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Contributo Solin inerentemente ai mutamenti linguistici
Tipologia: Dispense
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Per cominciare. Mi è stato dato l’incarico di spiegare in quale maniera le iscrizioni, sia lapidee sia quelle graffite, possano e debbano essere utiliz- zate ai fini (degli studi) linguistici. Prima di tutto dobbiamo esaminare la genesi del documento epigrafico, giacché dalla corretta comprensione della storia del testo epigrafico dipende un giudizio equilibrato dei fenomeni lin- guistici contenuti nel documento in questione. Si pensa spesso che le iscrizioni, diversamente dalle opere letterarie dei classici, che normalmente sono tramandate in codici molto posterio- ri alle opere stesse, siano documenti di prima mano, fatti fare dagli auto- ri stessi, sotto la loro diretta partecipazione e il loro diretto controllo. Ma non è così. Esistono iscrizioni di due tipi: testi epigrafici che sono stati incisi su marmo o sbalzati nel bronzo solo secondariamente, come leggi, senatoconsulti, decreti decurionali, ecc.; in altre parole, sono solo copie di originali scritti su papiro, su tavole lignee o simili. L’altra catego- ria sono le iscrizioni destinate fin dall’inizio ad essere eternate su pietra o bronzo, come iscrizioni sepolcrali, votive, ecc. Ma neanche esse sono tramandate di prima mano. Nel processo di erezione di una pietra tom- bale iscritta in memoria di un deceduto o di più deceduti c’erano più fasi, che possiamo così esemplificare: i familiari, cioè i committenti si rivol- gevano ad un’officina lapidaria e convenivano con un impiegato del nego- zio (che viene spesso chiamato ordinator ) sul testo da incidere; nel com- porre il testo si ricorreva spesso a manuali che contenevano locuzioni ed espressioni adatte ad essere incise nella pietra memoriale. I committen- ti potevano anche presentare un testo scritto in corsivo o semicorsivo o in una rozza capitale posata. Comunque sia, i committenti e un impiegato si accordavano insieme sul testo da incidere, stendevano una minuta, che poteva essere o in corsivo o semicorsivo o in rozza capitale posata, oppu-
re già in quella capitale che doveva essere usata sulla pietra stessa. Il te- sto della minuta era poi trasferito alla pietra da un impiegato non lapi- cida, che si suole chiamare ordinator , il quale abbozzava il testo per es. con minio o con gesso sulla pietra, dopodiché il lapicida eseguiva l’inci- sione. Talvolta era il lapicida stesso a trasferire il testo sulla pietra, o pri- ma tracciandolo con minio o gesso o incidendolo direttamente. E se non sapeva leggere bene una minuta scritta in corsivo o semicorsivo, poteva confondere tra di loro certe lettere, come ad es. a e u (come può succede- re ancora oggi). Tornerò su questo fra poco. Stando così le cose, si capisce che durante il processo di trasferimento del testo dalla minuta su papiro o su tavola cerata in pietra, potevano suc- cedere confusioni ed errori di ogni sorta. Poiché i lapicidi, professionali o meno, molto spesso erano analfabeti che eseguivano lettera per lettera il te- sto della minuta consegnata o da un loro superiore nell’officina lapidaria o direttamente dal committente, si capisce che quando trascrivevano i testi delle minute, spesso riempivano le righe senza tener alcun conto del con- tenuto del testo e del significato delle singole parole. Perciò è molto impor- tante, per un linguista, verificare la presenza di forme irregolari rispetto alla norma, attestate nelle iscrizioni e quali informazioni esse possano for- nire circa la lingua parlata e lo stadio della sua evoluzione. Del fatto che i lapicidi fossero spesso dei poveri “pasticcioni” analfabe- ti, offro di seguito un esempio, presentando un’iscrizione pubblicata recen- temente nel 2012 da chi scrive^1.
Consideriamo ora un altro esempio un po’ diverso del lavoro del lapici- da. Nell’epigrafe urbana CIL VI 27494 il lapicida non distingue bene tra le traverse e gli apici delle lettere, probabilmente perché era analfabeta.^3 Pro- babilmente nella minuta non era accentuata con chiarezza la differenza tra un puro apice e una vera linea traversale. In tali casi il compito dell’editore sarebbe quello di restituire al testo la forma più vicina a quella che il com- mittente aveva voluto dare. Sorprendentemente gli editori delle iscrizioni urbane nel quadro del sesto volume del Corpus berlinese offrono un testo che non tiene conto delle incertezze mostrate nell’esecuzione dell’epigrafe, nella quale il lapicida non ha saputo distinguere tra apici e linee traversa- li o anche altre parti di lettere. La prima lettera, data nel CIL come una C, deve essere stata una L, perché il suo liberto L. Titius Thaumastus (il cui prenome era con certezza L(ucius) , certo non C(aius) ) deve aver portato lo stesso prenome del patrono (anche se si deve concedere che la prima L ha una traversa più accentuata, vale a dire una traversa più “regolare”). L’iscri- zione si può datare al II secolo d.C., e in quel periodo i patroni e i liberti hanno portato sempre lo stesso prenome (nell’età repubblicana e augustea i prenomi potevano essere ancora diversi nel nome del patrono e del liberto). Più interessante la seconda correzione del testo dato nel CIL : il cognome del liberto non era Thaumasius , come letto da Bormann (che ha copiato il testo per l’editore Henzen), bensì Thaumastus. Qui ci troviamo davanti un fenomeno sociolinguistico, la scelta fra le desinenze -tus e -ius. Dovrebbe essere da tempo un fatto acquisito che il suffisso cognominale -ius appar- tiene alla sfera dell’onomastica tardoantica. Fuori strada dunque l’osserva- zione (francamente detto: divertente) nell’apparato critico: «THAVMASIO
in lapide cernitur; sed litterae T et I nihil inter se differunt». L’opposizio- ne 0 ~ -ius è testimoniata in innumerevoli esempi: Hilarus popolarissimo in tutti i tempi, Hilarius in uso solo nella tarda antichità; allo stesso modo Hypatus versus Hypatius ; dai temi nasali in -on- sono formati nomi diven- tati popolari nel Basso Impero come Acontius Gerontius Leontius^4. Stando così le cose, possiamo aspettarci di incontrare spesso nelle iscri- zioni grafie anche molto sorprendenti e bizzarre. A causa della poca cul- tura dei lapicidi si può veramente fin da principio pensare che le confusio- ni spesso percettibili tra lettere come E e F, I e T e L, ecc. possano essere spiegate dalla poca dimestichezza che i lapicidi avevano con la scrittura. Di ciò potremmo fornire molti altri esempi oltre a quelli sopra ricordati 5. Era assai naturale spiegare la nascita di tali errori con la trascuratezza o la fretta del lapicida o di altri coinvolti nel processo della genesi del do- cumento epigrafico in questione. Tale vecchia tesi viene esplicitamente ac- cettata per esempio da Emil Hübner nella classica e influente introduzio- ne dei suoi Exempla scripturae epigraphicae del 1885^6 ; questa opinione ha poi fatto strada ed è stata condivisa in parecchi manuali dell’epigrafia ro- mana e anche in introduzioni alla paleografia romana. Nella prima me- tà del Novecento lo studio inerente al problema della genesi degli errori in documenti epigrafici è entrato in una fase di stagnazione ed non è più sta- to sottoposto ad analisi approfondite. Ma dopo la seconda guerra mondia- le esplode la bomba. Un rappresentante della scuola paleografica francese, i cui meriti particolarmente nello studio della tecnica del processo grafico sono incontestabili, Jean Mallon enunciava la tesi per cui una buona par- te degli errori dei lapicidi sia da ricondurre al fatto che il responsabile del trasferimento del testo dalla minuta alla pietra (cioè l’ ordinator ) non sareb- be stato in grado di leggere in modo corretto la minuta fornita dai commit-
IV sec. d.C.). Nell’iscrizione urbana, l’omissione della S finale sembra esse- re un’abbreviazione consapevole; la caduta della T, confermata dagli esem- pi greci, per parte sua potrebbe riflettere una forma affettiva^10. Marcillet- Jaubert suppone anche altri tipi di confusione, come tra e e u , adducendo dall’Africa un esempio simile al precedente: CHARITV in CIL VIII 1911 = ILAlg I 3184 Audasia Charitu (cfr. anche CARITV in CIL VIII 8756 Iulia Caritu ), che andrebbe cambiato in Charite , un popolare nome greco. Ma Charitu si spiega allo stesso modo del caso urbano di Cleoparu : rap- presenta il nome greco Χαριτοῦς, attestato in questa forma parecchie volte nell’onomastica romana^11. Un altro problema è rappresentato dal fatto che gli editori di corpora epigrafici non sanno sempre distinguere nettamente tra veri errori di scrit- tura e forme che devono piuttosto essere spiegate come varianti; veramen- te si deve essere prudenti nel giudicare forme irregolari rispetto alla nor- ma come errori del lapicida o, nel caso, dell’ ordinator , o, nel caso, anche del committente. Una variante ortografica dice del committente o del la- picida, dal punto di vista psicologico, tutta un’altra cosa che un grossolano errore di scrittura. Varianti (orto)grafiche erano nella Roma antica una co- sa quotidiana e potevano essere realizzate anche da persone munite di una certa erudizione. Dobbiamo considerare che non esisteva a Roma un’istan- za che sorvegliasse e custodisse un’ortografia ufficiale; in sé e per sé l’or- tografia aveva, almeno a partire dall’inizio dell’età imperiale, un suo posto nell’insegnamento, ma è chiaro che non esisteva un organo corrisponden- te all’ Académie française che controllasse la purezza della scrittura^12. Un bell’esempio concreto di una grafia ‘irregolare’, ma allo stesso tempo “le- gittima”, è rappresentato dalla forma interpetratio (attestata in CIL III 2880; cfr. anche il dativo interpetri III 10505)^13 , che viene spiegata come un errore da nientedimeno che dal grande Mommsen nell’indice del CIL III nella sezione degli errores quadratarii notabiliores fra le litterae tran- spositae , mentre in realtà non abbiamo qui che una forma secondaria di in- terpretatio , attestata anche in alcuni codici della Vulgata (vedi ThLL VII 1, 2253, 74-75), e pure in italiano: non di rado ho sentito dalla bocca dei par-
lanti della Penisola Appenninica questa forma, registrata anche nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia^14. E negli indici, al- trimenti molto ben fatti, delle iscrizioni africane pubblicate nell’ottavo vo- lume del Corpus berlinese, si spiegano forme come Dyonisius o Crhyseros come errori^15 , mentre si tratta di grafie secondarie condizionate dalla pro- nuncia contemporanea; ancor più pericoloso è chiamare errore la forma del nome gentilizio Salvidienus invece di Salvidenius , essendo Salvidienus una vecchia e buona forma. Ma alle volte una forma attestata in documenti epigrafici non può esse- re spiegata in modo plausibile. Ne adduco un esempio: ADHIBE in CIL VI 27938 viene interpretata nel Thesaurus monacense come ex imperativo no- men , il che è completamente escluso. La lettura è certa, la pietra ha vera- mente ADHIBE. Non saprei spiegarla, ma potrei accennare a un fenome- no grafico: abbiamo altri esempi, in cui il lapicida ha scambiato due lettere susseguentisi nell’alfabeto, un fenomeno forse spiegabile con lettere mobili: ANEREA per Andrea , FECIS per fecit , FORSAM per forsan , VEROA per verna : queste forme sono irrazionali. Così in ADHIBE potrebbe celarsi il popolare nome semitico Achiba. La maggioranza dei nomi di persona antichi è tramandata attraverso le iscrizioni e, d’altro canto, le iscrizioni hanno nei nomi la parte prevalen- te del loro contenuto. Questo gruppo di testimonianze non ha ricevuto l’at- tenzione che meriterebbe da parte dei linguisti. Purtroppo non mi è pos- sibile soffermarmi su questo aspetto se non molto brevemente. Anche dal punto di vista psicologico è una questione importante sapere in che modo fu pronunciato ciò che stava sulla pietra, in specie per quel che concerne grafie per così dire erronee. Che cosa significa per esempio il diverso ren- dimento delle aspirate ch e th in nomi greci nell’età imperiale per la pro- nuncia del nome in questione nella bocca di chi porta il nome o del com- mittente dell’iscrizione (o, nel caso, dell’impiegato dell’officina lapidaria o anche del lapicida)? Esisteva una pronuncia erudita [kh] e [th] che tuttavia non possiamo presupporre negli strati inferiori – almeno non regolarmente. Il nome molto popolare Tyche , che fu scritto spesso senza h , fu pronuncia- to probabilmente – a seconda dell’appartenenza sociale di chi usava il no- me – o [tykhe] o [tikhe] o semplicemente [tike]. Da questo usus dell’età im- periale si deve distinguere la fase più antica dell’età repubblicana, quando i Romani rendevano le aspirate semplicemente con le tenui, come dimostra- no le grafie comunissime Antiocus per Antiochus o Pilemo per Philemon o Teupilus per Theophilus ; poi nei prestiti antichi questa grafia è rimasta
e Chaerean forme percepite dal committente o dall’ ordinator come auten- tici ablativi; tuttavia dal punto di vista morfologico non possono in nes- sun caso essere spiegati come ablativi. Si noti che l’autore del testo epigra- fico (chiunque sia) comincia nei sintagmi preposizionali correttamente con l’ablativo, per poi passare all’accusativo, una sequenza nota da documenti volgari come ab aeodem Eunum in una tabella puteolana del 37 d.C. ( Tab. Puteol. 45), o aeadem diem in una tabella ravennate circa del 151 d.C. ( CPL 193), o ancora ex eadem rem in un tardo papiro ravennate del 540 ( PTjäder 31 = ChLA XX 707). Altri fenomeni interessanti derivanti dall’onomastica e importanti per la storia del latino sono per esempio: 1) questioni connesse con conserva- zione o spostamento d’accento; nel quadro di questo fenomeno si posso- no per esempio spiegare forme di antroponimi greci con la desinenza -οια (Εὔνοια Ὁμόνοια): una forma Homonia nel posto di Homonoea non deve in alcun caso ritenersi erronea, ma si spiega con il mantenimento dell’ac- cento nel nome greco^20.
te Chelidon ), ma qui la forma si poteva mantenere più facilmente, in quan- to nel greco χελιδών era una parola popolare e amata ed esisteva il no- me proprio femminile Χελ(ε)ιδών, mentre non fu in uso un nome di donna Εἰκών. E del nome dell’eroina Ἀμαζών Amazon sono attestate delle forme della terza declinazione,^23 occasionalmente anche il nominativo (nel mondo greco invece era ben noto Ἀμαζών come nome di donna storico), ma so- lo al di fuori di Roma, a Miseno EE VIII 429 Didia Amazon ), a Roma so- lo forme dei casi obliqui: l’ablativo Amazone , che può, è vero, appartenere anche alla prima declinazione ( CIL VI 11131 ab Aelia Amazone ) e il dativo Amazoni ( CIL VI 32508. 34382).
II secolo, Roma; CIL VIII 21291, II/III secolo); Mercatilla (cognome diffu- so in Italia e nelle province occidentali)^31 ∼ Mercatilia ( CIL IX 2303 liber- ta); Nepotilla (cognome popolare) ∼ Nepotilia ( CIL VI 37320; la stessa vie- ne chiamata in altre iscrizioni dei suoi schiavi Nepotilla ); Primilla (cognome popolare) ∼ Primilia (CIL III 2486; AE 1949, 209); Quartilla (cognome po- polare) ∼ Quartilia ( CIL VI 38810; Secundilla (cognome popolare) ∼ Se- cundilia ( CIL VI 16767); Spanilla (cognome raro) ∼ Spanilia ( CIL XII 488, cristiana); Ursilla (cognome alquanto popolare) ∼ Ursilia ( CIL XIV 5059; AE 1992, 561 [Spello]; o gentilizio?). Come si devono spiegare i casi muniti di questo suffisso per così dire secondario -ilia? In alcuni casi, se l’iscrizio- ne in questione si data al tempo del Basso Impero, può trattarsi di un nome autonomo provvisto dell’autentico suffisso -ia caratteristico dell’onomastica della tarda antichità (dei casi sopra ricordati si potrebbe spiegare in questo modo Spanilia , che sarebbe neoformazione da Spanilla scritta con una l ), ma nella maggior parte dei casi si tratterà di errori di scrittura o errori di lettura, non di nuovi nomi derivati da quelli in -illa. Ma alcune di queste at- testazioni provengono da documenti di forma ineccepibile, per cui non pos- siamo sbarazzarci di ogni testimonianza spiegandola come errore. Si aggiun- ga una forma maschile, Quintilio in CIL VI 307 (la lettura sembra certa) nel nome del console 159 Plautius Quintillus. Le attestazioni tratte da iscrizio- ni non cristiane sono databili al I e II secolo (alcune possono appartenere al III)^32 , ma nel I secolo -li- non poteva essere ancora una grafia comune, in quanto ne mancano esempi tra i graffiti pompeiani per i quali, come è noto, il terminus post quem non è il 79 d.C. Per lo più le attestazioni ap- partengono alla sfera volgare, in quanto nomi di gente di bassa condizio- ne o comunque scritte da essa. Non è forse escluso che queste grafie -lia (e -lius ) possano riflettere la palatalizzazione ll > lj poi ben nota dalle lingue romanze^33 , della quale si troverebbero dunque esempi sporadici già nell’età del principato. A parte va ancora ricordata la coppia Felicla Feli- cia. La grande famiglia onomastica Felix ha generato tra l’altro il popola- rissimo cognome femminile Felic(u)la , del quale si danno nella banca da- ti Clauss-Slaby in totale 570 attestazioni. Di queste, se ho calcolato bene, 174 presentano la forma sincopata Felicla^34. Da parte sua, il nome Felicia
si trova nella stessa banca dati circa 130 volte^35. Ora, Felic(u)la viene in voga a partire dall’età augustea e resta in uso costante per i primi due se- coli del Principato, per diventare poco comune nelle iscrizioni paleocristia- ne, mentre di Felicia la stragrande maggioranza della documentazione da- ta all’età imperiale inoltrata 36 ; al I secolo appartiene solo un esiguo numero delle iscrizioni, in sostanza alcune poche urbane sembrano datarsi all’e- tà giulio claudia ( CIL VI 4633) o genericamente al I secolo ( CIL VI 13449. 37862a. 17823), e al II secolo potrebbe essere assegnata CIL VI 9914^37. Si vede quindi che Felicia è soprattutto un nome tardo, comune anche in iscrizioni cristiane, e questo si accorda con la storia del suffisso onomasti- co -ius -ia. Così, prima di scrivere la storia di questo nome, assai interes- sante dal punto di vista sociolinguistico, si devono controllare le letture del nome nelle iscrizioni che potrebbero essere diciamo preseveriane^38. Particolarmente sensibili ad interpretazioni erronee e precipitose sono grafie irregolari presenti in iscrizioni parietali, in primo luogo quelle pom- peiane^39. In questa sede solo qualche parola in merito. Ma si tratta di una questione molto importante. Già in iscrizioni lapidee è spesso difficile de- cidere se una grafia irregolare rifletta un fenomeno linguistico o no. An- cor più difficile è prendere decisioni certe riguardo ai graffiti pompeiani che sono per così dire volgari per eccellenza. Chi sfoglia il classico libro Le latin vulgaire des inscriptions pompéiennes di Veikko Väänänen (cfr. Väänänen 1966), incontra spesso l’osservazione disperata sul come sia dif- ficile o piuttosto impossibile decidere se si tratti di un fenomeno di ordi- ne linguistico o di un mero errore di scrittura. Alle grafie trascurate degli
Finiamo l’analisi di singoli esempi per illustrare ancora la situazione im- barazzante dell’esegesi delle iscrizioni pompeiane alla luce del loro apporto allo studio della storia del latino con due casi, opposti fra di loro nell’ese- gesi. CIL IV 1101, un dipinto, da tempo irreperibile (non visto neanche dal- lo Zangemeister) comincia M ANTISCIVS (se il noto studioso pompeia- no Raimondo Guarini della prima metà dell’Ottocento legge Antistius , ciò non significa che nel dipinto fosse scritto così; piuttosto si tratta di una sua congettura ex divinatione ). Siccome non esiste un nome * Antiscius , lo scri- vente pompeiano aveva in mente senza dubbio Antistius , un normale nome gentilizio romano, attestato anche a Pompei. Ma la parte finale del nome è stata letta male dai vecchi autori, o si tratta di un errore dello scrivente an- tico? Difficile decidere. Comunque sia, non si può in nessun caso trattare di una grafia che riflette l’assibilazione causata dalla t nella combinazione ti + vocale, giacché la grafia scritta ci + vocale comincia ad apparire sol- tanto nell’età imperiale inoltrata^45. Poi, nell’età medievale, la grafia ci + vo- cale divenne molto comune, e forse colui che copiò il dipinto fu influenzato da questa abitudine post antica. Se in questo caso abbiamo dovuto emendare la forma del testo tramanda- ta, altre volte dobbiamo mantenere il testo tradito, per quanto possa sembra- re difficile, come dimostra il seguente esempio: in due graffiti ( CIL IV 5279.
conda edizione della Lateinische Laut- und Formenlehre (cfr. Leumann 1977, p. 215) ha saputo rivedere la sua originaria presa di posizione.
to male NVGASEOS dall’editore Zangemeister, da me emendato in ba- se all’autopsia nelle Terme del Foro nel 2007). Si è spesso voluto cambiare nugas in nugax , aggettivo che significa “frivolo, buffone, inetto”^46. La for- ma nugas può spiegarsi benissimo come un accusativo esclamativo: tu sei nugae , uomo frivolo, nullità. Su questo usus è da confrontare nugas agere al. in Plauto (per esempio Asin. 91, Aul. 638. 651, Capt. 628, Cas. 753), an- che ellitticamente in funzione esclamativo ( Amph. 604, Most. 1088, Persa 717, Pseud. 1081) 47. Qui non possiamo correggere il testo in modo bentleia- no. In questo caso il conservatismo nella critica testuale è una virtù. Un dettaglio che salta agli occhi è la grande frequenza delle desinen- ze verbali -es, -et per -is, -it a Pompei, come testimoniano le comuni grafie bibet, dicet, futuet, leget , ecc. in un contesto che le mostra senza equivo- ci come presenti. In parte si può trattare di grafie o letture false, derivan- ti dalla forma corsiva di e , resa nella scrittura corsiva con il segno II: sia I può essere letta II e ancor più facilmente II può essere letta o scritta co- me I; ne abbiamo parecchi esempi sulle pareti di Pompei, anche se le lettu- re offerte nel CIL non sono sempre fededegne, la qual cosa ha fatto soffrire anche le interpretazioni grammaticali di Väänänen^48. Ma resta comunque il fatto che la desinenza dei verbi della terza coniugazione all’indicativo pre- sente si scriveva spesso -et , un fenomeno che ha conseguenze anche per la storia delle lingue romanze. Ma abbiamo, Väänänen e io, trattato in abbon- danza di questo fenomeno 49 , per cui non è il caso di soffermarvisi qui più a lungo. Ricordo solo una nuova lettura: In CIL IV 1831 si deve leggere hi- lera turba in luogo della vulgata cetera turba , come ho potuto constatare in base all’autopsia effettuata nel Museo Archeologico Nazionale di Napo- li. Hilera sta per hilara , forma che presenta un fenomeno molto interessan- te, da confrontare comparare > comperare^50. Non posso soffermarmi più a lungo su Pompei, ho già superato lo spazio concessomi. Ma non posso non finire con due belle scoperte fatte qualche tempo fa, molto diverse del resto tra di loro.
fologia e il lessico latini; qui vale la pena di addurne due: 1) In II 8 è sta- to letto finora variamente sittuae, situle o sittule oppure sittube , seguito da VIIII^53 ; va tuttavia letto senza equivoci Sittiae , nome di una donna in qual- che modo occupata nella servitù dell’edificio o stanza, dove fu scaraboc- chiato il graffito, in cui appaiono anche altri nomi di persona. I Sittii sono ben attestati a Pompei. – 2) Subito dopo Sittiae VIIII segue una parola che ha causato parecchi grattacapi. L’editore del CIL Mau lesse INLTYNIVM, senza tentativo di spiegazione. Questa mostruosa vulgata creata dal Mau ha ricevuto interpretazioni diversissime, nessuna delle quali è convincente. Dopo ripetute ispezioni dell’originale poso garantire inlicnium da me let- to senza esitazione. Ciò è ellychnium ἐλλύχνιον, che viene scritto in autori latini alle volte enl- (così Vitr. 8, 1, 5 e Stat. silv. 4, 9, 29); sulla grafia con i- cfr. CIL II 2 5, 340 collegium illychiniariorum prati novi. Valeva – e vale – la pena di rileggere, rileggere, e ancora rileggere i graffiti pompeiani e cercare di migliorarne la lettura e l’esegesi. Il loro ap- porto sia per l’epigrafia pompeiana sia per la storia del latino può così esse- re notevolmente aumentato.
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