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Guide e consigli
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Libri sulla depressione , Tesine universitarie di Psicologia Clinica

Libri che raccontano come tornare a vivere e come vivere là depressione

Tipologia: Tesine universitarie

2017/2018

Caricato il 09/04/2018

elisaceccani
elisaceccani 🇮🇹

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Anteprima parziale del testo

Scarica Libri sulla depressione e più Tesine universitarie in PDF di Psicologia Clinica solo su Docsity!

Quella che segue è un capitolo del libro: “Ritorno alla luce: tutte le strade per guarire

dalla depressione”, di Vittoria Haziel, Sperling & Kupfer Editori, 1999, che raccoglie

gli interventi di un ciclo di nove conferenze sul tema del Disturbo Depressivo.

Le conferenze hanno avuto luogo presso il Centro Congressi Torino Incontra, si sono

sviluppate con frequenza mensile a cavallo tra il 1998 ed il 1999 ed hanno affrontato i

temi relativi ai rimedi offerti dalla medicina tradizionale ed alternativa per affrontare la

depressione, indicando i sentieri da seguire per migliorare l'esistenza.

Viene di seguito riportata la ricerca presentata da Salvatore Di Salvo durante la

conferenza e svolta dall'Associazione su un campione di pazienti seguiti presso il

Centro Depressione Ansia e Attacchi di Panico di Torino.

Segue l'intervista riportata nel libro sui temi della cura con i farmaci e con la

psicoterapia.

Grafico: definizione di depressione

28%

57%

11%

disturbo tono dell'umore malattia mancanza di volontà

Possiamo quindi affermare che, da un punto di vista culturale, il disturbo depressivo, relegato fino a pochi anni addietro in un ambito di mistero, magia e vergogna, comincia ad essere annesso ai territori della scienza medica e quindi della cura. Va comunque sottolineato che permane un atteggiamento negativo e svalutante dello stato depressivo da parte di quell’11% che definisce la depressione come una “mancanza di volontà”. Anche le conoscenze relative al disturbo ansioso sono decisamente in aumento.

Grafico: definizione di ansia

54%

28%

stato tensione emotiva "eccessiva preoccupazione"

Il 54% del campione lo definisce correttamente come stato di tensione emotiva accompagnato da sintomi fisici. Il 28% sottolinea l’aspetto di “eccessiva preoccupazione” dello stato ansioso e ciò va verso la direzione di una valutazione della persona ansiosa come emotivamente fragile e incapace di far fronte alle difficoltà quotidiane. Anche in questo caso, come già in quello depressivo, vi è il rischio di sminuire il vissuto di sofferenza ed impotenza della persona che subisce le crisi d’ansia.

Per quanto riguarda i DAP, le conoscenze sono buone: il 65% ne dà la definizione corretta di episodio acuto di ansia improvviso, breve e ricorrente.

Diffusione dei disturbi

La lettura dei dati relativi alla conoscenza, di parenti, amici e conoscenti colpiti dai disturbi di cui trattiamo, evidenzia l’enorme diffusione di depressione, ansia e DAP: circa il 60% degli intervistati conosce una o più persone che ne hanno sofferto. E’ probabile che l’aumento delle conoscenze e delle informazioni attenui, nei pazienti, il disagio nei confronti del proprio malessere e renda loro più facile il parlarne.

Lo psicologo è stato consultato nel 16% dei casi. Questo dato attesta che, almeno in parte, è riconosciuta una matrice emotiva e conflittuale ai disturbi presi in considerazione in questa ricerca. In circa 1/4 dei casi è stato il medico di base ad essere consultato in prima battuta e ciò è dovuto al rapporto di fiducia tra medico e paziente, elemento la cui presenza è sempre necessaria per qualunque tipo di trattamento terapeutico, ma che in questi casi è assolutamente indispensabile. Tra le persone colpite da un disturbo depressivo, ansioso o DAP, il 31% non si è invece rivolta a nessuna figura professionale, con prezzi in termini di sofferenza e/o cronicizzazione facilmente immaginabili.

Comportamento da tenere

L’indagine, oltre alle esperienze passate dirette o indirette, ha anche cercato di individuare quale comportamento gli intervistati avrebbero tenuto in futuro, in caso di presenza dei disturbi di cui trattiamo. Il dato più evidente riguarda l’alta percentuale di soggetti che si rivolgerebbe allo psicologo (circa il 40% contro il 16% del passato). Ciò conferma che un aumento delle conoscenze e delle informazioni determina una maggiore consapevolezza dell’origine psicologica dei disturbi. Dal confronto delle tre patologie, risulta che la depressione è percepita meno delle altre come malattia da curare: il 18% degli intervistati non si rivolgerebbe a nessuno o al massimo ad amici. Riteniamo ciò conseguente al pregiudizio che la depressione sia dovuta a una “volontà insufficiente” o a una “debolezza di carattere” e quindi che non sia di competenza medica. La percentuale di coloro che non si rivolgerebbe a nessuno scende nel caso degli ansiosi (14%) e ancora di più nel caso di DAP (13%) e ciò riteniamo sia conseguente al fatto che le manifestazioni di questi disturbi avvengono in forma di crisi acute, la cui evidenza sottolinea la necessità dell’intervento medico.

Relativamente alla variabile sesso, le donne si rivolgerebbero allo psicologo in misura doppia rispetto agli uomini (20% contro il 10%). Possiamo utilizzare chiavi di lettura diverse di questo dato: una di tipo epidemiologico, in base alla quale l’incidenza dei disturbi depressivi e di DAP è, nelle donne, doppia rispetto all’uomo. E’ anche possibile utilizzare una chiave di lettura culturale: l’uomo tende tradizionalmente a identificarsi con modelli eroici e disconoscere le proprie parti deboli e sofferenti. Ne consegue che tende a negare le motivazioni psicologiche della propria sofferenza, quando questa si manifesta.

Conoscenza delle figure professionali

Il dato più rilevante di questo settore dell’indagine è il seguente: il 73% degli intervistati ritiene di conoscere la differenza tra le professioni di neurologo, psichiatra e psicologo e le loro specifiche aree di intervento. Ciò entra in forte contraddizione con quanto emerso invece nel comportamento da tenere quando i disturbi si manifestano: solo l’11%, ad esempio, si rivolgerebbe allo psichiatra. Se, da un lato, è vero che le conoscenze in merito a questi disturbi sono in via di aumento, è altrettanto vero che non sono ancora penetrate nel tessuto pregiudiziale che li avvolge e non sono ancora tali da determinare comportamenti più adeguati.

Consigli

L’ultimo settore della nostra indagine si riferisce a quali consigli dare ad una persona che soffre di depressione, ansia e DAP. Emerge chiaramente che l’atteggiamento di fondo culturale ed emotivo degli intervistati determina il tipo di consigli da suggerire e che tali consigli sono influenzati dai pregiudizi nei confronti dei disturbi stessi, dello psichiatra, degli psicofarmaci e del ruolo della volontà. Ciò conferma che spesso le informazioni e le conoscenze non sono sufficienti per il superamento dei pregiudizi e dei conseguenti comportamenti inadeguati.

La guida per un cammino di speranza Salvatore Di Salvo

Non c'è pastiglia che possa aiutarmi a risolvere il problema di non voler prendere le pastiglie, così come la psicoterapia non può impedire le mie depressioni e le mie manie. Ho bisogno di entrambe. E strano dovere la vita alle pastiglie, alla propria peculiarità e tenacia e a questo dialogo unico, sorprendente e profondissimo chiamato psicoterapia. Kay Jamison Redfield, Una mente inquieta

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Torino, dove si è poi specializzato in Psichiatria, Di Salvo è membro dell'ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica). Lo studio dei disturbi dell'umore e la cura dei pazienti che presentano tali disturbi sono la quotidiana occupazione di questo analista junghiano: presso il Centro Depressione, Ansia e Attacchi di Panico di Torino, di cui è responsabile, e nell'attività di ricerca dell'Associazione Piemontese per la Ricerca sulla Depressione di cui è Presidente. È autore di un saggio dal titolo “Iniziazione sciamanica e iniziazione analitica” nel quale ha rintracciare i precedenti simbolici della formazione dei moderni psicoanalisti nelle procedure di iniziazione degli sciamani.

Intervista a Salvatore Di Salvo

Partiamo da alcuni dati tecnici. L'Associazione Piemontese per la Ricerca sulla Depressione da lei presieduta ha elaborato una serie di dati clinici forniti dal Centro Depressione Ansia e Attacchi di Panico, prendendo in esame sintomi, terapie, controlli, ipotesi sui casi di cui vi siete occupati. Da chi è composto, in percentuale, il campione da voi esaminato?

Innanzitutto c'è da dire che, per quanto riguarda il sesso dei nostri pazienti, la percentuale di femmine è pari al 60 per cento, mentre quella dei maschi è del 40 per cento. L'età media è fra i trentaquattro-trentacinque anni. Non abbiamo riscontrato

E vero che molte di queste persone sono arrivate a voi dopo aver consultato le Pagine Gialle?

Sì, e sono molte! Questo rivela una situazione di disperazione, ma anche di ricerca solitaria e di vergogna. a svelare agli altri una sofferenza di questo tipo. In parecchi casi abbiamo riscontrato la tendenza a tenere all'oscuro persino il coniuge. I medici di base ci raccontano quanto sia difficile consigliare ad un paziente di consultare uno psichiatra. Un mio collega ginecologo, quando ritiene opportuno inviarmi delle sue pazienti, mi spaccia per psicologo, sapendo di mentire. C'è proprio un pregiudizio nei confronti dello stato depressivo, vissuto come estremamente vergognoso, da tenere nascosto, perlomeno finché è possibile.

La ricerca sulle Pagine Gialle è emblematica dello stato di solitudine nel quale queste persone si muovono. Una situazione che può far correre anche dei rischi...

Non dimentichiamoci che, tra questi rischi, ci sono quelli che derivano dalla ricerca. di contatti con l'universo di cartomanti, chiromanti, veggenti, maghi neri e bianchi, che spesso vengono consultati da queste persone disperate e disorientate, con danni a volte enormi.

Qual è la condizione predominante in cui queste persone si trovano, lo stato più diffuso tra i depressi?

Certa,mente quello della. mancanza di energia. Ciò viene interpretato, dal paziente e dai famigliari, come mancanza di volontà e si viene così a costituire un altro pregiudizio. Il paziente, oltre al suo carico di sintomi, si presenta a noi con una, convinzione di questo tipo: “Non ho sufficiente volontà perché, se così fosse, riuscirei a superare questo disturbo di cui soffro”. Questo messaggio è in buona parte indotto dall'ambiente, da parenti, amici e a volte purtroppo anche da figure professionali, medici compresi, i quali ritengono che mediante un atto di volontà sia possibile il superamento di uno stato depressivo. Ciò è

assolutamente falso, ha un effetto colpevolizzante e può determinare, oltre che un deciso aumento del senso di colpa, anche gesti esasperati e disperati.

Forse vale la pena di avere le idee più chiare su questa “volontà”.

La, volontà può essere definita come la quantità di energia psichica di cui il soggetto dispone e che può impiegare per ciò che desidera fare. Ora, è tipico del quadro depressivo, nella sua fase acuta, che al soggetto manchi una disponibilità di energia psichica. È, quindi, assolutamente impossibile puntare sulla volontà per il superamento di questa sofferenza. Sono due concetti tra di loro contraddittori. Questa, ci tengo a sottolinearlo, è la situazione nella fase acuta, altrimenti il discorso potrebbe essere frainteso, nel senso d'intendere che la volontà non serva mai, non sia mai utile nè utilizzabile. E ciò non è affatto vero.

Mi sembra, infatti, che la volontà sia uno strumento potente e utile anche all'adattamento al mondo circostante, nonché al superamento delle difficoltà.

A patto, ripeto, che 1'ìo sia in una condizione d'integrità. Nella fase post-acuta., cioè quando, in seguito a un intervento di tipo farmacologico, la sintomatologia depressiva comincia a regredire, l'individuo avrà una quantità maggiore di energia psichica a disposizione dell'io, che così tornerà ad avere la sua riserva. A questo punto, delle stimolazioni incoraggianti possono essere utili per il soggetto perché utilizzabili.

Il più delle volte la situazione si «sblocca» con l 'assunzione di psicofarmaci?

Sì, però è proprio in questa fase, cioè all'inizio della terapia, che incontriamo una serie di pregiudizi, tra cui appunto quelli nei confronti degli psicofarmaci.

personale o sessuale. Altre sono, invece, le cause che si riferiscono alla conflittualità interpersonale microsociale, cioè quella serie di problemi gravi che possono in- sorgere all'interno della coppia o del nucleo famigliare, che è un microcosmo. E, in ultimo, ci sono le cause relative alla conflittualità interpersonale macrosociale: i problemi relativi all'inserimento, all'adattamento sociale, che possono anche riguardare sia il lavoro, sia la perdita di questo, e quindi la solitudine.

A proposito di macrosociale, le chiederei di aprire la breve parentesi sulla situazione collettiva in cui viviamo oggi.

La nostra società esalta i valori di tipo consumistico, che fanno leva sulla componente materialistica dell'esistenza, tradendo però quella che è la natura dell'uomo, che è fatto sì di materia, ma anche di spirito. Questa situazione collettiva si riverbera nell'individuo creando una dissociazione tra la sua componente materiale e quella spirituale. Figlia di questa dissociazione è la nevrosi.

Molte persone lamentano la presenza nella stessa famiglia di forme depressive, anche gravi. Quanto peso può avere l 'ereditarietà tra le cause di una depressione?

Nel caso delle depressioni endogene, cioè di quelle che non dipendono da un evento esterno, ma che sopravvengono senza causa e talvolta quando tutto va bene nella, vita di una, persona, spesso l'ereditarietà si riscontra nell'ambito della stessa famiglia. Bisogna comunque sottolineare che le suddette depressioni endogene, o depressioni maggiori, costituiscono una percentuale molto bassa in riferimento al panorama generale delle sindromi depressive, quelle cosiddette reattive. In queste ultime la causa non è certamente genetica ma piuttosto legata alla presenza, di difficili e apparentemente insolubili problemi nel rapporto con gli altri o con noi stessi.

Rimaniamo sempre nell'ambito della famiglia. Da quel che si sente in giro, le crisi coniugali sembrano una delle cause più frequenti della depressione oggi. È un dato confermato dalla vostra indagine?

Le coppie in crisi sono all'incirca un terzo rispetto al numero dei pazienti che si sono rivolti a noi. È ovvio, che nella crisi coniugale confluiscono alcune delle cause - a volte tutte - di cui abbiamo parlato: dalle conflittualità interpersonali, a quelle micro e macrosociali. Alle cause che influiscono sul singolo si aggiungono quelle derivanti dall'incontro di due realtà, che a volte creano ulteriori problemi. In questi casi si può intervenire anche con una terapia di coppia.

Talvolta pare che la depressione sia una delle manifestazioni di quel periodo critico chiamato menopausa, in cui la vita della donna è spesso disturbata da alterazioni ormonali. La somministrazione degli ormoni carenti, la cosiddetta terapia sostitutiva, può far evitare una cura con antidepressivi?

No, e rispondo a questa domanda con il conforto di colleghi ginecologi. Non c'è una connessione precisa tra menopausa e depressione. Nel periodo di premenopausa nella vita di una donna, oltre che variazioni ormonali intervengono altri mutamenti: di tipo sociale, fisico, psicologico, per esempio. La menopausa per una donna è una fase di passaggio, e un'eventuale depressione è di conseguenza. imputabile a una serie di circostanze. Certo, in personalità già predisposte e in presenza di qualche fattore specifico, è possibile che si verifichino delle crisi di tipo depressivo, che vanno trattate come le altre.

Torniamo quindi all'insieme di cause che generano uno stato depressivo, che come una miscela “esplosiva” provocano una deflagrazione a livello chimico nell'individuo, e di conseguenza a livello psicologico...

Una concomitanza. di cause è frequente: ciò che varia da soggetto a soggetto è l'incidenza del singolo fattore causale. Per esempio, si può verificare che in un soggetto

E se questa predisposizione non c'è?

In questi casi, secondo me, è inutile insistere, ed è inutile anche forzare il discorso in chiave psicologica.

In situazioni del genere, quindi, a cosa ci si limita? Si compie unicamente una cura di tipo farmacologico e si spera che non ci siano ricadute.

Ci sono dei casi in cui la cura è solo di natura psicologica?

Certo. Può accadere. Nel campione da noi osservato non raggiunge neppure il 10 per cento dei casi. Questo vuol dire che, nel momento in cui la sintomatologia non ha un'interferenza significativa nella vita del soggetto, quindi è sopportabile e contenibile, non è così obbligatorio assumere farmaci ed è possibile un approccio di natura psicologica. L'importante è, ripeto, personalizzare l'intervento.

Il caso di una depressione sopravvenuta in seguito a un lutto è forse uno di questi?

Nel caso di un lutto si verifica una situazione depressiva a livello di crisi, che ha caratteristiche diverse dalla depressione clinica. La sintomatologia è simile, però c'è una. serie di elementi che caratterizzano un lutto, che deve essere elaborato dal soggetto. E un processo che passa attraverso varie fasi e che si giova sostanzialmente del decorso del tempo. In questi casi, la persona potrà essere aiutata, a mio avviso, più che da un approccio di natura farmacologica, da un intervento di natura psicologica, sotto forma di psicoterapia individuale.

Ci sono alcuni casi in cui le persone si rifiutano categoricamente di prendere farmaci antidepressivi. Cercano di farcela in tutti i modi, dandosi al volontariato, o aiutandosi

con attività manuali o inventandosi chissà cosa. Tutto per l 'ostilità verso questo tipo di farmaci. Cosa bisognerebbe dire a queste persone?

L'assunzione di psicofarmaci non è assolutamente obbligatoria; è possibile farne a meno, purché i sintomi non siano invalidanti sul piano personale e relazionale. Il caso che lei mi ha prospettato è quello di depressioni di tipo reattivo, cioè conseguenti a un evento che si è manifestato nella vita: queste depressioni possono essere superate anche senza l'uso dei farmaci, con le forze della propria interiorità. Nel caso invece di una depressione maggiore, non dare - e non prendere - farmaci è sbagliato.

Perché?

Perché in questo tipo di patologia i sintomi costituiscono una grave minaccia sia dal punto di vista fisico (mancata alimentazione, mancata idratazione eccetera.) sia da quello psichico (pericolo di suicidio) e non è pensabile che il paziente possa superare la grave crisi senza un valido aiuto esterno, comprensivo di intervento farmacologico. Ma pensi al paradosso. Tutta l'Italia si è giustamente sollevata per avere le terapie del professor Di Bella. In psichiatria., dove per molte patologie esistono terapie già accertate molto di più di quanto non lo siano quelle di Di Bella, ci sono alcuni che fanno la guerra alle medicine.

Nelle forme depressive gravi, insomma, l'intervento farmacologico è necessario?

Questo va detto con molta chiarezza: un depresso endogeno che non si cura corre un gravissimo rischio. Pensi anche ai casi di depressione di questo tipo che colpiscono le donne appena dopo il parto, le quali non si preoccupano di nutrire il bambino! Qui siamo davvero di fronte a quanto di più drammatico possa. capitare nella. vita di una persona. È veramente la morte psichica.

C'è un caso di cui non si è parlato finora: gli etilisti che, mi sembra, cadono in questo vizio perché fondamentalmente depressi. È una realtà più subdola e forse meno