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Questo documento riflette sul romanzo di saramago 'blimunda' e la capacità unica di blimunda di vedere oltre la realtà. Come la visione di blimunda rappresenta la riflessione sulla capacità umana di discernere il bene dal male, l'autenticità dalla finzione. Inoltre, il testo discute sulla similitudine tra il lavoro umano e quello delle formiche, la natura essenziale delle statue e la ricerca di baltasar da parte di blimunda.
Tipologia: Appunti
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(Pag. 286-287) L'intenzione del Re è quella di organizzare una festa per il Convento, nonostante la costruzione non sia ancora terminata. Riflessione sul piano narrativo: vediamo Baltasar, sono passati molti anni dal suo primo incontro con Blimunda all'auto da fe. Dal punto di vista del narratore c'è la descrizione animata e in movimento di un uomo che ormai sembra vecchio, e tuttavia ci da la percezione che la visione dipende da chi guarda. L'autore ci da l'immagine di Blimunda che vede in lui (come lui vede in lei) il giovane che aveva conosciuto la prima volta. E Saramago ne approfitta per farci vedere il comportamento di questa coppia anomala in odore di peccato ogni qual volta si unisce, tanto più che osano abbracciarsi in pubblico (cosa che per l'epoca non era così comune e normale come lo è ai giorni nostri). C'è un ragionamento sulla capacità di vedere e visione ce troviamo in tutto il romanzo perchè come sappiao è la caratteristica principale di Blimunda, ma anche perchè nel concetto della vista è racchiusa la riflessione sulla capacità di discernimento dell'uomo, di scegliere il bene dal male, di scegliere l'autenticità dalla finzione. Al senso della vista, Saramago attribuisce molti più significati di quello semplice di una facoltà appunto sensoriale, facendola diventare una sorta di allegoria della mente e della natura umana. (Pag. 288) Di notte approfittando del chiaro di luna, Blimunda e Baltasar vanno a vedere queste statue fatte costruire dal Re, provenienti dall'Italia. Blimunda ha anche la capacità (quasi) di prevedere le cose. (Pag. 289) E' presente una sottolineatura molto efficace, dal punto di vista dell'immagine, della similitudine del lavoro umano che quasi sembra non andare avanti in quanto l'opera è talmente gigantesca da richiedere tantissimo tempo, tanto che il lavoro fatto in 13 anni sembra poco rispetto al progetto finale. Ecco, qui, Saramago ha utilizzato la similitudine dello sforzo del lavoro della formica; ci fa capire da una parte che questi uomini sono una sorta di formichine; ci fa notare che il lavoro di questi uomini è come lo sforzo immane che compiono le formiche. Troviamo una bella riflessione riguardo l'essenza stessa della statua: l'immagine della statua che qui risponde ad una esigenza narrativa in quanto stiamo vedendo come questo luogo seppure con parti incompiute, e altre invece terminate, necessita degli arredi sacri (statue dei santi). Qui nelle parole e nelle domande di Blimunda si adombra quel concetto che Saramago ha espresso poco dopo in un suo discorso (che è stato successivamente poi trascritto e pubblicato) che si chiama “la Statua e la Pietra” in cui dice che fino a quel momento della sua opera e del suo essere scrittore è come se fosse sempre stato in un contesto di descrizione esteriore della statua; ma a partire da un deterominato momento ha sentito l'esigenza di entrare dentro la statua, nell'essenza dell'uomo (la statua è una sorta di similacro dell'uomo). Come dicevamo si adombra questa idea per il semplice fatto che Blimunda e Baltasar si soffermano ad osservare queste statue, le quali suscitano specialmente in lei delle interrogazioni, delle domande. Questa è una idea un po' michelangiolesca di vedere al'interno del blocco di marmo la statua già presente: lo scopo dello scultore è quello di togliere il marmo in più che si trova attorno alla statua. (Pag. 290) L'isola di Madeira è il riferimento alle baracche in legno costruite attorno al cantiere per dare alloggio agli operai a Mafra; non si tratta dell'Ilha da Madeira. Blimunda nel constatare la fissità di queste statue, che inizialmente le era
sembrato di percepire una conversazione segreta fra queste statue che erano li in cerchio come in una sorta di assemblea, dice che però quando poi saranno messe nelle proprie nicchie non si potranno più guardare e rimarranno fisse e immobili; questo le fa pensare che i Santi, effettivamente, devono essere infelici perchè come li hanno fatti, così rimangono (fissità della statua). (Pag. 291) Blimunda, in questo dialogo abbastanza improbabile e surreale sulla capacità delle statue di muoversi e di sentire, con le sue parole è in grado di affermare in contrapposizione alle verità stabilite dalla chiesa, l'umanità e la percezione tutta umana di distinguere il bene dal male. Baltasar rimane sempre, e ancora, colpito dalla capacità di visione di Blimunda e dalle sue parole, e infatti le chiede come faccia ad essere a conoscenza di nozioni e idee sulla morte e sulla vita. Lei risponde di essere stata ad occhi aperti nel ventre della madre e di avere visto tutto. Il ventre è il luogo della vita, della nascita, ma nel momento in cui nasciamo iniziamo anche a morire. Questa è un'idea molto dinamica che appare riguardo un continuo morire di noi stessi e rinascita allo stesso tempo. (Pag. 292) Álvaro Diogo e Inês Antonia sapevano che vicino alla loro casa c'era questa baracca con delle coperte e avevano capito benissimo che qualche volta Baltasar e Blimunda li usavano per stare insieme, ma facevano finta di niente. Qui vediamo questo ultimo momento d'amore intimo fra i due in cui è sempre Blimunda la parte più attiva (è colei che prende l'iniziativa). Ormai i due non sono più nelle miglior condizioni fisiche: c'è da ricordare che all'epoca si invecchiava molto prima. Abbiamo questa ultima immagine di loro due che all'alba si abbracciano, ed è un abbraccio in cui Saramago inserisce elementi intertestuali (cita Oriana e Amadigi, protagonisti dell'”Amadis de Gaula” e Romeo e Giulietta, protagonisti dell'omonima tragedia). (Pag. 293-294-295) Nelle parole di commiato riportate si intuisce che sarà l'ultima volta che i due si vedranno in queste condizioni, padroni della loro vita: c'è il richiamo a considerazioni fatte precedentemente dal narratore riguardo al viaggiare e tornare sugli stessi sentieri. Il narratore ci presenta una sintesi molto poetica dell'esistenza stessa di Baltasar Sette-Soli: ritroviamo le fasi principali della vita di questo soldato monco, che aveva visto la terra dall'alto, che aveva ucciso un uomo ma che si era riscattato, che aveva una croce sul cuore (fatta da Blimunda la prima volta che si erano uniti). Abbiamo l'ultima immagine di Baltasar che per distrazione mette in funzione i meccanismi che avevano fatto volare l'uccellaccio (la macchina), si alza in cielo e sparisce: egli aveva promesso a Blimunda che sarebbe tornato in serata o al massimo la mattina seguente; invece lo vediamo scomparire con la macchina volante. Fine capitolo 23. (Capitolo 24, pag. 296) Gli uomini, convinti che Blimunda fosse una donna che offriva il suo corpo, si rivolgevano a lei in maniera oscena. Lei li osserva, ed è lei stessa a pietrificarli con il suo sguardo. (Pag. 297) Sentiamo la voce viva del narratore che si ritira immaginando il momento in cui i due si sarebbero rincontrati. Vediamo in tutta questa pagina la contemporaneità di due scene: l'arrivo di tutto il seguito del Re (le carrozze, per l'inaugurazione. Il narratore fa una scelta ben precisa: abbiamo uno dei tanti esempi di quel discorso globalizzante in cui nello stesso contesto l'auspicio di Saramago è di inserire tutto quello che
(Pag. 312) Nel suo peregrinare in terra portoghese Blimunda veniva scambiata per una santa: ciò in virtù del fatto che la sua capacità di visione le permetteva di trovare l'acqua; era una sorta di rabdomante. (Pag. 313) Troviamo dei dialoghi fra Blimunda e varie persone che incontrava lungo il suo viaggio. Blimunda, per la settima volta nel suo girovagare, si ritrova a Lisbona in una scena identica a cui aveva assistito 28 anni prima: l'Auto da Fe. Lei chiede chi siano le persone condannate: fra le persone condannate c'è Antonio José da Silva (commediografo). Troviamo una unione perfetta fra “res facta” (fatto reale certificato della condanna a morte di da Silva) con la “res ficta” (finzione narrativa in cui accanto a questo personaggio realmente esistito vediamo altri personaggi inventati). Il romanzo si chiude con questa scena straordinaria in cui abbiamo visto Blimunda ormai a digiuno da 24 ore: non mangia il pane in quanto ha un presentimento. Lei aveva sempre promesso a Baltasar che non lo avrebbe mai guardato dentro. Questa volta riconoscendolo fra i condannati decide di guardarlo dentro perchè la volontà di Baltasar non vada persa, ma resti sulla terra con quella di Blimunda. In questo romanzo il personaggio di Blimunda va sempre più crescendo, è lei il personaggio forte del romanzo, è la portatrice dei valori umani, ai quali Saramago affida le sorti del mondo. Nella parte finale Blimunda ha uno spazio notevole tutto suo. E' da notare la costante attitudine che non viene mai meno in tutti i suoi romanzi. Le donne nei romanzi di Saramago sono i personaggi centrali, che dinamizzano la storia, che fanno girare il mondo. L'autore afferma che nel suo romanzo è la conversazione delle donne che tiene in mano il mondo. Blimunda è anche il titolo dell'opera lirica moderna/contemo+òoranea (musicata da Azio Corghi) tratta dal romanzo. Questo romanzo è stato classificato come romanzo storico. Saramago come abbiamo detto più volte vuole dare immortalità alle persone dimenticate dalla storia, e questo fa. Come suddetto, è considerato un romanzo storico, e come tale tutta la toponomastica è reale: ci fa percorrere i territori e le regioni del Portogallo passo dopo passo, facendoci conoscere anche le località più piccole, secondarie perchè erano i luoghi calpestati dai piedi delle persone “dimenticate”. Dal punto di vista della toponomastica i due poli centrali sono Lisbona e Mafra, ma tutti gli altri luoghi citati sono reali. Leggere questo romanzo è come fare un viaggio nel Portogallo dell'epoca. Oltre a tutto il contenuto è di estremo impatto in quanto la proposta saramaghiana è una proposta che ribalta il concetto stesso di storia tradizionale, con in più l'affermazione forte della volontà umana, del libero arbitrio dell'uomo e di questa idea del peccato che Blimunda demolisce nel momento in cui afferma di saper distinguere il bene dal male (“mi confesserò solo quando mi sentirò peccatrice”). Questa è una affermazione di grande tracotanza (arroganza) che una persona veramente rispettosa dei precetti cattolici non avrebbe mai dovuto dire, eppure Saramago le fa dire questa frase e con essa afferma il primato dei valori autenticamente umani.