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Riassunto del libro Lingua e identità di Trifone
Tipologia: Appunti
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Lingua e identità
Cap. 1 L’italiano. Lingua e identità di P. Trifone
Si parla della necessità di riconoscere che la lingua è il veicolo di un pensiero e di un’intenzione, dunque il suo uso non è mai innocente (es: si è liberi di utilizzare gli anglicismi ritenuti di prestigio o alla moda, ma anche la libertà di opporsi alla temuta colonizzazione linguistica angloamericana. Partendo dal presupposto che l’uso della lingua non è mai innocente, si comprendono meglio anche rappresentazioni negative dello straniero (l’ebreo, ma anche il francese etc.). La lingua dispone di altri mezzi, molto più sottili, per esprimere il senso di appartenenza o di diversità nei confronti di un gruppo o di una sua componente. La specificità delle parlate dialettali sono quelle più facilmente riconoscibili, ma nelle comunità comanda una serie di variabili, dipendenti dallo strato sociale, dalla professione etc. Se manca una solidarietà di intenti, la comunicazione si trasforma in un campo di battaglia (es: il celebre contrasto di Cielo d’Alcamo Rosa Fresca Aulentissima presenta la schermaglia amorosa tra un uomo e una donna di modesto livello sociale che si sforzano di imitare le materie cortesi orecchiate in raffinati modelli lirici, ma inciampano in forme e immagini popolaresche). Il comportamento dei gruppi sociali che ambiscono a distinguersi è caratterizzato dalla ricerca di un linguaggio pretenzioso e incomprensibile (es: l’antilingua della burocrazia, i trabocchetti del discorso politico). Le differenze sociali si riflettono anche sull’atto materiale della scrittura: l’italica era per lo più la scrittura dei dotti e degli uffici pubblici, mentre la mercantesca era la scrittura degli affari e del commercio. L’adozione dell’italica corrisponde con un avvicinamento del polo alto del toscano. L’espressione dell’identità trova pratica nella nominatio. Nell’onomastica personale italiana si può notare un’evoluzione che assume particolare importanza nella prospettiva identitaria, con riferimento a quelle radici cristiane. Considerato che l’impostazione del nome è soggetta alle modifiche del gusto e ai richiami alla moda, appare significativo che la maggioranza degli italiani porta un nome di matrice religiosa cristiana. Tuttavia il processo di laicizzazione italiana ha determinato un forte rinnovamento delle scelte onomastiche. Nelle generazioni successive ha assunto un ruolo più importante il fattore dell’eufonia, con una preferenza per la brevità, associata spesso a una semantica positiva e all’esotismo.
Genti d’Italia. Coordinate storiche di un’identità plurale
Oggi in Italia la questione dell’identità nazionale si colloca al punto di incontro tra due grandi processi politici e culturali: da un lato il peso crescente della legislazione alle autonomie regionali e locali, dall’altro lo sviluppo dell’Unione Europea in uno scenario di internazionalizzazione della società e dell’economia. L’identità italiana si è rivelata ricca e feconda in quanto frutto di una millenaria ibridazione di genti, lingue e culture. La dialettica tra unità e varietà caratterizza la storia più antica della penisola nella fase dell’espansione di Roma. Il latino diviene la lingua di un impero che estende la sua influenza su tutto il bacino del Mediterraneo, riducendo entro una sola grande orbita politica Europa, Africa Settentrionale e il vicino Oriente. La lingua dei dominatori è stata gradualmente adottata dai popoli sottomessi. Poi il legame che Roma aveva creato con i diversi popoli italici e le province subisce un generale processo di logoramento che si aggrava sotto l’urto delle ondate successive di invasori. Con l’irruzione longobarda della seconda metà del VI secolo si delinea per la prima volta il tema storico delle “due Italie”. Dal disfacimento dell’Impero, discende al tempo stesso una frattura nella continuità e nella relativa unità della tradizione latina. All’indebolimento della norma linguistica, promossa dalla dirigenza romana, si accompagna l’emersione della disomogeneità: elementi propri delle varietà locali e informali si presentano nei testi scritti in latini. Le crescenti tensioni tra latino e varietà inferiori evolvono verso un progressivo bilinguismo, passando per una sfumata situazione di diglossia. L’affermazione dell’autonomia del volgare riflette la presa d’atto di un complesso di fattori politici e sociali che imponevano l’adozione di un ulteriore adeguato strumento linguistico.
La crescita demografica con lo sviluppo dei centri urbani si accompagna a una diffusa circolazione della cultura: nell’età di Dante, Firenze era la più istruita città europea. La lingua dei lirici è in origine una varietà illustre del dialetto siciliano, ma i lori testi vengono diffusi in versioni fortemente toscanizzate dai copisti continentali, e proprio nella nuova veste depurata dal soggiacente fondo idiomatico danno avvio alla tradizione poetica italiana. Dante è anche il primo testimone della frammentata realtà linguistica della penisola: Dante distingue quattordici regioni con i relativi volgari, essi stessi soggetti a variabilità. Il successo del volgare era destinato a scontrarsi con la persistente vitalità della cultura latina. Dagli inizi del Trecento fino alla metà del Quattrocento si assiste all’aggregazione dei vari centri in distretti organizzati intorno alle città più importanti o ai principi più autorevoli. La mancanza di uno stato in grado di affermare la propria supremazia su tutti gli altri ostacolerà l’unificazione del paese, suscitando nel contempo gli appetiti espansionistici delle grandi potenze europee. Per quanto riguarda la diffusione di una lingua unitaria, occorre distinguere tra la fase quattrocentesca e quella post-cinquecentesca. La prima è caratterizzata dalla formazione di lingue di conguaglio sovralocale, koinài cortigiane o cancelleresche in cui le punte idiomatiche sono domate attraverso il riferimento al latino e al toscano. Nella seconda fase il toscano letterario diviene la lingua comune nell’uso scritto.
Senza il collante sociale della lingua
In una situazione caratterizzata da varietà di dialetti, la progressiva affermazione dell’imperante modello letterario toscano è stato frenato dalla piaga dell’analfabetismo, che ha impedito ad ampi strati della popolazione di apprendere l’italiano.
L’olocausto linguistico degli italiani
Dionisotti afferma un’opposizione tra scritto e parlato nella storia linguistica italiana, e di conseguenza decreta l’inesistenza dell’italiano parlato in tutta la frase preunitaria. La tesi dell’esistenza dell’italiano parlato prima dell’Unità è stata illustrata da Francesco Bruni e Luca Serianni. È noto che al momento dell’Unità circa l’80% della popolazione non sapeva né leggere né scrivere. Tre argomenti sono stati invocati per retrodatare l’esistenza dell’italiano come lingua parlata: la diffusione della competenza passiva della lingua comune; gli accenni di autori antichi alla capacità dei parlanti di mettere da parte il dialetto nativo e di fare sfoggio di un rudimentale italiano; le testimonianze dei viaggiatori stranieri, orientate nella medesima direzione. Fino all’Ottocento, la lingua italiana non è che scritta.
Pilastri e mattoni dell’identità linguistica
Pinocchio e Cuore sono le opere letterarie che gli italiani considerano più significative per l’identità nazionale, subito dopo la Divina Commedia e I Promessi Sposi. È possibile delineare le tre denominazioni alternative lingua fiorentina / lingua toscana / lingua italiana attraverso la loro frequenza nei frontespizi del vasto campione di libri registrati nel catalogo dell’ICCU: a. Nell’ultimo quarto del Quattrocento, lingua fiorentina prevale su lingua toscana, mentre non si presentano esempi di lingua italiana. b. (^) Nel primo quarto del Cinquecento, lingua toscana sorpassa lingua fiorentina, che a sua volta precede lingua italiana. c. Nel secondo quarto del Cinquecento, lingua a toscana continua a prevalere, ma lingua italiana passa al secondo posto. d. Nel terzo quarto del Cinquecento, lingua toscana e lingua italiana sono piuttosto vicine, ma con un lieve vantaggio della prima, mentre lingua fiorentina resta indietro. e. A partire dall’ultimo quarto del Cinquecento, lingua italiana ha la meglio su lingua toscana, mentre lingua fiorentina si avvia a scomparire del tutto.
Tra le conseguenze linguistiche determinate da dinamiche demografiche quelle meglio studiate riguardano Roma e Firenze: la crisi del secondo Trecento e la fiorentinizzazione di primo Cinquecento. Dopo la peste del 1348 Firenze si apre ad apporti demografici del contado. È indubbio che numerosi tratti linguistici che caratterizzano il fiorentino quattrocentesco vadano messi in relazione col mutamento dell’assetto demografico. Si è molto discusso sulle fasi della toscanizzazione che investe la Roma del primo Cinquecento, anche attraverso la pressione del parlato, condizionando largamente il futuro assetto del dialetto locale.
L’economia Il ceto che più ha influito sulle vicende linguistiche italiane è quello mercantile. La grande rivoluzione commerciale tra X e XIV è stata paragonata alla rivoluzione industriale affermatasi nel secondo Settecento. Nel Medioevo i mercanti hanno rappresentato i detentori della scrittura. È normale che i frequenti viaggi d’oltralpe abbiano diffuso nelle scritture dei mercanti una serie di gallicismi lessicali. Ben nota è l’importanza dei mercanti fiorentini nella propagazione linguistica di quello che sarebbe diventato l’italiano comune: è notevole la presenza di mercanti toscani a Venezia già nel XIII secolo.
Il diritto Il diritto rappresenta uno degli elementi di continuità tra mondo antico e mondo moderno. Il diritto romano risorge già nel XII secolo. Il latino è per molti secoli la lingua dei testi normativi. Il diritto è dunque una copiosa fonte di latinismi: moltissimi già medievali, oppure estranei. I professionisti del diritto la cui opera ha avuto maggiori conseguenze linguistiche sono stati i notai: il loro latino faceva spazio ad inserzioni del volgare, ma anche perché il notaio svolgeva il ruolo di vero e proprio mediatore culturale per la massa degli illetterati, servendosi del volgare. Talvolta i notai erano poco più che alfabeti.
La chiesa e la religione L’influsso dell’esperienza religiosa sull’immaginario collettivo e dunque sulla lingua emerge da numerosi indizi: espressioni del vocabolario popolare italiano o dialettale si rifanno al sacro; tra gli antroponimi ci sono gli agionimi. È stata discussa la reale efficacia della predicazione e del catechismo che pure avvenivano “in lingua” per la promozione di un italiano parlato sovradialettale.
Fattori culturali in senso stretto Alfabetismo e scolarizzazione L’Alto Medioevo segna un’involuzione rispetto alla relativa diffusione dell’alfabetismo, mentre nell’età comunale si ha una ripresa. Si aprono scuole tenute da chierici o laici, alquanto sarà diffuso l’insegnamento domestico. La grande quantità di scritture volgari è il segno di una diffusa scolarità. Fino alle soglie dell’età moderna, l’insegnamento anche elementare aveva come oggetto il latino, addestramento per l’avvicinamento ai testi scritti. Il volgare aveva una funzione servile rispetto alla lingua antica. Non mancano isolati esempi di diretto insegnamento del volgare. Nel 1754 il volgare viene impiegato per la prima volta nell’insegnamento universitario da Antonio Genovesi, professore di meccanica e di commercio nell’università di Napoli. L’alfabetismo e la scolarizzazione hanno subito un processo di evoluzione nel Cinquecento (stampa e per l’Italia, la riorganizzazione del sistema scolastico conseguente all’unificazione politica). Era desultoria la presenza e scarsa la presenza dei maestri. All’Italia settentrionale si opponeva quella meridionale agricola e con alti tassi di analfabetismo elevati. Dopo l’Unità la situazione evolve. La legge Casati e la legge Coppino introducono il principio dell’obbligatorietà dell’istruzione elementare, che dal 1911 viene avocata dai comuni allo Stato. Costante è la riduzione dell’analfabetismo, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Elevato è il tasso di scolarità successivo alla scuola media; ma va messa in conto una certa quota di abbandono.
Spinte normative
Le particolari vicende storiche italiane hanno per un verso inibito un’eventuale azione normatrice dall’alto; dall’altro hanno esaltato la norma di prestigio tramessa dai modelli letterari direttamente letti ed imitati, o codificata da grammatici. Si tratta di una norma che coincide con l’uso fiorentino trecentesco e filtra nello scritto di altre regioni attraverso la letteratura e la prassi cancelleresca. Importa rilevare che il processo di standardizzazione è avvenuto soprattutto nella compagine grafica. L’osmosi che si produceva nelle corti e negli uffici portava a un tipo linguistico contiguo al toscano, ma certo non identificabile con esso. L’eclissi della “lingua cortigiana” si deve al decisivo intervento di Pietro Bembo. Il Bembo applicò al patrimonio letterario volgare la dottrina dell’imitazione, individuando i modelli eccellenti a cui uniformarsi nell’uso letterario (Petrarca per le poesie, Bocaccio per la prosa) e Aldo Manunzio allestì fondamentali edizioni in caratteri corsivi di Petrarca e di Dante. Si ricordi l’introduzione o la stabilizzazione di molti segni interpuntivi: l’apostrofo, il punto e virgola, la virgola di forma moderna, gli accenti. L’iniziativa del Bembo fu condivisa da letterati e tipografi, determinando nel Cinquecento una progressiva convergenza dell’italiano scritto verso il fiorentino antico. La più antica grammatica italiana a stampa si deve a Fortunio, fondata sull’uso dei tre grandi trecentisti e attenta alle questioni ortografiche. Anni dopo Le Prose della volgar lingua del Bembo si impongono quasi subito. Egli ha fatto testo anche come modello linguistico di scrittore al quale i posteri si sono adeguati anche in assenza di prescrizioni esplicite (es: caso del soggetto pronominale posposto nelle interrogative dirette. I capisaldi sono i seguenti:
Modelli letterari Anche se i grandi successi letterari hanno avuto un successo di massa, i modi attraverso i quali si è arrivati alla codificazione della lingua unitaria e lo aito tra lingua scritta e parlata assegnano un’importanza particolare ai modelli letterari, specie a quelli poetici, più rigidi. Questo spiega la sopravvivenza per molti secoli nella lingua scritta di singoli arcaismi grammaticali saldamente impiantati nella lingua poetica. Quanto alla prosa, gli episodi più significativi della nostra prospettiva sono moderni e esaltati dall’esistenza di una scuola pubblica centralizzata, nella quale le letture di testi considerati esemplari potevano essere assicurate capillarmente. Così hanno avuto diffusione I Promessi Sposi, Cuore e Le avventure di Pinocchio. Tutte e tre queste opere riflettono una lingua colloquiale sensibile alla lingua toscana viva destinata a offrirsi come un modello omogeneo.
La stampa
La didascalia tra epica e sceneggiata
Le brevissime pellicole che gli italiani vedono proiettare nei cinematografi ambulanti dei primordi non contenevano didascalie perché superflue e troppo costose. Un addetto ne agevolava la comprensione spiegando e commentando la proiezione a viva voce, usando un italiano rispettoso della grammatica, ma non escludendo il dialetto locale. La didascalia ebbe un ruolo importante soltanto quando l’industria cinematografica italiana si cimentò nella realizzazione di pellicole di lungometraggio. I realizzatori di lungometraggi dovettero affrontare la complessità del racconto e lo spessore psicologico dei personaggi richiedevano fossero frequenti, ma ragioni tecnico-espressive consigliavano di attenuare la loro invadente presenza nel flusso delle immagini. L’insieme delle didascalie elaborate in Italia appare ripartito in tre filoni: quello della stampa illustrata e cartellonistica, quello della letteratura e del teatro maggiore e quello dell’arte popolare. Il primo filone si distinse per la sostanziale medietà linguistica e stilistica: un italiano corretto ma non solenne, una sintassi concisa e lineare. A questo filone si affiancò quello che predilesse l’adozione di un italiano elevato e abbellito da invenzioni stilistiche e retoriche. Il terzo filone è costituito da prodotti con lo scopo di arricchire l’offerta distributiva. Ben nota è la sceneggiata, un tipo di film popolare prodotto a basso costo, realizzato talvolta nelle stesse strade e in riva al mare di Napoli. La sceneggiata napoletana ebbe nel primo dopo guerra una fioritura, stroncata poi nel 1928 per motivi politici.
In cerca della lingua L’italiano, lingua di formazione e tradizione letteraria e all’epoca parlata da pochi, si manifestò subito inadatta a formulare discorsi consoni alle situazioni comunicative del racconto filmico e dall’altra adatti alle capacità di comprensione e alle attese di platee composite e per lo più dialettofone. Il cinema italiano intraprese dunque al suo nascere un viaggio di ricerca. All’inizio 1930-1945 assegnarono la supremazia assoluta alla lingua nazionale. Caduta la dittatura fascista e tornata la pace, la ricerca di un parlato consono all’eterogenea produzione nazionale poté svilupparsi libera e molteplice. Nel corso degli anni si abbandonò l’orientamento monolinguistico di eredità fascista e si iniziarono ad elaborare soluzioni innovative che conferirono al cinema italiano una fisionomia vivace ed inconfondibile. Si tratta di italiano normale, mescolanza artificiosa, mimetismo realistico, dialettalità stereotipata. La lingua esclusiva della maggior parte dei film continuò a essere l’italiano della norma, ma anche gli esponenenti di questo versante si conformarono a una crescente propensione per registri dimessi e per una colloquialità rilassata. Rimasero fedeli all’italiano tradizionale soltanto le opere ambiziose e drammatiche. I film neorealisti adottarono un dialogo mimetico che ricalcava il composito parlato effettivamente in uso nelle situazioni che il testo filmico ricreava artisticamente. Così diedero voce e dignità a settori trascurati e sconosciuti dell’Italia linguistica del tempo (es. Roma città aperta di Rossellini). Un settore cospicuo si affidò ad un parlato composito, che si basava su un italiano non esente da improprietà e che accoglieva espressioni dialettali o straniere. La presenza delle espressioni straniere era inizialmente circoscritta a contesti militari, si caratterizzò per una prolungata separatezza intimidatori o mitica, attenuatasi soltanto negli anni ’60, in seguito all’apertura internazionale del pubblico italiano. I realizzatori cinematografici vararono dopo il 1950 una soluzione linguistica nuova: una koinè dialettale costruita a tavolino tendendo l’orecchio al mistilinguismo dei parlanti urbanizzati. Il cinema italiano potè coronare la sua ricerca verso la fine del decennio. Si ricordi il contributo di Federico Fellini ( 8 e mezzo) e l’intenso apporto dei film della “commedia all’italiana”. Tale produzione favorì l’instaurarsi di un parlato tipicamente filmico. Dalla fine degli anni ’60 il cinema italiano sembra aver perduto la sua tradizionale prerogativa di rispecchiare lo stato dell’Italia coeva. Per la prima volta si dispone una strumentazione verbale ricca che
permette a sceneggiatori e registi di elaborare i dialoghi a piacimento. Diventa praticabile la situazione mono-linguistica che è l’italiano medio.
Cinema e questione della lingua La superiorità dell’italiano è suggerita da invenzioni caricaturali di remota ascendenza teatrale e letteraria, quali i giochi di parole, le storpiature, i qui pro quo. La padronanza della lingua nazionale appare al popolano una patente della propria ascesa sociale. Alcuni autori usavano il cinema anche come strumento di formazione dello spettatore, inserendo nei film inviti espliciti all’apprendimento della lingua. Un trattamento diverso hanno le lingue straniere. Infatti la loro presenza su labbra italiane risulta normalmente accettata.
L’italiano nei film doppiati Il doppiaggio può essere considerato uno dei procedimenti tecnico-espressivi più caratteristici dell’industria cinematografica italiana. Quando nel 1929 i film parlati cominciarono ad essere importati in Italia, il potere politico impedì che attraverso quei film gli spettatori italiani venissero a contatto anche minimo con lingue straniere. Tentando di renderli comprensivi, ricorse a espedienti come la sostituzione del parlato originale con didascalie italiane. Non ammise il sistema della traduzione simultanea mediante sottotitoli sovrimpressi alle immagini filmiche, perché esso non eliminava l’inquietante esposizione dello spettatore all’ascolto del parlato originale forestiero. Adotto nel 1932 il doppiaggio, ossia un sistema che applicava una veste linguistica nuova al testo iconico originario. Il bando del parlato straniero fu ispirato da tre preoccupazioni: una linguistica, una economica e politica. Si preferì un italiano medio e grammaticalmente sorvegliato. Un rinnovamento vi fu soltanto dopo il 1970, quando le grandi ditte americane permisero l’abbandono del tradizionale decoro verbale, ammettendo un doppiato aperto sia a inflessioni fonetiche di matrice dialettale sia a varietà umili del repertorio nazionale.
Dal cinema alla lingua: il grande schermo ha esercitato un notevole influsso sulla lingua reale. La nuova arte ha arricchito il lessico italiano di termini settoriali come cinematografo e film. Hanno avuto fortuna allocuzioni, frasi passate dai film alla lingua. Il doppiaggio italiano ha un merito storico: quello di avere esercitato fin dai primordi un ruolo attivo nelle vicende dell’italiano novecentesco, influendo sulle modificazione e sull’impiego del parlato. Gli spettatori italiani in massima parte dialettofoni hanno ricevuto in continuazione esempi di pronuncia, di correttezza grammaticale.
Cap. 8 la lingua della televisione
Televisione e identità In Europa la televisione nasceva come medium destinato a divulgare l’identità nazionale contribuendo alla conoscenza delle arti. L’individuazione dei processi in gioco è stata affidata alla metafora del piccolo schermo come uno specchio a due raggi: i ruoli attivi di emittente e ricevente. La programmazione televisiva declinai tratti di una comunità simbolica, sfruttando e valorizzando topoi familiari alla nazione. I ritmi e le abitudini di ascolto condivisi dalla popolazione favoriscono il riconoscersi in un orizzonte comune che unifica in quadro unitario le diverse componenti del tessuto nazionale. La televisione racconta la nazione a se stessa. La televisione è una banca della memoria. Si fa strumento di costruzione e di sostegno dell’identità nazionale narrandone la storia, divulgandone i simboli e mettendone in risalto le peculiarità del paesaggio. È in grado di imprimere in generazioni di telespettatori il ricordo di eventi di portata epocale. Sul piano dell’apprendimento linguistico simili considerazioni possono riferirsi all’acquisizione di modelli fraseologici come Allegria di Mike Buongiorno.
L’italiano televisivo combina tratti della lingua scritta e parlata faccia a faccia: mancata condivisione del contesto da parte di emittente e ricevente; unidirezionalità dell’atto comunicativo; molteplicità degli emittenti; distanza tra il momento di preparazione del testo e quello della sua ricezione. Il parlato teletrasmesso di oggi si differenzia per la vertiginosa mutazione dei generi di programmi.
Il parlato serio semplice Divulgazione culturale e religiosa La Rai sin dalle origini ha puntato su programmi di cultura alta, come le conversazioni con i poeti o le letture recitate di novelle. Nella programmazione moderna sembra poter riavvisare i continuatori di tali modelli in Quark per la divulgazione tecnico-scientifica e Ulisse per quella umanistica. Nella fisionomia linguistica di Ulisse si riscontrano forme elative atte ad agganciare l’attenzione partecipativa dello spettatore, la frequenza di tempi come l’imperfetto indicativo o il presente storico. Quanto al lessico si trovano tecnicismi specialistici che sono entrati nell’uso comune della lingua. In Quark si segnalano metafore e analogie didascaliche. Il parlato di Piero e Alberto Angela può considerarsi un ottimo esempio di continuità tra moduli della paleotelevisione e i moduli di intrattenimento colto della neotelevisione.
Il parlato colloquiale e trascurato: intrattenimento e talk-show Ci vediamo in Tv prefigura un pubblico femminile di età matura e predilige un tono disimpegnato e rilassante. Lo stile è garbato e ammicante, la tematica è sobria e concentrata sulla dimensione artistica e umana dei personaggi. Al monologo del conduttore, si intercalano canzoni d’epoca e interviste a personaggi italiani o stranieri. Lo stile comunicativo è semplice ma efficace. Si tratta di un italiano dell’uso medio con uno stile colloquiale. Il parlato dei talk-show è trascurato ed è di larga popolarità presso il pubblico giovanile.
Il parlato simulato: la fiction all’italiana Il racconto elettronico della fiction televisiva può assimilarsi a una sorta di bardo domestico, incaricato di trasmettere e cementare il sistema di valori della comunità culturale e simbolica di spettatori. Si tratta di una realtà dell’immaginazione, in quanto facendoci riflettere, acquista una potenzialità identitaria superiore a quella di ogni altro canale mediatico dal cinema alla canzone (es: allestimento di Cuore e Pinocchio di Comencini etc.). Non si possono ignorare le radici umanistiche della cultura nazionale su cui si innesta la produzione di sceneggiati, percepiti come una sorta di teatro domestico. Lo scopo di questa produzione è di educare il pubblico alla lingua letteraria (es. Racconti dell’Italia di ieri –sceneggiati tratti dalla narrativa realista, verista). Negli anni ’90 si avvia il serial all’italiana come un Medico in Famiglia. Alla fiction nostrana va riconosciuta la capacità di soddisfare sul piano dei contenuti, dei valori e dei linguaggi il fabbisogno narrativo del paese profondo in cui si identifica gran parte del pubblico domestico. Un medico in famiglia rileva le tendenze dell’italiano dell’uso medio con accentuazione di tratti morfosintattici come il che polivalente inserito sia nel parlato semicolto di Cettina sia in quello informale di Lele. Il parlato simulato della fiction italiana si presenta credibile, al di là delle visioni semplificanti e riduttive. Si tratta di un parlato modellato su quello reale, tale da poter innescare meccanismi di rispecchiamento e identificazione. Si ricordi il tentativo di Raccontami che ripercorre, attraverso le vicende di una famiglia tipo, gli ultimi decenni di vita italiana attraverso un linguaggio medio con sfaccettature diastratiche e diatopiche.
Cap. 9 il linguaggio politico
L’identità nelle parole del potere
Sebbene l’identità politica degli italiani in senso moderno nasca nel Settecento, non sarà inopportuno ricordare che un embrionale nucleo del vocabolario politico è gia vivo in Dante e Petrarca. D’impronta classica sono le antiche arringhe e dicerie comunali riportate nella Cronica di Bartolomeo di Iacovo da Valmontone. A quel modello saranno debitori i primi due grandi teorici della politica europei, Macchiavelli e Guicciardini.
Origini e maturazione dell’identità politica italiana: dai giacobini all’Unità La riflessione illuministica e rivoluzionaria ha permeato di se tutto il linguaggio politico moderno anche grazie al contributo delle nuove scienze e terminologie del diritto e dell’economia politica. Il concetto nazione avrà un decisivo sviluppo nel Romanticiso. In Macchiavelli e Guicciardini si preferisce provincia. La riscoperta della nazione in Italia è connessa al senso di individualità morale, culturale e linguistica; se negli anni rivoluzionari l’aggettivo italiano acquista una nuova carica emozionale, solo dai primi dell’Ottocento compaiono e si affermano locuzioni quali sentimento nazionale, carattere, spirito e orgoglio nazionale. Nel periodo rivoluzionario maturano l’opposizione civiltà / barbarie e il nuovo senso politico di civile. Molti termini nascono nel triennio giacobino 1796-99: neologismi formali e semantici entrano nella lingua quotidiana; nei giornali si parla di politica e si chiama in causa il popolo come forza rivoluzionaria, si parla di libertà, eguaglianza, diritti dell’uomo. Di matrice illuministica è il lessico affettivo circolante tra i rivoluzionari. Alcune parole danno vita a una moltiplicazione sintagmatica. A quest’epoca risale la fortuna di metafore mediche e fisiche applicate alla vita economica e politica. Ma la politica resta appannaggio di un’elite. Fioriscono dal 1848 i dizionari politici scritti con proposito didascalico. Si consolida la metaforica religiosa adottata anche da anticlericali come Mazzini o Garibaldi. Venendo all’oratoria politica, la prosa asciutta di Garibaldi si misura nelle sue Memorie, ma soprattutto nei discorsi di guerra, che serializzano frasi e motti poi fissati nella memoria collettiva. Diversa è la prosa di Cavour che si distingue per la moderazione di termini, ispirata al principio del giusto mezzo, ricco di interrogative, anafore, antitesi, di elativi e di formule di attenuazione. Si tratta di un discorso politico mediato e razionale. Si appella alla ragionevolezza dell’uditorio.
Moderati e progressisti nel periodo postunitario L’eredità del liberalismo moderato cavouriano è raccolta dalla Destra storica. L’avvento della sinistra nel 1876 è scolpito nella memoria dal termine trasformismo. Si assiste ad un uso del sostantivo tricolore per bandiera italiana, al non expedit. Durante il governo di Sinistra si assiste al dibattito tra conservatori- nazionali disposti ad aggregarsi con le forze intransigenti impegnati sul piano sociale. Si sviluppa il movimento socialista: nascono parole come uguaglianza, diritto, popolo. Dopo l’iunità fa ingresso anche in Italia il lessico del marxismo e del comunismo (classe, lotta, coscienza, solidarietà di classe). Agli anni ’90 risalgono le organizzazioni per l’emancipazione della donna e dunque le prime attestazioni di femminismo, -ista, dall’inglese derivano suffragista e poi suffraggetta.
L’età giolittiana e i nascenti partiti di massa L’Italia affida le sorti della modernizzazione al progetto di ampia coalizione liberale di Giolitti. Padrone dell’oratoria parlamentare e pubblica sin dai discorsi degli anni ’90, lo statista perfeziona una prosa molto moderna: asciutta e impersonale, ma capace di accenti sarcastici e brillanti. A cavallo tra Otto/Novecento si sviluppa il concetto di interesse e della sovranità nazionale, così come il termine nazionalismo già impiegato da Mazzini ma si carica di nuove valenze. Col nascere dei nuovi movimenti di massa, aumenta il peso dei quotidiani di partito e delle riviste (L’Avanti, L’Unità, L’idea nazionale. Alla secca oratoria giolittiana si contrappongono l’impeto del vate D’Annunzio ma anche la sanguigna tribunizia di Amadeo Bordiga. Egli parla di lotta, di battaglia.
Il prestigio del linguaggio burocratico è antico: è espressione del potere e delle istituzioni, è il tessuto connettivo tra la norma astratta e il cittadino. Tale linguaggio è in molti casi l’unico esempio di registro formale di lingua alta con cui le persone vengono in contatto. Nelle produzioni dei semicolti l’incapacità di padroneggiare registri diversi sfocia, quando si cerchi di innalzare il tono, in miscidanze stravaganti.
Dalle norme per il Buongoverno al Lessico dell’infima e corrotta italianità La formazione dell’italiano burocratico è inizialmente una della conseguenze del declino del latino come lingua d’uso: di tali documenti, ancora in latino, veniva data lettura pubblica nel volgare cittadino e in qualche caso veniva predisposta una traduzione scritta. Dai primi decenni del Trecento si fanno via via più numerose le testimonianze di scrittura istituzionale in volgare. L’uso del volgare si diffonde dal XV secolo in tutte le cancellerie italiane e si va piano piano sostituendo al latino anche nella produzione normativa. Si afferma una lingua modellata sul fiorentino letterario: le scritture cancelleresche tendono a discostarsi dai volgari municipali per ammantarsi sempre più spesso di fiorentinità linguistica. Questo segna un allontanarsi dall’uso quotidiano e dunque l’accentuazione dei suoi caratteri di settorialità. La lingua burocratica è caratterizzata da uno stile impersonale dovuto al fatto che chi scrive scrive in terza persona, da formule rituali e da un periodare lungo e pesante. Contro questa prassi linguistica già nell’Ottocento si erano levati i primi lamenti: è noto quello di Vincenzo Monti che inveiva contro il barbaro dialetto introdotto nelle amministrazioni pubbliche.
Caratteri generali dell’italiano burocratico
Tratti morfosintattici
Strutture testuali La cura che viene dedicata a comunicazioni è minima. Manca una competente strategia nella presentazione delle informazioni. Quando prende le mosse da un atto legislativo, il testo burocratico tende a riprodurne contenuti operando una serie di degradazioni (grafica: tutto riversato senza interruzioni; linguistica: la mancanza di separazione tra le unità informative del testo crea periodi lunghi ed involuti). Il linguaggio della burocrazia risente di un abito conservatore, ancorato a modelli stilistici tradizionali. Il cittadino comune si sente in dovere di vestire lo stesso abito quando deve rivolgersi a un ente o a un’amministrazione pubblica.
Tentativi di semplificazione del burocratese A partire dagli anni ’80 si assiste a una progressiva crescita di attensione verso il problema della semplificazione del linguaggio burocratico, la cui complessità è stata riconosciuta come uno dei principali ostacoli al raggiungimento della comunicabilità tra amministrazione e cittadino. Sono stati gli studi e le ricerche sulla leggibilità e comprensibilità dei testi in generale a stimolare la riflessione anche nel campo della comunicazione ufficiale. Il primo è il Codice di stile che offre una corretta stesura dei testi burocratici e per la riscrittura di quelli già esistenti. Il Manuale di stile è la continuazione del primo. Sviluppa temi collegati alla redazione dei documenti, alla tecnica espositiva. Non compare più la lista del vdb, ma è presentato un Glossario dei termini della pubblica amministrazione. In sintesi:
Cap. 12 L’italiano per l’infanzia Premessa Il libro per bambini ha da sempre anche una funzione da sostegno all’insegnamento grammaticale. Mentre al settore adulto è lecito concedere un’ampia libertà di scelta tra ogni genere di merci, per i bambini interviene un atteggiamento cautelativo che induce ad offrire prodotti allestiti secondo precisi programmi. La letteratura per ragazzi ha acquisito una nuova distinzione e gode di un prestigio superiore nel settore del merchandising infantile: il libro vanta una speciale nobiltà ed è eretto a scudo protettivo dai dilaganti esempi negativi offerti dagli altri mezzi di comunicazione. Nella storia della letteratura per l’infanzia le punte di eccellenza sono in concomitanza di un maggiore disimpegno. Il libro rivolto ai bambini ha ricercato una comunicazione immediata, assimilabile, una sintassi semplice nel lessico basico e familiare.
La fiaba nella tradizione italiana
giudizio pacato. È considerato l’antidoto contro il fiabesco collodiano e la patetica retorica di de Amicis. Ha offerto emozioni tanto basiche quanto virili. Ha varcato le soglie del paesaggio natio, raccontando di terre selvagge e inaccessibili. La sua prosa raggiunge i vertici della grande letteratura, specialmente nelle parentesi descrittive, quando l’evocazione di terre lontane si impregna di suggestione e mistero. La lingua è priva di sfumature e tende a livellare su un unico registro la voce di tutti i parlanti.
La letteratura per l’infanzia durante il Ventennio Lo spazio dell’espressione liberatoria si riduce drasticamente a partire dalla metà degli anni Venti. La censura colpisce le opere straniere e di autori ebrei, come Laura Orvieto, e non risparmia alcuni aspetti Collodi, de Amicis, Salgari. L’intrusione del potere politico si esplica nell’esortazione a elaborare una narrativa che sottolinei il consenso verso il duce e faccia germogliare il seme della fede fascista. Tra questi ricordiamo il Ciufettino Balilla di Enrico Novelli, imitazione del modello collodiano sia nella trama sia nella lingua.
La rivoluzione degli anni Sessanta e Gianni Rodari La Grammatica della fantasia di Rodari accoglie alcune riflessioni della linguistica degli anni Settanta. L’autore presenta la sua proposta come strumento per l’educazione linguistica dei bambini. I temi dei libri incoraggiano all’uso creativo del linguaggio. I meccanismi compositivi e derivativi della parola possono essere spiegati attraverso giocose neoformazioni come lo stemperino. Rodari spera che il libro sia utile a chi credere che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione, a chi ha fiducia nella creatività infantile. Il fondamentale rispetto degli usi corretti dell’italiano è un dato sicuro nella scrittura creativa di Rodari. Nella sintassi si nota qualche tratto di parlato, come le dislocazioni, il che polivalente, le frasi scisse. Vanno in direzione conservatrice la punteggiatura, il lessico variato e ampio. Qui ogni sperimentazione è bandita, agisce negli autori per bambini la responsabilità di sentirsi modello. L’originalità stilistica va cercata in quella vena surrealista (paradossi, nonsense etc.).