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modulo sociolinguistica master lettere
Tipologia: Dispense
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1 a^ Lezione - Linguistica e Sociolinguistica: questioni preliminari La linguistica si propone di definire le caratteristiche del linguaggio attraverso l’analisi delle strutture delle lingue del mondo. L’intento della disciplina è quello di cercare di comprendere come funzionano e come si articolano i linguaggi. Chiariamo preliminarmente che questo modulo dedicherà un’attenzione specifica alla sociolinguistica. L’interesse sarà orientato non genericamente sulla linguistica generale ma sulla relazione, articolata e complessa, che si stabilisce tra linguaggio e società e che finisce per condizionare in modo inequivocabile i processi di mediazione culturale. Proveremo da subito, quindi, a tracciare un itinerario di approfondimento che, partendo sempre dalla linguistica, abbia comunque la sociolinguistica come punto efficace di osservazione, proprio perché in tal modo è possibile esaminare con uno sguardo privilegiato le connessioni tra lingua, società e cultura. Conoscere le strutture di una lingua equivale del resto a conoscere le strutture identitarie di un popolo, esplorarne, quasi con metodo etnografico, le diverse dimensioni, le varietà, le questioni più profonde. Questa prima lezione fornisce due esempi delle basi storiche della sociolinguistica su scala globale: la scuola della sociologia del linguaggio di Fishman e la scuola della linguistica sociale di Hymes. J. A. Fishman (197 0 ) propone un tipo di sociolinguistica più strettamente correlato alla sociolinguistica su scala globale, per il quale la sociologia del linguaggio si divide in due parti: la «sociologia descrittiva delle lingue» e la «sociologia dinamica delle lingue». La parte prima si interessa alla descrizione dell’organizzazione sociale generalmente accettata dell’uso linguistico nell’ambito di una comunità e il suo obiettivo è quello di portare alla luce le norme dell’uso linguistico. La parte dinamica cerca di rispondere alla domanda: «Quale spiegazione si può fornire al variare della velocità del cambiamento nell’organizzazione sociale dell’uso linguistico e nel comportamento nei confronti della lingua?». La linguistica sociale è un altro tipo di sociolinguistica, diffuso da Hymes (197 2 ): si tratta di un approccio culturale e comunicativo, piuttosto che eminentemente linguistico.
Hymes enuclea tre scopi della sociolinguistica:
(minoranze linguistiche) o le lingue indigene della popolazione in stati in cui la lingua ufficiale sia una grande lingua di colonizzazione (inglese, francese, spagnolo e così via). Le lingue oggetto di pianificazione linguistica sono generalmente più deboli, spesso in minoranza sul territorio e perciò particolarmente soggette a perdere funzioni e uso a favore di quelle dominanti nell’area, in un processo di «deriva linguistica» (Fishman 1991; 2001). Una delle più importanti operazioni della pianificazione linguistica è proprio quella di invertire la deriva linguistica. Questo processo, articolato in studi e interventi diversi, prevede il coinvolgimento attivo della comunità parlante. Cenni sul territorio italiano Status La legislazione linguistica in Italia si articola su tre livelli: − la Costituzione; − l’apparato legislativo comune; − le leggi e i regolamenti regionali o provinciali. La Costituzione si occupa di questioni linguistiche all’art. 3 “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e all’art. 6 “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche ”. Dall’art. 6 nasce la legge del 15 dicembre 1999 n. 482 che istituisce la protezione di una serie di lingue di minoranza (art. 2: « La Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo »). Oltre a ciò, numerose regioni italiane si sono dotate di proprie leggi di tutela e valorizzazione delle alloglossie interne. Il dibattito legislativo si incentra su una serie di possibili inclusioni di altre varietà nel novero di quelle tutelate, fra cui quelle delle lingue delle minoranze non territoriali (rom e sinti) e delle nuove minoranze derivate dall’immigrazione. Corpus Molte minoranze hanno come lingua “tetto” una lingua internazionale dotata di norma standard ufficiale: questa è talora accettata come standard dalle minoranze in territorio italiano (francese, tedesco in Alto Adige, sloveno nella Venezia Giulia, catalano); in altri casi la lingua standard esterna non è sentita come propria dalla minoranza, che preferisce avvalersi di sue forme locali. Ci sono poi comunità prive di lingua tetto internazionale: i ladini e i sardi hanno tentato la strada
della creazione di una propria varietà di lingua amministrativa ad hoc. Acquisition Le minoranze nazionali già tutelate prima della legge 482/99 hanno in genere un sistema scolastico che prevede l’insegnamento bilingue e una certa presenza della lingua tutelata nei mezzi di informazione (per es., nella RAI regionale). La pianificazione linguistica: strumento politico La decisione di usare o di promuovere una lingua, o più lingue, in un Paese, non è affatto una questione tecnica che si limita alla valutazione dei costi e della facilità di realizzazione. Essa è sempre dettata dalla volontà di alcuni gruppi, maggioranze etniche o classi sociali, o entrambe le cose, che aspirano ad estendere e a rafforzare la lingua che usano, a spese della/e lingua/e degli altri. Per questo, politica e pianificazione linguistica sono, piuttosto, sinonimi tra loro, e la pianificazione linguistica non è altro che la pianificazione e lo sviluppo di una cultura invece di un’altra (di altre), sia essa la cultura dominante che prevale su quella dominata, sia essa la cultura emergente che prevale su quella più vecchia e declinante.
Tra i 12 e i 15 anni il bambino, per il suo crescente contatto con il mondo esterno (adulti, autorità, ecc.), diventa sempre più conscio del significato sociale del proprio uso linguistico.
4. Variazione stilistica A questo stadio il ragazzo comincia a modificare il suo comportamento linguistico in direzione della norma di prestigio (standard). Una simile tendenza è accelerata se il bambino frequenta una scuola superiore o entra in contatto con contesti sociali diversi. 5. Uso stabile della varietà standard Un gran numero di parlanti non è in grado di usare coerentemente lo standard per lunghi periodi di tempo. Un uso linguistico stabile, che tende a deviare dallo standard soltanto in poche occasioni, si ritrova di regola solo nel ceto medio. 6. Piena estensione del repertorio stilistico I parlanti del ceto medio presentano in parte un repertorio stilistico adatto a differenti situazioni e occasioni, che si esprime specialmente in coloro che hanno un particolare interesse a sviluppare il loro comportamento linguistico (es. studenti). La piena estensione del repertorio stilistico rimane limitata a un numero di parlanti relativamente scarso. Per i parlanti dei ceti bassi il registro tipico resta il dialetto regionale. Stratificazione sociale. Nelle ricerche sul comportamento linguistico condotte nelle grandi città è emerso che i tratti linguistici presentano una stratificazione stabilmente collegata ai parametri cultura, educazione ed entrate. Nelle ricerche americane è particolarmente documentato il fenomeno dell’ipercorrettismo, che caratterizza i parlanti del ceto medio-basso, i quali, per poter salire più in fretta nella scala sociale, usano le forme di prestigio proprie dei ceti più elevati correggendo anche talune espressioni del loro registro originale. Differenziazione etnica. Le generazioni di immigrati negli Stati Uniti tradiscono diversi accenti stranieri, che le fanno riconoscere come non-americane. Tra i due tipi di diversificazione c’è una connessione funzionale. Gli afro-americani, che sono il gruppo etnico degli Stati Uniti che è esposto alle peggiori condizioni di vita e che soffre la maggiore oppressione, presentano la deviazione più grande e più stabile dall’inglese standard, il che si spiega con il loro isolamento nei ghetti e con la diversità dei loro valori sociali. Nei gruppi degli immigrati europei in America, che si sono integrati facilmente nella società, i parlanti della seconda generazione hanno adottato quasi completamente l’inglese standard (Labov, 1971). Sesso. Su questo sono concordi i risultati di quasi tutte le ricerche: le donne si adeguano più degli uomini alle forme di prestigio dominanti. Le donne del ceto medio tollerano le forme non- standard e le parole tabù molto meno degli uomini. La variazione stilistica delle donne assume talvolta valori estremi. Il giudizio di Labov (1971, 207 ss.) sul comportamento linguistico delle
donne del ceto medio e del ceto basso caratterizza la situazione americana: «Molte donne del ceto medio disapprovano il modo di parlare del loro marito ed hanno difficoltà a riconoscere la necessità funzionale di schemi linguistici meno curati, nello svolgere gli affari di tutti i giorni. Questa differenza tra i sessi non sembra esistere nelle campagne o nei ceti bassi delle città». Il comportamento linguistico può condizionare il comportamento sociale Alcuni antropologi sostengono che l’apprendimento sociale della lingua condizioni il comportamento sociale, e quindi la percezione sociale. Secondo il sociologo inglese Basil Bernstein, il successo sociale e l’acquisizione di privilegi, per i membri di una determinata società, dipendono in modo decisivo dal grado di buona organizzazione dei loro usi linguistici. Da un lato, Bernstein osserva che le abitudini linguistiche di determinati gruppi sociali, e cioè di quelli che hanno entrate finanziarie limitate e scarsa influenza (il ceto basso, nella terminologia sociologica), si differenziano, tanto dal punto di vista sintattico quanto da quello semantico, da quelle di altri gruppi, che, grazie ai loro privilegi materiali ed intellettuali, detengono saldamente le posizioni di potere e di influenza (nella terminologia sociologica, il ceto medio). Dall’altro lato, Bernstein ritiene che le differenze nel comportamento espressivo di questi due ceti non vengano valutate in modo neutrale, ma secondo le rispettive posizioni sociali; è in questo senso, secondo Bernstein, che i ceti bassi sono danneggiati dall’insufficienza della loro lingua, che è limitata, a paragone di quella dei ceti medi e alti. La buona organizzazione dell’uso linguistico è dunque definita dal successo sociale dei suoi utenti, gli appartenenti al ceto medio. La struttura sociale può determinare il comportamento linguistico Autori come Gumperz e Fishman sostengono che la scelta del repertorio linguistico verbale dipenda dai valori sociali della comunità di parlanti e dalla situazione linguistica socialmente definita. Il principio fondamentale è che la scelta di uno stile dipenda dalle caratteristiche del parlante e dell’ambiente o da diversi fattori sociali in gioco che rappresentano restrizioni variabili del comportamento linguistico. Grimshaw (1966) ha così mostrato che la presenza di ascoltatori, durante un dialogo, può avere effetti considerevoli sulla scelta dello stile e del tema di conversazione. Ad esempio, se un professore (condizione sociale elevata) e un portinaio (condizione sociale bassa) interagiscono l’uno con l’altro, la scelta stilistica del primo dipende dalle caratteristiche dell’ascoltatore e dalla capacità di assumere un ruolo. Se il professore non è capace di assumere un ruolo flessibile, la coscienza della propria posizione diviene il fattore
3 a^ Lezione - Fare sociolinguistica Dopo questa carrellata sull’universo dei fatti su cui si riflettono in vario modo i rapporti fra la lingua, i comportamenti linguistici e la società, e dopo il viaggio che abbiamo compiuto fra le cose che interessano il sociolinguista, possiamo passare ora a una definizione più precisa della disciplina. La sociolinguistica, per molti aspetti, si configura come una specie di linguistica di secondo livello, che presuppone la linguistica, presuppone cioè che sappiamo come sono fatte e come funzionano le strutture interne del linguaggio e interviene ad analizzare e spiegare che cosa succede a queste strutture quando le vediamo calate nella società e nelle concrete situazioni comunicative. In altre parole, fare sociolinguistica significa aggiungere allo studio a tavolino delle unità, delle strutture e delle regole della lingua, astratte dalla loro realizzazione concreta, lo studio (possibilmente sul campo) dei comportamenti dei parlanti che queste unità, regole e strutture adoperano nella quotidiana vita comunicativa. Lo studio di che cosa succede alla lingua quando è considerata non come sistema astratto, bensì come strumento di concreti comportamenti comunicativi, può peraltro illuminare aspetti della struttura e del funzionamento della lingua che altrimenti passerebbero inosservati: la lingua è sì un sistema costruito secondo i propri principi, ma risente anche delle caratteristiche degli utenti e delle situazioni d’uso. La sociolinguistica si presenta da un lato come una linguistica socialmente realistica, che permette di avere una chiave d’interpretazione del funzionamento della lingua più attenta ai condizionamenti che la società vi favorisce o vi impone. Non va a questo proposito dimenticato che certi aspetti della variazione linguistica sono essi stessi fattori in grado di creare o modificare una situazione sociale: il rimando e l’interazione fra linguaggio e società non sono infatti unicamente unidirezionali, dalla società verso la lingua, come a prima vista verrebbe di pensare, ma possono andare anche nel senso opposto: la scelta di una certa varietà di lingua nell’interazione, o il passaggio da una varietà ad un’altra è per esempio anche un modo per creare una situazione sociale e comunicativa particolare o per modificarla. Dall’altro lato, la sociolinguistica in quanto “linguistica realistica” si presenta come una linguistica incentrata sui concreti parlanti, sulle produzioni in situazione e non sulle strutture
astratte, sul sistema linguistico in quanto tale. Una delle principali tematiche che coagulandosi con altre portò alla nascita di un’area di ricerca come la sociolinguistica fu negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso il dibattito sulla ‘teoria dei due codici’ e sulla cosiddetta ‘deprivazione verbale’ (di cui parleremo in seguito), legata al nome del sociologo inglese dell’educazione Basil Bernstein, con la scoperta del fatto che molti dei problemi educativi dei bambini provenienti dalle classi sociali svantaggiate, e il loro stesso insuccesso scolastico, dipendevano da problemi inerenti al linguaggio. Secondo Bernstein (v. Bernstein 1973; una rassegna critica della questione si trova in Berruto 1977) infatti i bambini delle classi operaie avrebbero avuto a disposizione soltanto un ‘codice ristretto’, cioè un modo di utilizzare la lingua fortemente legato al contesto situazionale specifico e poco capace di elaborazione astratta, che confliggeva con il ‘codice elaborato’ tipico della cultura ufficiale e dell’istituzione scolastica ed impediva loro di impadronirsi dei contenuti con questo veicolati. Nel formarsi della sociolinguistica, nella seconda metà degli anni Sessanta, sono confluite, assieme alle problematiche relative ai rapporti fra linguaggio e sociologia dell’educazione, le ricerche americane di William Labov, John Gumperz, Joshua Fishman. A Labov si devono la scoperta di quella che è stata chiamata l’ordinata eterogeneità dei comportamenti linguistici e le prime analisi specifiche dell’importanza della variazione nella lingua, del suo significato e della sua sistematicità. Mentre i lavori di Bernstein si occupavano del rapporto simbolico fra modi di realizzazione dei sistemi linguistici, attitudini cognitive e società, quindi a un livello generale, e le ricerche di Labov avevano come campo i piccoli comportamenti linguistici dei parlanti, indagati nelle più dettagliate variazioni di pronuncia, gli spunti di Gumperz e di Dell Hymes muovevano da un’altra direzione ancora, incentrata questa sull’interazione verbale e sull’analisi degli eventi comunicativi nelle diverse società e culture, e quindi strettamente imparentata con gli interessi dell’etnografia e dell’antropologia culturale (Gumperz, 1977 ; Hymes, 1980). Su un piano più sociologico, confluivano verso la nascente sociolinguistica i lavori di Fishman sui problemi dei rapporti fra le lingue nei paesi plurilingue e sulle vicende sociali delle lingue che inauguravano la ‘sociologia del linguaggio’. In Europa, e in particolare in Italia, la sociolinguistica, trovò un fertile terreno di aggancio con la rinomata tradizione preesistente di studi dialettologici. La dialettologia, dopo aver esplorato l’articolazione dialettale del mondo germanico e romanzo e aver studiato a fondo l’evoluzione storica dei dialetti e i rapporti fra le parole e le cose, aveva finito per scoprire, per esempio con i lavori di Benvenuto Terracini in Italia o di Karl Jaberg e Jakob Jud in Svizzera, l’importanza
stesso una fonte e una causa, almeno parziale, dei rapporti e fatti sociali, un certo numero dei quali vengono visti come creati, prodotti, ‘costruiti’ dal comportamento linguistico stesso. La teoria dei due codici di Bernstein. Fu elaborata e resa nota in Italia tra gli anni ‘60 e ‘70. Secondo questa teoria, le differenze socioeconomiche influiscono in modo determinante sul linguaggio e sul rendimento scolastico. Attraverso la tecnica dell’intervista e l’applicazione di una serie di test a gruppi diversi di ragazzi, Bernstein trovò infatti che «il successo scolastico dipende in larga misura dalla capacità verbale, a sua volta correlata positivamente con lo status sociale medio e alto». La ragione di questa correlazione sta nelle abitudini linguistiche e sociali delle diverse classi e tali abitudini si originano nel momento stesso dell’apprendimento della lingua da parte del bambino, nel suo rapporto privilegiato con la madre e nel ruolo di ciascun membro occupato nell’ambito familiare. La famiglia di classe media è una famiglia orientata sulla persona, che tende cioè a sviluppare la personalità di ogni suo membro e in cui i rapporti interpersonali sono mediati continuamente attraverso il linguaggio: fin dall’inizio il bambino è esposto ad una vasta gamma di possibilità e scelte linguistiche, in grado di accompagnare, descrivere, commentare le più diverse esperienze e situazioni. Questo tipo di linguaggio viene definito da Bernstein ‘codice elaborato’. Un linguaggio di questo tipo presenterà un alto grado di imprevedibilità perché saranno presenti in misura elevata le scelte e le modificazioni individuali, e inoltre sarà reso del tutto esplicito, in quanto non riferibile ad una base comune di esperienze codificate; al contrario, la stessa esperienza verrà organizzata in una complessa gerarchia intellettuale, ed elaborata soggettivamente con una particolare sensibilità alle separazioni e alle distinzioni. Un linguaggio di questo tipo è funzionale alla scuola e garantisce buone possibilità di successo a chi lo possiede. La lingua delle classi basse è al contrario una lingua poco adatta alla scuola, e anche qui le origini del divorzio vanno cercate lontano, nelle prime e fondamentali esperienze linguistiche del bambino nell’ambito familiare. La famiglia operaia e contadina è in genere una famiglia posizionale, orientata non sulla persona ma sulle ‘parti’, cioè sui ruoli ricoperti da ciascun membro al suo interno: l’individuo non vale per sé stesso, ma come ‘padre’, o ‘madre’, o ‘moglie’, o ‘figlio’ ecc. è legato ad un ruolo fisso, ad una parte prestabilita non suscettibile di modificazioni. Questo ‘codice ristretto’, si caratterizza per la scarsità degli elementi formali che concorrono alla sua organizzazione, per la rigidità e la prevedibilità della sua struttura. Il suo contenuto sarà piuttosto concreto e descrittivo che analitico e astratto e, proprio per il fatto che gli interlocutori condividono già il modo di essere, di pensare e di agire, parte del significato trasmesso resterà implicito e il discorso presenterà salti logici.
4 a^ Lezione - Il processo di socializzazione secondo Bernstein «Impiego il concetto di socializzazione per indicare il processo tramite il quale un bambino consegue una particolare identità culturale e anche le sue reazioni nei confronti di questa identità. ‘Socializzazione’ si riferisce al processo mediante il quale un essere biologico si trasforma in uno specifico essere culturale. Da ciò deriva che il processo di socializzazione rappresenta un complesso di controlli, che fa sorgere nel bambino la coscienza di uno speciale ordinamento morale, cognitivo ed affettivo e dà a quest’ordinamento contenuto e forma» (Bernstein, 1971). Il processo di socializzazione del bambino avviene sotto il controllo dei seguenti agenti: famiglia, gruppo dei pari, scuola e ambiente professionale, che attraverso il loro influsso autoritario (premio o castigo) esercitano una pressione verso un adattamento. Con il primo ricorso al canale verbale, il bambino, se proviene dal ceto medio, sperimenta i vantaggi del codice linguistico ‘elaborato’: egli impara a disporre di un mezzo con cui possono essere esplicitati conflitti e problemi, con cui sono rappresentabili relazioni tra oggetti e individui. A ciò si aggiunge, secondo Bernstein, che un primo orientamento verso un parlare ‘elaborato’ favorisce il pensiero logico, in quanto mediante un modello di lingua organizzato in maniera complessa si possono comprendere ed elaborare connessioni interne ed esterne. Così, con un parlare bene organizzato, si formano strategie che favoriscono la comprensione di nessi astratti. Oltre a ciò, il disporre facilmente delle strutture linguistiche sembra condurre ad una più alta motivazione all’apprendimento. Secondo Bernstein, la socializzazione nel ceto basso ha luogo mediante pochi enunciati, brevi e rigidi; predomina il tipo di enunciato autoritario dell’ordine, che non permette di motivare razionalmente l’azione, ma solo di fondarla sull’autorità. Gli ordini ostacolano ogni intuizione delle connessioni causali, che invece sono sempre esplicitamente trasmesse nella pratica educativa del ceto medio. D’altro lato, nel ceto basso i significati intenzionali ed emozionali sono comunicati prevalentemente tramite il canale extraverbale. Ciò significa che essi sono mediati da un inventario di segni poco esplicito; di conseguenza, secondo Bernstein, anche lo
suo);
Lingua e scuola Secondo Bernstein, il comportamento comunicativo è un fattore decisivo delle disuguaglianze sociali, in quanto la tendenza a servirsi di un codice linguistico ‘ristretto’ o ‘elaborato’ ha come conseguenza nella scuola (agenzia di socializzazione secondaria) selezioni che spesso si risolvono negativamente per i bambini del ceto basso. Questi bambini hanno capacità verbali ridotte e minori motivazioni di apprendimento, e sono inferiori ai bambini del ceto medio, che parlano ‘elaboratamente’; infatti le norme scolastiche sono costruite per questi ultimi, e gli insegnanti, che sono socializzati secondo le norme del ceto medio, si comportano sostanzialmente in base ai suoi valori. Il modo in cui generalmente si insegna sembra premiare i bambini ‘elaborati’, e cioè i bambini del ceto medio, mentre sembra implicitamente punire i parlanti ‘ristretti’. Sorgono così, in un certo senso, disuguaglianze nelle possibilità di istruirsi. Da ciò è nata una discussione che ha condotto a riflessioni e a proposte che da un lato mirano ad un mutamento della formazione degli insegnanti e del loro modo di insegnare, mentre dall’altro tendono a basare sull’insegnamento linguistico i programmi della scuola elementare per i bambini del ceto basso.
orientare la ricerca in direzione sociolinguistica stretta, con la raccolta di produzioni linguistiche concrete. La differenza fra lingua e dialetto è una differenza di natura sociale; o meglio, è una differenza di carattere, appunto, sociolinguistico. Solo quando li vediamo calati in un concreto repertorio di una comunità parlante e ne constatiamo la posizione e le funzioni al suo interno possiamo differenziarli e dire che un idioma che ha questa posizione e queste funzioni presso la comunità parlante è una lingua, un idioma che ha quest’altra posizione e queste altre funzioni è invece un dialetto. Ciò che differenzia il concetto di ‘lingua’ dal concetto di ‘dialetto’ sono le caratteristiche del loro uso presso la comunità parlante; caratteristiche che normalmente si riscontrano in un certo momento temporale come conseguenza di una determinata evoluzione storica. Una lingua, ha diffusione geografica più ampia ed è più elaborata, cioè presenta una maggiore quantità di risorse linguistico-strutturali effettive. Un dialetto ha diffusione geografica ridotta, ha carattere locale e ha un lessico meno esteso. Dopo aver posto le premesse di inquadramento generale della ricerca, occorre affrontare questioni strettamente metodologiche, di raccolta dei dati. L’obiettivo generale della ricerca impone che i dati primari debbano essere interazioni verbali autentiche, conversazioni in diversi domini situazionali e fra diversi parlanti. In linea di principio, la gamma più disparata possibile di domini situazionali diversi e un campione di parlanti il più ampio possibile. Per rendere però praticamente percorribile la ricerca occorre scegliere dei tipi di situazione e dei tipi di parlanti da considerare specialmente rappresentativi per il genere di problemi che ci interessa. Quanto alla tecnica materiale di raccolta dei dati, si impone la registrazione su nastro (cassette) o su altro supporto digitale. Per rendere poi utilizzabile il materiale raccolto bisogna procedere ad una trascrizione delle registrazioni effettuate, parziale o completa. Il lavoro di trascrizione è una parte molto importante della ricerca sul campo, in quanto oltre ad essere la premessa necessaria per rendere analizzabile il materiale raccolto consente anche al ricercatore un primo contatto con i dati grezzi, gli dà la possibilità di farsi una prima idea dello stato delle cose, e gli permette eventualmente di scoprire nuove piste di indagine. È giunto il momento di cimentarsi con il materiale raccolto, di analizzare i dati. Esaminando le trascrizioni devono essere isolati i casi di commutazione di codice, cioè di passaggio da lingua a dialetto, o viceversa, nel corso dell’interazione verbale. Dalla ricerca è emerso che, nel complesso, la ricorrenza di certi termini provenienti dalla lingua
standard dà indubbiamente una patina italiana al parlato dialettale: per questo si parla di ‘italianizzazione dei dialetti’, di un processo di annacquamento delle strutture tradizionalmente tipiche del dialetto sotto l’influenza della lingua standard, con l’ingresso di numerosi italianismi. Ma non va dimenticato che tale italianizzazione riguarda e ha toccato in misura vistosa il lessico, e in misura molto minore la fonetica e la morfosintassi; se è col tempo notevolmente aumentato l’apporto lessicale dell’italiano ai dialetti, la vistosità attuale del fenomeno sembra tuttavia dipendere da fatti totalmente extralinguistici, e cioè dal moltiplicarsi di sfere lessicali (tutte quelle della società, tecnologia ed economia moderne) per le quali i dialetti non avevano risorse lessicali adatte e in cui dipendono quindi da prestiti dall’italiano (a sua volta spesso debitore dell’inglese). Ma il lessico, da questo punto di vista, è la ‘buccia’ del sistema linguistico, lo strato e quello, quindi, a più diretto contatto con l’extralinguistico, e in fondo meno significativo per quel che riguarda le strutture interne della lingua. Le variazioni sociolinguistiche Vengono riconosciute tre dimensioni fondamentali di variazione, ciascuna delle quali dà luogo a varietà di lingua marcate per valori su quella dimensione di variazione. Ogni dimensione di variazione può essere considerata l’esplicitazione di un assunto basilare concernente la manifestazione della variazione sociolinguistica. Un primo assunto può essere: ‘la lingua varia attraverso la stratificazione sociale’. I modi di manifestazione e realizzazione della lingua presso i parlanti risentono della divisione del lavoro e della gerarchizzazione della società in strati, in classi sociali, in gruppi, in reti sociali, sulla base di molteplici fattori che hanno maggiore o minore rilevanza a seconda delle comunità che prendiamo in considerazione. Fra tutti i fattori latamente dovuti alla strutturazione della società correlanti col comportamento linguistico dei parlanti ha acquistato sempre più rilevanza, in effetti, la rete sociale (o anche ‘reticolo’; social network , v. Vietti 2002) in cui ogni parlante è inserito. Una rete sociale è l’insieme strutturato e dinamico di relazioni sociali e comunicative che gli individui, in quanto agenti di interazione, intessono fra loro; a seconda della posizione che occupa all’interno di una determinata rete sociale (costituita da diversi strati, in rapporto alla densità delle interazioni che avvengono fra l’individuo di riferimento e le altre persone facenti parte di quella rete), un parlante è più o meno esposto e sensibile a questo o quel modello di comportamento linguistico. La nozione di rete sociale, sviluppata dalla sociologia dell’interazione, si è rivelata importante in sociolinguistica per spiegare sia la variazione interna a una lingua, sia diversi fatti del