. La meraviglia del componimento precedente diventa qualcosa di diverso: la catena che blocca l’uomo si può dimostrare per un istante fallace > parla di miracolo, è la speranza che forse ciò esiste, evoca la possibilità di percepire con la ragione la situazione in cui ci troviamo. Il momento è una mattina di inverno, il vetro indica sia la limpidezza dell’aria e anche la fragilità, porta con sé un’idea di dolore e fastidio, si immagina l’aria tagliente e gelida. L’ubriaco è disorientato e incerto, fa una rima ipermetra con miracolo (termine già usato da Ungaretti ne Il porto sepolto). La natura viene sorpresa improvvisamente (di gitto). Lo schermo afferisce al significato militare, così come l’accampare. Il segreto è ciò che orgogliosamente lo distingue dagli altri, è solo nel contesto degli altri uomini. Nella filosofia si parla di salti antideterministici della contingenza nel linguaggio della poesia diventano gli ossi di seppia, le porte che si possono aprire e le possibilità. ➢ Le occasioni Possono essere definite come un Canzoniere, raccontato tre storie d’amore con tre figure femminile attorno alle quali Montale costruisce diversi nuclei tematici. Queste figure femminili hanno origini storiche e s trasfigurano nella poesia:

  1. Annetta, amica giovanile già menzionata negli ossi di seppia
  2. Donna africana
  3. Donna angelo, Clizia, figura preponderante nella sua poetica: Irma Brandeis, americana di origini ebraiche che dovrà trasferirsi per le leggi fasciste (Si sposerà con Drusilla Tanzi, Mosca nella sua poetica) La novità delle Occasioni è che il poeta per progredire a livello conoscitivo capisce di necessitare dell’altro, si apre a un Tu: motivo per cui le occasioni vengono definite un dialogo. L’incontro con l’altro è sempre frustrato, è un attrito continuo vicino alla sensibilità umana, si realizzano quelle condizioni di sentimentalità allontanata dagli Ossi di seppia. Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto Alberi case colli per l’inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Le Occasioni sono le cose che capitano, nel significato etimologico, sono situazioni attimali in cui si rivela l’altro: la dinamica dell’occasione diventa una dinamica strutturale. Le situazioni attimali non sono soltanto momenti ma sono anche oggetti o animali, che prendono la funzione di talismani. ➢ Il ramarro, se scocca… Vi è un elenco in forma di enumerazione, sono situazioni che vengono evocate per essere messe alla prova rispetto alla grandezza di lei. Massima concentrazione, anche se gli elementi possono essere potenziati ancora di più nulla può mutarvi in qualcosa di ricco e strano > È un componimento di lode della potenza e della virtù della donna angelo, è soprannaturale e straordinaria, nessun elemento della natura può eguagliare lo stampo della donna amata. La prima nota è dantesca, dall’Inferno XXV: il rumore sordo del cronometro è meno di lei, i punti di sospensione non sono casuali, lo strano rappresenta la meraviglia del soprannaturale (cfr. poesia precedente). ➢ 20/ La poetica del correlativo oggettivo: oggettivo in quanto la poetica è piena di oggetti, correlativo in quanto Montale era convinto di dover rispettare con la massima cura i sentimenti > lo stratagemma escogitato è tacere il sentimento che a parole non può essere reso in maniera vera e provarci con l’occasione spinta. L’unica possibilità di comunicare l’esperienza significativa, cioè l’occasione, si fonda sulla possibilità di tradurre il pensiero astratto in forme sensibili e concrete: il poeta si rende conto che le parole hanno dei limiti ed è meglio poggiarsi sulle cose. Con il suono vuole trasmettere il sentimento senza esplicitarlo, la poesia cerca di veicolare le sensazioni con suoni nelle parole, possono essere cose, momenti. La poesia dovrebbe imporre al lettore degli oggetti o dei fatti per veicolare sensazioni. ➢ Ti libero la fronte dai ghiaccioli È dedicata a Clizia, ovvero Irma Brandeis, la terza donna delle Occasioni: in seguito alle leggi razziali, poiché di origine ebraica, dovette tornare in America e allontanarsi dal poeta> assume valenze storiche, rappresenta la vittima innocente di un male che non è un male cosmico leopardiano, quello degli Ossi di Seppia, ma un male storico, provocato dall’uomo. Il male non è nella natura in quanto tale ma diventa responsabilità dell’uomo. Montale le assegna un compito, costruisce un vero e proprio mito intorno a lei, deve contrastare e opporsi al mare storico, costituito dalla grande tragedia dell’olocausto. È eroina e simbolo della cultura e della civiltà, è il mezzo con cui l’intellettuale si confronta con il mondo. Montale le assegna una funzione salvifica come donna Il ramarro, se scocca sotto la grande fersa dalle stoppie- la vela, quando fiotta e s’inabissa al salto della rocca- il cannone di mezzodì più fioco del tuo cuore e il cronometro se scatta senza rumore-

.............. e poi? Luce di lampo invano può mutarvi in alcunchè di ricco e strano. Altro era il tuo stampo.

Colonna di sette versi che ripetono lo schema dell’endecasillabo terminanti con n verso più breve. Prima strofa: presenta un interno, è una stanza a Firenze nella quale si svolge una partita a scacchi, la donna ha appena spento l’ultima di una serie di sigarette, il poi che iniziale è sia una congiunzione temporale sia ha valore causale> suggerisce che sta per avvenire qualcosa, ne rappresenta l’antecedente. Il posacenere viene detto piatto di cristallo, è una materia che impreziosisce l’oggetto> introduce la valenza magica dei gesti di lei. Quando spegne la sigaretta i cerchi del fumo rappresentano in un’accezione magica quelli prodotti da lei. Gli anelli di fumo che innescano il sortilegio sono straordinari, gli alfieri degli scacchi guardano stupefatti> il momento straordinario fa sì che gli oggetti prendano vita. È confermato che tutto dipende dal potere di lei con il seguito degli altri anelli delle mani di lei, il pensiero del poeta la rievoca così. Gli scacchi non sono casuali, è un gesto altamente simbolico come metafora della guerra, è anche un gioco di intelligenza sopraffina, rappresenta un momento privilegiato. In questa prima strofa vi sono aspetti fonici nonostante non segua il classico sistema delle rime ma è fruitore dei meccanismi di ricorrenza fonetica: vi sono rime imperfette con assonanze e consonanze. Seconda strofa: assistiamo all’annuncio di un evento, il poeta si avvicina al momento in cui svelerà l’accaduto, rappresenta l’anticamera che evoca con segni straordinari: la morgana è un fenomeno ottico che si verifica quando durante i miraggi si mescolano le immagini fra loro, questo miraggio è fatto di torri e ponti, riferimento alla città di Firenze, questa visione ideale sparisce al primo soffio di vento. È un annullamento che premonisce la guerra terribile, è una tragedia che distrugge la civiltà e annienta i valori. Nel ’ Contini aveva pubblicato l’edizione filologica delle rime di Dante, è amico di Montale e Clizia era venuta in Italia per studiare la Vita Nova, l’elemento dantesco lega i protagonisti. Stormo è proprio del lessico militare, rinvia agli aerei che volano in cielo portando messaggio di morte, elemento che si ritrova nella Primavera hitleriana. Il fondo rimanda al baratro in cui sprofonda l’umanità, la tregenda è ciò che dà la sostanza infernale, è un termine che significa raduno notturno di diavoli. La scacchiera è teatro della guerra e lei conosce le mosse, può ricomporre il senso con la sua intelligenza. Terza strofa: dopo aver suonato le trombe del trionfo di lei il poeta restituisce l’incertezza, è sempre creatura terrena e corporea, ha sia fragilità che forza> per sconfiggere il male lei morirà, sarà colei Poi che gli ultimi fili di tabacco al tuo gesto si spengono nel piatto di cristallo, al soffitto lenta sale la spirale del fumo che gli alfieri e i cavalli degli scacchi guardano stupefatti; e nuovi anelli la seguono, più mobili di quelli delle tua dita. La morgana che in cielo liberava torri e ponti è sparita al primo soffio; s'apre la finestra non vista e il fumo s'agita. Là in fondo, altro stormo si muove: una tregenda d'uomini che non sa questo tuo incenso, nella scacchiera di cui puoi tu sola comporre il senso. Il mio dubbio d'un tempo era se forse tu stessa ignori il giuoco che si svolge sul quadrato e ora è nembo alle tue porte: follìa di morte non si placa a poco prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo ma domanda altri fuochi, oltre le fitte cortine che per te fomenta il dio del caso, quando assiste. Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco tocco la Martinella ed impaura le sagome d'avorio in una luce spettrale di nevaio. Ma resiste e vince il premio della solitaria veglia chi può con te allo specchio ustorio che accieca le pedine opporre i tuoi occhi d'acciaio.

che innocente salva tutti. Il dubbio di Montale emerge chiaramente se Clizia non sa fino in fondo conoscere le regole del gioco, distingue due piani di lettura: uno riferisce al fatto che non tutta la comunità ebraica ha consapevolezza di ciò che sarebbe successo come anche Irma, il secondo piano di lettura vede che la magia di lei sia valida solo per il bene di lui> si misura il passaggio dalle Occasioni alla Bufera, non si era mai spinto a dire che la forza salvifica era valida per la storia intera, si assiste alla trasformazione di Clizia che il poeta sente di poter offrire a tutti. Il nembo è una nuvola come elemento della bufera, il lampo dello sguardo di lei deve essere fortissimo altrimenti una forza superiore non si placa, usa i miti della religione cristiana per dimostrare il soprannaturale di lei in chiave laica. Assistiamo a uno dei punti meno espliciti del testo: le cortine vengono evocate per ricordare il fumo, vengono accresciute da una sorte propizia, Montale dissimula un modo per dire di un dio che determina il caso in senso assoluto, quando è benevolo possiamo avere gli altri fuochi che servono. Ultima strofa: la Martinella fu fatta suonare durante la visita di Hitler a Firenze, la tradizione la faceva suonare per il pericolo. Impaura è un verbo dantesco, le sagome sono le pedine del gioco di scacchi> diventano gli abitanti di Firenze, la luce del nevaio è quella bianca che abbaglia. Il premio della veglia solitaria: l’ambito è guerresco, la città medievale è Firenze> la scena può essere ambientata in una dimensione feudale, rappresenta la veglia del cavaliere prima di ricevere l’investitura. Il lampo degli occhi di lei è l’unico che può sconfiggere quello che acceca le pedine (lo specchio ustorio= si usava durante le guerre per produrre fuoco e come luce di segnalazione). Occhi d’acciaio è la controffensiva di lei che si oppone alla guerra, non è escluso che il ritrovamento di questa parola richiami al patto d’acciaio, alleanza fra Italia e Germania sancito nel ’39. È una poesia che appartiene ancora alle occasioni ma che può essere assegnata ai tempi della bufera: ➢ La Bufera e altro Esce nel 1956, Montale nel dicembre del ’38 venne licenziato dal gabinetto Viesseux per la mancata adesione al fascismo> deve trovare qualche mestiere e inizia in maniera consistente l’attività da traduttore con l’inglese. Sono gli anni in cui sposa Drusilla Tanzi, alla quale dedicherà diverse poesie ma che non impedì di trasfigurare in poesia altre esperienze amorose: Montale inizierà una relazione con Volpe, Maria Luisa Spaziani. Nella Bufera dedicherà anche una poesia alla madre, la casa di Monterosso venne distrutta dai bombardamenti. Nel ’ 4 3 esce a Lugano Finisterre, di stampo antifascista> successivamente nel ’45 si registra l’impegno politico attivo di Montale. Nel ’48 lavora presso il Corriere della Sera trasferendosi a Milano, negli anni ’50 inizia l’attività di critico musicale. Per il corriere dell’informazione Montale viaggia molto, nel ’56 esce la Bufera per Neri Pozza, fa da amplificatore per le raccolte precedenti> inizierà ad avere riconoscimenti importanti, fra cui il premio Nobel. Il ’43 è l’anno in cui esce a Lugano Finisterre, 15 poesie cronologicamente molto vicine alle Occasioni, scritte in tempo di guerra. Nel ’45 c’è una seconda edizione in cui viene accresciuto il numero di poesie e vengono strutturate in sezioni, viene inserita Iride. Nel ’49 c’è la testimonianza della lettera dell’amico Giovanni Macchia in cui attesta il titolo Il romanzo, prima di chiamarsi La bufera e altro. Nel ’50 si considera la prima forma della Bufera, è un termine che si usa in filologia per indicare uno stadio la cui certezza è data da una pubblicazione,

tramonto che si riflette sugli occhi di lei. La grana di zucchero sono i bagliori dorati della luce del tramonto che si è appena spenta, viene detta attraverso una metafora per mantenere la dolcezza del tramonto che perdura prima che arriva il buio e la bufera. Il lume della ragione deve resistere prima che arriva la Bufera che sgronda. All’insonnia e alla veglia di lui corrisponde il tramonto delle giornate di Clizia per il fuso orario. Prosegue l’elenco di ciò che avviene quando arriva la Bufera, è una delle strofe più dense: Montale rappresenta la rivelazione improvvisa, cioè il lampo, che si oppone alla bufera> in questa situazione attimale Montale racconta la resistenza di Clizia alla Bufera, ci sono elem enti propri di Clizia. I lampi che sbiancano funzionano come correlativi oggettivi della potenza di lei, la manna rinvia alle origini ebraiche e al nutrimento che fa sopravvivere nel deserto; il marmo è la materia con cui si costruiscono i monumenti> Clizia è forte e distruttrice. Il miracolo che Clizia produce con il lampo viene chiamata condanna, introduce alla funzione sacrificale che porta sulle sue spalle, chi si sacrifica muore per la grandezza degli altri. Il vincolo più che l’amore non deve essere inteso in senso riduttivo, significa che lei è addirittura di più. Le immagini verbali vengono tutte dal registro comico dantesco, ritorna la connotazione della danza infernale (schianto, sistro: strumento che produce suoni metallici, usato nei culti della dea degli inferi Iside, la fossa fuia è una citazione dantesca che indica terra ladra, il fandango è una danza infernale, annaspare è il gesto estremo di chi prova a resistere). Non è una poesia ottimistica ma rinvia a un addio, Clizia entra nel buio dello scontro oppure (ma probabilmente no) indica la morte. È un gesto che ricorda quello di Euridice che si gira per salutare Orfeo prima di entrare negli Inferi. C’è un verso ascalino, spezzato per rendere in maniera iconica la loro separazione. ➢ 20/04 – Iride, da La Bufera È la poesia più oscura, composta registrando un proprio sogno, la poesia ne rappresenta la trascrizione, è l’esito di una dimensione onirica, non è un prodotto dell’individuo ma si richiama al poeta vate e trascrittore, si fa intermediario dell’inconscio che appartiene alla storia universale, si basa sulla psicanalisi freudiana. La data di composizione si attesta al ’43-’44, è una delle più antiche poesie dalla Bufera che transitano da Finisterre, in un’intervista Montale giustifica l’oscurità della poesia raccontandone l’origine onirica. La sfinge delle nuove stanze torna come simbolo dell’eterno sacrificio cristiano, i verbi sognato e trascritto alludono ai due momenti che presiedono all’interpretazione dei sogni: ciò che noi raccontiamo non corrisponde al sogno e alla memoria > la psicanalisi è vicina alla letteratura perché studiano il trascritto. Montale è consapevole di non essere autore dell’invenzione e di avere il diritto di reinterpretare il sogno. Il testo si compone di due parti: la prima lettura trasmette oscurità, la donna parte e torna trasformata e sacrificata, la sua identità terrena si è annullata per il bene di tutti. I segni non sono più quelli simbolo di una donna terrestre ma sono trasformati in simboli cristiani, l’amore personale si è trasfigurato in amore universale, una speranza di salvezza per tutti. La donna ha un aspetto enigmatico e distante, si è allontanata quasi estraniata dalla dimensione umana. Non è semplicemente consolatoria come quelle delle religioni, porta alla solitudine del poeta per la salvezza di tutti. Il poeta sceglie di comunicarci il dolore per il divario incolmabile per la

distanza fra lui e la donna. Cita infatti il nestorianesimo, una delle eresie del IV e V secolo secondo la quale in Cristo ci sono due nature ma non comunicanti, è il tema dell’impossibilità comunicativa fra le due letture, insiste sul radicale dualismo in chiave pessimistica. È un dualismo che garantisce la potenza di lei, non si parla della religione di Montale ma di un uso strumentale del linguaggio cristiano. L’interpretazione in chiave cristiana non è intenzione del poeta, è solo registrazione e comprensione della trasformazione delle parole del codice cristiano, è un esempio di come la poesia usa il linguaggio in modo proprio, le parole sono le più simboliche adoperate e rese funzionali dal poeta all’interno della costruzione di una storia. È chiaramente intuibile lo schema salvifico dantesco, nella prima parte la donna viene evocata come uno spirito, le prime immagini sono sconnesse e frammenti prive di ordine logico, evocata durante l’estate di San Martino, 11/11 in quanto può ancora fare caldo, parla dell’Ontario come lago che la identifica geograficamente in quanto è in America, l’immagine è quella di un cielo arrossato che si riflette sulla superficie circolare del lago. Il tramonto rosso aggiunge accezioni stregonesche, le braci e il fornello sono collegate agli alchimisti. Lei si sta trasformando con dolore in una creatura soprannaturale, la parte mortale prova a resistere al soprannaturale. Il sudario è il velo della Veronica, copre il volto dividendo Montale da lei: la donna è visibile solo attraverso Cristo, Montale anticipa il tema del dolore e la metafora cristologica. La seconda strofa è costituita quasi interamente da un incidentale fra parentesi, al cui interno vi sono elementi significativi: un segno in realtà è tantissimo, resiste nella lotta che sospinge in un ossario, ai segni della guerra che rappresentano sia la morte storica sia il dolore che contraddistingue la realtà umana in chiave esistenziale. Inserisce elementi religiosi (gli zaffiri alludono alle gemme del paradiso terrestre) ma sono simboli consolatori inutili, forse non bisogna credere alle consolazioni della religione. La terza strofa inizia con un’allusione esplicita alla guerra e alla persecuzione ebraica, ora che l’estate di San Martino (fuoco di gelo) è un’antitesi che richiama al cognome di lei, Brand- significa tizzone acceso e - eis ghiaccio, nel cognome di lei è già inscritto lo scontro fra il caldo e il freddo. L’unico rosario che può essere sgranato sono le immagini richiamate, è l’unico calore che giunge, non c’è più quello terreno ma rimane solo quello evocato dalla forza di lei. Quando di colpo San Martino smotta le sue braci e le attizza in fondo al cupo fornello dell’Ontario, schiocchi di pigne verdi fra la cenere o il fumo d’un infuso di papaveri e il Volto insanguinato sul sudario che mi divide da te; questo e poco altro (se poco è un tuo segno, un ammicco, nella lotta che me sospinge in un ossario, spalle al muro, dove zàffiri celesti e palmizi e cicogne su una zampa non chiudono l’atroce vista al povero Nestoriano smarrito); è quanto di te giunge dal naufragio delle mie genti, delle tue, or che un fuoco di gelo porta alla memoria il suolo ch’è tuo e che non vedesti; e altro rosario fra le dita non ho, non altra vampa se non questa, di resina e di bacche, t’ha investito.

è l’autunno inverno del 1947> è una profezia post-factum che preannuncia la liberazione, il resto della raccolta tratterà il post-guerra. I primi versi provengono da un sonetto attribuito a Dante, riporta al contesto di studi danteschi che lega Montale a Clizia e a Contini. La prima strofa dà una definizione di tempo e di luogo, la città si prepara all’arrivo di Hitler. La nuvola bianca delle falene è quella dei volantini che venivano lanciati al passaggio di Hitler, attraversati dalla luce dei riflettori per illuminare il corteo, è una luce a fasci che contraddistingue anche un quadro di tipo bellico, Ardengo Soffici racconterà l’esperienza a Caporetto in cui si introducono questi strumenti. Il bianco evocato non è quello della purezza ma il bianco livido della morte, scialba e sporca> le spallette sono gli argini dell’Arno. Le parole vengono scelte per la carica onomatopeica, lo zucchero viene evocato per rendere un’impressione di fastidio, la parola aiuta a rendere l’impressione del fastidio. La coltre delle falene viene pestata non come una primavera di vita ma di morte. Il verbo capire è usato in senso proprio, etimologico da Montale: significa che era contenuto (dal latino capio); l’estate imminente spalanca un gelo notturno contenuto nelle cave segrete, contro natura riporta il gelo liberato da Hitler. Le cave sono le cavità nei giardini nella specifica località vicino a Firenze verso il Tevere, orti sono giardini. Nei pressi di Monte Ciceri ci sono le cave per una conca arenaria, immagina che con l’arrivo di Hitler la stagione si inverte. La seconda strofa passa dalla descrizione naturalistica della prima alla descrizione della città di Firenze, Montale intende sottolineare come il male portato da Hitler sia ormai penetrato anche tra le Né quella ch’a veder lo sol si gira… Dante (?) a Giovanni Quirini Folta la nuvola bianca delle falene impazzite turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette, stende a terra una coltre su cui scricchia come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona ora il gelo notturno che capiva nelle cave segrete della stagione morta, negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai. Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito, si sono chiuse le vetrine, povere e inoffensive benché armate anch’esse di cannoni e giocattoli di guerra, ha sprangato il beccaio che infiorava di bacche il muso dei capretti uccisi, la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate, di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere le sponde e più nessuno è incolpevole. Tutto per nulla, dunque? – e le candele (20) romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii forti come un battesimo nella lugubre attesa dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi gli angeli di Tobia, i sette, la semina dell’avvenire) e gli eliotropi nati dalle tue mani – tutto arso e succhiato

persone innocenti, che ormai non sono più tali. La poesia viene pubblicata a guerra finita, è difficile accusare in maniera così esplicita chi aveva accolto Hitler: viene enfatizzata la colpa di tutti, deve prepararsi all’arrivo del salvatore> Montale spinge sulla devastazione del male per osannare la forza salvifica, c’è un ritmo nella poesia. Montale si avvale del registro del grottesco, che adopera parole del campo semantico del deforme e brutto. Il corso indica corso regina Elena o corso Italia, il messo infernale è Hitler: colui che porta la morte e il male, è alle porte di Dite. Il grido è quello che si usava per incoraggiare i soldati prima di uno scontro, arriva dal lessico bellico e mitico: non sono però soldati ma scherani, appartenente alla tradizione letteraria antica e significante sgherro, sono i gerarchi fascisti rappresentati analogamente agli sbirri di Manzoni. Hitler andrà al teatro comunale ad assistere a questo spettacolo, il golfo mistico è un termine tecnico che indica l’orchestra, il teatro si presenta addobbato di svastiche. La città si presenta a segno di festa, sottolinea la partecipazione dei cittadini, nomina le botteghe di giocattoli sottolineando il carattere bellico che prelude l’azione di Hitler. Il male si propaga inarrestabile, acceso in contrapposizione con le botteghe dei giocattoli, premonisce con i capretti le vittime innocenti del nazifascismo, il capretto è la vittima innocente e l’oggetto sacrificale, prepara l’arrivo anche di colei che si sacrifica per tutti. Questi preparativi sono una sagra paesana che si è tramutata in una danza contadina e primitiva infernale, le ali schiantate sono quelle delle falene ed evocano la guerra aerea. Il finale della strofa cala verso un’affermazione generale, il punto di vista si allarga a coinvolgere nel male l’umanità intera. Nella terza strofa il tono si deve alzare, fotografa la realtà drammatica dell’umanità in un tono visionario: si chiede se non è servito a nulla il loro addio, evoca le lunghe e lugubri attese in Nuove stanze, il saluto viene dalla forza di Clizia nel 24 giugno, alla festa di San Giovanni> vuole creare un’antitesi fra la festa promettente di san Giovanni e lo scialbo lugubre delle candele romane. Il poeta denuncia un momento di debolezza, il fiore è simbolo di speranza di un polline che stride e non fecondante della primavera gelida portata da Hitler. Il nome Clizia deriva dalle metamorfosi di Ovidio, è una ninfa amante del sole tramutata nell’eliotropo ovvero il girasole. Conserva benché trasformata il suo amore, ovvero il sole. ➢ 27/ L’evocazione di lei si attua attraverso un elenco (20): la festa di San Giovanni del 1938 ha sancito l’allontanamento di lei, avviene dopo la primavera hitleriana>il pensiero del poeta medita sulle conseguenze della guerra dal 38 al 46, l’anno di pubblicazione della poesia. I barbari (orda) sono i nemici della civiltà occidentale che provocando la guerra rievocano il terrore subito dai romani. La mancanza del punto interrogativo lascia l’interrogativa sottoforma di dubbio, con una sfumatura più meditativa. Dentro la parentesi tonda sono contenuti i segni positivi di forza che il poeta attribuisce a lei, è come se rinforzasse i segni della potenza di lei dal resto degli elementi di dubbio: Montale immagina una stella cadente sopra i ghiacci del nord- America, seguono elementi biblici per far presumere alla stella cometa; nel libro di Tobia vengono descritti i sette arcangeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza gli angeli di Tobia, i sette, la semina dell’avvenire) e gli eliotropi nati dalle tue mani – tutto arso e succhiato da un polline che stride come il fuoco e ha punte di sinibbio …. (30) Oh la piagata primavera è pur festa se raggela in morte questa morte! Guarda ancora in alto, Clizia, è la tua sorte, tu che il non mutato amor mutata serbi, fino a che il cieco sole che in te porti si abbàcini nell’Altro e si distrugga in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi che salutano i mostri nella sera

culinaria e richiamo diabolico), letture più specifiche fra cui Agrippo Dauminier in cui emerge il tema dell’antropofagia, un altro rinvio letterario è quello di Leopardi nelle Operette Morali con Torquato Tasso. Sono anche presenti richiami a scene cinematografiche. Il prigioniero osserva fuori dalla cella, i battifredi sono le torri di legno (legate dai commentatori al deserto dei tartari di Buzzati) è uno scenario gotico e romantico, i giorni di battaglia sono le giornate difficili che il prigioniero deve affrontare. Inizia a introdurre il tema culinario con parole che aiutano nella costruzione del significato. La purga è sia un riferimento alle purghe staliniane ma anche alla noia e al dolore leopardiane, è un male illogico e inspiegabile, è una deformazione dell’uomo quella di voler trovare un perché alle cose negative. Dicono che i meccanismi che presiedono alle logiche dei tiranni sono nascoste, chi tradisce e rinnega le proprie convinzioni può salvarsi dallo sterminio d’oche (grottesco, è un comico che non dà allegria), il grottesco culmina del forestierismo paté che indica una prelibatezza gastronomica destinata agli dèi pestilenziali. La luce viene mossa dai torrioni con un effetto simile a quello di un kimono. Albe e notti qui variano per pochi segni.

_2. Lo zigzag degli storni sui battifredi

  1. nei giorni di battaglia, mie sole ali,
  2. un filo d’aria polare,
  3. l’occhio del capo guardia dallo spioncino,
  4. crac di noci schiacciate, un oleoso
  5. sfrigolìo dalle cave, girarrosti
  6. veri o supposti – ma la paglia è oro,
  7. la lanterna vinosa è focolare
  8. se dormendo mi credo ai tuoi piedi.
  9. La purga dura da sempre, senza un perché.
  10. Dicono che chi abiura e sottoscrive
  11. può salvarsi da questo sterminio d’oche,
  12. che chi obiurga se stesso, ma tradisce
  13. e vende carne d’altri, afferra il mestolo
  14. anzi che terminare nel pâté
  15. destinato agl’Iddii pestilenziali.
  16. Tardo di mente, piagato
  17. dal pungente giaciglio mi sono fuso
  18. col volo della tarma che la mia suola
  19. sfarina sull’impiantito
  20. coi kimoni cangianti delle luci
  21. sciorinate all’aurora dai torrioni,
  22. ho annusato nel vento il bruciaticcio
  23. dei buccellati dai forni,
  24. mi son guardato attorno, ho suscitato_
  25. iridi su orizzonti di ragnateli
  26. e petali sui tralicci delle inferriate,
  27. mi sono alzato, sono ricaduto

➢ 04/ 05 – Piccolo Testamento, La Bufera Poesia che si colloca nel periodo più significativo di Montale preannuncia nel finale una salvezza riservata ai giusti. Il titolo è un ossimoro, contiene due significati apparentemente antitetici, va letta valorizzando il piccolo, è un aggettivo che allude a forme di modestia diffuse. Negli anni ’50, a guerra finita e nello spalancarsi di scenari spaventosi, gli uomini intravedono altre bufere all’orizzonte: gli intellettuali non riescono a aderire al felice ottimismo dei tempi, di fronte a questi nuovi scenari Montale comincia ad individuare un nuovo spazio di dignità, è la prospettiva che si ritroverà nelle raccolte successive. Ha un tono perentorio di dichiarazione convinta e sostenuta, attraversa tutto il componimento che appare come un testamento. Come in Non chiederci la parola la poesia procede per negazione, è un componimento che esordisce con una negazione che dal punto di vista retorico può essere definita recusatio: si associa alle figure in cui vi è anche la prateritio, è una figura di pensiero attraverso la quale si vuole dar rilievo a una cosa affermando di non volerne parlare; l’excusatio è invece il rifiuto che un poeta fa di dire qualcosa motivato da incapacità. L’uomo è prigioniero nella calotta del pensiero, si trovano parallelismi con la prigione fisica, calotta viene anche usato in ambito astronomico ad indicare la volta celeste, emerge una dimensione di allargamento. (vv. 5-

  1. Non esprime un credo ideologico, si apre ad entrambi i partiti, rosso è il comunismo/nero la Democrazia cristiana, il chierico immediatamente rimanda a un religioso, in epoca medievale sono soprattutto gli intellettuali schierati nelle due ideologie. Il piccolo testamento che Montale lascia si differenzia dall’impegno diretto nella cultura di partito, non vuole certezze. La fede non è illusoria e propagandistica ma è quella che fu combattuta nella missione salvifica di Clizia e che continua a resistere nonostante tutto. La cipria nello specchietto è indicazione di lei, richiama anche alla cenere. Il passaggio a Clizia è anticipato dal focolare, richiama al fornello dell’Ontario. Le grandi paure della persistenza del male non sono venute meno ma ritorna la dimensione infernale (v. 16), la lampada è un chiarissimo oggetto simbolico. Scaffai dice che la prora è la prua, nel lessico poetico antico sono le rive, quindi il punto d’approdo. Se ci affidiamo alla memoria questa non sarà in grado di reggere, la memoria potrà non servire in questo orizzonte pessimistico, è una riprova dell’atteggiamento

1. Questo che a notte balugina 2. nella calotta del mio pensiero, 3. traccia madreperlacea _di lumaca

  1. o smeriglio di vetro calpestato 1 ,
  2. non è lume di chiesa o_ d'officina^2 _6. che alimenti
  3. chierico rosso, o nero 3.
  4. Solo_ quest'iride _posso
  5. lasciarti a testimonianza
  6. d'una fede che fu combattuta,
  7. d'una speranza che bruciò più lenta
  8. di un duro ceppo nel focolare 4.
  9. Conservane la cipria nello specchietto 5
  10. quando spenta ogni lampada
  11. la_ sardana^6 _si farà infernale
  12. e un_ ombroso Lucifero scenderà su una _prora
  13. del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
  14. scuotendo_ l'ali di bitume _semi-
  15. mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
  16. Non è un'eredità, un portafortuna
  17. che può reggere all'urto dei_ monsoni _22. sul fil di ragno della memoria 7 ,
  18. ma una storia_ non dura che nella cenere 24. e persistenza è solo l'estinzione_.
  19. Giusto era il segno 8 : chi l'ha ravvisato_
  20. non può fallire nel ritrovarti.
  21. Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
  22. non era fuga, l'umiltà non era
  23. vile, il tenue bagliore strofinato

Italo Calvino Scrive Il Barone rampante, si colloca in un orizzonte molto simile a quello montaliano, il loro rapporto non fu di amicizia ma una comunicazione esclusivamente di tipo etico, culturale, letterario. Gli studi hanno lavorato per rintracciare questo legame, è una comunanza che si colloca sul tema dell’inappartenenza a un partito, in entrambi si arriva a dichiarare orgogliosamente la propria libertà e autonomia dal tempo presente. Fra Calvino e Montale c’è uno scarto generazionale, Calvino aveva due anni quando escono gli Ossi di seppia> si può ricostruire il rapporto di Calvino con la poesia di Montale, è fuori discussione che Calvino nutrì una vera ammirazione e stima nei confronti di Montale, sia dal punto di vista politico che civile. È una stima che cresce lentamente, riconosce alla scrittura di Montale una grande funzione esemplare, è un grande modello a difesa dell’esattezza delle parole (cfr. Lezioni Americane), questo dovere rispetto a chi scrive è un elemento deontologico che viene sempre più ignorato: parla di burocratese, individua con precisione la qualità dell’esattezza della poesia di Montale. Sostiene anche il valore civile della sua poesia. Calvino nasce da agronomi a Cuba, studia agraria a Torino ma abbandonerà gli studi anche per l’arrivo della guerra> si sposta a Firenze al gabinetto Vieusseux che aveva accolto Montale, si laurea in lettere. Avrà un rapporto epistolare con Scalfari, in cui nel maggio del 1942 testimonia l’ammirazione per Montale avendo letto Gli Ossi di Seppia, in un viaggio in treno da Torino leggerà tutto d’un fiato le poesie ma sentendo il bisogno di istruzioni per l’uso, individua una difficoltà che associa alla densità di pensiero filosofico. Questa densità di pensiero sarà un’etichetta che Calvino porta avanti negli anni come chiave interpretativa, dirà che è l’unico filosofo che sia riuscito a seguire sistematicamente. Nel 1980 Calvino dirà che Montale è un poeta pensante in cui si legge una filosofia morale, è la pratica che si occupa di distinguere ciò che è bene fare. Alludendo alla densità di pensiero parla dell’esistenzialismo, corrente filosofica che insiste sull’irripetibilità dell’individuo, è l’orizzonte filosofico che calvino associa alla densità di pensiero di Montale: sono anni in cui in Italia era in corso una polemica sull’esistenzialismo, aveva prodotto alcuni articoli e saggi, il più celebre era apparso nel 1943 di Nicola Abbagnano. Ne Il midollo del leone, saggio del 1955 che confluirà come testo di apertura de Una pietra sopra, Calvino traccia un bilancio della narrativa italiana degli ultimi 20 anni, l’interrogativo che dà il via alla questione del saggio è se la narrativa italiana è stata in grado di rispondere alla realtà. Il personaggio medio che esce dalla narrativa di quegli anni è detto ermetico, è pessimista e passivo: Calvino ammette che è l’uomo montaliano ed esistenzialista, non in maniera frontale compare nei personaggi dei suoi scritti. ➢ 8/05 – Calvino, Il midollo del leone, 1955 Più complesso è il tema della solidarietà di tipo biologico e culturale, Calvino individuerà motivi di ordine morale e filosofico, vede le poesie di Montale dense dal punto di vista del pensiero. Ne Il midollo del leone emerge un Calvino giovane, un intellettuale nel pieno della formazione che inizia a tracciare un bilancio delle guerre precedenti. È uno dei documenti che colpiscono per la sua datazione, la lettura fornita da Calvino sorprende per la sua lungimiranza. Contiene un fenomeno di coerenza che si vede nel rapporto con Manzoni, negli ultimi anni Calvino riscrive il giudizio sui promessi sposi. Quella dell’uomo ermetico è una figura che Calvino ammette essere la figura di tipo umano più corrispondente ai tempi: è un intellettuale di difficile accesso, una poesia aristocratica che vuole proporsi come segno del distacco radicale del poeta dal tempo presente. Come categoria generale un personaggio ermetico è una figura rinchiusa in sé stessa. Il Calvino del 1955 riconosce

il Montale degli Ossi di Seppia, l’uomo ermetico è un uomo che non si lascia sopraffare, Calvino sottolinea la mancata integrazione fra i personaggi della narrativa del tempo e la politica, si chiede se l’uomo ermetico è veramente meno efficace dell’uomo ermetico. “Perché proprio la letteratura dell’immediato ieri, quella ermetica, quant’altre mai priva di persone, una letteratura di paesaggi, di oggetti, di umbratili stati d'animo, una letteratura dell’assenza, come si disse, perfino essa proponeva un’immagine d’uomo ben caratterizzata (sia pur negativamente caratterizzata, per rifarci un verso famoso) e legata (sia pur negativamente) ai tempi. L’'uomo ermetico’, l'uomo che non si lascia sopraffare da altre ragioni che non siano quelle dei suoi minimi trasalimenti scontati fino all’osso, che scopre la sua verità sempre al margine di quanto ingombra la scena, quest’uomo avaro di sentimenti e sensazioni ma senz'altra concretezza al di fuori di essi, quest'uomo senza appigli, protetto da uno scabro guscio siliceo o sfuggente come un'anguilla, quest'uomo che sembrava costruito apposta per passare attraverso tempi infausti e realtà non condivise con un minimo di contaminazione e insieme con un minimo di rischio, fu proprio un caso tipico di proposta della letteratura per risolvere i problemi dei rapporti dell'uomo col suo tempo, in un' opposizione alla storia che il giudizio d’oggi ci rivela più complessa di quanto non sembrasse, ambivalente.” Abbiamo detto che un rapporto affettivo con la realtà non ci interessa; non ci interessa la commozione, la nostalgia, l’idillio, schermi pietosi, soluzioni ingannevoli per la difficoltà dell’oggi: meglio la bocca amara e un po’ storta di chi non vuole nascondersi nulla della realtà negativa del mondo. Meglio sì, purché lo sguardo abbia abbastanza umiltà e acume per essere continuamente capace di cogliere il guizzo di ciò che inaspettatamente ti si rivela giusto, bello, vero, in un incontro umano, in un fatto di civiltà, nel modo in cui un’ora trascorre. Questa bocca amara e un po’ storta che la letteratura della negazione, la letteratura della crisi, del pessimismo programmatico, dell’esistenzialismo ha disegnato sul volto dell’uomo al cospetto d’un mondo di dissoluzione e di massacro, non ci sentiamo, noi che pur non crediamo alla negatività totale del mondo, di sostituirla con un’espressione più ilare o più melata o più radiosa. La riflessione prosegue proponendo altre tessere che riecheggiano versi e situazioni montaliane: Calvino mentre scrive un interrogativo sull’uomo ermetico rifiuta le tipologie di letteratura che immergono in maniera impulsiva nella società del tempo. Pensa al neorealismo e a Pasolini, che hanno un rapporto affettivo con la realtà, cosa che Calvino considera schermi pietosi e ingannevoli. ➢ L’uomo ermetico, Calvino Calvino analizza l’ermetismo, sostiene che il poeta della sua giovinezza fu Montale, attesta che l’unico appiglio delle sue poesie alla storia è individuale e interiore. Sottolinea in chiave positiva il rigore delle poesie di Montale e la loro esattezza, l’eredità dell’ermetismo e di un grande valore, insegna che le sicurezze sono minime, rappresenta una lezione di storicismo> Calvino aveva appena letto La bufera, associa tutti questi caratteri alla raccolta montaliana. La mia analisi sarebbe parziale se non dicessi che la nostra generazione ha tratto la sua lezione anche da quel periodo della letteratura italiana noto col nome di ‘ermetismo’. Non per nulla il poeta della nostra giovinezza è stato Eugenio Montale: le sue poesie chiuse, difficili, senza alcun appiglio a una storia se non individuale e interiore, erano il nostro punto di partenza: il suo universo pietroso, secco, glaciale, negativo, senza illusioni, è stato per noi l'unica terra solida in cui potevamo affondare le radici. Il rigore delle poesie di Montale e di Ungaretti, il rigore degli scarni racconti provinciali di Bilenchi, il grigiore dei quadri di Giorgio Morandi, le sue nature morte di bottiglie con la fredda esattezza della luce che avvolge l’umile realtà delle cose, sono stati l'eredità che abbiamo tratta dall‘’ermetismo’. E non è un’eredità da poco: essi ci hanno insegnato in ogni cosa a tenerci all’osso, ci hanno insegnato che ciò di cui possiamo essere sicuri è pochissimo e va sofferto fino in fondo dentro di noi: una lezione di stoicismo. [Tre correnti del romanzo italiano, 1959-1960]