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Metafora e Ontologia: Comprendere Eventi, Azioni e Stati attraverso Metafore Ontologiche, Appunti di Linguistica

Questa lezione illustra come le metafore ontologiche, basate sulla personificazione, consentano di comprendere eventi, azioni, attività e stati. Esploriamo come le metafore ontologiche estendono metafore strutturali e forniscono senso a fenomeni del mondo in termini umani. Vediamo anche come le metafore ontologiche di Lakoff e Johnson sono coerenti e come i loro predecessori, come Gian Battista Vico e Friedrich Nietzsche, hanno contribuito alla comprensione cognitiva della metafora.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 09/06/2020

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LEZIONE 6
Continuiamo con l’illustrazione della metafora di Lakoff e Johnson e oggi considereremo la relazione che
esiste tra metafora e cultura e in che modo si può intendere l’idea che una metafora presenta una coerenza
culturale perché vedremo non è un concetto così ovvio, ma prevede delle differenti sfumature.
5. Metafora e coerenza culturale
<< I valori fondamentali in una data cultura saranno coerenti con la struttura metaforica dei concetti
fondamentali di quella cultura. Consideriamo ad esempio alcuni valori culturali nella nostra società che sono
coerenti con le metafore di spazializzazione SU – GIÙ e i cui opposti non lo sarebbero.
“Più è meglio” è coerente con PIÙ È SU e BUONO È SU.
“Meno è meglio” non è coerente con essi.
“Più grande è meglio” è coerente con PIÙ E SU e BUONO È SU.
“Più piccolo è meglio” non è coerente con essi.
“ Il futuro sarà migliore” è coerente con IL FUTURO È SU e BUONO È SU.
“il futuro sarà peggiore” non lo è.
“Ce ne sarà di più in futuro” è coerente con PIÙ È SU e con IL FUTURO È SU.
“ Il vostro status sarà più alto in futuro” è coerente con UNO STATUS SOCIALE ELEVATO È SU
e con IL FUTURO È SU.
Tutti questi sono valori profondamente radicati nella nostra cultura “il futuro sarà migliore” è un’asserzione
del concetto di progresso; “ ce ne sarà di più in futuro” comprende, come casi speciali, l’accumulazione dei
beni e l’inflazione salariale; “ il vostro status sociale sarà più alto in futuro” è un’asserzione a proposito del
carrierismo. Tutti questi concetti sono coerenti con le nostre attuali metafore di spazializzazione, mentre i
loro contrari non lo sarebbero. Sembra quindi che i nostri valori non siano indipendenti ma formino un
sistema coerente con i concetti metaforici con cui noi viviamo. In generale la gerarchia delle priorità è in
parte dovuta alla specifica subcultura in cui uno vive e in parte dipende da valori personali [questo è
importante perché in questa parte si vede sostanzialmente come la coerenza culturale possa prevedere delle
cosiddette eccezioni, che non sono appunto eccezioni in realtà ma si spiegano in base alle subculture]. Le
varie subculture di una cultura dominante condividono alcuni valori di base, ma attribuiscono loro differenti
priorità. Ad esempio, PIÙ GRANDE È MEGLIO può essere in conflitto con CE NE SARÀ DI PIÙ IN
FUTURO, quando si deve decidere se comprare una nuova automobile più grande, con un pagamento a rate
che inciderà sul nostro futuro salario, oppure comprarne una più piccola e più economica. In alcune
subculture americane si compra l’automobile più grande senza preoccuparsi del futuro, in altre invece le
considerazioni riguardano il futuro hanno la precedenza e si acquista l’automobile piccola. C’è stato anche
un periodo (prima dell’inflazione e della crisi energetica in cui possedere una automobile piccola indicava
uno stato sociale elevato, all’interno di una subcultura in cui LA VIRTÙ È SU e RISPARMIARE RISORSE
È VIRTUOSO avevano la priorità sul valore PIÙ GRANDE È MEGLIO. Oggi il numero di proprietari di
piccole automobili è cresciuto enormemente perché vi è un’assai ampia subcultura in cui RISPARMIARE
DENARO È MEGLIO ha priorità su PIÙ GRANDE È MEGLIO. Oltre alle subculture, vi sono gruppi
caratterizzati dal fatto di condividere alcuni importanti valori che sono in conflitto con quelli della cultura
dominante. Ma anche in questi casi certi altri valori dominanti sono preservati, se pure in forme meno ovvie.
Consideriamo ad esempio un ordine monastico come i trappisti. In questo caso MENO È MEGLIO e PIÙ
PICCOLO È MEGLIO sono validi in relazione al possesso di beni materiali che sono visti come ostacolo a
ciò che è realmente importante, cioè servire Dio. I trappisti condividono il valore dominante LA VIRTÙ È
SU, anche se vi attribuiscono la massima priorità e ne danno una definizione molto diversa. PIÙ È MEGLIO
resta ancora valido, anche se applicato alla virtù, e lo status è ancora SU, sebbene non ci si riferisca a questo
mondo, ma a un altro più elevato, il regno di Dio. Inoltre IL FUTURO SARÀ MIGLIORE è vero in termini
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LEZIONE 6

Continuiamo con l’illustrazione della metafora di Lakoff e Johnson e oggi considereremo la relazione che esiste tra metafora e cultura e in che modo si può intendere l’idea che una metafora presenta una coerenza culturale perché vedremo non è un concetto così ovvio, ma prevede delle differenti sfumature.

5. Metafora e coerenza culturale

<< I valori fondamentali in una data cultura saranno coerenti con la struttura metaforica dei concetti fondamentali di quella cultura. Consideriamo ad esempio alcuni valori culturali nella nostra società che sono coerenti con le metafore di spazializzazione SU – GIÙ e i cui opposti non lo sarebbero.  “Più è meglio” è coerente con PIÙ È SU e BUONO È SU.  “Meno è meglio” non è coerente con essi.  “Più grande è meglio” è coerente con PIÙ E SU e BUONO È SU.  “Più piccolo è meglio” non è coerente con essi.  “ Il futuro sarà migliore” è coerente con IL FUTURO È SU e BUONO È SU.  “il futuro sarà peggiore” non lo è.  “Ce ne sarà di più in futuro” è coerente con PIÙ È SU e con IL FUTURO È SU.  “ Il vostro status sarà più alto in futuro” è coerente con UNO STATUS SOCIALE ELEVATO È SU e con IL FUTURO È SU. Tutti questi sono valori profondamente radicati nella nostra cultura “il futuro sarà migliore” è un’asserzione del concetto di progresso; “ ce ne sarà di più in futuro” comprende, come casi speciali, l’accumulazione dei beni e l’inflazione salariale; “ il vostro status sociale sarà più alto in futuro” è un’asserzione a proposito del carrierismo. Tutti questi concetti sono coerenti con le nostre attuali metafore di spazializzazione, mentre i loro contrari non lo sarebbero. Sembra quindi che i nostri valori non siano indipendenti ma formino un sistema coerente con i concetti metaforici con cui noi viviamo. In generale la gerarchia delle priorità è in parte dovuta alla specifica subcultura in cui uno vive e in parte dipende da valori personali [questo è importante perché in questa parte si vede sostanzialmente come la coerenza culturale possa prevedere delle cosiddette eccezioni, che non sono appunto eccezioni in realtà ma si spiegano in base alle subculture]. Le varie subculture di una cultura dominante condividono alcuni valori di base, ma attribuiscono loro differenti priorità. Ad esempio, PIÙ GRANDE È MEGLIO può essere in conflitto con CE NE SARÀ DI PIÙ IN FUTURO, quando si deve decidere se comprare una nuova automobile più grande, con un pagamento a rate che inciderà sul nostro futuro salario, oppure comprarne una più piccola e più economica. In alcune subculture americane si compra l’automobile più grande senza preoccuparsi del futuro, in altre invece le considerazioni riguardano il futuro hanno la precedenza e si acquista l’automobile piccola. C’è stato anche un periodo (prima dell’inflazione e della crisi energetica in cui possedere una automobile piccola indicava uno stato sociale elevato, all’interno di una subcultura in cui LA VIRTÙ È SU e RISPARMIARE RISORSE È VIRTUOSO avevano la priorità sul valore PIÙ GRANDE È MEGLIO. Oggi il numero di proprietari di piccole automobili è cresciuto enormemente perché vi è un’assai ampia subcultura in cui RISPARMIARE DENARO È MEGLIO ha priorità su PIÙ GRANDE È MEGLIO. Oltre alle subculture, vi sono gruppi caratterizzati dal fatto di condividere alcuni importanti valori che sono in conflitto con quelli della cultura dominante. Ma anche in questi casi certi altri valori dominanti sono preservati, se pure in forme meno ovvie. Consideriamo ad esempio un ordine monastico come i trappisti. In questo caso MENO È MEGLIO e PIÙ PICCOLO È MEGLIO sono validi in relazione al possesso di beni materiali che sono visti come ostacolo a ciò che è realmente importante, cioè servire Dio. I trappisti condividono il valore dominante LA VIRTÙ È SU, anche se vi attribuiscono la massima priorità e ne danno una definizione molto diversa. PIÙ È MEGLIO resta ancora valido, anche se applicato alla virtù, e lo status è ancora SU, sebbene non ci si riferisca a questo mondo, ma a un altro più elevato, il regno di Dio. Inoltre IL FUTURO SARÀ MIGLIORE è vero in termini

di crescita spirituale (SU) e, alla dine, di salvazione (realmente SU). Tutto ciò è tipico di gruppi che sono completamente al di fuori dalla cultura dominante; la virtù, il bene, lo status possono venire ridefiniti in modo radicalmente diversi, ma sono sempre valori SU, e continua a essere preferibile avere una maggiore quantità di ciò che è considerato importante, IL FUTURO SARÀ MIGLIORE in relazione a ciò che è importante, e così via. Relativamente a ciò che è importante per un gruppo monastico, il sistema di valori è dotato sia di coerenza interna che di coerenza con le maggiori metafore di orientamento della cultura dominante, naturalmente rispetto a ciò che è importante per il gruppo. I singoli individui, come i gruppi, differiscono nell’attribuire le loro priorità e nelle loro definizioni di ciò che è buono o virtuoso; in questo senso essi costituiscono sottogruppi formati a una sola entità. Relativamente a ciò che essi considerano importante, i loro sistemi di valori individuali sono coerenti con le principali metafore di orientamento della cultura dominante. Non tutte le culture attribuiscono la nostra stessa priorità all’orientamento SU – GIÙ; vi sono culture in cui il concetto di equilibrio o di centralità gioca un ruolo molto più importante di quanto non avvenga nella nostra cultura. Un altro esempio significativo è dato dall’orientamento non spaziale attivo – passivo. Per noi ATTIVO È SU e PASSIVO È GIÙ nella maggior parte dei casi. Ma in altre culture la passività è valutata molto più che l’attività. In generale i principali orientamenti su – giù, dentro – fuori, centrale – periferico, attivo – passivo ecc. sembrano attraversare tutte le culture, ma ciò che varia da cultura a cultura è il modo specifico in cui questi concetti sono orientati e quali di questi orientamenti sono i più importanti.>> Molto brevemente da queste pagine che abbiamo letto, quello che è emerge è che esiste indubbiamente e non potrebbe essere altrimenti:  La coerenza tra i valori fondamentali di una data cultura e la strutturazione metaforica dei concetti fondamentali di quella cultura.  Se non che questa corrispondenza /coerenza di base può prevedere delle modifiche quando dalla cultura maggioritaria, la cultura diffusa largamente e latamente si passa a considerare subculture e sottogruppi che hanno valori differenti. Diciamo che rimane una coerenza di base ma alcuni aspetti possono subire delle modifiche, vale a dire l’orientamento metaforico ad esempio può essere concettualizzato in un modo differente o attribuito a concetti differenti. ( tipologia eterogenea in relazione a sottogruppi e subculture che hanno valori differenti. )

6. METAFORE ONTOLOGICHE (P.45)

6.1 Metafore di entità e di sostanza

<< Gli orientamenti spaziali come su – giù, davanti – dietro, dentro – fuori, centrale – periferico, vicino – lontano forniscono una base estremamente ricca per la comprensione dei concetti in termini di orientamento. Ma l’orientamento ha dei limiti. La nostra esperienza degli oggetti fisici e delle sostanze fornisce un’ulteriore base per la comprensione, una base che va al di là del puro orientamento spaziale. Comprendere infatti le nostre esperienze in termini di oggetti e di sostanze ci permette di selezionare parti della nostra esperienza e di considerarle come entità discrete o sostanze di tipo uniforme. Una volta che abbiamo identificato le nostre esperienze come entità o sostanze, possiamo riferirci ad esse, categorizzarle, raggrupparle e quantificarle, e in questo modo possiamo riflettere su di esse. [continua p.45] Anche quando gli oggetti fisici non sono precisamente delimitati e definiti, noi tuttavia li categorizziamo come se lo fossero, ad esempio parlando di montagne, angoli di strada, siepi ecc. un tal modo di guardare i fenomeni fisici è dettato dalla necessità di soddisfare certi propositi che noi abbiamo, come stabilire la posizione delle montagne, incontrarci agli angoli di strada, potare le siepi. Gli scopi umani richiedono in genere di imporre limiti artificiali ai fenomeni fisici in modo tale da renderli discreti, così come noi lo siamo: entità limitate da una superficie. Come le fondamentali esperienze dell’orientamento spaziale umano danno luogo alle metafore di orientamento, così le nostre esperienze con gli oggetti fisici (in particolare con i nostri corpi) forniscono le basi per una gamma estremamente ampia di metafore ontologiche, cioè modi di considerare eventi, necessità, attività, emozioni, idee ecc. come entità e sostanze. [ quindi come possiamo vedere tutte esperienze o procedimenti astratti

psicologica. Comunque vi è un ambito di esperienze mentali che possono essere concepite in termini di entrambe le metafore; gli esempi che abbiamo in mente sono:  Lui è esaurito (LA MENTE È UNA MACCHINA).  Lui è andato a pezzi (LA MENTE È UN OGGETTO FRAGILE). Le due metafore tuttavia non focalizzano esattamente lo stesso aspetto della esperienza mentale. Quando l’energia di una macchina è esaurita, essa semplicemente smette di funzionare. Quando un oggetto fragile si rompe, i suoi pezzi volano in aria, con possibili conseguenze pericolose. Quindi, ad esempio, quando qualcuno impazzisce e diventa selvaggio e violento, sarebbe appropriato dire “è andato a pezzi”. D’altra parte, se qualcuno diventa apatico e incapace di funzionare per ragioni psicologiche, sarebbe più opportuno dire “Lui è esaurito”. Metafore ontologiche di questo tipo sono così naturali e così diffuse nel nostro pensiero, da venire normalmente considerate come autoevidenti, descrizioni dirette dei fenomeni mentali; la maggioranza di noi non si rende nemmeno conto che si tratta di espressioni metaforiche. Noi consideriamo asserzioni come “ha ceduto sotto la pressione” come direttamente vere o false.

6.2 Le metafore del contenitore

[ questa è una metafora fondamentale, fra le metafore ontologiche, anche perché rimanda allo schema di immagine, lo schema di immagine del contenitore che è direttamente collegato alla nostra corporeità e al fatto che la mente è in un corpo. La metafora del contenitore ha tante manifestazioni a partire dalle superfici territoriali.]

6.2.1 Superfici territoriali

Noi siamo esseri fisici delimitati e separati dal resto del mondo mediante la superficie della nostra pelle e l’esperienza che abbiamo del resto del mondo è di qualcosa di esterno a noi. Ognuno di noi è un contenitore con una superficie che delimita i confini e un orientamento dentro – fuori. Noi proiettiamo il nostro stesso orientamento dentro – fuori su tutti gli altri oggetti fisici che sono delimitati da superfici e li concepiamo quindi come contenitori […] [p.50] Ma anche quando non vi è nessun confine fisico naturale che possa contribuire a definire un contenitore, noi imponiamo dei confini, delimitando un territorio in modo tale che esso abbia una parte interna e una superficie esterna, sia esso un muro, una siepe, una linea o un piano astratto. Pochi istinti umani sono più elementari della territorialità. Questo modo di definire un territorio ponendo un confine attorno ad esso, è un atto di quantificazione. Gli oggetti delimitati, siano essi esseri umani, rocce o superfici di terreno, hanno delle dimensioni, quindi possono venire quantificati nei termini della quantità di sostanza che essi contengono. Il Kansas, ad esempio, è un’area delimitata – un CONTENITORE – e questa è la ragione per cui possiamo dire “C’è molta terra nel Kansas”. Le sostanze stesse possono essere viste come contenitori. Consideriamo ad esempio una vasca d’acqua: quando si entra nella vasca, si entra nell’acqua; sia la vasca sia l’acqua sono viste come contenitori, ma di tipo diverso. La vasca è un OGGETTO – CONTENITORE, mentre l’acqua è una SOSTANZA – CONTENITORE. [ p. tralasciamo qui il 6.2.2 il campo visivo]

6.2.3 Eventi, azioni, attività e stati

Noi usiamo metafore ontologiche per comprendere eventi, azioni, attività e stati. Eventi e azioni sono concettualizzati metaforicamente come oggetti, le attività come sostanze, gli stati come contenitori. Una gara di corsa, ad esempio è vista come un evento, che a sua volta è considerato come una entità discreta. La gara ha luogo in un tempo e in uno spazio definiti, con precisi confini, e viene quindi percepita come un OGGETTO CONTENITORE, che ha al suo interno dei partecipanti (che sono oggetti), degli eventi, come la partenza e l’arrivo (che sono oggetti metaforici), e l’attività del correre (che è una sostanza metaforica). Quindi una gara di corsa si può dire:

 Eri nella gara di domenica? (gara come OGGETTO CONTENITORE).  Sei andato alla gara? ( gara come OGGETTO).  L’ arrivo della gara è stato davvero entusiasmante.(la fine come un OGGETTO EVENTO dentro un OGGETTO CONTENITORE).  Non avevo più molto scatto alla fine (lo scatto come una SOSTANZA).  A metà della gara, ero senza più energia (la gara come un OGGETTO CONTENITORE).  È fuori gara ormai (la gara come un OGGETTO CONTENITORE) Le attività in generale sono viste metaforicamente come SOSTANZE e quindi come CONTENITORI:  Nel lavare i vetri, ho rovesciato l’acqua sul pavimento.  Come se l’è cavata Jerry nel lavare i vetri?  Oltre al lavare i vetri, cos’altro hai fatto? Le attività dunque sono viste come contenitori per le azioni e per le altre attività da cui sono composte. [ continua p.52] Inoltre sono viste come contenitori per l’energia e per i materiali che esse richiedono, e per i loro sottoprodotti, che possono essere visti come interni ad esse, o come derivati da esse:  Ho messo un sacco di energia nel lavare i vetri.  Ho ricavato una grande soddisfazione dal lavare i vetri.  Vi è un sacco di soddisfazioni nel lavare i vetri. Vari tipi di stati possono venire concettualizzati come contenitori, ad esempio:  È in crisi  Siamo fuori dai guai ora.  Sta uscendo dal coma.  Sto lentamente tornando in forma.  È entrato in uno stato di euforia.  È caduto in una depressione.  È finalmente uscito dallo stato catatonico in cui era dal momento in cui ha finito gli esami. [come possiamo vedere qui si trattano tutti di stati psicologici]

7. Personificazione

Forse i più ovvi esempi di metafore ontologiche sono quelli in cui gli oggetti fisici sono ulteriormente specificati come se fossero persone. Ciò ci permette di comprendere un’ampia serie di esperienze con entità non umane in termini di motivazioni, caratteristiche e attività umane. Ad esempio:  La sua teoria mi ha spiegato il comportamento dei polli allevati in fattoria. Questo fatto mette in discussione le normali teorie.  La vita mi ha ingannato.  L’ inflazione sta mangiando i nostri profitti.  La sua religione gli impone di non bere vini francesi di marca.  L’ esperimento di Michelson-Morley ha dato vita a una nuova teoria fisica.  Il cancro alla fine ha avuto la meglio su di lui. In ognuno di questi casi qualcosa di non umano viene visto come umano. La personificazione tuttavia non è un singolo e unificato processo generale, ma ogni volta vengono considerati aspetti umani diversi, ad esempio:  L’inflazione ha attaccato le basi della nostra economia.

L’INFLAZIONE È UN NEMICO in cui l’inflazione non solo è personificata ma è anche strutturata come un avversario, come un nemico. La personificazione in particolare quando si ha:  In particolare, la personificazione si ha quando l’oggetto diviene una persona o si conferiscono a fenomeni le stesse capacità umane;Umanizzando qualcosa, lo si rende più vicino a noi e quindi più conoscibile, ci possiamo relazionare meglio.

8. METONIMIA

Nei casi di personificazione che abbiamo ora considerato noi attribuiamo qualità umane a cose che non sono umane, come teorie, malattie, inflazione ecc. In questi casi non c’è nessun preciso essere umano a cui si riferisce. Quando diciamo “l’inflazione mi ha derubato dei miei risparmi”, noi non utilizziamo il termine “inflazione” per riferirci a una persona. Questi esempi vanno distinti da altri casi, come “ il panino al prosciutto sta aspettando il conto”, in cui l’espressione “panino al prosciutto” viene usata per riferirsi a una persona reale, quella che ha ordinato il panino. Questi casi non sono esempi di metafore di personificazione, dal momento che non stiamo attribuendo qualità umane al “panino al prosciutto” per comprenderne il concetto, ma usiamo invece un’entità per riferirci a un’altra che è ad essa collegata. Questo è un esempio di metonimia. Ecco altri casi:  A lui piace leggere il Marchese de Sade (= gli scritti del marchese).  Lui è nel cinema (= nella professione del cinema).  L’ acrilico è subentrato nel mondo dell’arte (= l’uso del colore acrilico).  Il Times non è ancora arrivato alla conferenza stampa (= l’inviato del Times).  Mrs. Grundy disapprova i blue jeans (= il fatto di indossare i blue jeans).  Dei tergicristalli nuovi lo faranno contento (= il fatto di avere dei tergicristalli nuovi). Consideriamo come un caso particolare di metonimia quella figura che la retorica classica ha chiamato sineddoche , in cui la parte sta per il tutto, come negli esempi seguenti: LA PARTE PER IL TUTTO  L’ automobile sta intasando le nostre strade (= la massa delle automobili).  Abbiamo bisogno di due braccia robuste per la nostra squadra (= una persona forte).  Ci sono molti buoni cervelli all’università (= persone intelligenti).  Abbiamo bisogno di nuova linfa nell’organizzazione (= nuove persone). In questi casi, come negli altri casi di metonimia, una entità viene usata per riferirsi a un’altra. Metafora e metonimia sono due diversi tipi di processi: la metafora è fondamentalmente un modo di concepire una cosa in termini di un’altra e la sua funzione principale è la comprensione; la metonimia invece ha soprattutto una funzione referenziale, cioè ci permette di usare una entità che sta al posto di un’altra. Ma la metonimia non è puramente un dispositivo referenziale, essa adempie anche la funzione di fornire comprensione. Ad esempio, nel caso della metonimia LA PARTE PER IL TUTTO vi sono diverse parti che possono stare per il tutto. La scelta di una di esse piuttosto che un’altra, determina su quale aspetto del tutto ci concentriamo. Quando diciamo che abbiamo bisogno di “buoni cervelli” per il progetto di ricerca, usiamo l’espressione “buoni cervelli” per “persone intelligenti”; ma il punto non è solo di usare una parte qualsiasi (la testa) per riferirsi al tutto (la persona), ma piuttosto di selezionare una particolare caratteristica della persona, e precisamente l’intelligenza; che è associata con la testa. Lo stesso procedimento vale per altri tipi di metonimia. […][p.57] La metonimia quindi serve alcuni degli stessi scopi della metafora, e in un certo senso nello stesso modo, ma essa ci permette di focalizzare in modo più specifico certi aspetti di ciò a cui stiamo riferendo. Come la

metafora, essa non è un puro strumento poetico o retorico, né è una pura questione di linguaggio. I concetti metonimici (come LA PARTE PER IL TUTTO) sono parte del nostro quotidiano e abituale modo di pensare, agire e parlare. Ad esempio, nel nostro sistema concettuale abbiamo un caso particolare della metonimia LA PARTE PER IL TUTTO, è precisamente LA FACCIA PER LA PERSONA:  Lei è solo un bel faccino.  Ci sono un sacco di orrende facce fuori in attesa.  Abbiamo bisogno di facce nuove. Questa metonimia è particolarmente attiva nella nostra cultura: tutta la tradizione dei ritratti, sia in pittura che in fotografia, è basata su di essa: se mi chiedete di mostrarvi una fotografia di mio figlio, e io vi mostro una fotografia della sua faccia, vi considerate soddisfatti e ritenete di aver realmente visto una sua fotografia; se vi mostrassi una foto del suo corpo senza faccia, lo trovereste strano e non ne sareste soddisfatti. In questo caso potreste perfino chiedere: “ Ma qual è il suo aspetto?”. La metonimia LA FACCIA PER LA PERSONA non è quindi puramente una questione di linguaggio. Nella nostra cultura noi guardiamo la faccia di una persona, piuttosto che il suo atteggiamento o i suoi movimenti, per ricavare le fondamentali informazioni su come è quella data persona. Quando percepiamo una persona nei termini della sua faccia e ci comportiamo sulla base di queste percezioni, stiamo funzionando sulla base di una metonimia. [tralasciamo qui p.58 e l’inizio di p.59]Concetti metonimici come questi sono sistematici allo stesso modo dei concetti metaforici; le frasi precedenti non sono casuali, ma sono esempi di certi concetti metonimici generali sulla cui base organizziamo i nostri pensieri e le nostre azioni. Tali concetti metonimici ci permettono di concettualizzare una cosa per mezzo delle sue relazioni con qualcos’altro. Quando pensiamo a un Picasso , non ci riferiamo a un capolavoro isolato, in sé e per sé, ma lo poniamo in relazione con l’artista, cioè con la sua concezione dell’arte, la sua tecnica, il suo ruolo nella storia dell’arte ecc. ci comportiamo con rispetto nei confronti di un Picasso , fosse pure uno schizzo fatto quando era ragazzo, a causa della sua relazione con l’artista. Questo è un modo in cui la metonimia IL PRODUTTORE PER IL PRODOTTO incide sia sul nostro pensiero che sulla nostra azione. Analogamente quando una cameriera dice “il panino al prosciutto vuole il suo conto”, essa non è interessata alla persona in quanto persona, ma solo in quanto cliente, e per questo l’uso di una espressione del genere è disumanizzante. Nixon non ha sganciato personalmente le bombe su Hanoi, ma attraverso la metonimia IL COMANDANTE PER IL COMANDO, non solo noi diciamo “Nixon ha bombardato Hanoi” ma anche pensiamo a lui come colui che ha effettivamente compiuto l’azione e lo consideriamo responsabile di essa. Anche in questo caso ciò è possibile a causa della natura della relazione metonimica nella metonimia IL COMANDANTE PER IL COMANDATO, che mette in rilievo la responsabilità. Quindi, come nel caso delle metafore, i concetti metonimici strutturano non solo il nostro linguaggio, ma anche i nostri pensieri, le nostre attitudini, le nostre azioni. Inoltre, come i concetti metaforici, anche quelli metonimici sono basati sulla nostra esperienza, e generalmente in una forma più evidente, dal momento che la metonimia comunemente implica dirette associazioni di tipo fisico o causale. La metonimia LA PARTE PER IL TUTTO ad esempio deriva dalla nostra esperienza di come in genere le parti sono relate con il tutto.>> Riepilogando, in che cosa consiste la metonimia:  Quando <<usiamo un’entità per riferirci a un’altra che è ad essa collegata.>>La sineddoche è considerata un caso particolare di metonimia.Metafora e metonimia sono due tipi diversi di processi.La metafora, concependo una cosa nei termini di un’altra, ha come funzione principale la comprensione. La metafora appunto permette agli esseri umani di concettualizzare e quindi comprendere qualcosa che è distante dall’esperienza.

Nel secondo caso il futuro è dietro e il passato è di fronte:  Nelle settimane seguenti …(futuro).  Nelle settimane precedenti …(passato). Questa sembra essere una contraddizione nell’organizzazione metaforica del tempo. Inoltre le metafore apparentemente contraddittorie possono venire combinate insieme senza danno come in:  Davanti a noi stavano le settimane seguenti. (seguente è qualcosa che segue, quindi non sta davanti, uno che segue sta dietro. Ma noi abbiamo detto che è il passato ad essere dietro,, invece in questo caso sono le “settimane seguenti” del futuro, da qui l’apparente incongruenza) In questo caso davanti organizza il futuro davanti, mentre seguenti lo organizza dietro. Per individuare la coerenza in questo caso, dobbiamo prima di tutto considerare alcuni fattori concernenti l’organizzazione davanti – dietro. Alcune cose, come le persone o le automobili, hanno nella loro struttura un’inerente organizzazione in termini di davanti – dietro; altre, come gli alberi, non ce l’hanno. Una roccia può ricevere una organizzazione davanti – dietro in certe circostanze. Supponiamo di guardare un masso di media misura e che vi sia una palla fra noi e quel masso, a circa trenta centimetri dal masso. In un caso come questo è appropriato dire “la palla è davanti al masso”; il masso ha ricevuto un orientamento davanti – dietro, come se avesse davvero una parte anteriore che ci sta di fronte. Tutto ciò non è universale, perché vi sono delle lingue, come ad esempio lo hausa, in cui il masso riceverebbe un orientamento opposto e sarebbe corretto dire che la palla è dietro al masso nel caso in cui essa fosse fra l’osservatore e la roccia. Gli oggetti che si muovono generalmente ricevono un orientamento davanti – dietro tale che il davanti è nella direzione del movimento (o in quella che si può considerare come direzione canonica di movimento, per cui una automobile che procede a marcia indietro mantiene il suo davanti). Un satellite sferico, ad esempio, che non ha un davanti, lo acquisisce qualora lo si consideri nella sua orbita, a causa della direzione in cui si sta muovendo. In italiano o in inglese il tempo è strutturato in termini della metafora IL TEMPO È UN OGGETTO CHE SI MUOVE, in cui il futuro si muove verso di noi:  Verrà un tempo in cui …  Se n’è ormai andato il tempo in cui …  Il tempo dell’azione è arrivato … Il proverbio “il tempo vola” è un esempio della metafora IL TEMPO È UN OGGETTO CHE SI MUOVE. Dal momento che siamo rivolti verso il futuro, abbiamo espressioni come:  Previsto nelle settimane a venire …  Sto aspettando con ansia l’arrivo del Natale.  Abbiamo davanti a noi una grande possibilità e non vogliamo lasciarcela sfuggire. Per mezzo della metafora IL TEMPO È UN OGGETTO CHE SI MUOVE, il tempo riceve un orientamento davanti – dietro nella direzione del movimento, come ogni altro oggetto in movimento. Il futuro quindi è di fronte a noi e si muove verso di noi, come si può vedere da espressioni quali:  Non posso guardare in faccia il futuro.  Il volto degli avvenimenti a venire …  Guardiamo in faccia il futuro. Ora, mentre espressioni come davanti a noi e prima di noi orientano il tempo rispetto alle persone, espressioni come precedente e seguente lo orientano rispetto al tempo stesso. Abbiamo così:  La prossima settimana e la settimana seguente.

Ma non:  La settimana seguente me … Dal momento che i tempi futuri sono rivolti verso di noi, i tempi che li seguono sono più lontani nel futuro, e tutti i tempi futuri seguono il presente. Per questo motivo le settimane seguenti sono la stessa cosa delle settimane davanti a noi. Lo scopo di questo esempio non era solo mostrare che non vi è contraddizione fra le varie metafore, ma anche mettere in luce tutti i sottili dettagli implicati: la metafora IL TEMPO È UN OGGETTO CHE SI MUOVE, l’orientamento davanti – dietro attribuito al tempo in base al fatto di essere un oggetto che si muove, e l’uso consistente di espressioni come seguente , precedente e in faccia applicate al tempo sulla base della precedente metafora. Tutta questa dettagliata e consistente struttura metaforica è parte del nostro linguaggio quotidiano riguardo il tempo, così abituale per noi che ci riesce difficile notarlo.

Coerenza vs consistenza

Abbiamo mostrato che la metafora IL TEMPO È UN OGGETTO CHE SI MUOVE è dotata di un’interna consistenza. Ma vi è un altro modo in cui noi concettualizziamo il passare del tempo: IL TEMPO STA FERMO E NOI CI MUOVIAMO ATTRAVERSO DI ESSO  Avanzando negli anni …  Procedendo oltre negli anni Ottanta …  Ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno. Abbiamo qui due sottocasi di IL TEMPO CI SUPERA: in un caso noi ci muoviamo e il tempo è fermo, nell’altro è il tempo a muoversi e noi restiamo fermi. Ciò che è comune, è il concetto di movimento relativo rispetto a noi, in cui il futuro è davanti a noi e il passato dietro. Vi sono quindi due sottocasi della stessa metafora, come si può vedere nel diagramma: dal nostro punto di vista il tempo di supera dal davanti verso dietro. Il tempo è un oggetto che si muove e si muove verso di noi il tempo sta fermo e noi ci muoviamo attraverso di esso in direzione del futuro In altri termini si potrebbe dire che le due metafore hanno una principale implicazione in comune, in quanto entrambe implicano che, dal nostro punto di vista, il tempo ci supera dal davanti verso dietro. Sebbene le due metafore non siano consistenti (cioè non formano un’unica immagine), esse tuttavia “si combinano insieme” grazie al loro essere sottocategorie di una stessa categoria principale e quindi all’avere in comune un’implicazione fondamentale. Vi è una differenza tra le metafore che sono coerenti fra loro (cioè “si combinano insieme”) e quelle che sono consistenti ; secondo la nostra analisi le relazioni fra metafore implicano più frequentemente coerenza che consistenza. Consideriamo ad esempio un’altra metafora: L’AMORE È UN VIAGGIO  Guarda come siamo andati lontano.  Siamo a un bivio.  Ora abbiamo solo da separare le nostre strade.  Non possiamo tornare indietro ora.  Non credo che questo rapporto stia andando da nessuna parte.

linguistica cognitiva. Mentre il volume del 2003 si intitola La metafora nel pensiero e nel linguaggio. Il punto fondamentale è per Vico il linguaggio figurato non è un mero abbellimento ma un vero e proprio valore cognitivo , contribuisce all’acquisizione della conoscenza che deriva da un lato dalla cogitatio intesa nel modo cartesiano, quindi appunto il pensare il susseguirsi di elementi ben precisi secondo una logica quasi formale, e dall’altro la capacità di produrre simboli, e questi simboli hanno importanza a livello di conoscenza e poi si trasformano in linguaggio. Fra l’altro p molto interessante questa definizione che Vico da delle figure retoriche nella Scienza nuova: << necessari modi di spiegarsi di tutte le nazioni>>. Questa definizione è veramente molto chiara, che non si tratta appunto di abbellimento, di qualcosa che si aggiunge al linguaggio letterale, ma qualcosa che è insostituibile ed è un modo appunto di arrivare a conoscere e poi a comunicare che sostituisce il linguaggio letterale stesso. Nel De Constantia Philologiae : il parlare figurato (retorico) è il linguaggio normale degli uomini delle epoche antiche. A tale proposito è molto interessante il brano di Battistini (p.72): << non più valutati come ornamenti per decorare il discorso, i tropi vengono ora considerati da una prospettiva genetica non funzionale e capovolgendo la tradizione non sono più ritenuti uno scarto dalla lingua comune, ma anzi il linguaggio abituale di tutti i primitivi e non dei soli poeti. Essi appaiono anomali soltanto quando nasce una coscienza paradigmatica, prodotta dall’esistenza contemporanea di più livelli del discorso, cioè nei tempi illuminati e colti in cui quelle forme sono sentite come traslate e poetiche sopravvissute al tempo in cui l’uomo pensava di cogliere le cose stesse nei pensieri e nelle parole che le riproducevano. La consunta immagine ciceroniana che accosta l’evoluzione dei tropi a quella delle vesti: da prima indossate per necessità, poi anche per ornamento acquista in Vico un senso più profondo giacché il parlar figurato risulta attività gnoseologica spontanea, quindi un’attività conoscitiva spontanea e come ha detto Vico stesso essenziale>>. I tropi (= le figure retoriche) per Vico sono quattro: metafora, metonimia, sineddoche e ironia. E secondo Vico la cosa interessante è che l’acquisizione, la comparsa di questi tropi segue lo stesso iter sia a livello filogenetico (cioè nel susseguirsi delle varie età e delle varie razze) sia nell’acquisizione del linguaggio da parte dei bambini, nell’apprendimento linguistico, quindi nel formarsi dell’uomo, in questo senso ontogenetico. Un esempio appunto di metonimia è quando i bambini designano un oggetto per esempio con il rumore, ovviamente questo non lo fa Vico, quando per esempio la macchina, la moto vengono chiamate “brum brum” e così via. Si usa la sineddoche quando si usano dei verbi con un significato più generico quasi fosse il tutto per la parte. Perché si usa il generico per lo specifico. Dicevamo che Vico sostiene che l’iter seguito per l’acquisizione dei tropi nell’ontogenesi, cioè nella formazione dell’individuo, nell’acquisizione linguistica dei bambini è lo stesso che avviene a livello filogenetico nelle tre età cicliche che lui nella Scienza Nuova riconosce come costituenti della storia dell’uomo, ebbene secondo Vico:  Età degli Dei , si sviluppa la metonimia e la sineddoche, che sono a un livello propriamente simbolico;  Età dei Eroi , la metafora;  Età degli Uomini , l’ironia Nel passaggio delle tre età avviene il << passaggio da una lingua essenzialmente muta a una articolata >>, cioè fonica (che si sviluppa sostanzialmente la codifica fonetica). Anche qui c’è un bel brano di Trabant (p.73): << proponiamo di leggere la sematologia di Vico non tanto come una teoria del linguaggio, quanto piuttosto come una critica del linguaggio normale e come una critica della normale teoria del linguaggio, come un critica dell’ ordinary language e della sua philosophy. Il motivo filosofico determinante di Vico è però mostrare che la pretesa razionalità dei moderni risale a origini selvagge, dove selvagge è fra caporali, che sono ancora vive. In questo senso dietro il linguaggio, con la cui tradizionale determinazione funzionale Vico concorda, dietro la lingua verbale e articolata, arbitraria, volgare e comunicativa si cela qualcos’altro. Vico dà alla sua critica forma di storia, ossia concepisce questo dietro come un prima, però dato che è un dietro non è una volta per tutte un passato. L’intento critico linguistico di Vico mira a dimostrare che alla base dell’umana lingua articolata razionale vi è pur sempre una lingua di cenni e immagini visivo - grafica, iconica - naturale, teologico – aristocratica, espressivo – rappresentativa.

Questa critica linguistica che Vico vuole opporre ai filosofi e ai filologi sarebbe completamente inefficace se si trattasse soltanto della storia di un trapassato remoto.>> Quindi quello che vuole dire in questo brano sostanzialmente che il passato è un prima ma anche un dietro, un dietro è qualcosa che rimane, un’altra faccia di ciò che abbiamo e questa componente simbolica, poetica appunto del linguaggio rimane anche nelle fasi successive.

2. Friedrich Nietzsche

Un altro grandissimo studioso, letterato che si è interessato alla metafora Nietzsche nato nel 1844 e morto nel 1900, l’opera a cui facciamo riferimento quando consideriamo le teorie di Nietzsche sulla metafora è Rappresentazione della retorica antica. Anche secondo Nietzsche la retorica è un’abilità cognitiva , non è soltanto un tropo, che contribuisce a definire il mondo circostante , tutte le figure retoriche sono un mezzo per costruire i significati, anzi Nietzsche arriva a dire il linguaggio ha una struttura essenzialmente figurativa e che la comunicazione ha una natura intrinsecamente metaforica , per cui appunto i processi metaforici sono alla base della formazione dei concetti e della loro espressione. Ricordiamoci che nel momento in cui diciamo che il linguaggio è una struttura figurativa, la comunicazione ha una natura metaforica, aspetti che verranno poi ripresi e sviluppati dalla teoria concettuale della metafora sono notevoli.

LA RIFLESSIONE NOVECENTESCA

Arriviamo nel Novecento e sicuramente il tema del valore cognitivo della metafora è fondamentale sia nella linguistica che nella filosofia del linguaggio del Novecento. E ci sono differenti studiosi che adottano vari approcci, hanno vari orientamenti e privilegiano ora il tema dello scarto (cioè la metafora considerata come deviazione da uno standard) ora invece quello che è il suo valore cognitivo. Quindi questi sono i due grossi filoni di studi sulla metafora del Novecento. Fra i nomi degli studiosi che si sono occupati di metafora nel Novecento per esempio c’è: Gerard Genette che ha considerato la metafora dal punto di vista dello scarto. Il cosiddetto Gruppo (mi) (lettera alfabeto greco) che è un gruppo di studiosi dell’università di Liegi in Belgio e anche loro si sono occupati della metafora come scarto e lo stesso anche Albert Henry che si è occupato della metafora appunto in questa prospettiva. Max Black e Ivor Armstrong Richards sono stati quelli che ha studiato appunto la metafora come strumento cognitivo. Richards ha ribadito che la metafora non è una semplice sostituzione e ha elaborato questa teoria distinguendo tre elementi che sono: il tenor , il vehicle e il ground. In cui il tenor è il concetto da esprimere ; il vehicle è il lessema espresso materialmente ; e il ground è il terreno comune tra tenor e vehicle. Per esempio Sei un leone vuol dire “Sei coraggioso” in cui appunto io concetto da esprimere è “il coraggio” e quindi è il tenor , il lessema materialmente espresso è “il leone” che quindi è il vehicle , il ground è questo terreno comune fra “il coraggio” e “il leone”. È importante il fatto che il vehicle non sostituisce semplicemente il tenor , torniamo sempre al fatto che se noi diciamo leone non coincide in tutto e per tutto con coraggio, ecco leone e coraggio non sono intercambiabili e questo è una delle caratteristiche della metafora. La metafora non corrisponde al significato di nessuno di questi tre elementi individuati da Richards, ma è una sorta di blending, una <>(Arduini e Fabbri 2008:39) E quindi questa fusione tra il pensare due cose diverse porta alla possibilità di esprimere un concetto che altrimenti sarebbe inesprimibile. Un altro studioso che ha messo in rilievo il valore cognitivo della metafora è Max Black che ha detto che la metafora ha la funzione di costruire un’immagine del mondo. Nella sua opera Models and Metaphors del 1962 costituisce la prima chiara analisi semantica della metafora come fenomeno che si esplica a livello dell’intero enunciato (che appunto coinvolge un intero enunciato). L’approccio di Richards e Black alla metafora è definito interattivo, perché appunto tratta la metafora, non come un espediente retorico o come uno scarto dal linguaggio comune, ma come una facoltà del linguaggio e del pensiero umani, volta a capire i concetti astratti attraverso quelli concreti. Come vediamo risponde chiaramente alla teoria della metafora concettuale di Lakoff e Johnson, ma ci sono dei limiti che sono quelli che poi hanno fatto si che ci fosse uno sviluppo successivo chiaramente. (Casadei, Metafore ed espressioni idiomatiche, Roma: Bulzoni Editore, 1996:73) << è con la teoria interazionista che si afferma la tesi della “creatività forte” della metafora, secondo cui la metafora non solo esprime o rappresenta qualcosa che è impossibile esprimere altrimenti ma