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Appunti professor Trifone, Appunti di Linguistica Generale

Appunti “Linguistica” professor Trifone

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 13/08/2022

Arya190
Arya190 🇮🇹

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Argomenti Trifone mancanti nelle sbobinature.
Distinzione tra Fonetica e Fonologia.
Fonetica linguistica: descrive, classifica e fornisce la trascrizione dei suoi prodotti dall’uomo quando
parla, senza tenere conto della loro capacità di essere impiegati per distinguere parole di diverso
significato.
Fonologia: studia i suoni presenti nelle lingue umane in rapporto alla loro funzione distintiva.
La fonologia considera soltanto quelli che possono essere impiegati per distinguere parole di diverso
significato, i fonemi.
I fonemi vengono rappresentati per mezzo di segni grafici, o grafemi (lettere alfabeto).
I grafemi e l’alfabeto.
I fonemi sono rappresentati per mezzo di segni grafici o grafemi. Il grafema, in un sistema alfabetico, è
la più piccola unità distintiva del sistema di scrittura di una lingua.
L’ortografia è la resa grafica di una determinata lingua secondo un modello di
riferimento.
L’insieme dei segni grafici o grafemi si chiama alfabeto.
Ci dovrebbe essere una corrispondenza perfetta tra i segni del sistema ortografico e i suoni del sistema
fonologico, tra grafemi e fonemi, ma ciò non avviene. Nell’uso scientifico si è soliti trascrivere le
pronunce servendosi di alfabeti fonetici appositi, il più diffuso è quello dell’IPA.
Sillaba: È un’unità di pronuncia, più estesa di un suono e più piccola di una parola.
L’accento: L’accento si sovrappone al segmento fonico, è considerato un tratto soprasegmentale.
È detto soprasegmentale quell’elemento linguistico che è in rapporto con gli altri elementi della frase
parlata non secondo la successione lineare, ma in simultaneità con uno o più di essi.
L’accento in italiano è l’intensificazione o l’elevazione della voce nel pronunciare una vocale così da
darle un risalto particolare nella parola.
Morfologia.
La morfologia ha come principale oggetto di studio la struttura delle parole, analizza i modi in cui gli
elementi minimi dotati di significato, i morfemi, si combinano tra loro per formare le parole di una
lingua. Si distinguono due settori principali:
La morfologia flessiva: riguarda la flessione dei nomi, degli aggettivi e dei verbi, i quali si modificano
mediante morfemi flessivi, detti anche desinenze.
La morfologia derivativa: riguarda la formazione delle parole, da basi lessicali si formano nuove
parole mediante l’aggiunta di morfemi derivativi o affissi.
La morfologia riflessiva è un settore statico della morfologia, e si suddivide in:
Morfologia dei nomi: Per rappresentare lo stesso valore si ricorre a più varianti dello stesso morfema,
ognuna di queste prende il nome di morfo. Più precisamente ciascuna di queste costituisce un
allomorfo attraverso il quale si esprime il morfema ad es. del maschile singolare. Il fenomeno per il
quale un morfema presenta più allomorfi è l’allomorfia.
Morfologia dei pronomi: In italiano l’espressione del pronome soggetto personale è facoltativa, la
persona del verbo è indicata dalla desinenza, in inglese tale pronome va sempre espresso. Nella
nostra lingua l’espressione di un soggetto vuoto non è possibile (es. *egli piove - it’s raining). I
pronomi personali si dividono in tonici o liberi (io, tu, lui, lei, noi...) e atoni o clitici (mi, ti, lo, la, li...),
entrambi possono avere diverse forme anche in rapporto alla loro funzione sintattica (tabella pag. 44).
Morfologia dei verbi: Nei verbi si distingue: la radice; la vocale tematica che individua nell’infinito le
tre coniugazioni -a, -e, -i; le varie desinenze che esprimono i modi, i tempi e le persone.
La morfologia derivativa è il settore che interagisce con il lessico e che contribuisce allo sviluppo e
all’arricchimento della lingua tramite la formazione di neologismi.
Tamponamenti di parole:
L’acronimia consiste nel tagliare e nel fondere tra loro le parole (eliporto, cartolibreria).
Frequenti anche le parole macedonia che derivano da più unità (autoferrotanviario). Influenza notevole
nella loro diffusione è esercitata da analoghe formazioni straniere. Il linguaggio della pubblicità fa uso
di simili tamponamenti di parole: ultimoda, digestimola.
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Argomenti Trifone mancanti nelle sbobinature.

Distinzione tra Fonetica e Fonologia.

Fonetica linguistica : descrive, classifica e fornisce la trascrizione dei suoi prodotti dall’uomo quando parla, senza tenere conto della loro capacità di essere impiegati per distinguere parole di diverso significato. Fonologia : studia i suoni presenti nelle lingue umane in rapporto alla loro funzione distintiva. La fonologia considera soltanto quelli che possono essere impiegati per distinguere parole di diverso significato, i fonemi. I fonemi vengono rappresentati per mezzo di segni grafici, o grafemi (lettere alfabeto). I grafemi e l’alfabeto. I fonemi sono rappresentati per mezzo di segni grafici o grafemi. Il grafema, in un sistema alfabetico, è la più piccola unità distintiva del sistema di scrittura di una lingua. L’ortografia è la resa grafica di una determinata lingua secondo un modello di riferimento. L’insieme dei segni grafici o grafemi si chiama alfabeto. Ci dovrebbe essere una corrispondenza perfetta tra i segni del sistema ortografico e i suoni del sistema fonologico, tra grafemi e fonemi, ma ciò non avviene. Nell’uso scientifico si è soliti trascrivere le pronunce servendosi di alfabeti fonetici appositi, il più diffuso è quello dell’IPA. Sillaba: È un’unità di pronuncia, più estesa di un suono e più piccola di una parola. L’accento: L’accento si sovrappone al segmento fonico, è considerato un tratto soprasegmentale. È detto soprasegmentale quell’elemento linguistico che è in rapporto con gli altri elementi della frase parlata non secondo la successione lineare, ma in simultaneità con uno o più di essi. L’accento in italiano è l’intensificazione o l’elevazione della voce nel pronunciare una vocale così da darle un risalto particolare nella parola.

Morfologia.

La morfologia ha come principale oggetto di studio la struttura delle parole, analizza i modi in cui gli elementi minimi dotati di significato, i morfemi, si combinano tra loro per formare le parole di una lingua. Si distinguono due settori principali: La morfologia flessiva : riguarda la flessione dei nomi, degli aggettivi e dei verbi, i quali si modificano mediante morfemi flessivi, detti anche desinenze. La morfologia derivativa : riguarda la formazione delle parole, da basi lessicali si formano nuove parole mediante l’aggiunta di morfemi derivativi o affissi. La morfologia riflessiva è un settore statico della morfologia, e si suddivide in: Morfologia dei nomi: Per rappresentare lo stesso valore si ricorre a più varianti dello stesso morfema, ognuna di queste prende il nome di morfo. Più precisamente ciascuna di queste costituisce un allomorfo attraverso il quale si esprime il morfema ad es. del maschile singolare. Il fenomeno per il quale un morfema presenta più allomorfi è l’allomorfia. Morfologia dei pronomi: In italiano l’espressione del pronome soggetto personale è facoltativa, la persona del verbo è indicata dalla desinenza, in inglese tale pronome va sempre espresso. Nella nostra lingua l’espressione di un soggetto vuoto non è possibile (es. *egli piove - it’s raining). I pronomi personali si dividono in tonici o liberi (io, tu, lui, lei, noi...) e atoni o clitici (mi, ti, lo, la, li...), entrambi possono avere diverse forme anche in rapporto alla loro funzione sintattica (tabella pag. 44). Morfologia dei verbi: Nei verbi si distingue: la radice; la vocale tematica che individua nell’infinito le tre coniugazioni -a, -e, -i; le varie desinenze che esprimono i modi, i tempi e le persone. La morfologia derivativa è il settore che interagisce con il lessico e che contribuisce allo sviluppo e all’arricchimento della lingua tramite la formazione di neologismi. Tamponamenti di parole: L’acronimia consiste nel tagliare e nel fondere tra loro le parole (eliporto, cartolibreria). Frequenti anche le parole macedonia che derivano da più unità (autoferrotanviario). Influenza notevole nella loro diffusione è esercitata da analoghe formazioni straniere. Il linguaggio della pubblicità fa uso di simili tamponamenti di parole: ultimoda, digestimola.

Le unità lessicali superiori. Lessico: l’insieme delle unità di significato di una lingua, comprese quelle composte di più elementi. Quest’ultime si chiamano unità lessicali superiori o unità polirematiche, la loro successione non può essere mutata o interrotta (sala da pranzo, busta paga...): N+ di + N: avviso di garanzia, costo della vita; N + preposizione + N: pentola a pressione, vestito su misura; N + N: conferenza stampa, mostra mercato; N + A (A + N): carro armato, realtà virtuale. Alcune unità lessicali superiori del tipo N + N appaiono scritte anche con il trattino. Alcune diventano dei paradigmi (stato di emergenza, stato di necessita). Sono delle lessicalizzazioni, hanno significati convenzionali. Quando si formano più composti con lo stesso determinante, quest’ultimo si comporta quasi come un elemento suffissale.

La sintassi: come le parole si combinano tra loro.

Esistono diversi tipi di parole (nomi, pronomi, verbi, aggettivi, avverbi), sono le parti del discorso, le quali possono combinarsi tra loro formando delle frasi. La frase è una forma linguistica indipendente, dotata di un significato compiuto. Carattere fondamentale della frase: i suoi componenti non si possono combinare casualmente, ma devono essere disposti secondo un certo ordine e secondo certe modalità di combinazione. Si devono osservare determinate regole. L’ordine degli elementi di una frase è un aspetto pertinente alla sintassi. Una frase può essere oggetto di trasformazioni regolate dalla sintassi. La sintassi è lo studio delle regole che determinano il modo in cui le parole si combinano in una frase. Quindi la sintassi studia: i modi in cui le parole si combinano nella frase; le sequenze formate dalle parole nella frase; le trasformazioni che tali sequenze possono subire. Frase: è un’unità linguistica che costituisce un messaggio autosufficiente nell’attività comunicativa realizzata mediante la lingua. Un messaggio per essere autosufficiente deve dire qualcosa, deve contenere una predicazione: dare un’informazione riguardo a qualcosa, la predicazione è una caratteristica posseduta dal verbo. Quindi una frase contiene genericamente un predicato, ma non sempre a volte può essere nominale sottintendendo il verbo essere. Sintagma: ogni insieme di elementi che in una frase costituisce un’unità. Il centro del sintagma è chiamato testa, gli elementi accessori sono detti modificatori. Può essere nominale la testa è il nome, verbale la testa è il verbo, preposizionale la testa è la preposizione o aggettivale, la testa è l’aggettivo. I sintagmi si distinguono in due categorie fondamentali: i sintagmi endocentrici, se hanno il loro centro in se stessi e i sintagmi esocentrici, che non si comportano sintatticamente come uno dei loro componenti. Collegamenti ed espansioni: L’accordo e la reggenza sono due relazioni costitutive della sintassi. L’accordo è una relazione formale per la quale la forma di una parola richiede una corrispondente forma in un’altra parola, ma non è sempre così ad es. in inglese. In italiano e in altre lingue, l’accordo è ripetuto più volte dando luogo al fenomeno della ridondanza. La reggenza è un tipo di legamento sintattico per il quale una parola (o una classe di parole) richiede una particolare forma morfologica di un’altra parola (o classe di parole). Per collegare tra loro i componenti di una frase esistono vari strumenti: le preposizioni, l’accordo, la reggenza, l’ordine delle parole, tali strumenti garantiscono la coesione del testo. Ci si può riferire a un antecedente mediante pronomi e sostituenti, che sono dei coesivi (F e M uscirono insieme. Li vidi dalla finestra). Ci si può legare ad una parte qualsiasi del testo mediante connettivi (congiunzione coordinanti e subordinanti, avverbi, sintagmi. Si ha un’espansione quando nuovi elementi sono aggiunti a una costruzione sintattica senza modificarne la struttura di base, due modi: La ricorsività : fenomeno per il quale una regola può essere applicata più volte di seguito (SN aggettivo: una moto rossa, potente, veloce, rumorosa). L’incassamento: consiste nell’inserire una sequenza sintattica all’interno di un’altra sequenza (es. la proposizione relativa che). La frase e le proposizioni. La frase è diversa dall’enunciato, il quale è un’entità della comunicazione, prodotto individuale.

La visione della sintassi come un sistema formale autonomo è invece criticata da quegli studiosi che coltivano una visione funzionale della grammatica. Il funzionalesimo parte dal presupposto teorico che la lingua è uno strumento di interazione verbale tra uomini inseriti in un determinato contesto socio- culturale. I vari fenomeni sintattici vanno spiegati partendo dalla loro funzione nel testo e nel contesto: si deve analizzare la dimensione semantico-pragmatica che hanno i singoli elementi. L’ordine dei costituenti in una frase dipende anche dal loro valore informazionale: la frase si divide in tema e rèma, cioè informazione data o ricavabile dal contesto e informazione nuova. Focus, parte dell’informazione che è messa in risalto, in genere coincide con il rèma. Nel discorso si ha inoltre una gerarchizzazione delle informazioni: alcune in primo piano (foreground) e altre fungono da sfondo (background). i funzionalisti si chiedono quale sia la differenza tra riprese testuali e piene e riprese con una pro-forma oppure tra frase attiva e frase passiva. Vengono indagate le connessioni tra ruoli sintattici e ruoli semantici.

Lessico.

Nel lessico di una lingua si distinguono vari livelli: parole che si usano ogni giorno / parole che si usano per argomenti specialistici e in ambienti particolari; parole della lingua parlate / parole della lingua scritta; Parole di uso corrente / arcaismi o neologismi. Arcaismi: L’arcaismo è una parola o espressione, una forma grammaticale o grafica, una costruzione sintattica che non è più viva nella lingua oggi in uso. Gli arcaismi si ritrovano nei testi dei secoli passati, possono ricorrere in un testo moderno per un fine stilistico particolare o in una citazione (es. alma - anima; desio - desiderio). Ci sono poi gli arcaismi semantici: vocaboli che nella lingua antica possedevano significati che non esistono più nell’uso moderno (es. noia - pena). Arcaismi in varianti minime (es. core - cuore), arcaismi grafici (gratia). Talvolta sono reintrodotti nella lingua moderna per vari fini e in diverse circostanze. Per evitare l’uso di forestierismi si sono riprese talvolta parole antiche attribuendo loro significati moderni (ostello). Più spesso sono ripresi nella lingua letteraria per rendere solenne e prezioso il discorso. Onomastica studia i nomi e i cognomi; Toponomastica studia i nomi di luogo (Roma è probabilmente untoponimo etrusco). Criterio per ordinare il lessico, varietà d’uso : varietà funzionai-contestuali (o diafasica): riguardano sia la situazione in cui avviene lo scambio comunicativo e il ruolo svolto dai parlanti (registri), sia la sfera di attività, l’ambito del discorso, l’argomento di cui si parla (linguaggi settoriali o sottocodici); varietà geografiche (o diatopiche): riguardano la diversa origine e distribuzione geografica dei parlanti; i diversi tipi di italiano regionale che si ritrovano nella Penisola comportano l’uso di regionalismi; varietà sociali (o diastratiche): in rapporto con lo strato sociale cui appartiene il parlante e con altre varianti riguardanti la collocazione e l’identità sociale (socioletti). Nella scelta di vocaboli ed espressioni ha importanza anche la variazione diamesica, che riguarda il mezzo con cui è attuata la comunicazione. Le varietà diafasiche, diatopiche e diastratiche influiscono sulla scelta e sull’uso dei vocaboli e delle espressioni che ricorrono nel parlato e nello scritto. I linguaggi settoriali. Ogni linguaggio settoriale ha un suo specifico vocabolario. Dal punto di vista del lessico, il linguaggio settoriale, possiede dei vocaboli e delle espressioni che non sono posseduti dalla lingua comune, oppure possiede gli stessi vocaboli di quest’ultima, ma li usa, in particolari contesti, con un diverso e specifico significato. Differenze con la lingua comune: un vocabolo tecnico e/o scientifico deve determinare il suo significato nel modo più preciso possibile, esigenza di distinguere tra termini (hanno significati ben definiti) e parole (dotate di significati che possono modificarsi mediante vari procedimenti (es. estensione e metafora); un vocabolo di un linguaggio settoriale ha un solo significato, mentre un vocabolo della lingua comune ha in genere più di un significato (polisemia); per definire un vocabolo che appartiene ad un linguaggio settoriale dobbiamo tener conto del suo stretto rapporto con gli altri vocaboli che costituiscono il vocabolario di cui fa parte; un vocabolo del linguaggio settoriale ha un legame molto stretto con la cosa significata, spesso i termini tecnici sono presi da un’altra lingua e cultura assieme alle nozioni cui si riferiscono. Per formare il vocabolario tecnico-scientifico di una nuova disciplina, si possono seguire tre vie principali:

Ricorrere al prestito linguistico (più frequenti dal latino, greco e inglese); Ricorrere a vari procedimenti di formazione delle parole (alcuni suffissi e prefissi hanno avuto una particolare diffusione es. -ite, -osi, -oma); Dare un significato nuovo e specifico a parole che già esistono nel lessico della lingua comune o in un vocabolario tecnico già costituito, fenomeno della rideterminazione di vocaboli. I regionalismi. Queste varianti dialettali o regionalismi possono essere dette anche geosinonimi , come dire ‘sinonimi geografici: la stessa cosa si indica con nome diverso, secondo la regione italiana in cui ci troviamo. Abbiamo dei vocaboli comuni a ciascuna delle quattro varietà di italiano regionale, che sono in procinto di entrare nello standard. La varietà lombarda: bigino - traduttore; comuni alle varietà settentrionali: anguria, sberla, lavello, barbone; La varietà toscana: balocchi - giocattoli, bizze - capricci; La varietà romana: burino - rozzo, pupo - bambino; La varietà meridionale: ciecato - cieco, scostumato - maleducato, inciucio -intrigo. Alcuni regionalismi meridionali tendono ad entrare nella varietà romana, come ciecato. La Penisola è stata per lungo tempo divisa politicamente e ciò ha impedito lo sviluppo di una lingua comune a tutti gli italiani. La grande circolazione culturale e linguistica promossa dai mass media e dal processo di industrializzazione del nostro paese ha fatto sì che molti regionalismi si siano diffusi in altre regioni o addirittura siano entrati nella lingua comune. Molti regionalismi sono diventati varianti colloquiali e familiari (schiaffo, sberla, sganassone). Il maggiore sviluppo industriale del Nord Italia ha fatto sì che alcuni vocaboli settentrionali si siano diffusi mediante il linguaggio pubblicitario diventando quasi termini tecnici (lavello). Bisogna riconoscere che la differenziazione fra una regione e l’altra riguarda anche parole del lessico fondamentale: essere / stare, avere / tenere. Esistono inoltre regionalismi semantici: parole che hanno forma uguale ma diverso significato in una data varietà regionale e nella lingua comune (stagione al sud significa estate). Quando entrano nel lessico italiano possono essere considerati neologismi. Le varietà sociali. Le diversità che esistono tra gruppi e classi sociali si riflettono anche nella lingua, le varietà sociali riguardano anche il lessico e dipendono da cinque fattori: Età: il linguaggio giovanile è infarcito di neologismi e mode linguistiche; Sesso: nell’intonazione e nella velocità del parlare si notano talvolta differenze tra donne e uomini; Provenienza del parlante: nella situazione italiana varianti regionali e varianti sociali sono strettamente legate tra loro; Classe sociale ed economica: di norma i ceti medio-alti hanno un’acculturazione più sviluppata, i non abbienti tendono ad imitare le abitudini dei ricchi; Livello di istruzione: una persona istruita conosce più parole ed espressioni, le sa usare in modo appropriato secondo la situazione comunicativa. Molti vocaboli registrati nei dizionari sono forniti di indicatori di registro d’uso (es. pop., fam.). Neologismi: (spiegati negli altri appunti) Il passaggio all’uso effettivo dipende da vari fattori: la funzionalità e la necessità del neologismo; il prestigio di cui gode l’individuo o il gruppo sociale che l’ha prodotto; il giudizio di gruppi qualificati di parlanti; la moda. Com’è composto il lessico dell’italiano. Da un punto di vista storico il nostro lessico è formato da tre componenti: Fondo latino: ereditario è costituito da tutte le parole di tradizione popolare e ininterrotta che ci vengono dal latino volgare, è la componente fondamentale; Prestiti: sono l’insieme delle parole tratte da altre lingue, importanti i latinismi cioè parole riprese dal latino per via dotta e rappresentano la componente quantitativamente e qualitativamente più importante dell’italiano moderno; Neoformazioni (o neologismi): veri e propri, sono parole che si sono formate nella nostra lingua da basi già esistenti mediante un mutamento semantico e/o i meccanismi della formazione delle parole.

può parlare di trafila ereditaria e di continuazione ininterrotta, ma si parlerà di trafila dotta, di cultismi o anche di latinismi. Il latino rimane la lingua della cultura e dei dotti in tutta l'Europa; per di più resta la lingua ufficiale della Chiesa cattolica almeno fino al Concilio Vaticano II (1963). Le parole di una tradizione ininterrotta si concentrano particolarmente in campi dell'attività umana di grande importanza per la vita di tutti i giorni. Nel corso del processo, dobbiamo tenere conto anche di un altro elemento: il cambiamento di significato. Facciamo l'esempio di un romano ai nostri giorni: egli capirebbe la parola cavallo perché in latino si aveva caballus, da cui infatti la nostra parola deriva. Ma se gli mostrassimo un cavallo da corsa sarebbe stupito dalla nostra ostinazione a chiamarlo cavallo, in quanto il latino è più facile che sia dotta; se appartiene alla sfera della cultura materiale, aumentano le possibilità che si parli di trafila popolare. Per di più, la particolare natura dell'italiano, che nell'aspetto fonetico delle parole ha conservato molto del latino, in molti casi non rende possibile capire se siamo in presenza di una trafila o dell'altra, come ad esempio il verbo desolare. Allotropi. Esistono dunque due modalità attraverso le quali le parole di origine latina sono presenti nella nostra lingua: attraverso l'uso ininterrotto (trafila ereditaria) oppure attraverso la ripresa successiva (trafila dotta). Esiste poi una terza modalità, che incrocia quelle già descritte: a volte ci si presentano parole che risalgono alla stessa forma latina, ma che presentanp una forma molto diversa e anche significati differenti. Abbiamo a che fare con gli allotropi, ovvero 'con quelle parole che in italiano, ma anche in francese o in altre, si rifanno alla stessa parola latina, ma si presentano in forma diversa'. Partiamo da cerchio (trafila popolare; è la parola circulum che si è lentamente modificata assumendo la forma finale che tutti conosciamo) e circolo (di trafila dotta). Il significato più diffuso è molto diverso: 'figura geometrica piana racchiusa in una circonferenza' contro 'associazione di persone'. In altri casi, sul piano semantico, è più semplice trovare un legame tra gli allotropi. Rissa e ressa non indicano la stessa cosa, ma sembrano avere qualcosa in comune. Vi è anche un altro tipo di allotropia: quella in cui si producono due parole che risalgono alla stessa base latina, una attraverso la trafila ereditaria e una come prestito, attraverso un'altra lingua romanza, solitamente francese e provenzale. Si tratta di 'voci latine giunte sino a noi una prima volta direttamente dal latino, e una seconda volta attraverso il francese.

Il prestito linguistico.

Le parole straniere che entrano in una lingua in seguito a fenomeni di interferenza tra sistemi linguistici vengono definite come 'prestiti'. Nelle lingue, quando una parola entra può fare di tutto, ma non viene restituita, almeno nel senso letterale del termine. Il prestito è una delle modalità di arricchimento del lessico della nostra lingua; l'importazione di parole straniere è una delle componenti fondamentali del lessico italiano. In fondo, i cultismi non sono altro che prestiti, con la precisazione che si tratta di prestiti da lingue estinte anziché da lingue viventi. Il fenomeno chiama in campo fattori extralinguistici, vale a dire fenomeni sociali, economici, culturali, storici e di costume. Il bilinguismo ha determinato gli scambi di parole tra lingue, soprattutto nel passato, quando gli scambi tra persone erano in genere diretti. Anche oggi, il fattore umano è tutt'altro che finito: la massiccia diffusione di neologismi inglesi dell'informatica si deve senza dubbio anche al fatto che il gruppo sociale che si occupa di informatica in Italia di fatto bilingue. Lo sviluppo del turismo di massa, determina anch'esso non trascurabili riflessi linguistici, almeno nella disponibilità mentale all'apertura alle lingue e alle culture diverse dalla propria. Oltre al contatto diretto tra parlanti lingue diverse, oggi gioca un ruolo fondamentale lo sviluppo dei media e delle lingue trasmesse, in cui l'interazione paritaria tra parlanti non è più necessaria; un fattore non trascurabile è poi la corrispondenza via mail. Bisogna tenere conto del prestigio: la lingua sentita dal parlante come più prestigiosa è quella che dà più prestiti alla lingua sentita come meno prestigiosa, ma occorre sottolineare che il rapporto, per quanto possa essere squilibrato, è quasi sempre reciproco, come lo è ad esempio tra latino e greco. Si ha prestito linguistico quando una lingua A usa e finisce per assumere un tratto linguistico presente in una lingua B.

Questo processo di cattura e il tratto linguistico s’indicano con lo stesso termine: prestito. I vocaboli possono essere presi nella loro forma originaria oppure possono essere adattati alla fonologia e alla morfologia dell’italiano. Il parlante comune riconosce soltanto il prestito non integrato, che si distingue da una parola italiana per l’aspetto esteriore e non riconosce il prestito integrato. Tipo particolare di prestito è il calco ,(una parola italiana può anche cambiare sotto l'influsso di una lingua straniera, sviluppando forme e significati non originari) di cui abbiamo due varietà principali: calco semantico: quando una parola italiana assume un nuovo significato prendendolo da una parola straniera, il fenomeno si attua perché le due parole avevano in comune un significato e/o una somiglianza formale; calco traduzione: con materiali italiani si forma un nuovo composto traducendo alla lettera gli elementi di un composto di una lingua straniera (grattacielo, skycraper). Bilinguismo, situazione in cui gli stessi parlanti fanno uso di due lingue. Il prestito dipende dal prestigio di una lingua e del popolo che la parla, ma può dipendere anche dal modo in cui l’una o l’altra sono considerati. Prestito di necessità e prestito di lusso: il primo si ha quando prendiamo la parola insieme al referente (un oggetto, un’idea); il secondo ha un fine stilistico e serve ad evocare una civiltà, una cultura, un modo di vita considerati prestigiosi (premier, sequel). Origine prestiti: Origine germanica: -ingo, -ardo, -aldo; francese: -iere; greco: -essa, -ista, -ismo, - izzare. Gli islamismi Lingue così diverse vengono messe insieme perché, più che di apporti delle singole lingue, si dovrà parlare di un complessivo rapporto islamico, facendo riferimento a un criterio culturale, più che linguistico in senso stretto: "Se la lingua di intermediazione fu ora l'arabo ora il persiano ora il turco, la cultura di cui tali strumenti linguistici si fecero portatori non può esser considerata rigorosamente nazionale, dunque rispettivamente 'araba, 'persiana', 'turca'" (Mancini 1992). Per questo motivo è culturalmente più rispondente alla realtà definire questi prestiti "islamismi". Una seconda precisazione si impone: da un punto di vista moderno non si faceva alcuna differenza tra Oriente slavo, greco e arabo (Mancini). Premesso ciò, l'influenza dell'arabo sull'italiano e si suoi dialetti è stata fortissima all'apice della civiltà islamica e si è ridotta quasi a zero nei secoli successivi. Non si tratta solo del dominio politico su parte dell'Europa, ma anche di intensi scambi commerciali tra le sponde del Mediterraneo e di un influsso intellettuale direttamente legato al livello del grande splendore della speculazione filosofica e scientifica del mondo arabo medievale. Gli ambiti di scambio di prestito sono due: quello legato al commercio e alla navigazione e quello legato alle scienze e alla medicina. Riguardo al primo, oggi non ci rendiamo conto del fatto che usiamo nomi di piante provenienti dall'arabo, che vi sono termini arabi nella navigazione e nella marineria. Quanto al secondo aspetto, la lingua della matematica deve molto al lessico arabo, a cominciare proprio dal nome dell'algebra. Successivamente, il flusso di arabismi si prosciuga per secoli. Tuttavia negli ultimi anni i media hanno diffuso una serie di parole legate all'attualità, spesso tragica (qui parliamo di neoislamismi). Il punto di svolta è da individuare nella rivoluzione islamica iraniana del 1979 che cambiato il mondo moderno. Torniamo ai secoli passati. L'influsso turco è molto più debole di quello dell'arabo, ma non certo insignificante, soprattutto nel campo della gastronomia e dell'alimentazione: yogurt, sorbetto, caffè, caviale. L'influsso persiano si esercita anch'esso sia direttamente sia attraverso il tramite dell'arabo, come spinaci, azzurro, gelsomino. Gli ebraismi Il contributo dell'ebraico alla lingua e alla cultura italiana va ripartito in due filoni, quello biblico e quello posteriore alla diaspora del popolo di Israele. Il primo è un contributo indiretto, mediato dalle due lingue classiche; in ogni caso, il peso esercitato dalla Bibbia è indiscutibilmente enorme in tutta l'Europa, e la nostra lingua non fa eccezione alla regola. Le traduzioni della Bibbia oggi circolanti dipendono in genere da un testo latino chiamato Vulgata, dovuto a San Girolamo, in cui compaiono alcuni ebraismi che poi si sono diffusi entrando a far parte del vissuto quotidiano popolare: amen,osanna, messia ecc.

I germanismi, rispetto ai forestierismi, entrano in un periodo in cui i volgari italiani erano ancora nella loro prima fase di formazione , sono piuttosto una vera e propria componente di base del lessico italiano, seconda solo al latino. Il termine germanismo si riferisce alle lingue germaniche, famiglia di lingue di origine indoeuropea. Da questi si distinguono i tedeschismi (dall’IX sec.), prestiti ripresi dal tedesco, lingua del gruppo occidentale delle lingue germaniche. Nell’epoca moderna la lingua tedesca ha dato all’italiano vari termini del lessico intellettuale come morfologia, stilistica. Grecismi e arabismi Grecismi entrati quando l’impero romano d’oriente, con capitale Bisanzio (Istanbul), esercitava il suo dominio su varie parti della Penisola contrastando i Longobardi a nord. Soltanto nel 1071 la conquista di Bari da parte di Roberto il Guiscardo porrà fine alla dominazione bizantina in Italia. La lingua ufficiale era un’evoluzione del greco classico: Grecismi: galea, gondola, anguria, basilico, invidia, duca, catasto.. Gli arabi hanno dominato per secoli il bacino del mediterraneo, dall’827 al 1070 hanno occupato la Sicilia, da dove sono stati cacciati dai normanni, ma non si fusero mai con le popolazioni vinte. Arabismi: arancia, limone, carciofo, melanzana, spinaci, zafferano, zucchero, cotone, dogana, tariffa, zecca, arsenale, darsena, libeccio, scirocco. Gli arabi coltivarono varie discipline e tecniche, Nel XVI sec. voci provenienti dall’arabo e dal persiano, passando per il turco entrarono in italiano: alcool, caffè, sorbetto, turbante, divano. Francia e Italia. Gallicismi: vocaboli che la nostra lingua ha preso dal francese sia antico che moderno (francesismi) sia dal provenzale antico (provenzalismi). Il primo influsso della lingua francese antica cominciò con la presa di Pavia (774) da parte di Carlo Magno, re dei Franchi. Parlavano sia francone (lingua germanica) sia il francese. A partire dal 1074, i normanni, popolo germanico del nord, che faceva uso della lingua francese, occuparono l’Italia meridionale, liberando la Sicilia dal dominio arabo e fermandosi lì per circa due secoli. Francesismi: cavaliere, scudiere,bottino, dardo, stendardo, fermaglio, gioiello, levriere, sparviere, derrata, dozzina, ostello, viaggio, pensiero e preghiera. Notevole influsso esercitato dal francese antico sull’italiano, suffissi -iere, -aggio si sono sviluppati autonomamente nella nostra lingua, producendo derivati. Suffisso franco -ardo, provenzale all’orgine di -anza ed -enza. Francesismi nel lessico di base sono: bisogno, giorno, mangiare. La presenza della lingua francese torna ad imporsi nel XVIII sec. quando la Francia diventa il centro culturale d’Europa. Molti francesismi entrano durante l’illuminismo: ragione, progresso, fanatismo, pregiudizio, sentimento, sensibilità. Numerosi vocaboli riguardano la politica: consiglio di stato, costituente, dispotismo, patriota; l’economia: concorrenza, monopolio; moda: flanella; cibi: cotoletta, filetto. Calchi traduzione: belle arti, colpo d’occhio; calchi semantici: ascendente, conquisa (amorosa). Molti termini del vocabolario politico francese sono latinismi (o grecismi), che hanno assunto un significato moderno nella Francia rivoluzionaria: opposizione, conservatore, liberale, radicale. Questi vocaboli giunti con il francese hanno origine in Inghilterra. Iberismi. Iberismi: vocaboli che provengono dalle diverse lingue iberiche (Iberia nome lat. Spagna), vale a dire ispanismi (spagnolismi o castiglianismi), catalanismi, portoghesismi (lusitanismi). L’influenza della Spagna sull’Italia si manifesta in luoghi e tempi diversi. Nel XV secolo Napoli fu soggetta a una dominazione aragonese; dalla pace d Cateau-Cambresis (1559) alla pace dei Pirenei (1659), buona parte della Penisola fu sotto il dominio della corona spagnola; il Regno delle due Sicili, durato fino al 1861, fu governato dallo stesso ramo dei Borboni che a quell’epoca governava anche la Spagna. Iberismi: baciamano, complimento, creanza, etichetta, sfarzo, baia, cala, flotta, parata, zaino, vigliacco, lazzarone. Calchi semantici: flemma, signore. Lo spagnolo ha portato in Italiano anche vari esotismi: amàca, cacao, cioccolata, mais, patata, uragano. Meno numerose le parole portoghesi entrate in italiano: casta, marmellata. Tramite di alcuni esotismi: bambù, banana, mandarino, pagoda, samba.

Latinismi. Le parole popolari vengono dal latino volgare e hanno una tradizione ininterrotta. Il lungo uso ne ha più o meno modificato l’aspetto esteriore. Le parole dotte (o latinismi) ricompaiono dopo secoli di silenzio. I latinismi sono un tipo particolare di prestito, si producono all’interno di una cultura che per molti secoli ha proceduto parallelamente allo svolgersi della cultura italiana. Conservano più fedelmente l’originaria forma latina (ciò si vede bene negli allotropi). I latinismi sono poi entrati nella lingua comune, sostituendo vecchie parole. A partire dal ‘700, molti latinismi (e grecismi) ci vengono dal francese e dall’inglese, lingue che hanno ripreso molti vocaboli che riguardano i settori delle scienze e della tecnica, della filosofia, dell’economia, della politica, si può parlare di un lessico europeo di carattere intellettuale. Le parole inglesi Durante il ‘700 e l’800 l’influsso dell’inglese sul nostro lessico è per lo più mediato dal francese, può accadere che un vocabolo inglese sia pronunciato alla francese ancora all’inizio del ‘900. L’interesse per le istituzioni politiche inglesi, la fortuna del romanzo storico e della stampa periodica inglese nel primo ‘800, sono tre importanti fattori di quell’anglomania, che si manifesta anche in altri settori: il commercio, le tecniche e la moda. anglo-latinismi entrati nel ‘700: adepto, immorale, imparziale, insignificante; entrati a fine ‘800: acquario, idrante, selezione; attorno al 1920: inflazione. Tale influsso si accresce nel ‘900, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, quando l’Italia è invasa da mode provenienti dagli Stati Uniti. Anglo-americano: varietà dell’inglese, con proprie caratteristiche di pronuncia e con alcune particolarità lessicali. Gli anni del dopoguerra segnano una profonda trasformazione del nostro Paese: passaggio da un’economia agricola a un’economia prevalentemente industriale, rapida urbanizzazione, espansione economica, sviluppo delle comunicazioni di massa. L’inglese ha un ruolo di primo piano nel fornire a un Paese in rapida evoluzione vocaboli, espressioni, nomenclature, comportamenti linguistici. La derivazione da basi inglesi con suffissi italiani indica che l’anglismo è stato integrato nella nostra lingua: manager — manageriale, bar — barista, sponsor — sponsorizzare. Questi sono esempi di neologismi combinatori. I prestiti italiani nelle altre lingue. I rapporti tra culture differenti possono anche essere squilibrati negli apporti numerici, ma sono sempre reciproci. Di conseguenza, anche le altre lingue europee sono raggiunte da vari italianismi, che si dispiegano in relazione ai diversi ambiti. I calcoli esatti sul numero di prestiti italiani nelle singole lingue sono difficili e non sempre è possibile discriminare gli italianismi trasmessi direttamente dall'italiano a un'atra lingua e quelli irradiati attraverso altre lingue, la lingua più interessata all'afflusso di prestiti italiani è senza dubbio il francese (Serianni). L'arte e la musica italiane dei secoli passati, più della letteratura, esercitano un forte influsso culturale, e in questo caso anche linguistico: adagio, allegro, crescendo, tenore ecc. Sono italianismi recenti ormai diffusissimi in tutte le lingue il saluto ciao, l'esclamazione bravo, alcuni nomi di cibi. Naturalmente, dato che la storia del lessico è complessa e a volte sorprendente, può capire che le parole migrino dall'Italia ad altri luoghi e vi facciano poi ritorno.

Semantica.

La semantica è la parte della linguistica che studia il significato delle parole, degli insiemi di parole, delle frasi e dei testi. Il termine semantica fu coniato soltanto nel 1883 dal linguista francese M. Bréal. Si hanno 23 definizioni di significato: un primo gruppo è di tipo referenziale, si fondano su concetti e su basi psicologiche,un’immagine mentale, un’idea; altre si riferiscono a modelli comportamentali, es. il linguista americano L. Bloomfield ricostruisce il significato attraverso le situazioni in cui si producono dei messaggi e le reazioni che essi provocano nell’ascoltatore; Le definizioni contestuali o operazionali si fondano sull’uso. Si distinguono vari tipi di significato: Significato denotativo: significato descrittivo di base; Significato connotativo: costituito dai valori emotivi e dalle associazioni evocate da una parola, variano da persona a persona; Significato linguistico: somma di significato denotativo e connotativo di un segno;

sistema. Ch. Bally, discepolo di Saussure, sviluppò la dottrina del maestro giungendo al concetto di campo associativo di parole, in una lingua si costituiscono degli insiemi di parole e di espressioni i cui significati sono tra loro solidali e si integrano a vicenda. Simile è la concezione del campo semantico, sviluppata dal linguista tedesco J. Trier. Il campo semantico è una specie di mosaico, ogni parola corrisponde ad una tessera, è un sottosistema lessicale, cioè un insieme strutturato di parole che si condizionano a vicenda e rimandano ad uno stesso concetto. L’analisi dei campi semantici deve affrontare due problemi di fondo: 1) le singole parole hanno spesso più di un significato e non è sempre facile stabilire quale delle varianti debba rientrare nell’analisi del campo; 2) è difficile delimitare il campo stesso, cioè distinguere nettamente tra le parole che ne fanno parte e quelle da escludere. L’analisi componenziale L’analisi semica o componenziale è l’analisi dei componenti del significato. Scompone il significato di una parola in elementi minimi, detti tratti semantici o sèmi. Ciascuna parola può essere individuata da un insieme di proprietà, fascio di tratti semantici, il quale è detto semèma. Si scompongono i significati dei diversi lessemi confrontandoli con altri per cercare di capire in che cosa differiscono i rispettivi significati. L’analisi componenziale deve essere economica e universale: deve descrivere il lessico con pochi tratti e individuare tratti che si ritrovano in un ampio numero di lingue. Problemi di fondo: il lessico è un insieme aperto, manca un’analisi esauriente; stabilire quanti tratti vanno inclusi nella descrizione del significato di un determinato lessema. Metafora e metonimia Hanno un ruolo importante nei mutamenti diacronici del significato. La metafora è stata vista come un procedimento in cui avviene la modifica di un tratto semantico di selezione. Punti principali della teoria cognitiva della metafora: Fa parte della lingua quotidiana, va considerata un aspetto principale del linguaggio umano; riguarda il nostro modo di ragionare, il nostro stesso pensiero è metaforico; mette in relazione due ambiti della nostra esperienza, stabilendo corrispondenze sistematiche tra i due domini cognitivi. La metonimia è considerata un procedimento largamente presente nel parlare quotidiano, al di là di una semplice figura retorica. Vi è quando un aspetto facile da percepire, comprendere o ricordare viene a rappresentare l’intero oggetto, oppure, quando una prima entità sta ad indicare una seconda a cui è legata tramite una relazione di contiguità. La differenza fondamentale tra metafora e metonimia risiede nel fatto che la metafora comporta un trasferimento da un dominio cognitivo all’altro, basato sulla similarità dei due ambiti dell’esperienza; con la metonimia, invece, si rimane nello stesso dominio cognitivo. Tipo particolare di metonimia è la sinèddoche. Il cambiamento semantico. Accade spesso che l’apparizione di un nuovo significato non comporti la scomparsa del vecchio. In effetti molte parole hanno più di un significato, questo fenomeno si chiama polisemia. Fin dall’antichità i mutamenti di significato sono stati descritti sulla base di figure retoriche, approfonditi dalla linguistica moderna: Metafora è alla base del mutamento semantico che avviene per la similarità dei significati (gru uccello-macchina); Metonimia è alla base del mutamento che avviene per contiguità dei significati (coxa anca-coscia perché parti contigue); Sineddoche; Restringimento (da iperonimo a iponimo) e allargamento di significato (da iponimo a iperonimo); Mutamenti dovuti a fattori formali, riguardanti il significante: Ellissi, quando una combinazione abituale di parole si riduce (via stata - via lastricata - strada) Etimologia popolare (o paretimologia) è una pseudo-etimologia, cioè la sostituzione, operata dai parlanti, di una parola poco conosciuta o poco chiara con un’altra parola più comune che presenta delle somiglianze dal punto di vista fonologico; I fattori sociali spesso intervengono nel cambio semantico (es. la diffidenza verso gli stranieri): Miglioramento e peggioramento di significato; Mutamento di status che riguarda le denominazioni di professioni, strati e gruppi sociali, dipende dal

continuo sviluppo della società (caballarius scudiere - cavaliere); Con il prestigio linguistico si hanno mutamenti di significato che comportano il sorgere di connotazioni negative (vandalo); Fattori di tipo pragmatico: Titoli e appellativi tendono a perdere il loro valore originario. Alla base di questo scadimento semantico vi è il principio di cortesia, che ci porta ad usare titoli più alti rispetto al rango reale dell’interlocutore (signore); Eufemismo, a volte è anche frutto dell’ironia; Uso disfemico, per un fine espressivo e ludico, parole dal significato negativo vengono esate per indicare un referente neutro; Understatment, sorta di sottotono, si tende a minimizzare e attenuare ciò che si afferma (contrario di disfemismo); Umanizzazione si ha quando una parola, prima usata solo in riferimento a un animale, viene ad indicare parti del corpo; deumanizzazione, si ha con espressioni come braccio del lampadario. Nei casi in cui il significato originario si perde abbiamo un semplice mutamento semantico, se permane è polisemia. Tra le cause del cambiamento di significato si ricordano: quelle storiche e sociali: una parola muta di significato per un particolare evento; influsso straniero: soprattutto mediante il fenomeno del calco; cause psicologiche; cause linguistiche. Studio dell’etimologia e leggi fonetiche. L’etimologia è quel settore della scienza linguistica che studia l’origine e la storia delle parole considerandone l’evoluzione fonetica, morfologica e semantica. Si ricerca l’etimo di una parola, il suo significato vero, reale. Per un linguista di oggi scoprire l’etimologia di una parola significa individuarne l’origine, mettendola in rapporto con un’altra parola di un’altra lingua, dalla quale la prima deriva. Differenziazione tra etimologia prossima (con le lingue vicine) ed etimologia remota (ricostruzione dell’indoeuropeo). L’origine di un vocabolo si può scoprire tramite le leggi fonetiche. Si chiama legge fonetica: la formulazione di un mutamento avvenuto nei suoni di una lingua durante un certo periodo storico. Ogni mutamento fonetico avviene quasi sempre meccanicamente, si compie secondo leggi che ammettono poche eccezioni. Nella ricerca etimologica si deve tener conto anche del significato della parola, che può mutare anche in maniera del tutto imprevedibile. L’etimologia è il frutto dell’analisi linguistica e della ricostruzione dell’ambiente che ha visto nascere il vocabolo o una famiglia di vocaboli. Polisemia Un segno linguistico può avere più significati, tale fenomeno è detto polisemia. Tutte le parti del discorso possono assumere più significati. Cause principali polisemia: Una parola può assumere diversi significati o sfumature di significato secondo i contesti in cui si trova, il fenomeno può avere carattere momentaneo oppure divenire permanente; Una parola (o espressione) può acquistare un significato particolare in un determinato ambiente, presso un gruppo socio-culturale, in una disciplina scientifica, in una tecnica, la parola si specializza; Il linguaggio figurato conferisce ad una parola significati nuovi; L’influsso straniero può attribuire un nuovo significato ad una parola già esistente. La polisemia è un meccanismo fondamentale per il buon funzionamento della lingua, possiamo esprimere più di un significato con una sola parola, realizzando in tal modo un’economia indispensabile per l’efficienza della lingua. Il fatto che una parola abbia più significati può creare ambiguità. Ha importanza il contesto e la qualità dei diversi significati. Esiste una polisemia degli affissi, una grammaticale, una sintattica. L’omonimia Fenomeno collegato alla polisemia. Due o più parole di diverso significato possono avere lo stesso significante, possono essere costituite dalla stessa sequenza di fonemi. Non è una parola unica che nel tempo ha differenziato i suoi significati, ma due parole, inizialmente diverse, che evolvendosi raggiungono una forma identica (Insignat - insegna verbo / Insignia - insegna cartello). Causa principale è la convergenza fonetica. Nella nostra lingua gli omonimi (stesso significante ma diverso significato) sono allo stesso tempo omofoni e omografi, cioè stessa forma fonetica e si scrivono con gli stessi grafemi.

Il parlare come lo scrivere comporta un progetto, che può essere modificato nel corso dell’esecuzione. Il linguaggio è anche controllo delle reazioni dell’interlocutore e di se stessi, autocontrollo. C’è una strategia nel disporre gli argomenti, le frasi: strategia discorsiva. Si parla in molti modi: Italiano comune, italiano regionale, dialetto regionale, dialetto sono le principali realtà linguistiche parlate in Italia. Ogni regione possiede delle realtà intermedie non facili da classificare: il dialetto può essere variamente toccato da regionalismi e da italianismi, può essere più o meno vicino alla lingua comune. Notevole dinamismo sociale, accentuato dalla sempre maggiore diffusione dei linguaggi settoriali. Parliamo diversamente in rapporto a quattro fattori: il nostro interlocutore: può essere una persona conosciuta o non conosciuta, che trattiamo co confidenza o riguardo, queste differenze condizionano una serie di scelte linguistiche; l’argomento di cui si parla: può essere noto o sconosciuto all’interlocutore; il fine che ci si propone: condiziona la scelta delle parole delle espressioni dei tipi di frase e della sintassi; il contesto in cui si svolge l’interazione. Relazioni di ruolo. Si chiamano relazioni di ruolo quegli insiemi di diritti e di doveri reciproci che sono riconosciuti in modo implicito da tutti i componenti di una determinata comunità linguistica. All’interno di quest’ultima, gli interlocutori devono rendersi conto delle relazioni di ruolo che intercorrono fra loro. Errori comunicativi possono compromettere il raggiungimento dei fini che ci si propone. Le relazioni di ruolo sono fondate su determinate regole di comportamento sociolinguistico, che devono essere rispettate nel corso della comunicazione. L’uso dei pronomi personali: il tu reciproco indica relazione paritaria; il tu non reciproco indica relazione non paritaria. Questa scelta linguistica serve ad affermare il proprio ruolo nei riguardi dell’interlocutore e nell’ambito di una determinata comunità linguistica. Mutamenti delle relazioni di ruolo sono indizio di dinamismo sociale. Conoscere una lingua significa conoscerne la grammatica, il lessico, gli usi e le regole sociali. Nessun parlante usa un’unica varietà di lingua. Conoscenza attiva: capacità di comprendere frasi e di produrle; conoscenza passiva: sola capacità di comprenderle. Il repertorio linguistico è l’insieme delle varietà linguistiche possedute da un parlante o da una comunità di parlanti. Variabile sociolinguistica: la gamma di modi diversi di realizzare una certa unità del sistema linguistico, variano con il variare dei fattori sociali. La situazione sociolinguistica italiana è segnata da queste caratteristiche di fondo: le differenze dovute a variazioni geografiche: diatopiche; prevalgono su: differenze di strato sociale: diastratiche; differenze di registri espressivi: diafasiche; mezzo di comunicazione usato: diamesiche. Individui degli strati bassi tenderanno a parlare varietà substandard e/o dialettali. Anche l’argomento trattato condiziona la varietà usata. La commutazione di codice, cioè la capacità di passare da una varietà all’altra del nostro repertorio linguistico avviene in rapporto al contesto comunicativo e secondo le proprie regole. Registri : varietà del codice che dipendono dalla situazione e che si realizzano, non aggiungendo qualcosa al codice, ma piuttosto scegliendo tra le diverse possibilità offerte dal codice stesso. I registri si dispongono in una successione: aulico, colto, formale, medio, colloquiale, informale, popolare, familiare. Mediante i registri si ottengono gli stili di discorso, che riguardano il sottocodice. L’ italiano popolare , varietà individuata agli inizi degli anni’70 e riguardante il parlato degli incolti che aspirano a superare il dialetto e acquisire una varietà linguistica unitaria. Chi ammette l’esistenza dell’italiano popolare, individua la categoria dei semicolti, cioè gli individui alfabetizzati soltanto parzialmente. Esiste una lingua dei giovani, con una dinamica linguistica molto accelerata, carattere ludico, caratetre criptico, ecc.; linguaggio femminile, il rapporto tra usi linguistici e sesso è stato studiato nelgi anni

1970-1990, soprattutto in relazione al problema della parità, si è messo in luce che la lingua possieda un suo sessismo. Concetto di standard Si dice standard una lingua che si è livellata in modo artificiale in seguito ai contatti con altre varietà e all’azione normalizzatrice imposta soprattutto dal potere politico, può essere promosso per ragioni culturali, come in Italia con Bembo. Qualcuno preferisce parlare di lingua comune. Varietà standard è la denominazione usata per una lingua standard normalmente codificata. Da un altro punto di vista la lingua standard si può definire come una varietà che si oppone alla differenziazione sia geografica sia sociale. A tale varietà si riconoscono caratteri come: l’uniformità, la medietà, la normatività, l’asetticità sociale, il prestigio. In effetti i parlanti di livello medio-basso cercano di adottarla come un mezzo per non rivelare la classe sociale di appartenenza. Alcuni hanno parlato di un nuovo standard, conosciuto come neostandard, varietà di lingua semplificata nella morfologia e nella sintassi, disposta ad accogliere tratti del parlato, aperta agli influssi dei linguaggi settoriali, lontana dai modelli della lingua letteraria tradizionale, distinta dalla lingua scritta insegnata a scuola. Confronto tra parlato e scritto. La lingua scritta e la lingua parlata presentano differenze notevoli. Lo scritto si fonda su un progetto e su una elaborazione più accurati. Ciò appare nella disposizione dei contenuti, nella struttura testuale e sintattica, nella scelta dei vocaboli e degli strumenti grammaticali. Inoltre la scritttura possiede la punteggiatura, segnalatrice interna usata per evidenziare i caratteri sintattici, semantici, stilistici del testo, per evidenziare le pause e le tonalità. Anche il parlato ha la sua punteggiatura. Un testo parlato ha in genere minore coesione e coerenza e una minore pianificazione del discorso, è molto legato alla situazione. Nel parlato si ha una segmentazione in frasi brevi, talvolta brevissime, sono semplificate sia la sintassi sia la morfologia, il presente sostituisce il futuro e spesso i tempi passati, il passivo è usato raramente. Il pronome io è più frequente nel parlato. Parole prive di significato: segnali discorsivi, ecco, guarda, sì, ecc. La coreferenza è realizzata soprattutto con la ripetizione delle stesse parole a breve distanza. Vari tipi di parlato. Varie modalità del parlato e dello scritto. La conversazione è caratterizzata dal continuo scambio di ruoli tra emittente e destinatario, tipo di interazione definito parlato-parlato, gran parte del significato dipende dalla situazione. Il monologo, privo di interruzioni, presenta una maggiore coerenza tematica e una maggiore coesione lessicale e sintattica; in alcuni casi si fonda su un testo scritto, di cui riproduce alcuni caratteri. Si tratterà di un parlato non spontaneo, di un recitativo o di uno scritto oralizzato. Lo scritto per esser detto (conferenze, relazioni, comunicati) deve avere delle qualità che ne assicurino la buona ricezione: periodi brevi non complessi sintatticamente, ripetizione soggetto, attenta suddivisione degli argomenti. Parlato- recitando: scritto per esser letto come se non fosse scritto. Alcuni studiosi hanno proposto due distinzioni di base che individuano le circostanze socio-linguistiche peculiari del parlato: basata sul mezzo e sul modo di comunicazione; basate sulla vicinanza e sulla distanza di comunicazione Il mezzo individua una distinzione netta, il modo da luogo ad un continuum tra vicinanza e lontananza. La combinazione di queste variabili da luogo a quattro tipi principali: discorso orale spontaneo; discorso orale preparato; lettera informale; saggio letterario o scientifico. Fenomeni del parlato L’anacoluto: alterazione della struttura sintattica normale, più precisamente nella successione di due costrutti posti nella stessa frase, il primo rimane sospeso cosicché il senso complessivo della frase è svolto dal secondo costrutto. Nella lingua parlata si ricorre di frequente a frasi sintatticamente marcate, cioè frasi che presentano un ordine dei loro costituenti diverso da quello normale.

lingue romanze: continue trasformazioni il primo da origine alle seconde. Morte del latino: avvenuta a fine VII sec. Dopo si apre un periodo di transizione in cui si hanno le prime testimonianze delle lingue romanze. Anche il latino scritto subì un’evoluzione, per influsso del latino volgare, cristiano e della lingua greca, si era giunti al latino tardo, che è alla base del latino medievale: queste due varietà presentano un’alterazione delle strutture fonologiche, morfosintattiche e lessicali. A partire dal VI sec. si sono prodotti testi scritti in un latino incerto e imbarbarito. Reazione a questo declino fu la rinascenza carolingia; Carlo Magno impose come lingua ufficiale (dell’amministrazione e della letteratura) un latino restaurato, molto vicino a quello classico: il latino carolingio. Il latino medievale è una lingua di grande comunicazione in ambito culturale, politico-amministrativo ed ecclesiastico, strumento delle persone colte. Vi confluiscono più tradizioni, presenta qualche diversità da una zona all’altra dell’Europa, ciò dipende dal vario influsso delle diverse lingue nazionali. Funge anche da modello per tali lingue, dà molti vocaboli: i latinismi (B. Migliorini). A partire dal II sec. d.C. il cristianesimo ha esercitato un influsso notevole sull’evoluzione del latino. Il latino dei cristiani rappresenta una “lingua speciale”, di gruppo, con vocaboli attinenti alla nuova religione, per lo più grecismi che hanno cambiato il loro significato primitivo assumendone un altro. Il latino umanistico, si afferma nel XV sec., nasce da un’intensa attività di revisione e di risanamento del latino medievale, riportato alle forme del periodo classico (Elegantiae di Lorenzo Valla). Il latino continuò a vivere come lingua della Chiesa, della diplomazia e della scienza. Le lingue romanze Il latino tendeva ad evolversi e a differenziarsi da provincia a provincia dell’Impero per varie cause: i conquistatori provenivano da diverse regioni d’Italia, diversità di partenza; la lingua importata, il latino volgare, presentava qualche diversità, a seconda dell’epoca in cui era avvenuta la conquista; il contatto con le lingue dei popoli sottomessi era causa di nuovi mutamenti. Nuovi fattori di differenziazione si affermano più tardi. La diffusione del Cristianesimo, le invasioni barbariche. Il territorio si frantumò in più regni dominati da varie stirpi di Germani. I particolarismi linguistici delle varie zone della Romània si svilupparono maggiormente, sia per le condizioni di isolamento, che per l’influsso delle lingue germaniche. In seguito alle invasioni il latino scomparve da alcune regioni: Africa, Europa centrale, Inghilterra, parte dei Balcani; in altre zone si differenziò, circa 11 rami principali: portoghese, spagnolo, catalano, provenzale, franco-provenzale, francese, sardo, ladino, italiano, dalmatico, rumeno. Rumeno - Balcano-romanzo Dalmatico - Italo-romanzo Italiano Sardo Ladino Francese - Gallo-romanzo Franco-provenzale Provenzale (e Guascone) Catalano - Ibero-romanzo Spagnolo Portoghese I confini fra un raggruppamento ed un altro non sono sempre ben delineati. Per la classificazione delle lingue, criteri: tipologia linguistica, le lingue romanze sono tipologicamente diverse tra loro, hanno diversa base tipologica; fenomeni di conservazione con i rispettivi fenomeni di innovazione. Sostrato è quella lingua alla quale, in un’area determinata, si è sovrapposta e sostituita una lingua diversa, per effetto della conquista militare o del predominio politico-economico e culturale. Superstrato : lingua che in una determinata area si sovrappone, senza sostituirla, a un’altra lingua già esistente, per motivi di conquista o per il prestigio culturale e politico. Adstrato : contatti reciproci tra lingue esistenti in uno stesso territorio, es. lat. e gr. in Italia meridionale.

L’italiano e i dialetti.

In tutto il mondo romanzo il latino volgare non si è diviso in lingue, ma in una molteplicità di dialetti che si possono raggruppare in famiglie e sottofamiglie. in vari periodi lo svolgersi degli eventi ha fatto si che in varie zone della Romània singoli dialetti emergessero e si imposero su altri dialetti, diventando grandi lingue nazionali. così in Italia il dialetto fiorentino del 300 è diventato la lingua italiana, in Francia il dialetto franciano è diventato la lingua francese, in Spagna il dialetto castigliano è all’origine della lingua spagnola. Differenza tra dialetto e lingua. Le lingue e i dialetti romanzi derivano entrambi dal latino, sono entrambi sistemi linguistici complessi e variamente articolati. i nostri dialetti riflettono tradizioni e culture particolari, hanno un loro lessico e una loro grammatica. Dialetto : è usato in un area più circoscritta rispetto alla lingua la quale invece diffusa in un area più vasta. Le opere delle tre corone diedero un grande prestigio al fiorentino del 300, la sua importanza fu definitivamente sancita dal veneziano Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525) in Francia e in Spagna fu il potere di quelle monarchie a imporre e diffondere il dialetto usato dalla corte: nacque così una lingua dello stato e dell’amministrazione. Una lingua parlata si espande su un area geografica più ampia, diventa lo strumento della classe dominante, è usata dai letterati, dagli organi del potere centrale e dall’amministrazione, acquista una norma stabilita dai grammatici ed è insegnata nella scuola: ciò differenzia la lingua dal dialetto. I fattori di carattere sociale he distinguono la lingua dal dialetto sono: la lingua subisce una codificazione, cioè opera delle scelte tra forme concorrenti e quindi propone dei modelli; di solito nel dialetto tale processo non avviene; la lingua possiede un uso scritto, che manca per lo più nei dialetti; la lingua gode di un prestigio sociale superiore a quello dei dialetti; la lingua ha acquistato una dignità culturale superiore a quella dei dialetti; la lingua è il simbolo di un identità nazionale, diversa dall’identità locale espressa da un dialetto. Queste distinzioni non sono sempre e ovunque presenti (il veneto e il napoletano). Il termine dialetto indica due diverse realtà: Un sistema linguistico autonomo rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali e una storia distinti rispetto a quelli della lingua nazionale; Una varietà parlata della lingua nazionale, varietà dello stesso sistema; ovviamente tali dialetti hanno gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale. Lingua Nazionale: sistema linguistico (o la varietà di un sistema linguistico) adottato da una comunità, che costituisce una nazione, come contrassegno del proprio carattere etnico e come strumento dell’amministrazione, della scuola, degli usi ufficiali e scritti. In Italia la maggior parte delle persone che parlano un dialetto hanno le capacità di passare alla lingua (o ad una varietà intermedia). Questa capacità è detta bilinguismo , cioè la compresenza di due varietà linguistiche diverse nel repertorio linguistico. Il passaggio dal dialetto alla lingua e da questa al dialetto dipende dalla situazione in cui si svolge lo scambio comunicativo. Ai giorni nostri l’immagine del dialetto contrapposto alla lingua è fuorviante. infatti il processo di italianizzazione dei dialetti (il progressivo assorbimento da questi nella lingua comune) spiega perché sia necessario di parlare almeno di 4 varietà linguistiche:italiano comune, italiano regionale, dialetto regionale, dialetto. Italiano regionale : una varietà di italiano che possiede delle particolarità regionali, avvertibili nella pronuncia e parzialmente nelle scelte lessicali. In Italia si distinguono 4 macro-varietà regionali: Settentrionale, Toscana, Romana, Meridionale. Vi sono poi varietà regionali minori (Sardo). Queste sono nate a causa della diffusione dell’italiano nei dialetti, che è cominciata per lo più dopo l’unità d’Italia e si è sviluppata a partire dall’ultimo dopoguerra. Dialetto regionale: varietà del dialetto che ha subito l’influsso dell’italiano regionale su uno o più livelli (fonologico, lessicale,morfologico e sintattico). Questi influssi determinano la nascita di entità intermedie nel continuum lingua-dialetto quindi: le interferenze del dialetto sull’italiano hanno portato alla nascita degli italiani regionali, che sono diversificazioni regionali della lingua standard; le interferenze dell’italiano sul dialetto hanno portato alla nascita dei dialetti regionali, che sono italianizzazioni del dialetto di base. Questa situazione di plurilinguismo presente in Italia è caratterizzata da un crescente processo di