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letteratura italiana 1 secondo semestre, Appunti di Letteratura Italiana

letteratura italiana primo anno di linguaggi dei media II semestre (Calvino). professoressa Ferro, anno accademico 2019-2020

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 04/05/2022

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LETTERATURA (II semestre)!
CALVINO E I CLASSICI!
Calvino classicista -> rapporto di calvino con i grandi autori. !
Riflettere su calvino autore implica soermarsi sul significato che da alle parole. Con “Lezioni
americane” si vede la fiducia nei confronti delle parole scritte, le quali sarebbero il tentativo
fiducioso di adeguare con lo strumento comunicativo il mondo non scritto della realtà che ci
circonda (comprende anche memoria del passato e proiezione al futuro).!
L’atteggiamento è poetico, cioè ci va un senso del dovere. Scrittura implica studio e preparazione,
da cui deriva l’importanza della letteratura e della struttura, e di conseguenza un confronto on la
tradizione. !
In una lettera a Mattioni, Calvino ribadiva l’importanza della lettura, necessaria all’imitazione. Il
concetto di IMITATIO ha tra i suoi esempi la lettera di Seneca a Lucillo, dove l’imitazione della
letteratura è paragonata alla produzione del miele da parte delle api. Da il mettere nasce qualcosa
di nuovo, si trasforma, diventa materia nuova. Questo è il grande modello dell’imitazione, che
implica una crescita e un miglioramento.!
Anche il FURTO è un concetto chiave, utilizzata anche dagli autori del ‘600, che provavano a
cogliere furtivamente le perle degli autori per poi riutilizzarle all’interno delle proprie opere in
maniera irriconoscibile. Anche Calvino si avvale di questo termine, usandolo come titolo di una
conversazione con Tullio Pericoli, testo raccolto nell’opera “Omnia” all’interno degli scritti critici. !
Tullio Pericoli è un disegnatore italiano del ’36 molto apprezzato, la cui carriera inizia negli anni
’70. Ha lavorato anche nel Corriere della sera (dove ha lavorato anche Calvino). Tra gli aspetti
della sua produzione è evidente un forte legame con la letteratura. Nel 2002 pubblica dei ritratti
(disegni) di autori, tra cui Calvino, con cui condivideva passioni per autori in comuni (Robinson
Cruise e Stevenson -> Il pianeta del tesoro; Dr. Jackie e mr Hyde). !
Questa conversazione nasce da una mostra di Pericoli intitolata rubare a Klee (pittore tedesco),
conversazione che verrà pubblicata nell’80. La conversazione inizia con la necessità di Pericoli
della mostra per evitare di essere ripetitivo e di ritornare a uno dei suoi grandi modelli in vista di
un cambiamento. In questo caso il furto a Klee arricchisce sia il ladro che il derubato. Come
esempio utilizza l’esempio di Cezanne e Picasso. !
Pericoli inizia già a disporre il rapporto di imitato e imitante come uno di reciproco scambio. !
Calvino risponde confermando e ribadendo che è così. È tarda l’idea del possesso dell’autore di
un’opera. Nell’antichità era sottinteso che nella produzione di una nuova opera servisse
l’inglobazione delle precedenti. !
È normale e giusto che per esistere come personalità poetica indipendente bisogna stabilire il
rapporto con uno o più modelli.!
Questa conversazione prosegue. Calvino si dilunga nel parlare dei suoi prestiti ed omaggi che ha
sempre voluto fare nei confronti dei suoi autori preferiti. Confessa che la sua produzione degli anni
’60 è dovuta da un confronto con la letteratura. Nelle sue Città invisibile si rifà a Marco Polo, per
esempio. !
Pericoli poi inviata Calvino a parlare della traduzione, essendo stato lui un traduttore. esiste uno
strettissimo legame fra lettura e scrittura. La traduzione implica una particolare intensità di lettura.
La traduzione la si può quasi intendere come anticamera della scrittura. Il traduttore deve
esercitare il sistema più assoluto di lettura, in quanto vanno colti tutti i significati espressi dalle
parole. Avviene quindi il furto da parte del traduttore nei confronti del testo, un furto con scasso. !
Calvino dice di aver provato a leggersi tradotto e si rende conto del furto con scasso. !
Questo meccanismo di scassinamento con furto porta con sé una sfumatura di soddisfazione e
piacere del furto che è simile a quella prodotta dalla letteratura, che permette di entrare nel
mondo non scritto dell’autore, con soddisfazione di essersi avvicinati alla verità sottesa dalla
parola.!
Calvino sottolinea il piacere della lettura che consiste di entrare in contatto in maniera più o meno
lecita all’interno di ciò che stiamo leggendo e dei modelli sottintesi in esso. Questo è il tema della
molteplicità delle voci comprese in un testo. !
Calvino allarga il piano del ragionamento da un rapporto a due a una collettività, energia condivisa
che il lettore percepisce. !
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LETTERATURA (II semestre)

CALVINO E I CLASSICI

Calvino classicista -> rapporto di calvino con i grandi autori. Riflettere su calvino autore implica soffermarsi sul significato che da alle parole. Con “Lezioni americane” si vede la fiducia nei confronti delle parole scritte, le quali sarebbero il tentativo fiducioso di adeguare con lo strumento comunicativo il mondo non scritto della realtà che ci circonda (comprende anche memoria del passato e proiezione al futuro). L’atteggiamento è poetico, cioè ci va un senso del dovere. Scrittura implica studio e preparazione, da cui deriva l’importanza della letteratura e della struttura, e di conseguenza un confronto on la tradizione. In una lettera a Mattioni, Calvino ribadiva l’importanza della lettura, necessaria all’imitazione. Il concetto di IMITATIO ha tra i suoi esempi la lettera di Seneca a Lucillo, dove l’imitazione della letteratura è paragonata alla produzione del miele da parte delle api. Da il mettere nasce qualcosa di nuovo, si trasforma, diventa materia nuova. Questo è il grande modello dell’imitazione, che implica una crescita e un miglioramento. Anche il FURTO è un concetto chiave, utilizzata anche dagli autori del ‘600, che provavano a cogliere furtivamente le perle degli autori per poi riutilizzarle all’interno delle proprie opere in maniera irriconoscibile. Anche Calvino si avvale di questo termine, usandolo come titolo di una conversazione con Tullio Pericoli, testo raccolto nell’opera “Omnia” all’interno degli scritti critici. Tullio Pericoli è un disegnatore italiano del ’36 molto apprezzato, la cui carriera inizia negli anni ’70. Ha lavorato anche nel Corriere della sera (dove ha lavorato anche Calvino). Tra gli aspetti della sua produzione è evidente un forte legame con la letteratura. Nel 2002 pubblica dei ritratti (disegni) di autori, tra cui Calvino, con cui condivideva passioni per autori in comuni (Robinson Cruise e Stevenson -> Il pianeta del tesoro; Dr. Jackie e mr Hyde). Questa conversazione nasce da una mostra di Pericoli intitolata rubare a Klee (pittore tedesco), conversazione che verrà pubblicata nell’80. La conversazione inizia con la necessità di Pericoli della mostra per evitare di essere ripetitivo e di ritornare a uno dei suoi grandi modelli in vista di un cambiamento. In questo caso il furto a Klee arricchisce sia il ladro che il derubato. Come esempio utilizza l’esempio di Cezanne e Picasso. Pericoli inizia già a disporre il rapporto di imitato e imitante come uno di reciproco scambio. Calvino risponde confermando e ribadendo che è così. È tarda l’idea del possesso dell’autore di un’opera. Nell’antichità era sottinteso che nella produzione di una nuova opera servisse l’inglobazione delle precedenti. È normale e giusto che per esistere come personalità poetica indipendente bisogna stabilire il rapporto con uno o più modelli. Questa conversazione prosegue. Calvino si dilunga nel parlare dei suoi prestiti ed omaggi che ha sempre voluto fare nei confronti dei suoi autori preferiti. Confessa che la sua produzione degli anni ’60 è dovuta da un confronto con la letteratura. Nelle sue Città invisibile si rifà a Marco Polo, per esempio. Pericoli poi inviata Calvino a parlare della traduzione, essendo stato lui un traduttore. esiste uno strettissimo legame fra lettura e scrittura. La traduzione implica una particolare intensità di lettura. La traduzione la si può quasi intendere come anticamera della scrittura. Il traduttore deve esercitare il sistema più assoluto di lettura, in quanto vanno colti tutti i significati espressi dalle parole. Avviene quindi il furto da parte del traduttore nei confronti del testo, un furto con scasso. Calvino dice di aver provato a leggersi tradotto e si rende conto del furto con scasso. Questo meccanismo di scassinamento con furto porta con sé una sfumatura di soddisfazione e piacere del furto che è simile a quella prodotta dalla letteratura, che permette di entrare nel mondo non scritto dell’autore, con soddisfazione di essersi avvicinati alla verità sottesa dalla parola. Calvino sottolinea il piacere della lettura che consiste di entrare in contatto in maniera più o meno lecita all’interno di ciò che stiamo leggendo e dei modelli sottintesi in esso. Questo è il tema della molteplicità delle voci comprese in un testo. Calvino allarga il piano del ragionamento da un rapporto a due a una collettività, energia condivisa che il lettore percepisce.

Calvino e Pericolo osservano che c’è una vitalità e di produzione positiva a rapportarsi con i modelli. Un’opera che contiene una citazione, imitazione o parodia presenta una scelta, una responsabilità. È frutto di attività critica, che è espressione di libertà. Calvino declina secondo un modello preciso il suo modello di libertà. inventarsi delle regole e poi seguirle. La scelta delle regole presuppone una possibilità che un autore cerca per confrontarsi nei riguardi di quel magma indistinto che è la realtà. Questo regola permette di stabilire una distanza e di osservarla in maniera più oggettiva. Si congiungono in questo modo classicismo e libertà. La molteplicità, ultima delle Lezioni americane, suggerisce la libertà delle parole di intendere il mondo. Quegli autori che ritengono di considerarsi liberi perché devoti alla propria ispirazione sono sottoposti a una schiavitù. L’autore che si fissa dei riferimenti e sceglie una strada dopo averne scartare altre, applicando il concetto di imitazione, è più libero. Il poeta che scrive ispirato da sé stesso è sottoposto a regole che non conoscere. Lo studio produce senso critico. Lezione 22 Testo che possiamo mettere insieme alle altre versioni narrative del personaggio dell’uomo ermetico che mette in scena negli anni 50, anni in cui Calvino si interrogava sulla posizione del poeta nel mondo. Ad un certo punto il nostro protagonista decide di andare a sentire un altro dei suoi vicini, il Capitano Brauni, che affrontava completamente il problema. Il capitano Brauni è inquietante, è di difficile comprensione. Il capitano Brauni è lo sterminatore delle formiche, gode nel provocare la morte, è proprio per questo motivo che si passa al campo semantico della morte tutta la descrizione del personaggio ed esterna concorre nella formazione di questo personaggio. Il capitano Brauni: Tutto era silenzioso, ombroso e immobile. Stavo per allontanarmi incerto, quando vidi sporgersi da una ben potata siepe una testa coperta da un cappello da spiaggia di tela bianca, sformato, a tese tirate giù che finivano in un orlo ondulato, sopra un paio di occhiali montati in acciaio, un naso cartilaginoso e, sotto ancora, un sorriso tagliente, lampeggiante di denti falsi, pur essi d'acciaio. Non può che sorprendere questo insistito richiamo all’acciaio (lama) e all’aspetto fisico (naso cartillaginoso, sorriso tagliente ecc.) Questo tic tic aveva accompagnato la caduta di due formiche. tic tic, tic tic, tic tic, continuava a dire il capitano con quel suo immobile sorriso d'acciaio, e ogni ticc accompagnava la caduta di una formica nel vasetto, dove su due dita di petrolio nereggiava un velo di corpi di insetto informi e aggrumati. Il narratore descrive la caduta delle formiche con un registro quasi onomatopeico che tramite l’utilizzo di terminati termini (tic, tic ecc.) allude continuamente all’ora della morte Con lo sguardo fisso dietro le lenti non perdeva il minimo movimento degli insetti, e ad ogni caduta aveva un piccolo irrefrenabile sussulto, gli angoli tesi della sua bocca quasi senza labbra palpitavano. Il termine sussulto si utilizza per indicare l’ultimo sussulto di vita. Bisogna affamare le regine. Se si riduce al minimo il numero delle operaie che approvvigionano il formicaio, le regine resteranno senza cibo. E le dico che un giorno vedremo le regine uscire dal formicaio in piena estate, e trascinarsi a cercare il cibo con le proprie zampe ...Sarà la fine per tutte, allora... Questa descrizione subisce una torsione; questo tono minaccioso del capitano Brauni coinvolge anche il senso stesso di ciò che sta facendo, vuole sterminare tutte le formiche per far uscire la regina delle formiche dal formicaio e quindi sarà la fine per tutte. Il tono si fa profetico, è una visione d’altro mondo con queste formichine che si trascinano con le proprie zampe per cercare cibo. È evidente questo godimento finale. Anche in questo caso la formica è parte dell’ingranaggio, tutto ciò potrà riguardare anche noi.

Si stanno propagando anche qui da lei? - Chiese mia moglie quasi sorridente. Qui no fece pallida la signora Mauro, e sempre tenendo la destra ferma al bracciolo, con un piccolo movimento rotatorio della spalla prese a strisciare il gomito contro il fianco. A me veniva l'idea che l'ombra, gli ornamenti, l’ampiezza delle stanze e l'orgoglio dell'animo fossero le difese che quella donna aveva contro le formiche, le ragioni per cui di fronte ad esse era più forte di noi: ma che tutto quello che vedevamo intorno, a cominciare dalla sua persona lì seduta fosse roso da formiche più spietate ancora delle nostre; quasi una sorta di termiti africane che distruggevano ogni cosa lasciandone gli involucri, e che di quella casa restasse solo la tappezzeria stinta, il panno quasi polverizzato delle tende, tutto sul punto di crollare in briciole davanti ai nostri occhi. Anche questo orgoglio straziato in realtà non è riuscito a sconfiggere la formica argentina perché è arrivata la termite africana, ancora peggio. Al personaggio non resta che un ritorno triste Così fu un triste ritorno, ed era prevedibile e mi venne un fastidio per chi va in giro a piagnucolare delle formiche che non l'avrei più fatto in vita mia, e mi veniva voglia di chiudermi in un orgoglio straziato come quello della signora Mauro, ma lei era ricca e noi poveri, e non trovavo la via, la maniera per continuare a vivere in questo paese, e mi pareva che nessuno di questi che conoscevo e che pure fino a poco prima mi erano parsi così superiori avesse trovata o fosse sulla strada di trovarla. Il protagonista ritorna nella dimensione di prima, antieroica. Era sera. Passavamo per viali e strade a scale .... Nostro figlio si voltava stupito a vedere ogni cosa e a noi toccava prendere parte alla sua meraviglia, ed era un modo per riaccostarci al blando sapore che ha a momenti la vita e riindurci al passare dei giorni. ...il mare andava su e giù contro gli scogli del molo...l'acqua era calma, con appena uno scambiarsi continuo di colori, azzurro e nero, sempre più fitto quanto più lontano. Io pensavo alle distanze d'acqua così, agli infiniti granelli di sabbia sottile giù nel fondo, dove la corrente porta gusci bianchi di conchiglie puliti dalle onde. Il racconto si conclude con questo tono lirico. La famiglia si dirige verso il mare e qui accade la meraviglia, attraverso il figlio si presenta il miracolo della vita che apre uno spiraglio di gioia alla coppia. Il protagonista è avvicinabile al tipo dell’‘uomo ermetico’, che non si accontenta di soluzioni ingannevoli ma prova a far fronte alla durezza dell’esistenza con dignità e fermezza, con ‘stoicismo’: Dalla Nota introduttiva: ... meditazioni sul ‘male di vivere’ e sull’atteggiamento da prendere per fronteggiarlo, sia esso una calamità naturale come nel primo, le minuscole formiche che infestano la riviera. In entrambi i racconti, un protagonista che parla in prima persona non ha nome né volto, si muove tra uno stuolo di personaggi minori ognuno dei quali ha un suo modo di contrapporsi alle formiche o allo smog. La condizione dei due protagonisti è diversa, uno è un proletario immigrato padre di famiglia, l'altro è un intellettuale sradicato e scapolo, ma solo punto d'onore per entrambi sembra essere il rifiuto di ogni illusoria evasione e di ogni trasposizione ideale. Nei modelli di comportamento che vengono proposti dagli altri, avvertono continuamente la nota falsa, il non volere guardare in faccia il nemico. Non dissimile, ma più dura e privo di compiacimenti intellettuali, è la lezione di modesto stoicismo dell’eroe della ‘Formica argentina’; e simile è la provvisoria catarsi attraverso le immagini sulla quale il racconto si chiude. Lezione 23 - CONCLUSIONE DEL RAPPORTO TRA MONTALE E CALVINO 1952 Isolamento e comunicazione Montale partecipa a un convegno a Parigi che affrontava proprio le tematiche dell’isolamento e della comunicazione, tematiche apparentemente antitetiche. Qui Montale legge un discorso

intitolato “la solitudine dell’artista” che Calvino ebbe modo di conoscere quasi subito e che contiene dei nuclei di pensieri che accostano il pensiero di Montale a quello di Calvino. Montale in questo intervento propone la sua tesi radicale e controcorrente: parla appunto della solitudine dell’artista, di come sia morta ogni forma di arte politicamente impegnata, e ha anche intuizione a proposito del ruolo dell’intellettuale e i nuovi problemi della società di massa che avrebbe dovuto affrontare il poeta (in questo senso è un anticipatore). L’uomo è in una condizione di solitudine e di estraneità nei confronti del mondo e della natura, non restano perciò molte strade da percorrere per essere utile all’umanità: l’obiettivo è non confondersi con quell’umanità che non si accorge di come siano le condizioni per l’uomo. L’arte viene vista da Montale su due piani:

  • Utilitaria, sportiva, per le grandi masse
  • Vera e propria, del passato e non riducibile a cliché Gli intellettuali, capaci di andare contro corrente, devono stare al loro posto ed essere consapevoli di dovere andare contro corrente senza farsi sommergere da questa arte utilitaria. Il senso a un’epoca, lo danno proprio queste personalità isolate. Può capitare che questi vengano imitati, ma le imitazioni rientrano nell’arte utilitaria. Montale non vuole apparire conservatore, ma ritiene che le voci più importanti saranno sempre quelle degli artisti, isolati e sinceri, veri e non ingannatori, che comunicheranno sempre l’isolamento fatale di ognuno di noi. Solo gli isolati parlano e comunicano davvero, gli altri ripetono, fanno eco, volgarizzano le parole di fede. La storia del secondo ‘900 ci insegna che siamo proprio agli albori dei problemi della società di massa, perciò Montale è un anticipatore. Vicinanza con Italo Calvino: 1957 Montale pubblica una recensione al barone rampante Questa fase della scrittura di Calvino (Barone rampante e Visconte dimezzato) vengono considerati una parentesi d’ozio nella scrittura di Calvino, ma viene considerato da Montale un ozio felice, termine che Montale usa proprio per rimandare ad una poesia antica e vera, testimonianza di estro in tempi di conformismo. Questa è una testimonianza di apprezzamento in cui ritroviamo il riferimento all’isolamento. 1958 Cesare Casis conia la frase “Patos della distanza” per rivolgersi all’isolamento calviniano, mentre recensisce il Barone Rampante Questa etichetta, ripresa dal filosofo Nietsche, è utile per indicare l’atteggiamento etico ed estetico di fronte alla realtà mantenuto da Calvino che è un osservatore distaccato e partecipe, così com’è per il protagonista del Barone rampante, che nonostante la distanza dalla terra, comprende meglio il senso della vita ed è maggiormente impegnato. Calvino scrive una lettera di risposta a Casis apprezza la definizione A distanza la realtà può essere colta, ma se si guarda da vicino appare priva di senso. Ogni scrittore perciò deve allontanare, schematizzare e allegorizzare la realtà se vuole comprenderla (connessione con Montale). Soltanto attraverso una visione non diretta, come Perseo con il suo scudo, si può sconfiggere questa realtà, che come medusa appare mostruosa. 1963 Intervista di Calvino rilasciata ad Alberto Arbasino: “meglio il silenzio che le chiacchiere dei notabili”, da giornata di un ascoltatore di Calvino La domanda che viene posta a Calvino è: come si fa a restare isolati, a non diventare notabile dopo i libri famosi? Difficile, tutto ti spinge a diventare notabile: il giornalismo, la politica… si ha un’apparenza di potere che non è potere effettivo, lo scrittore lo acquista quando scava dentro, quando cambia qualcosa nella sua società, un lavoro lento che non si può fare sotto i riflettori , che deve dare fastidio. Sembra che lo scrittore abbia autorità, ma qual è il potere effettivo dell’intellettuale? Ha il ruolo di un’anticonformista, deve essere scomodo. Anche qui si può percepire la grande sintonia tra Montale e Calvino. 1965 Montale recensisce le Cosmicomiche Qui Montale recepisce la nuova stagione della scrittura di Calvino, quella delle Cosmicomiche. Montale intitola la recensione “è fantascientifico ma alla rovescia”. Questo titolo ironico nasce dalla necessità di sottolineare la pertinenza con questo mondo. Montale utilizza il termine “inappartenenza”, ovvero applica a lui l’etichetta che gli avevano affibbiato alcuni critici di sinistra che lo avevano accusato di inaderenza storica. Le due scritture sono diverse ma sovrapponibili perché entrambi vengono accusati di volersi isolare dalla politica. È un percorso in comune che si svolge in modo evidente come la forte intenzione di salvaguardare l’autonomia del poeta. 1976 Calvino su Montale, il 25 febbraio in una conferenza negli USA

"Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare, da noi remoto per quasi sessanta semidiametri terrestri, così da vicino, come se distasse di due soltanto di dette misure; sicché il suo diametro apparisca quasi trenta volte maggiore, la superficie quasi novecento, il volume poi approssimativamente ventisettemila volte più grande di quando sia veduto ad occhio nudo; e quindi, con la certezza che è data dall’esperienza sensibile, si possa apprendere non essere affatto la Luna rivestita di superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra, presentarsi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde valli e di anfratti.” I termini bellissima e attraente rimandano alla donna, fatto che sottolinea la stranezza di questi riferimenti in un testo di tipo scientifico. Galileo ci porta a ricordare come nel metodo sperimentale si introduce l’esattezza e la precisione. Qui infatti la certezza che è data dall’esperienza, infatti vediamo che la luna non è liscia. In queste righe Galileo sorpreso dalla bellezza della luna la descrive paragonandola alla Terra (righe che ritroveremo in Palomar). Questo aveva fatto scandalo perché pareva andare contro la cultura religiosa che distingueva la bellezza del cielo e la corruzione della Terra. Queste scoperte non servivano per dimostrare l’imperfezione del cielo ma la bellezza della terra, una particella nell’infinito dell’universo. Non sminuisce il creato, ma anzi lo esalta. Calvino è attento a leggere questi libri e anche ad apprezzare la filosofia della nuova scienza e ad accorgersi che l’ethos, la deontologia dello scienziato galileiano è simile a quella dell’uomo moderno, con più dubbi che certezze. Aver fatto un passo avanti non mette un punto, ma dimostra che la ricerca è infinita e la pone in una linea di progresso continuo. Da qui in poi ci si avvia verso la modernità della storia del pensiero. Tutto parte da Galileo. Calvino conosceva gli scritti di Galileo e a partire da queste letture, collocate con sicurezza, lui riflette e imposta quella che è la stagione comica o cosmicomica della sua produzione. Apre le porte alla scienza, all’astronomia e si nutre dal punto di vista del contenuto e delle immagini, dell’immaginazione letteraria. Vuole recuperare la vocazione cosmica della poesia novecentesca che manca. Vuole recuperare tutti i campi di pertinenza dell’uomo, perché è opportuno che la letteratura tratti di tutto, ovviamente a suo modo. 1967 scambio di idee tra Calvino e Carlo Cassola Qui Calvino recupera la forma enciclopedica e cosmologica della Divina Commedia. Questa vocazione della letteratura è profonda e radicata, passa da Dante a Galileo, una mappa del mondo e dello scibile, uno scrivere mosso dalla conoscenza. L’entusiasmo nei confronti della letteratura che può proporsi come strumento per un recupero della persona umana nella sua dimensione integrale che nella post-modernità rischia di trovarsi spezzettata nei vari settori della specializzazione. Lezioni Americane, molteplicità La carica investigativa, l’amore per la ricerca, Calvino lo ritrova come dato specifico della letteratura. La stagione cosmicomica di Calvino: Il protagonista dei racconti è Qfwfq, un personaggio vecchio come il mondo, in un certo senso la memoria stessa del mondo, sovente imprecisa. Qfwfq è anche l’io narrante di questi racconti divertenti, ambientati in questa dimensione inesistente fatta di atmosfere che prendono spunto da concetti e teorie di tipo scientifico. Viaggio in USA 1959/60 fondamentale per Calvino poiché vive nel posto più avanzato in tecnologia e scienza. 1966 commento alle storie naturali di Primo Levi In uno di questi racconti Calvino ci propone un eco concreta di uno scritto di Galileo. Lezione 26 1623 Saggiatore di Galileo testo “lo scopritore di suoni” 1967 Ti con zero di Calvino testo “l’origine degli uccelli” Ti con zero è una delle raccolte che appartiene alla stagione delle cosmicomiche. L’origine degli uccelli rivela dei dubbi nei confronti di una favola inserita da Galilei nel Saggiatore. Il Saggiatore è un testo epistolare all’interno del quale Galileo affronta questioni scientifiche, in particolare le macchie solari, ma non manca di spunti letterari, come la favoletta “lo scopritore dei suoni” che è un apologo, ovvero una favoletta che contiene una verità di etica professionale. Lo

scopritore dei suoni infatti vuole trasmettere un’indicazione di quella che è la nuova dimensione della ricerca scientifica. Dietro questo uomo individuiamo lo scienziato ma anche l’uomo moderno. Le sue doti sono l’ingegno perspicace e la curiosità. Questo uomo scopre l’ignoto, qualcosa che prima non aveva conosciuto e che quindi non aveva potuto immaginare: aveva solo sentito il suono degli uccelli, ora sente il suono di un piffero. La sua reazione è la meraviglia, lo stupore. L’uomo Galileiano è l’uomo in cammino, che si mette in strada e affronta le novità, l’avventura (il tema dell’avventura lo ritroveremo in Calvino). Da qui l’uomo si pone nella condizione di ascoltare numerosi nuovi suoni, e si accorge che questi suoni vengono dalla natura, ma non solo dagli uccelli, bensì da ogni animale e non solo prodotti con la voce. Si convince così quasi di aver ascoltato tutto, finché non arriva una cicala, alla quale decide di tagliare delle cartilagini per farla smettere di cantare, nonostante il suono non provenisse nemmeno da lì. La cicala muore e lui non riesce nemmeno a testare se realmente il suono provenisse o meno da quelle cartilagini. Quando poi gli chiedevano se sapesse in che modo venivano prodotti i suoni, lui rispondeva che conosceva solo alcuni modi. L’uomo moderno si rende così conto della limitatezza del suo sapere e che il cammino della scienza è infinito e in incremento continuo. L’atteggiamento corretto è perciò quello socratico (so di non sapere). Questo pezzo viene preso in considerazione da Calvino in “l’origine degli uccelli”: Calvino attinge dal campionario scientifico perché l’uomo ha diritto alla reintegrazione della sua natura complessa e integrale, per non scadere nella specializzazione. L’arte della parola può giovare alle scienze e viceversa. In Ti con zero troviamo questi racconti che partono dallo spunto di una teoria scientifica, in questo caso la storia delle specie viventi, che è il cappello introduttivo. La fantasia di Calvino viene colpita dall’anomalia che gli uccelli sono una delle specie più tarde e smonta così il paradigma per cui i mammiferi sono gli esseri viventi più evoluti. Da qui si origina il racconto. La fantasia viene spiegata da Calvino all’interno delle lezioni americane, in particolare nella “visibilità”, nella quale Calvino si interroga sul meccanismo della fantasia: nella scrittura letteraria si dispongono prima le immagini cariche di significato, difficilmente spiegabili a parole o concetti. Appena l’immagine diventa nitida viene tramutata in una storia, che assume poi sempre più importanza. Nelle cosmicomiche Calvino procede però in modo diverso, perché il punto di partenza è un enunciato di tipo scientifico. L’intento era dimostrare come il discorso per immagine tipico del mito può nascere da qualsiasi terreno, anche dalla scienza. Calvino vuole fare il discorso alla rovescia della conoscenza umana, che parte da mito e arriva a scienza. Qui l’assioma scientifico viene svuotato, fatto tornare indietro al livello di immagine e mito. Il protagonista, sempre Qfwfq, cerca di ricordare cose antichissime e perciò la sua memoria ha a volte dei buchi. La linea evolutiva era giunta ad uno stop, c’erano diverse possibilità, ma ormai limitate. Ma una mattina percepisce un canto da fuori che non aveva mai percepito. Si affaccia e vede un nuovo animale che canta. Questo animale era un uccello, il primo, non se n’erano mai visti. Da qui in poi il protagonista racconta descrivendo fumetti che a sua volta raccontano la storia (grande livello metaletterario). Calvino qui gioca con il lettore, chiede la partecipazione in un modo ironico. Il lettore deve immaginarsi visivamente un fumetto che deve nascere dalla fantasia, utilizzando il ritmo giusto e la descrizione del racconto. La catena degli eventi aveva fino a quel punto favorito delle specie piuttosto che altre, per cui chi esiste è sicuramente adatto. Ma l’apparizione degli uccelli smonta questa teoria, e la barriera tra mostri e non-mostri saltava in aria, rendendo di nuovo possibile ogni cosa. Piano piano tutti si accorgono dell’esistenza degli uccelli e perciò la scoperta dell’impossibile scardina le abitudini, modifica l’uomo. A questo punto tutti cominciano a comportarsi in modo irregolare pur di non sfigurare. Allo stesso modo lo scopritore di suoni comprende che il meccanismo causa-effetto non lo può confortare, ma può accadere l’inaspettato, ovvero in questo caso la morte della cicala e non un nuovo suono. Qfwfq inizia così una serie di avventure fantastiche, viaggia in un nuovo continente in cui incontra la regina degli uccelli con cui ha una storia, poi vuole portarla nel suo mondo ma non riesce (il finale cercatelo da soli merde…testuali parole in pratica). Uno dei personaggi secondari è U(h) che rappresenta il sapere conformato, accettato in una certa epoca, che quando scopre una novità decide di evitarla, far finta di non vederla e addirittura perseguitarla. Questi personaggi con Galileo sono gli aristocratici. Piano piano però le novità prendono spazio e vanno a sostituirsi alle vecchie verità, si adeguano agli uomini e viceversa. Questi personaggi possono a questo punto modificare la propria idea, ma è necessario tempo. Dopo un po’ di tempo infatti Qfwfq ritrova il vecchio U(h), che era considerato sempre il più sapiente, ma ora guardava agli uccelli come una verità e non più come un errore. U(h) non ha imparato la morale.

caso il maestro, dopo essersi allontanato con la scolaresca da Palomar e l’amico, ribadisce che in realtà non si sa cosa vuol dire e che quello che il signore aveva detto era sbagliato. INTRODUZIONE A PALOMAR 1983 è la prima edizione di Palomar, 2 anni prima della morte di Calvino. Così racconta Calvino: “La prima idea era stata di fare due personaggi: il signor Palomar e il signor Mohole. Il nome del primo viene da Mount Palomar, il famoso osservatorio astronomico californiano. Il nome del secondo è quello d'un progetto di trivellazione della crosta terrestre che se venisse realizzato porterebbe a profondità mai raggiunte nelle viscere della terra. I due personaggi avrebbero dovuto tendere, Palomar verso l'alto, il fuori, i multiformi aspetti dell'universo, Mohole verso il basso, l'oscuro, gli abissi interiori. Mi proponevo di scrivere dei dialoghi basati sul contrasto tra i due personaggi, uno che vede i fatti minimi della vita quotidiana in una prospettiva cosmica, l'altro che si preoccupa solo di scoprire cosa c'è sotto e dice solo verità sgradevoli” Calvino stesso dice che l’accentazione corretta sarebbe Palomàr, da paloma, ma nella convenzione anglosassone e nella dizione dlel’osservatorio è Pàlomar, per questo e per il fatto che il personaggio richiama l’osservatorio Calvino preferisce quest’ultima. I due personaggi tendono uno verso l’alto e l’altro verso il basso. Nella forma originale la forma è dialogica. “Mi misi a scrivere dei pezzetti con il solo signor Palomar, personaggio in cerca d'armonia in mezzo a un mondo tutto dilaniamento e stridori… Andavo avanti con Palomar, cioè con un tipo di esperienze e di riflessioni che mi veniva naturale da attribuire a quel personaggio, mentre il signor Mohole restava nel limbo delle intenzioni” Dal punto di vista ideativo era più produttivo Palomar. “Solo alla fine ho capito che di Mohole non c’era nessun bisogno perché Palomar era anche Mohole: la parte di sé oscura e disincantata che questo personaggio generalmente ben disposto si portava dentro non aveva alcun bisogno di essere esteriorizzata in un personaggio a sé. A quel momento mi sono reso conto che il libro era finito” Quella struttura antitetica, a due poli, in realtà non si possono disgiungere, perché sono entrambe dentro l’uomo. “In partenza, disponevo dei pezzi d'una rubrica 'L'osservatorio del signor Palomar’ che avevo tenuto saltuariamente sul ‘Corriere’ tra il 1975 e il 1977, ma solo un piccolo numero di questi erano adatti a entrare nel libro, cioè quelli basati su un certo tipo d’attenzione ai campo d’osservazione limitati - una giraffa lo zoo, un’onda che batte sulla spiaggia, la vetrina di un negozio - che diventa racconto attraverso un’ossessione di completezza descrittiva.” L’origine, come molto spesso succede nella narrativa di Calvino, è maggiore di quella pubblicata. Alcuni dei racconti non erano adatti ad entrare nel libro. Il signor Palomar ha un’ossessione di completezza descrittiva, che sceglie campi limitati, che diventano racconti, combinandosi con il taglio narrativo. Infatti è prevalente l’aspetto del testo descrittivo. “È da parecchio tempo che cerco di rivalutare un esercizio letterario caduto in disuso e considerato utile: la descrizione. Quando vedo qualcosa che mi mette voglia di descriverla, cerco di stendere nelle ‘note dal vero’ che il più delle volte rimangono dimenticate in agende e Block- notes.” I racconti di Palomar spesso nascono per assecondare questo desiderio descrittivo di Calvino. “Perchè da quando ho cominciato a mettere insieme questi testi mi era venuto di definire certi temi che vedevo affiorare ripetutamente, per esempio ‘ordine e disordine della natura’, ‘necessità, possibilità, infinito’, ‘silenzio e parola’. Quest’ultimo era il più importante perché il personaggio Palomar aveva come suoi primi connotati da una parte il carattere taciturno e dall’altra l’applicazione a una lettura del mendo e dei suoi aspetti non linguistici.” Questo caratteristica di essere taciturno è presente in dei racconti non utilizzati, quale “La spada del sole”. Prova a leggere il mondo nei suoi aspetti non linguistici, utilizzando quindi altri strumenti.

“I silenzi del signor Palomar, che all’inizio del libro si traducono in fitto scorrere di frasi, avvicinandosi alla fine diventano più rimuginanti e ansiosi. Rileggendo il tutto, m’accorgo che la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: ‘Un uomo si mette in marcia per raggiungere passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato.’ C’è una progressione, una maturazione di Palomar. Questo percorso inizia negli anni ’60, quando escono sul Corriere i primi racconti (30 in totale). Nella edizione finale i racconti sono 27, ne vengono escusi alcuni e poi aggiunti altri. La prima edizione esce nel 1983. In origine Calvino, anche dal punto di vista del genere dei racconti, era incerto e avrebbe voluto inserire dei dialoghi, forma successivamente esclusa. Uno di questi dialoghi sarebbe stato con Galileo. L’ordinamento definitivo prevede una gradazione a 3. È un libro che non si può comprendere leggendo gli episodi singolarmente ma che acquisiscono un significato ulteriore se inseriti dentro una struttura. Il primo elemento gerarchico è evidente, come è evidente che ciascuna parte è divisa in 3 capitoli, che a loro volta sono divisi in 3 paragrafi. La struttura ha un significato specifico. Calvino spiega: “Le cifre 1, 2, 3, che numerano i titoli dell'indice, siano esse in prima, seconda o terza posizione, non hanno solo un valore ordinale ma corrispondono a tre aree tematiche, a tre tipi di esperienze e di interrogazione che, proporzionati in varia misura, sono presenti in ogni parte del libro.” “Gli 1 corrispondono generalmente a un'esperienza visiva, che ha quasi sempre per oggetto forme della natura: il testo tende a configurarsi come una descrizione.” Cioè il testo più descrittivo è 1.1.1, mentre quello meno descrittivo sarà il 3.3.3. “Nei 2 sono presenti elementi antropologici, culturali in senso lato, e l'esperienza coinvolge, oltre ai dati visivi, anche il linguaggio, i significati, i simboli. Il testo tende a svilupparsi in un racconto.” Sono i testi che riguardano l’uomo in relazione con l’uomo, cioè nella sua dimensione antropologica e culturale. Il testo tende a svilupparsi in racconto. All’interno del 2.2.2 si trova il racconto con più studio antropologico e culturale. “I 3 rendono conto di esperienze di tipo più speculativo, riguardanti il cosmo, il tempo, l'infinito, i rapporti tra l'io e il mondo, le dimensioni della mente. Dall'ambito della descrizione e del racconto si passa a quello della meditazione.” Sono i testi di taglio meditativo, speculativo, che riguardano l’uomo rispetto a se stesso, all’esserci nel mondo. Sono testi anche filosofici. Si passa dal grado minimo al 1.1.1 al grado massimo 3.3.3. 1.3.1 LUNA DI POMERIGGIO La presenza di Galileo all’interno di Palomar è diffusa. La sezione più galileiana è la trilogia “Palomar guarda il cielo”, la sezione terza della prima parte. È il settore più speculativo della parte descrittiva. Il primo racconto è la Luna di pomeriggio. Fin da subito è evidente un taglio descrittivo. È chiaro qui il rinvio a Galileo, il primo a poter descrivere con esattezza la luna. “La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste. È come un’ostia trasparente, o una pastiglia mezzo dissolta; solo che qui il cerchio bianco non si sta disfacendo ma condensando, aggregandosi a spese delle macchie e ombre grigiazzurre che non si capisce se appartengano alla geografia lunare o siano sbavature del cielo che ancora intridono il satellite poroso come una spugna.” Il racconto prosegue descrivendo come la luna cambia nel corso della giornata.

non sia tutta dalla parte del signor Palomar: invano egli cerca di sfuggire allo soggettività rifugiandosi tra i corpi celesti).” È evidente la dimensione antropologica degli uomini con gli altri uomini. Per quanto si siano fatte varie congetture su come sia fatto il pianto Marte, ciò è dovuto dal brutto carattere di Marte, dio della guerra. Le parentesi servono, non a rilegare a margine e a mettere in secondo piano, ma segnano ciò che deve essere evidenziato, senza essere spiattellato in primo piano. La parentesi è una specie di schermo. Qui Palomar è solitario anche perché non è in pace con sé stesso e prova a sfuggire alla sua soggettività rifugiandosi negli altri. Da notare la citazione di Schiapparelli, un astronomo che ha lavorato nell’ottocento. Arriva Saturno, il pianeta preferito che fornisce il temperamento proprio degli artisti. Calvino dunque vorrebbe avere un temperamento saturnino, ma spesso afferma di non riuscirci. Questo concetto viene confessato in Lezioni americane e qui ribadito. “Tutto il contrario è il rapporto che egli stabilisce con Saturno, il pianeta che più dà emozione a chi lo guarda attraverso un telescopio: eccolo nitidissimo, bianchissimo, esatti contorni della sfera e dell’anello…” Questa descrizione di Saturno apre alla presenza di Galileo e degli altri scienziati. Infatti circa la natura e la questione degli anelli si erano confrontati gli scienziati di ogni epoca, anelli già osservati da Galileo, senza comprenderne la natura. Cassini aveva poi intuito la realtà su che cosa fossero. “Per l’occasione è natale che una persona diligente come il signor Palomar si sia documentata su enciclopedie e manuali. Ora Saturno, oggetto sempre nuovo, si presenta al suo sguardo rinnovando la meraviglia della prima scoperta, e si risveglio il rammarico che Galileo col suo sfocato cannocchiale non sia arrivato a farsene che un’idea confuso, di corpo triplice o di sfera con due anse, e quando già era vicino a capire come era fatto, la vista gli venne meno e tutto sprofondò nel buio.” Il Galileo che qui compare è assopito nelle sue prime scoperte. Calvino insiste anche sullo strumento usato per guardare, determinante per stabilire la natura della relazione che si instaura con i pianeti. "Ma il vero sfarzo di questo pianeta lussuoso sono i suoi sfavillanti satelliti, ora in vista tutti e quattro lungo una linea obliqua, come uno scettro splendente di gioielli. Scoperti da Galileo e da lui chiamati ‘Medicea Sidera’, Astri dei Medici, ribattezzati poco dopo con nomi ovidiani - Io, Europa, Ganimede, Callisto - sembrano irradiare un ultimo bagliore di Rinascimento neoplatonico, come ignari che l’ordine delle sfere celesti si è dissolto, proprio per opera del loro scopritore. Un sogno di classicità avvolge Giove; fissandolo nel telescopio il signor Palomar resta in attesa di una trasfigurazione olimpica. Ma non riesce a mantenere nitida l’immagine: deve chiudere per un momento le palpebre, lasciare che la pupilla bagnata ritrovi la percezione precisa dei contorni, dei colori, delle ombre, ma anche lasciare che l’immaginazione si spogli dei panni non suoi, rinunci a sfoggiare un sapere libresco.” Viene allora chiamato in causa Giove, il re degli dei, che si presenta subito con questa mole maestosa e che è soprattutto un pianeta regale. Il narratore lo vede scintillante e prezioso. Il rapporto, in questo caso, è di ammirazione. Vengono fotografati in questa loro sospensione temporale. I satelliti, che si illudono di ruotare intorno a un pianeta che è al centro, come l’uomo si illudeva che la Terra fosse il centro. Questa relazione, quasi di ammirazione religiosa, viene meno nel momento in cui gli occhi iniziano a fare a guardare. Si insinua qui il dubbio che la relazione con i pianeti non sia oggettiva e propria, ma che derivi dalla cultura. “La notte dopo, il signor Palomar torna sul suo terrazzo, a rivedere i pianeti ad occhio nudo: la grande differenza è che qui è obbligato a tener conto delle proporzioni tra il pianeta, il resto del firmamento sparso nello spazio buio da tutti i lati, e lui che guarda, cosa che non succede se il rapporto tra l’oggetto separato pianeta messo a fuoco dalla lente e lui soggetto, in un illusorio faccia a faccia. Nello stesso tempo egli ricorda di ciascun pianeta l’immagine dettagliata vista ieri sera, e cerca di inserirla in quella minuscola macchia di luce che perfora il cielo. Così spera di

essersi appropriato veramente del pianeta, o almeno di quanto di un pianeta può entrare dentro un occhio.» Il rapporto che aveva fatto stabilire una certa relazione viene meno quando il signor Palomar deve tener conto della complessità dei condizionamenti. È la figura della rete di sistemi complessi che confonde e disorienta l’uomo. Quello che parrebbe il ristabilimento di questo rapporto diretto con i pianeta in realtà è un’illusione. Tutto torna nella misura dell’occhio. 1.3.3 LA CONTEMPLAZIONE DELLE STELLE È un testo di taglio meditativo, introspettivo. Alla storia subentra la riflessione. Qui Palomar decide di andare a osservare il cielo stellato. Pensa non sia giusto sprecare la quantità di stelle a lui messe a disposizione. Decide quindi di andare in spiaggia, dove lo sguardo può spaziare senza inquinamento luminoso. Si porta anche la mappa astronomica per riconoscere il cielo e una lampadina per leggerla. La lampada fa affaticare gli occhi, che devono passare dalla luce della mappa al buio del cielo. In più è miope, quindi ogni volta deve mettersi e togliersi gli occhiali. Queste complicazioni hanno anche un risvolto comico. Palomar in questa meditazione rincorre e realizza una sorta di armonia con il cosmo. L’io non è solo in rapporto alla natura, ma cerca anche il proprio posto. “Per riconoscere una costellazione, la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama. Più convincente del collimare di distanze e configurazioni con quelle segnate sulla mappa, è la risposta che il punto luminoso dà al nome con cui è stato chiamato, la prontezza a identificarsi con quel suono diventando una cosa sola. I nomi delle stelle per noi orfani di ogni mitologia sembrano incongrui e arbitrari; eppure mai potresti considerarli intercambiabili.” Palomar vuole unirsi al cielo stellato. Quando Palomar pensa al nome delle costellazioni, esse rispondono. Avviene un incontro tra lui e le stelle. Questa condizione da il via a riflessioni riguardo alla posizione dell’uomo rispetto alla natura. “È questa l’esatta geometria degli spazi siderei, cui tante volte il signor Palomar ha sentito il bisogno di rivolgersi, per staccarsi dalla Terra, luogo delle complicazioni superflue e delle approssimazioni confuse? Trovandosi davvero in presenza del cielo stellato, tutto sembra che gli sfugga. Anche ciò a cui si credeva più sensibile, la piccolezza del nostro mondo rispetto alle distanze sconfinate, non risulta direttamente. Il firmamento è qualcosa che sta lassù, che si vede che c’è, ma da cui non si può ricavare nessuna idea di dimensioni né di distanza. Se i corpi luminosi sono carichi di incertezza, non resta che affidarsi al buio, alle regioni deserte del cielo. Cosa può esserci di più stabile del nulla? Eppure anche del nulla non si può essere sicuri al cento per cento.” Il primo dubbio che va a confondere l’ottimismo di Palomar è il fatto di non trovare nel cielo stellato delle consolazioni dalla Terra, nonostante l’apparenza geometria e precisione. Il cielo stellato non fornisce risposte o ipotesi di risposte al dubbio dell’uomo. L’uomo antico si illudeva di trovare risposte dal sovrannaturale, a differenza dell’uomo post-moderno. Palomar prova ad affidarsi al buio, dato che non sono le luci stellate a consolarlo. L’ultima frase è una progressione rispetto al concetto del nulla, di cui non si può essere certi. “Questa osservazione delle stelle trasmette un sapere instabile e contraddittorio, - pensa Palomar,

  • tutto il contrario di quello che sapevano trarne gli antichi. Sarà perché il suo rapporto col cielo è intermittente e concitato, anziché una serena abitudine? Se lui si obbligasse a contemplare le costellazioni notte per notte e anno per anno, e a seguirne i corsi e i ricorsi lungo i curvi binari della volta oscura, forse alla fine conquisterebbe anche lui la nozione d’un tempo continuo e immutabile, separato dal tempo labile e frammentario degli accadimenti terrestri. Ma basterebbe l’attenzione alle rivoluzioni celesti a marcare in lui questa impronta? O non occorrerebbe soprattutto una rivoluzione interiore, quale egli può supporre solo in teoria, senza riuscirne a immaginare gli effetti sensibili sulle sue emozioni e sui ritmi della mente? Della conoscenza mitica degli astri egli capta solo qualche stanco barlume; della conoscenza scientifica, gli echi divulgati dai giornali; di ciò che sa diffida; ciò che ignora tiene il suo animo sospeso. Soverchiato, insicuro, s’innervosisce sulle mappe celesti come su orari ferroviari scartabellati in cerca di una coincidenza…”