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linguaggio e cultura, Tesine universitarie di Sociolinguistica

tesina in sociolinguistica contemporanea

Tipologia: Tesine universitarie

2017/2018

In vendita dal 18/03/2018

alessandra-roggi
alessandra-roggi 🇮🇹

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SOCIOLINGUISTICA (L-LIN/02)
Linguaggio e cultura
I . Le origini del linguaggio
L'homo sapiens sapiens è apparso in Europa durante il Paleolitico superiore, forse migrando
dall'Africa, circa 42.000 anni fa. Gli elementi che distinguono la specie umana attuale (appunto
quella discendente dall' homo sapiens sapiens) dalle altre specie di ominidi e di animali sono la
capacità di creare e usare strumenti, di produrre ed utilizzare il fuoco, di inventare ed utilizzare un
linguaggio. È vero che molti animali comunicano tra di loro grazie ad un “linguaggio” anche assai
complesso, tuttavia i linguaggi umani presentano una varietà non riscontrabile in alcun'altra specie
animale o protoumana. Se, sostengono antropologi ed etnologi – e come afferma pure Malinowski
– la cultura comprende beni, artefatti, idee, processi tecnici, tradizioni, abitudini e valori trasmessi
socialmente, la cultura medesima sarebbe inconcepibile senza il linguaggio. Forse consapevoli di
ciò, gli uomini si sono sempre interrogati sulle origini del linguaggio, poiché dall'interconnessione
necessaria uomo-linguaggio deriva la seguente implicazione: scoprire con relativa certezza (o
minima approssimazione) l'origine del linguaggio equivale a svelare il mistero della “creazione
umana”. Filosofi, glottologi, antropologi, storici, neuropsichiatri, ecc. da secoli cercano di
comprendere da dove derivino le tante lingue parlate sulla Terra (attualmente stimate in
cinquemila). Le ipotesi sono sostanzialmente un paio: l'ipotesi monogenetica e l'ipotesi
poligenetica. La prima di esse sostiene che le lingue attuali provengano tutte per differenziazione da
un'unica lingua, la seconda invece propugna la pluralità dei ceppi linguistici originari. Certamente
le migliaia di lingue attualmente parlate sono il risultato di un processo di differenziazione
linguistica avvenuto nel passato, nel corso degli ultimi millenni. L'evoluzione della lingua è
rapidissimo, assai più veloce dell'evoluzione genetica. Si calcola che quando una popolazione
omogenea si separa, magari per effetto di una migrazione, basta che trascorra solo un millennio
affinché i due tronconi di quel gruppo umano parlino due lingue reciprocamente incomprensibili,
nonostante, magari, sussistano ancora rilevanti somiglianze genetiche. Da questa constatazione
deriva il seguente assunto: l'ammissibilità teorica del processo di differenziazione da basi
linguistiche omogenee, produce la plausibilità dell'ipotesi unitaria. Ammettere che certamente è
avvenuta in talune circostanze storiche questo tipo di differenziazione linguistica rafforza dunque la
tesi innatista la quale ebbe come propugnatori celebri Aristotele1 e Cartesio, che la legavano e la
giustificavano alla luce della teoria della natura innata della conoscenza. In epoca contemporanea
Noam Chomsky, fondatore della scienza cognitiva, ha indicato una serie di analogie riscontrabili in
tutte le lingue. Tali similitudini di fondo presupporrebbero l'esistenza di una “grammatica
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1 Cfr. G. Mounin, Storia della linguistica. Dalle origini al XX secolo, Feltrinelli, Milano 1989, pp. 81-82.
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SOCIOLINGUISTICA (L-LIN/02)

Linguaggio e cultura I. Le origini del linguaggio L' homo sapiens sapiens è apparso in Europa durante il Paleolitico superiore, forse migrando dall'Africa, circa 42.000 anni fa. Gli elementi che distinguono la specie umana attuale (appunto quella discendente dall' homo sapiens sapiens ) dalle altre specie di ominidi e di animali sono la capacità di creare e usare strumenti, di produrre ed utilizzare il fuoco, di inventare ed utilizzare un linguaggio. È vero che molti animali comunicano tra di loro grazie ad un “linguaggio” anche assai complesso, tuttavia i linguaggi umani presentano una varietà non riscontrabile in alcun'altra specie animale o protoumana. Se, sostengono antropologi ed etnologi – e come afferma pure Malinowski

  • la cultura comprende beni, artefatti, idee, processi tecnici, tradizioni, abitudini e valori trasmessi socialmente, la cultura medesima sarebbe inconcepibile senza il linguaggio. Forse consapevoli di ciò, gli uomini si sono sempre interrogati sulle origini del linguaggio, poiché dall'interconnessione necessaria uomo-linguaggio deriva la seguente implicazione: scoprire con relativa certezza (o minima approssimazione) l'origine del linguaggio equivale a svelare il mistero della “creazione umana”. Filosofi, glottologi, antropologi, storici, neuropsichiatri, ecc. da secoli cercano di comprendere da dove derivino le tante lingue parlate sulla Terra (attualmente stimate in cinquemila). Le ipotesi sono sostanzialmente un paio: l'ipotesi monogenetica e l'ipotesi poligenetica. La prima di esse sostiene che le lingue attuali provengano tutte per differenziazione da un'unica lingua, la seconda invece propugna la pluralità dei ceppi linguistici originari. Certamente le migliaia di lingue attualmente parlate sono il risultato di un processo di differenziazione linguistica avvenuto nel passato, nel corso degli ultimi millenni. L'evoluzione della lingua è rapidissimo, assai più veloce dell'evoluzione genetica. Si calcola che quando una popolazione omogenea si separa, magari per effetto di una migrazione, basta che trascorra solo un millennio affinché i due tronconi di quel gruppo umano parlino due lingue reciprocamente incomprensibili, nonostante, magari, sussistano ancora rilevanti somiglianze genetiche. Da questa constatazione deriva il seguente assunto: l'ammissibilità teorica del processo di differenziazione da basi linguistiche omogenee, produce la plausibilità dell'ipotesi unitaria. Ammettere che certamente è avvenuta in talune circostanze storiche questo tipo di differenziazione linguistica rafforza dunque la tesi innatista la quale ebbe come propugnatori celebri Aristotele 1 e Cartesio, che la legavano e la giustificavano alla luce della teoria della natura innata della conoscenza. In epoca contemporanea Noam Chomsky, fondatore della scienza cognitiva, ha indicato una serie di analogie riscontrabili in tutte le lingue. Tali similitudini di fondo presupporrebbero l'esistenza di una “grammatica

1 Cfr. G. Mounin, Storia della linguistica. Dalle origini al XX secolo , Feltrinelli, Milano 1989, pp. 81-82.

universale” innata composta di poche regole utili a collegare un numero esiguo di fonemi emessi dagli organi vocali umani. Da questa sintassi-grammatica universale si svilupperebbero, poi, per differenziazione secondaria, le grammatiche delle singole lingue con tutte le rispettive specificità semantiche.

II. Le funzioni e le forme del linguaggio Il linguaggio svolge sia una funzione cognitiva, sia una funzione comunicativa. Le operazioni fondamentali del pensiero umano entro cui si estrinseca l'operazione cognitiva, corrispondono ciascuna alle strutture del linguaggio. “Pensare” una cosa ancor prima di esprimere il pensiero verbalmente, significa “nominare” la medesima; ogni pensiero razionale stabilisce in primis sempre un rapporto biunivoco tra significante e significato. Il linguaggio, però, non serve solo a pensare l'esistente, ma anche a comunicarlo. Ovviamente per comunicare dobbiamo concepire un’idea, nutrire un sentimento, avere un’informazione, ma questa idea, sentimento, informazione deve essere prima pensato e, tuttavia, ancora una volta non possiamo pensare senza gli strumenti forniti dal linguaggio. L’atto comunicativo presuppone tassativamente alcuni elementi: emittente, ricevente, canale, messaggio e codice condiviso. Il concetto di condivisione del codice indica due aspetti: la natura sociale del linguaggio – ovvero un patto implicito stabilito all’interno di una comunità – e il carattere normativo formato da un insieme di regole necessarie per stabilire come devono essere confezionati i messaggi affinché possano essere recepiti con successo dal ricevente. Non può sussistere alcun linguaggio senza una comunità di parlanti che prima abbia inconsciamente avallato la sua adozione, poi lo condivida come strumento di comunicazione interpersonale. L’atto di adozione è implicito poiché ciascuno non sceglie come e con chi comunicare, ma ogni uomo in qualsivoglia comunità (etnica, sociale, di genere, professionale...) si trovi a nascere e a vivere, nei primi anni di vita, è immerso in un universo già strutturato dalle istituzioni a cui appartengono anche i genitori e la famiglia d’origine: il linguaggio è appunto una di queste istituzioni. Salvo patologie o problematiche eccezionali il processo di socializzazione attiva l’acquisizione delle competenze linguistiche che cresce, nel tempo, con lo sviluppo neurologico del bambino, e che si estende nello spazio con l’allargamento della cerchia dei “parlanti” con i quali interagisce l’infante. La lingua madre appresa naturaliter non è quindi solo una delle moltissime lingue apprendibili sul nostro pianeta, ma anche una delle diverse varianti parlate nel Paese ove ci si ritrova a vivere. Per gli italiani è piuttosto semplice capire quest’assunto, poiché ci stiamo riferendo a tutte quelle declinazioni per così dire dialettali o, meglio, a quelle vere e proprie “lingue regionali” – pure tutelate dalla Costituzione – che si sono smarcate nei secoli dall’ufficiale fiorentino-italiano.

III. La variabilità dei linguaggi umani

usavano in diversi contesti o stili linguistici. Gli stili presi in considerazione, dal più informale al più ricercato, erano: conversazione informale, conversazione formale, lettura di un brano, lettura di una lista di parole. A seguito di una ricerca approfondita Labov raggiunse alcuni risultati così riassumibili:

  1. le classi sociali più alte usavano la variante [θ] più spesso delle classi basse;
  2. ogni classe usava la variante [θ] più spesso negli stili più ricercati. Di conseguenza la variabile (th) presentava sia stratificazione sociale, sia stratificazione stilistica ed era quindi un contrassegno (ossia una variabile sensibile sia alla dimensione diastratica sia a quella

diafasica). Labov approfondì anche la variabile (r), per quanto riguardava la pronuncia di questo

suono in alcune posizioni nella parola. Ad esempio davanti a una vocale questo suono era sempre pronunciato (p.es. rose, true, Mary , ecc.) e quindi non era variabile, ma in altre posizioni, invece, e cioè davanti a una consonante (p.es. word, arm ) oppure alla fine di parola (p.es. car, four) esistevano due possibili varianti: la (r) veniva pronunciata, quindi Labov la chiamò variante [r], oppure quando la (r) non veniva pronunciata affatto, quindi Labov la definì variante [Ø], cioè zero. Nell’inglese britannico, la variante considerata standard usata dalle classi medio-alte e preferita nei contesti formali era la variante [Ø] e lo stesso valeva nell’area nord-orientale degli Stati Uniti, il cosiddetto New England. Ora, la città di New York condivideva lo stesso modello di tipo britannico almeno fino agli anni Trenta del Novecento, ma i dati di Labov, raccolti negli anni Sessanta, mostravano invece una situazione profondamente modificata, poiché le classi medio-alte preferivano sistematicamente la variante [r] e in generale si poteva affermare che tutti i gruppi sociali tendevano ad usare un maggior numero di [r] negli stili formali. Da questa considerazione Labov desunse che la variante di prestigio nell’inglese di New York non fosse più [Ø] ma [r]. Nella regolarità dello schema emergeva però un elemento “anomalo”: la classe medio-bassa negli stili più formali aveva la tendenza a pronunciare la variante di prestigio ancora di più della stessa classe medio-alta; in altri termini, la classe medio-bassa non solo adottava un modello di riferimento, considerato “corretto”, ma lo superava. Tale comportamento fu chiamato ipercorrettismo. Secondo Labov, l’ipercorrettismo della classe medio-bassa doveva essere attribuito alla sua “insicurezza”, cioè alla sua insoddisfazione per il proprio status e alla sua ansia di migliorare la propria immagine. Lo stesso risultato fu osservato anche da altri studiosi, che hanno sostituito alla categoria di classe sociale quella di “grado di istruzione”. In questo caso, sarebbe il gruppo dei diplomati a scavalcare quello dei laureati nell’uso della variante di prestigio negli stili più formali. Se si confrontano le risposte in base al genere, erano le donne a mostrare una tendenza ipercorretta, quindi una maggiore insicurezza dovuta evidentemente allo svantaggio sociale che subivano. Oltre a studiare l’uso delle varianti, Labov svolse alcuni esperimenti per osservare il modo in cui i soggetti valutavano l’uso delle varianti negli altri e a questo scopo, egli utilizzò il test di reazione soggettiva, che consisteva

semplicemente nel far ascoltare ad un soggetto alcune voci registrate e nel chiedergli di esprimere un giudizio, lungo una scala, sulle persone che aveva appena ascoltato. Il risultato del test mostrò una netta correlazione tra le risposte e l’età del soggetto che rispondeva: al di sopra dei quarant’anni non si osservava nessuna particolare preferenza per una delle due varianti della variabile (r), mentre i soggetti fino ai quarant’anni preferivano decisamente le persone che usavano la variante [r] e valutavano negativamente quelli che pronunciavano la variante [Ø]. Questo approfondito studio consentì a Labov di datare il momento in cui la variante [r], precedentemente poco prestigiosa, avesse acquisito prestigio. Ora, considerando che il test si era svolto negli anni Sessanta del XX secolo, e che i quarantenni avevano acquisito il loro sistema di valutazioni sulla lingua negli anni Trenta e Quaranta, era possibile stabilire che il cambiamento nel prestigio di [r] risalisse agli anni della II Guerra Mondiale. Durante il conflitto, infatti la storiografia documentava un forte ricambio nella classe dirigente newyorkese: proprio al posto di una élite di persone del New England, che usavano [Ø], si sostituì una nuova élite proveniente dal Mid West, che invece usava [r]. Ciò produsse un effetto a catena, che portò la comunità linguistica ad associare valori positivi alla variante [r], usata dal gruppo al potere, e a modificare profondamente usi e atteggiamenti linguistici. Si potrebbero a questo punto ricordare anche gli studi di Bernstein più o meno negli stessi anni sulle pratiche linguistiche adottate dai bambini della classe operaia e della classe media a scuola e alle discrepanze sul rendimento scolastico degli alunni indipendentemente dai risultati dei test di intelligenza cui erano sottoposti. Sono innumerevoli gli studi a riguardo, ma per sintetizzare si potrebbe concludere scrivendo che la scuola ha sempre operato come strumento deputato alla trasmissione dei codici linguistici che però favorisce di fatto quegli scolari, quei discenti di ogni età, nei quali vi è congruenza tra codice comunicativo acquisito spontaneamente dalla famiglia e dalla società in generale, e codice comunicativo trasmesso dall’istituzione scolastica, ma penalizza maggiormente coloro per i quali non sussiste tale corrispondenza.