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Linguistica Generale: Doppia Articolazione, Classificazione Linguistica e Sintassi, Sintesi del corso di Linguistica Generale

Appunti del corso e sintesi del manuale "La linguistica: un corso introduttivo" di Berruto e Cerruti

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 16/08/2020

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Il linguaggio verbale
1.1 Linguistica, lingue, linguaggio, comunicazione
La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua e si può dividere in due categorie,
ovvero la linguistica generale (anche chiamata linguistica teorica, sincronica o descrittiva) che
studia come funziona e come è fatta una lingua, e la linguistica storica che si occupa
dell’evoluzione delle lingue nel tempo e delle relazioni tra lingue e culture.
In italiano si contrappone alla linguistica generale la glottologia.
L’oggetto di studio della linguistica sono le lingue storico-naturali, ovvero lingue nate
spontaneamente nel corso dell’evoluzione dell’essere umano e utilizzate nel presente e nel passato.
Esistono anche lingue create a tavolino (come l’esperanto) che però non mutano nel tempo.
Tutte le lingue storico-naturali costituiscono il linguaggio verbale umano, una facoltà innata
dell’homo sapiens, che comprende tutti i sistemi linguistici esistenti senza distinzione tra lingue e
dialetti (quest’ultimi studiati dalla sociolinguistica, la quale analizza le interazioni tra linguaggio e
società).
segno linguistico: un qualcosa che sta per qualcos’altro e ci permette di comunicarlo, la scienza che
studia i segni è chiamata semiotica. In una concezione molto larga tutto può comunicare qualcosa
passando delle informazioni, in questo caso la comunicazione è intesa in senso più ristretto perché
viene considerata come caratteristica fondamentale l’intenzionalità (si ha comunicazione quando un
emittente trasmette volontariamente una determinata informazione e il ricevente la assimila in modo
altrettanto intenzionale).
Tre categorie della comunicazione:
1- comunicazione in senso stretto, emittente intenzionale e ricevente intenzionale, ad esempio
linguaggio verbale umano, gesti, cartelli stradali…
2- passaggio di informazione, emittente non intenzionale e ricevente intenzionale, ad esempio
postura del corpo, orme di animali…
3- formulazione di interferenze, nessun emittente ma un oggetto che viene interpretato e
interpretante, ad esempio tetti spioventi=qui nevica spesso
Il valore dei segni nella prima categoria è il più forte, nella terza il fatto segnico è più debole e
fraintendibile.
1.2 Segni, codice
Il segno è l’unità fondamentale della comunicazione e ne esistono diversi tipi, l’unione tra
un’espressione e un contenuto. La tassonomia dei segni è costruita su due criteri fondamentali che
sono l’intenzionalità e la motivazione relativa (il grado di rapporto naturale tra il “qualcosa” e il
“qualcos’altro”).
indici:
sono motivati naturalmente e non intenzionali.
si basano su un rapporto di causa-effetto, starnuto=raffreddore
segnali:
sono motivati naturalmente e usati intenzionalmente
sbadiglio volontario=sono annoiato
icone:
sono motivati analogicamente e sono intenzionali
si basano sulla similarità di forma e struttura, ad esempio cartelli stradali, carte geografiche…
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Il linguaggio verbale 1.1 Linguistica, lingue, linguaggio, comunicazione La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua e si può dividere in due categorie, ovvero la linguistica generale (anche chiamata linguistica teorica, sincronica o descrittiva) che studia come funziona e come è fatta una lingua, e la linguistica storica che si occupa dell’evoluzione delle lingue nel tempo e delle relazioni tra lingue e culture. In italiano si contrappone alla linguistica generale la glottologia. L’oggetto di studio della linguistica sono le lingue storico-naturali, ovvero lingue nate spontaneamente nel corso dell’evoluzione dell’essere umano e utilizzate nel presente e nel passato. Esistono anche lingue create a tavolino (come l’esperanto) che però non mutano nel tempo. Tutte le lingue storico-naturali costituiscono il linguaggio verbale umano, una facoltà innata dell’homo sapiens, che comprende tutti i sistemi linguistici esistenti senza distinzione tra lingue e dialetti (quest’ultimi studiati dalla sociolinguistica, la quale analizza le interazioni tra linguaggio e società). segno linguistico : un qualcosa che sta per qualcos’altro e ci permette di comunicarlo, la scienza che studia i segni è chiamata semiotica. In una concezione molto larga tutto può comunicare qualcosa passando delle informazioni, in questo caso la comunicazione è intesa in senso più ristretto perché viene considerata come caratteristica fondamentale l’ intenzionalità (si ha comunicazione quando un emittente trasmette volontariamente una determinata informazione e il ricevente la assimila in modo altrettanto intenzionale). Tre categorie della comunicazione: 1- comunicazione in senso stretto, emittente intenzionale e ricevente intenzionale, ad esempio linguaggio verbale umano, gesti, cartelli stradali… 2- passaggio di informazione , emittente non intenzionale e ricevente intenzionale, ad esempio postura del corpo, orme di animali… 3- formulazione di interferenze , nessun emittente ma un oggetto che viene interpretato e interpretante, ad esempio tetti spioventi=qui nevica spesso Il valore dei segni nella prima categoria è il più forte, nella terza il fatto segnico è più debole e fraintendibile. 1.2 Segni, codice Il segno è l’unità fondamentale della comunicazione e ne esistono diversi tipi, l’unione tra un’espressione e un contenuto. La tassonomia dei segni è costruita su due criteri fondamentali che sono l’ intenzionalità e la motivazione relativa (il grado di rapporto naturale tra il “qualcosa” e il “qualcos’altro”).  indici : sono motivati naturalmente e non intenzionali. si basano su un rapporto di causa-effetto, starnuto=raffreddore  segnali: sono motivati naturalmente e usati intenzionalmente sbadiglio volontario=sono annoiato  icone: sono motivati analogicamente e sono intenzionali si basano sulla similarità di forma e struttura, ad esempio cartelli stradali, carte geografiche…

simboli: sono motivati culturalmente e sono intenzionali rosso del semaforo=fermarsi  segni: non motivati (arbitrari e basati su mera convenzione) e intenzionali la lingua dei segni, il suono di un telefono la cui linea è occupata a volte i segni non vengono distinti dai simboli La motivazione che lega il “qualcosa” al “qualcos’altro” dalla prima categoria all’ultima diventa man mano sempre più convenzionale. Gli indici ad esempio essendo naturali hanno un valore universale, i simboli e i segni invece sono dipendenti dalle tradizioni culturali e perciò non universali. I segni linguistici sono comunque prodotti intenzionalmente per comunicare, cosa permette al ricevente di interpretare un segno? Un codice linguistico costituito di preconoscenze che permette di attribuire un significato a ciò che succede. Un codice è un insieme di corrispondenze create per convenzione che fornisce le regole per l’interpretazione dei segni. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici. 1.3 Le proprietà della lingua Biplanarità: Il fatto che ci siano in un segno due facce compresenti, ovvero il “qualcosa” e il “qualcos’altro” Il “qualcosa” è chiamato significante , è anche chiamato espressione o forma ed è la parte fisicamente percepibile del segno, ad esempio la parola “gatto” pronunciata o scritta. Il “qualcos’altro” è chiamato significato, è anche chiamato contenuto ed è la parte non materialmente percepibile, come “l’idea di gatto”. Possono esserci anche parole con significante uguale ma significato diverso (candela di cera, candela dell’auto). Tutti i segni sono costituiti dal piano del significante unito a quello del significato, un codice si può quindi definire un insieme di corrispondenze tra significanti e significati. Un segno si può invece definire come l’associazione di un significante e un significato. Arbitrarietà: Il fatto che non ci sia nessun legame naturalmente motivato tra il significante e il significato di un segno. Il significante “gatto” non ha intrinsecamente nulla a che vedere con l’animale gatto, non c’è nulla che implichi che una determinata cosa si debba o si possa chiamare in un determinato modo. Ci sono comunque dei legami tra significante e significato ma si tratta di legami convenzionali e perciò arbitrari. Se i segni linguistici non fossero arbitrari le parole nelle diverse lingue dovrebbero comunque essere molto simili, oppure parole simili dovrebbero riportare allo stesso concetto e non è così (bello in italiano, in inglese bell=campana, in latino bellum=guerra). -il triangolo semiotico: ad ogni vertice troviamo una delle entità in gioco per quanto riguarda la funzione del segno linguistico. Il significante, il significato e il referente, ovvero un elemento della realtà esterna. Esistono quattro tipi, o livelli, di arbitrarietà:

minime di prima articolazione poiché non possono essere divisi in parti più piccole mantenendo un significato. Ogni segno linguistico è scomponibile in unità di prima articolazione, le unità minime di prima articolazione sono chiamate morfemi.

  1. seconda articolazione: ad un secondo livello possiamo scomporre i morfemi in unità ancora più piccole che però non portano più alcun significato. Ad esempio il morfema gatt- è scomponibile nei suoni g, a, t, t, o, che nella scrittura corrispondono a lettere. Tali elementi (che non sono più segni perché non portano alcun significato) sono le unità minime di seconda articolazione e sono chiamati fonemi. Ogni segno linguistico è scomponibile in unità minime di seconda articolazione. Esempio: La nonna sforna la torta L-a nonn-a s-forn-a l-a tort-a L-a n-o-n-n-a s-f-o-r-n-a l-a t-o-r-t-a Questa frase è scomponibile in 11 morfemi in 20 fonemi. In alcuni casi le unità minime di prima e seconda articolazione coincidono nella forma come nel caso di s- di sforna o -a di nonna, queste sono sia unità di prima articolazione considerando il significato sia si seconda articolazione considerandole unicamente come suoni. La doppia articolazione dei segni linguistici (nb: riguarda solo il significante) è un cardine del linguaggio umano attorno al quale ruota la struttura generale del sistema linguistico, nessun altro codice di comunicazione naturale possiede una doppia articolazione così completa come quella della lingua. Da questo nasce l’economicità del sistema linguistico, ovvero il fatto che con un numero limitato di fonemi, ovvero elementi privi di significato, si è capaci di creare un numero illimitato di unità che possiedono un significato. Nella strutturazione della lingua è molto importante anche il principio di combinatorietà, ovvero il fatto che la lingua funzioni dalla combinazione di unità minori che ci permettono una produttività illimitata. Trasponibilità di mezzo: Anche chiamata trasferibilità di mezzo o intercambiabilità di mezzo, è la proprietà che possede il significante dei segni linguistici di poter essere trasmesso sia attraverso il mezzo aria (parlato, attraverso il canale fonico-acustico e attraverso sequenze di suoni e rumori prodotti dall’apparato fonatorio umano) sia attraverso il mezzo luce (scritto,attraverso il canale visivo-grafico e attraverso una serie di lettere). Ogni messaggio parlato può essere scritto e viceversa, il canale fonico-acustico (anche detto vocale-uditivo) è per ovvie ragioni il canale primario. Spesso si dice anche che una delle proprietà del linguaggio umano è la fonicità. Parlato= realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso il mezzo fonico Scritto= realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso il mezzo grafico excursus su lingua parlata e scritta: Il parlato è prioritario antropologicamente rispetto allo scritto, tutte le lingue scritte sono state anche parlate ma non tutte le lingue parlate sono state anche scritte, come ad esempio alcune lingue in Africa e Oceania. Questo non mette in discussione la trasponibilità di mezzo poiché si tratta di fattori storico-sociali, e se volessimo potremmo sempre creare un sistema di scrittura per ogni lingua. Possiamo inoltre sostenere che il parlato sia prioritario semplicemente riflettendo su quanto viene usata quotidianamente la lingua per mezzo fonico o per mezzo grafico. Il parlato ha inoltre una priorità ontogenetica, ovvero il fatto che ogni individuo impari prima a parlare per via spontanea e solo più tardi a scrivere in seguito ad un addestramento specifico. Troviamo inoltre una priorità filogenetica, ovvero il fatto che la scrittura si sia sviluppata nettamente dopo il linguaggio parlato. Le prime forme considerabili come principi di linguaggio scritto risalgono a 5 millenni prima di Cristo ovvero le scritture pittografiche, mentre un sistema di

scrittura vero e proprio lo troviamo con la scrittura cuneiforme dei Sumeri nel 3500 a.C., tavolette d’argilla con segni a forma di cunei, in Mesopotamia l’attuale Iraq. La scrittura alfabetica nasce probabilmente con i Fenici nel 1300 a.C. sotto forma di scrittura consonantica nell’odierna Siria, una scrittura ugaritica e ancora di tipo cuneiforme. [ Alfabeti e sistemi di scrittura ] Le origini del linguaggio sono molto antiche, per risalire alle prime forme di linguaggio verbale dobbiamo risalire l’albero genealogico degli ominidi. Si ipotizza che qualche forma di comunicazione orale fosse già presente nell’homo habilis e in seguito nell’homo erectus, ovvero 3 milioni di anni fa. Sicuramente il linguaggio verbale era presente nell’homo neanderthalensis e nell’homo sapiens sapiens. Nel processo evolutivo della specie umana sembra che ci fossero già nei nostri antenati i prerequisiti biologici necessari per l linguaggio verbale. Il canale fonico-acustico e di conseguenza il parlato presentano una serie di vantaggi biologici rispetto al canale visivo e lo scritto:

  • con al presenza di aria il parlato è utilizzabile sempre, addirittura con le ultime tecnologie anche in assenza di aria ed a distanza con la registrazione dei messaggi audio
  • il parlato non ostacola altre attività, si possono fare altre cose in contemporanea, a differenza dello scritto
  • permette di localizzare la fonte del messaggio
  • la ricezione è in contemporanea all’emissione
  • l’esecuzione del parlato è più rapida
  • il messaggio parlato può essere trasmesso e recepito da più persone contemporaneamente
  • il messaggio parlato svanisce e non ingombra il canale lasciando così libero il passaggio di altri messaggi. Questo può essere allo stesso tempo uno svantaggio, lo scritto rimane nel tempo
  • l’energia richiesta è ridotta, il parlare è concomitante alla respirazione talvolta considerato un sottoprodotto. Il parlare pur avvenendo in concomitanza con altre funzioni fisiologiche non contribuisce a respirazione o alimentazione ma ha il solo scopo comunicativo. Nelle società moderne lo scritto ha una priorità sociale, avere una forma scritta è indispensabile per una lingua evoluta, è lo strumento di fissazione e trasmissione del corpo legale, letterale, scientifico, fondamentale per l’istruzione scolastica, ha validità giuridica. Infine, la realizzazione parlata e scritta non sono esattamente la precisa rappresentazione l’una dell’altra, nel parlato si perdono elementi come maiuscole o virgole e nello scritto non si ha ad esempio il tono della voce. Linearità: Per linearità del segno si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e nello spazio, non si può capire completamente il messaggio del segno prima di aver attualizzato tutti gli elementi che lo costituiscono. Ci sono dei tipi di segni che vengono percepiti in modo simultaneo, come ad esempio i cartelli stradali. L’ordine in cui si trovano le parti del segno è inoltre fondamentale per il significato del segno stesso, le due frasi “Gianni chiama Maria” e “Maria chiama Gianni” hanno un significato diverso. La linearità implica anche la monodimensionalità del segno, ovvero che si sviluppa in una sola dimensione. Discretezza: Per discretezza si intende il fatto che la differenza tra gli elementi della lingua è assoluta, e non

Distanziamento e la libertà da stimoli: Per distanziamento si intende la possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo e nello spazio rispetto al momento in cui viene prodotto il messaggio, parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza. Per libertà da stimoli si intende che i segni linguistici rimandano ad una elaborazione concettuale della realtà esterna. La lingua è indipendente dalla situazione immediata e dai suoi stimoli. Trasmissibilità culturale: Per trasmissibilità culturale si intende il fatto che ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società e cultura, tutto passa di generazione in generazione per insegnamento e non attraverso informazioni genetiche ereditarie. Il linguaggio verbale è diverso da quello animale in cui i segnali sono per lo più istintivi e genetici. Nel linguaggio troviamo però due componenti, ovvero la componente culturale-ambientale e la componente innata. La componente innata fornisce la predisposizione a comunicare mediante una lingua e crea la trama per farlo, la componente culturale-ambientale completa l’apprendimento di una lingua. L’apprendimento della lingua risulta più facile e rapida durante l’infanzia. Complessità sintattica: Per complessità sintattica si intente il fatto che i messaggi linguistici, a differenza dei messaggi in altri codici, possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale. Si ha talvolta delle fitte trame date da rapporti tra elementi o parti del segno. Elementi che hanno rilevanza nella trama sintattica:

  • ordine degli elementi (es: “Gianni chiama Maria” o “Maria chiama Gianni”)
  • le relazioni strutturali e le dipendenze (es. “Il libro di Chomsky sulle strutture sintattiche” “sulle strutture sintattiche” si riferisce al libro e non all’elemento che lo precede)
  • le incassature (es: “Il cavallo che corre senza fantino sta vincendo il palio” “che corre senza fantino” è incassata dentro la parte “Il cavallo sta vincendo il palio”)
  • la ricorsività
  • la presenza di parti che danno informazioni sulla struttura sintattica (es. congiunzioni coordinanti, e, ma... e subordinanti, perché, che…)
  • la possibilità di discontinuità nella struttura sintattica. Talvolta si ha elementi o parti strettamente legate dal punto di vista semantico e sintattico che non si trovano adiacenti. Capita frequentemente in tedesco e latino (es. i verbi separabili tedeschi “Paul macht das Fenster auf” il verbo aufmachen viene separato e la preposizione auf si trova alla fine della frase) Equivocità: La lingua è un codice tipicamente equivoco, ad un insieme A non corrisponde un solo elemento dell’insieme B poiché la lingua pone corrispondenze plurivoche tra la lista dei significanti e la lista dei significati. Ad un unico significante possono corrispondere più significati e viceversa (es. carica= mansione, quantitativo di energia, assalto, piena come aggettivo, terza persona singolare del verbo caricare. Parte anteriore della testa= faccia, volto, viso) Lingua solo umana? Pur essendoci opinioni discordanti, la maggior parte degli studiosi sostiene che la facoltà verbale di esprimersi con sistemi comunicativi come le lingue sia specie-specifica dell’uomo e sia maturata nel corso dell’evoluzione. L’uomo possiede le condizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale:
  • adeguato volume del cervello, quantità delle circonvoluzioni della corteccia cerebrale, quantità e plasticità dei collegamenti interneuronali
  • conformazione del canale fonatorio così detta a due canne, ovvero cavo orale e laringe, con un angolo, un cambiamento di direzione e una cavità intermedia detta faringe che funziona da cassa di risonanza In nessuna comunicazione tra specie animale ritroviamo le tutte le proprietà che troviamo nella lingua. Definizione di lingua: la lingua è un codice che organizza un sistema di segni dal significante primariamente fonico-acustico, fondamentalmente arbitrari ad ogni loro livello e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi. 1.4 Principi generali per l’analisi della lingua, dicotomie Sincronia e Diacronia: Sincronia e Diacronia sono due diverse condizioni con le quali si può guardare alle lingue e ai fatti linguistici in relazione all’asse del tempo. Per diacronia si intende la considerazione della lingua lungo lo sviluppo temporale nella propria evoluzione storica. Per sincronia si intende la considerazione della lingua facendo un taglio sull’asse del tempo e prendendo in esame solo quella determinata fetta. Es. fare l’etimologia di una parola e studiare la provenienza è un’operazione diacronica, duomo dal latino domus. Studiare le parole oggi o come è la struttura sintattica delle frasi in italiano è un’operazione sincronica. La sincronia non è tuttavia divisibile completamente dalla diacronia, la sincronia assoluta in realtà non esiste. Langue e parole: Dobbiamo distinguere il sistema astratto dalla realizzazione concreta, la distinzione nella linguistica moderna è data secondo tre terminologie principali di diversi linguisti:
    1. langue e parole, Ferdinand de Saussure
    2. sistema e uso, Louis Hjelslev e Eugenio Coseriu
    3. competenza e esecuzione, Noam Chomsky
  • langue-sistema-competenza indicano l’insieme di conoscenze mentali e regole insiste nel codice lingua possedute in egual misura dai membri di una comunità linguistica langue= astratto, sociale, costante
  • parole-uso-esecuzione indicano l’atto linguistico individuale, la realizzazione concreta diversa per ognuno di un messaggio parole= concreto, individuale, mutevole Alcuni linguisti tra cui Coseriu pongono una terza entità tra langue e parole, ovvero la norma, un sorta di filtro che specifica quali sono le possibilità del sistema a seconda del periodo storico. Tra tutte le regole possibili del codice, la norma comprende quelle considerate corrette (es. il nome derivato da affidare è affidamento, non affidazione, anche se -azion- e -ament- sono entrambe usate per creare nomi, registrare-registrazione. A volte si ha casi dove troviamo entrambe le suffissazioni, mutare-mutamento/mutazione, o nessuna delle due, lavare-lavaggio). Ciò che principalmente interessa al linguista è la langue, anche se per analizzarla deve partire dalla realizzazione concreta, parole. Paradigmatico e sintagmatico: asse paradigmatico- asse delle scelte asse sintagmatico- asse delle combinazioni

In ciascuno dei punti può essere creato un suono ostacolando il passaggio dell’aria, il luogo dove viene prodotto il suono costituisce uno dei primi parametri per la classificazione dei suoni, si ha poi il modo di articolazione, ovvero dove avviene o meno il restringimento che blocca il passaggio dell’aria, e poi l’analisi della mobilità dei singoli organi. In base al modo di articolazione si ha una prima divisione tra i suoni del linguaggio, i suoni prodotti senza ostacoli che bloccano il flusso di aria fra la glottide e il termine del percorso, e i suoni prodotti con un blocco parziale o totale. I suoni prodotti senza blocco dell’aria sono le vocali, suoni prodotti con un blocco parziale o totale sono le consonanti. I suoni prodotti con vibrazioni delle corde vocali tese e accostate sono detti sonori, i suoni prodotti senza vibrazione o vibrazione lieve sono detti sordi. Le vocali sono tutte sonore, le consonanti possono essere sia sonore che sorde. Consonanti

  • Modo di articolazione Le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vengono prodotte mediante un ostacolo totale o parziale del passaggio dell’aria, si dividono per questo motivo nei seguenti gruppi:
    • occlusive, quando si ha un blocco totale del passaggio di aria
    • fricative, quando si ha un blocco parziale tramite l’avvicinamento degli organi che provocano così un rumore di frizione. Dalle fricative dobbiamo poi distinguere le approssimanti, nelle quali l’avvicinamento degli organi non arriva a provocare una frizione
    • affricate, sono consonanti composte da due fasi, iniziano con un’occlusiva e terminano con una fricativa Nel modo di articolazione delle consonanti, oltre al blocco del passaggio dell’aria, intervengono altri fattori, tra cui il movimento della lingue e la partecipazione della cavità nasale. Per questo troviamo consonanti dei seguenti tipi:
    • laterali, quando l’aria passa solo attraverso uno o entrambi i lati della lingua
    • vibranti, quando si hanno rapidi contatti intermittenti tra la lingua e un altro organo. Laterali e vibranti sono chiamate liquide
    • nasali, quando vi è passaggio di aria anche attraverso la cavità nasale Ci sono anche altri parametri con cui si valuta il modo di articolazione, uno di questi è l’energia articolatoria, ovvero la tensione muscolare con la quale vengono prodotte. Si ottiene così consonanti più forti come le occlusive sorde e più leni come le approssimanti. Le occlusive sono più forti delle fricative e le sorde delle sonore. Ci sono poi le aspirate, ovvero occlusive o affricate che davanti a una vocale presentano un’aspirazione, un intervallo di tempo tra il rilascio dell’occlusione o della tenuta della consonante e l’inizio della vibrazione delle corde vocali.
  • Luogo di articolazione Le consonanti vengono anche classificate in base al punto dell’apparato in cui viene fisicamente prodotto il suono:
    • bilabiali, prodotte dalle labbra o tra esse
    • labiodentali, prodotte tra l’arcata dentaria superiore e il labbro inferiore
    • dentali, prodotte al livello de denti
    • alveolari, prodotte vicino o sopra gli alveoli
    • postalveolari, prodotte fra gli alveoli e il palato duro
    • palatali, prodotte dalla lingua contro e vicino al palato duro
    • velari, prodotte dalla lingua contro e vicino al velo
    • uvulari, prodotte dalla lingua contro o vicino l’ugola
    • faringali, prodotte fra la base della radice della lingua e la parte posteriore della faringe
  • glottidali, prodotte direttamente nella glottide Si può talvolta prendere in considerazione anche la parte della lingua coinvolta avendo cos ad esempio delle consonanti apico-dentali oppure radico-velari. Ci sono poi le consonanti retroflesse che troviamo in alcune parlate meridionali create per mezzo della flessione della punta della lingua contro la parte anteriore del palato (es: beddu in siciliano). Vocali Le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al passaggio dell’aria nel canale orale. Per identificare e classificare le vocali si fa riferimento alla posizione della lingua, più precisamente al suo grado di avanzamento o arretramento e di innalzamento o abbassamento Per quanto riguarda l’innalzamento e l’abbassamento troviamo le seguenti vocali:
  • anteriori, quando la lingua si trova in posizione avanzata
  • posteriori, quando la lingua si trova in posizione arretrata
  • centrali Per quanto riguarda l’innalzamento e l’abbassamento troviamo le seguenti:
  • alte, talvolta semialte
  • medie, talvolta medio-alte e medio-basse
  • basse, talvolta semibasse Un’altra terminologia definisce le vocali rispettivamente chiuse, semiciuse, semiaperte, aperte. La posizione in cui vengono articolate le vocali può essere riassunta nello schema del trapezio vocalico (per la lingua italiana si parla di triangolo vocalico). Un altro parametro importante per la classificazione delle vocali è la posizione delle labbra durante l’articolazione, le vocali si chiamano perciò arrotondate se prodotte con le labbra protruse e non arrotondate quando non c’è protrusione. Troviamo poi le vocali nasali. Semivocali: Vi sono suoni intermedi tra vocali e consonanti fricative approssimanti, prodotti con un semplice inizio di restringimento del canale orario dove si trova un ostacolo appena percettibile. Fra le approssimanti troviamo alcuni suoni molto vicini alle vocali e per questo chiamati semivocali o semiconsonanti. A differenza delle vocali non possono costituire un apice di sillaba e insieme alla vocale che le precede costituiscono un dittongo o talvolta trittongo. Trascrizione fonetica: Esistono moltissimi sistemi si scrittura che realizzano graficamente la realtà fonica e la produzione verbale, spesso a un singolo suono corrisponde un simbolo ma esistono anche grafie sillabiche e ideografiche. Le grafie alfabetiche formatesi storicamente non sono però univoche e coerenti, non c’è rapporto biunivoco tra suoni e grafemi (lettere dell’alfabeto): allo stesso suono possono corrispondere nella stessa lingua o in lingue diverse più grafemi (es. c di cane e q di quadro) e viceversa a un singolo grafema possono corrispondere più suoni (es. c di cane e di cena). Un singolo suono può essere inoltre rappresentato da più grafemi combinati (es. sc di sciare, ch di chitarra), oppure un grafema può non rappresentare alcun suono (es. h della prima persona singolare del verbo avere, io ho ). L’ortografia italiana si può comunque definire abbastanza fonografica, spesso si legge e si pronuncia come si scrive, quella del francese e dell’inglese invece sono per esempio assai distanti. L’inglese presenta spesso elementi logografici, spesso singoli suoni corrispondono a una sequenza di lettere senza alcuna corrispondenza fonica (es. knight, la k e gh non si pronunciano, la i si legge ai), va comunque tenuto sempre di conto che ciò che conta è la fonia e non la grafia.
  • Nasali tutte le nasali sono sonore
    • bilabiale: [m] come “mano” [‘ma:no]
    • labiodentale: [ɱ] come “invito” [iɱ’vito]
    • dentale (alveolare): [n] come “nave” [‘nave]
    • palatale: [ɲ] come “gnocco” [‘ɲokko]
    • velare: [ŋ] come “fango” [‘faŋgo]
  • Laterali tutte le laterali sono sonore
    • dentale (alveolare): [l] come “lana” [‘lana]
    • palatale: [ʎ] come “gli” [ʎi]
  • Vibranti tutte le vibranti sono sonore
    • dentale (alveolare): [r] come in “riva” [‘riva] la r italiana è plurivibrante, esiste anche una variante monovibrante come in spagnolo “toro” o inglese “matter”
    • uvulare: [ʀ] come in francese “rose” [ʀoz] Vocali e Semivocali
  • Anteriori (non arrotondate)
  • semivocale o più propriamente approssimante: [j] come in “piano” [‘pjano] [ʋ] che corrisponde alla erre moscia
  • vocali: [i] alta come in “vino” [‘vino] [ɪ] fra alta e medio-alta, come in inglese “bit” [bɪt] [e] medio-alta come “meno” [‘meno] [ɛ] medio-bassa come “bene” [‘bɛne] [æ] bassa come in inglese “bad” [bæd] [y] alta come in francese “mur” [myʁ] [ø] medio-alta come in francese “peu” [pø] [œ] medio bassa come in francese “peur” [pœʁ]
  • Centrali
  • vocali: [ə] medio-alta come in francese “je” [ʒə] [ ] vocale detta indistinta o neutra, chiamata anche schwa [a] bassa come in mano [‘mano]
  • Posteriori (arrotondate) -semivocali o più propriamente approssimante: [w] di “uomo” [‘wɔmo] -vocali: [u] alta come in “muro” [‘muro] [ʊ] fra alta e medio alta, come in inglese “full” [fʊl] [o] medio alta come “bocca” (o chiusa) [‘bokka] [ɔ] medio bassa come in “uomo” (o aperta) [‘wɔmo] (non arrotondate) [ʌ] medio bassa come in inglese “but” [bʌt] [ɑ] bassa come in inglese “car” [kar] Le vocali possono anche essere realizzate come nasali, si trascrivono in questo caso con una tilde.

2.2 Fonologia Foni, fonemi, allofoni I foni sono le unità minime della fonetica. Un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio trascrivibile con l’alfabeto IPA, può anche indicare la classe di suoni concreti che condividono le stesse caratteristiche articolatorie particolari. Nella gamma dei foni ogni lingua li ordina dando loro valore distintivo, quando i foni in una determinata lingua si oppongono ad altri foni nel formare le parole funzionano da fonemi. I fonemi sono le unità minime della fonologia, l’unità minima di seconda articolazione (di prima=morfemi) in un sistema linguistico. Un fonema è una classe astratta di foni dotata di valore distintivo tale da opporre una parola ad un’altra. La fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico. Una parola come “mare” è ad esempio costituita da 4 foni diversi, se per esempio pronuncio la “a” anteriorizzata [æ] invece che centrale la parola non cambia dato che appartengono alla stessa classe e non danno luogo perciò ad una opposizione fonematica, corrispondono ad un unico fonema. Foni diversi che danno luogo a realizzazioni foneticamente diverse ma prive di valore distintivo (senza dar luogo a parole diverse) come nell’esempio di [‘mare] e [‘mære] sono chiamati allofoni. Un fonema che ha diversi allofoni si identifica col più frequente, ad esempio [æ] è allofono di [a]. Ognuno dei fonemi però distingue la parola in considerazione con altre parole, per esempio la m di [‘mare] la oppone a [‘kare] o [‘pare], la a la distingue da [‘more]. La parola [‘mare] è quindi formata da 4 fonemi diversi che si scrivono nella trascrizione fonematica con le barre oblique /m/ /a/ /r/ /e/ /’mare/.

- prova di commutazione: è l’identificazione dei fonemi mediante l’opposizione, consiste nel confrontare un’unità in cui compaia il fono di cui vogliamo dimostrare se è o no fonema con altre unità della lingua che siano uguali in tutto tranne che nella posizione del fono preso in oggetto. Vocali e consonanti non sono mai on opposizione tra loro (contrasto sintagmatico), le vocali si oppongono solo a vocali e le consonanti e semiconsonanti solo ad altre consonanti e semiconsonanti (opposizione paradigmatica). Una coppia di parole uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro n una certa posizione forma una coppia minima. Una coppia minima identifica sempre due fonemi, come [‘mare] e [‘kare] identificano /m/ e /k/. (altri esempi, sciolta-volta, gatto-gatti) Per dimostrare che un fono è un fonema in una determinata lingua bisogna trovare in quella lingua delle coppie minime che lo oppongono ad un altro fonema. NB: il fonema distingue le parole e i segni linguistici ma non è un segno dato che per definizione non ha significato. La trascrizione fonetica può essere larga o stretta, la trascrizione fonica solo larga. I fonemi dell’italiano Non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi né lo stesso numero di fonemi, in genere se ne trovano alcune decine, l’inglese ne ha 34 (44 contando anche i dittonghi), il francese 36, il tedesco 38, 24 lo spagnolo, 31 il cinese. Il numero dei fonemi può variare a seconda dei criteri d’analisi scelti. Le lingue africane sono quelle col più alto numero di fonemi, quelle dell’America meridionale quelle col più basso.

I principali sono l’accento, il tono e l’intonazione, e la durata/lunghezza relativa. Altri sono il ritmo e il tempo. Accento L’accento è la forza o intensità di pronuncia di una sillaba in relazione ad altre sillabe, rendendo quindi una sillaba predominante (sillaba tonica) rispetto alle altre in una parola (sillabe atone), per mezzo dell’aumento della pressione dell’aria nel canale orale. In italiano l’accento è dinamico o intensivo, la sillaba tonica è data dall’aumento del volume della voce unito ad una durata maggiore, in altre lingue si può avere accenti più musicali o legati più alla lunghezza della sillaba. L’accento prosodico non va confuso con l’accento grafico, utilizzato in italiano principalmente per indicare nella grafia la posizione dell’accento fonico in parole ossitone (es. città) o per altri motivi (es. distinguere vocali aperte o medio-basse e chiuse o medio-alte, é-è,). La posizione della sillaba su cui cade l’accento in una parola può essere libera o fissa, in francese ad esempio cade sempre sull’ultima sillaba, in finlandese sempre sulla prima. Quando l’accento è libero può avere valore fonematico, ovvero in base alla sillaba su cui cade l’accento si distinguono parole strutturalmente identiche ([‘su:bito] e [su’bi:to]

  • classificazione delle parole in base all’accento:
    • parola tronca/ossitona, accento sull’ultima sillaba;
    • parola piana/parossitona, accento sulla penultima sillaba;
    • parola sdrucciola, accento sulla terzultima sillaba;
    • parola bisdrucciola, accento sulla quartultima sillaba;
    • parola trisdrucciola, accento sulla quintultima sillaba, questa si ottiene solo nelle parole formate da pronomi clitici, come “fabbricamelo”, ovvero elementi che nella catena fonica non possono rappresentare la sillaba prominente. Nelle parole con più di 4 sillabe si trovano in genere accenti secondari, in “fabbricamelo” c’è un secondo accento su “lo” Tono e intonazione I fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con cui le sillabe sono pronunciate. Il tono è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba e dipende dalla tensione delle corde vocali e dalla velocità e frequenza con le quali vibrano, un aumento di frequenza dà un tono alto, un abbassamento un tono basso. Esistono alcune lingue nel mondo come il cinese e lo svedese che sono lingue tonali, ovvero il tono ha un valore distintivo tra parole foneticamente uguali, si parla per questo anche di tonemi. La questione delle opposizioni di tono è legata anche alla lunghezza vocalica, a volte vengono usati gli accenti grafici per indicare i toni. L’intonazione è invece l’andamento melodico col quale è pronunciata una frase o un intero gruppo tonale, è in poche parole una sequenza di toni. In gran parte delle lingue l’intonazione distingue il valore pragmatico, ovvero permette di capire se si tratta di un’affermazione, una domanda, un’ordine e così via. In italiano il valore interrogativo viene dato con un’intonazione ascendente, il valore dichiarativo con un’intonazione neutra, il valore esclamativo con un’intonazione discendente. In ortografia gran parte della punteggiatura è utilizzata per dare indicazioni sull’intonazione. Lunghezza La lunghezza o durata riguarda l’estensione temporale relativa con cui foni e sillabe sono prodotti. Ogni fono può essere breve o lungo, le consonanti fricative e le vocali possono essere tenute per un tempo indeterminato mentre le consonanti occlusive solo per un momento.

La quantità delle vocali o consonanti può avere valore distintivo, in italiano non è così a meno che non si consideri le consonanti semplici o doppie come un’opposizione di durata. E’ possibile analizzare ogni consonante doppia come ripetizione dello stesso fonema o come fonema a sé, in questo caso l’opposizione lunga-breve dà luogo a coppie minime. In IPA la lunghezza viene indicata con due punti posti dopo il simbolo del fono, per le consonanti può essere adottata anche la ripetizione dello stesso simbolo [‘pattso] o [‘pat:so]. Per le vocali la durata in italiano non è pertinente, si ha un’enfatizzazione della parola ma non la distinzione di un’altra. In genere la vocale della sillaba che viene enfatizzata è quella della vocale tonica, tendenzialmente in italiano la vocale tonica è sempre lunga [‘ma:no]. NB Nella trascrizione fonematica non si segnerà mai la lunghezza vocalica dato che non possiede valore distintivo, [‘ma:no]=/’mano/. Ci sono molte lingue dove la lunghezza vocalica ha funzione pertinente (come in latino classico o in tedesco,, la lunghezza consonantica invece in genere non ha rilevanza (tranne tra le lingue più note in italiano e arabo). Ci sono lingue come il finlandese dove hanno rilevanza sia la lunghezza vocalica che quella consonantica. Morfologia 3.1 Parole e morfemi La morfologia prende in esame il piano del significante come portatore di significato, ovvero la prima articolazione. Si predono in considerazione le unità minime di prima articolazione (morfemi) e il modo in cui si combinano formando i segni come entità autonome della lingua (parole). Questo livello di analisi è chiamato morfologia, dal greco studio della forma. La parola è la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, ovvero i morfemi, costruita spesso attorno a una base lessicale, ovvero un morfema che possiede significato referenziale.

  • criteri di definizione della parola:
    1. all’interno della parola l’ordine dei morfemi è fisso, se si invertono si distrugge la parola
    2. i confini di una parola sono punti di pausa in un discorso
    3. nella scrittura le parole sono separate
    4. foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario Ogni parola è quindi composta da morfemi, prendiamo in esempio l’aggettivo “dentale”, questo è composto da tre morfemi: “dent-” organo della masticazione, “-al-” aggettivo relativo a, “-e” singolare. Ciascuno dei tre morfemi si può trovare in altre parole, deve comparire come isolabile con lo stesso significato e lo stesso apporto di significato globale alla parola che lo contiene. Un procedimento per scomporre una parola in morfemi è quello di confrontare una determinata parola con parole molto simili ad essa cercando di individuare uno per uno i morfemi che vogliamo individuare, questo procedimento è chiamato prova di commutazione. Un morfema è quindi l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di significato proprio. Nella linguistica europea il morfema è anche chiamato “monema”, chi usa la parola monema per parlare delle unità minime di prima articolazione divide gli elementi lessicali chiamandoli “semantemi” e gli elementi grammaticali chiamandoli “morfemi”. Come in fonologia si trova fonema, fono e allofono, in morfologia si trova morfema, morfo e allomorfo. Con il suffisso -ema in linguistica si intendono le unità minime di un livello di analisi viste come astratte (langue), con -o le unità minime concrete (parole).

Tipi posizionali di morfemi Dal punto di vista della posizione i morfemi grammaticali si suddividono in base alla collocazione che hanno rispetto alla radice. Una parola è detta “piena” quando contiene un morfema lessicale perché può costituire una parola autonoma con significato lessicale. Quando considerati dal punto di vista posizionale i morfemi grammaticali sono detti affissi (affisso= morfema che si combina a una radice), gli affissi si dividono in prefissi e suffissi. I prefissi sono in italiano solo morfemi derivazionali. I suffissi possono essere sia morfemi derivazionali che flessionali, quelli con valore flessionale si chiamano desinenze e si trovano sempre nell’ultima posizione. La distinzione maggiore si ha tra prefissi e suffissi, si ha però in alcune lingue anche gli infissi , ovvero affissi che si trovano dentro la radice. (Alcuni esempi si trovano nei verbi del latino e del greco, il verbo rumpere in latino ha radice rup-, alcune sue forme sono rumpo, rupi, ruptum). Ci sono poi i circonfissi , affissi formati da due parti, una che si trova prima della radice ed una che si trova dopo, come in tedesco il participio (es: sagen= gesagt, ge+t) In alcune lingue esistono anche i transfissi , i quali si incastrano all’interno della radice creando una discontinuità della radice e dell’affisso stesso, si trovano molto spesso nella lingua araba. Per trascrivere i morfemi si utilizza la trascrizione morfematica , la forma dei morfemi si trascrive tra parentesi graffe e sotto si scrivono le rispettive abbreviazioni e le sigle. Altri tipi di morfemi Un tipo particolare di morfemi sono i morfemi sostitutivi, i quali si manifestano con la sostituzione di un fono ad un altro fono. Si tratta di mutamenti fonici della radice e per questo non separabili. (es: “foot” al plurale è “feet”, “Buch” è “Bücher” e possiede oltre a un morfema sostitutivo una parte suffissale). C’è poi il morfema o morfo zero, dove in una distinzione obbligatoria grammaticale non è resa in alcun modo dal significante, (es: “sheep” pecora al singolare, “sheep” pecore al plurale). Esistono poi i morfemi soprasegmentali i quali manifestano il valore morfologico attraverso tratti come la posizione dell’accento o il tono (es: “record” registrazione e “record” registrare). Ci sono poi in alcune lingue dei processi morfologici non riducibili a morfemi segmentali, per esempio la reduplicazione dell’indonesiano anak=bambino anak-anak=bambini. Infine i morfemi cumulativi, morfemi grammaticali che recano più di un significato o valore contemporaneamente, (es: “buone” {e} sta sia per femminile che plurale). Un caso particolare di morfema cumulativo può essere il morfema amalgamato, ovvero dato dalla fusione di due morfemi in maniera tale che nel morfema risultante non è più possibile distinguere i morfemi originali. (es: in francese “au” dato da “à”+“le”) Si tratta di morfemi cumulativi poiché si trovano uniti su un solo morfema. 3.3 Derivazione e formazione delle parole Creare nuove parole attraverso i morfemi derivazionali. I morfemi derivazionali mutano il significato della base a cui si applicano, (es. nella parola “dormitorio” derivata da “dormire” si aggiunge il significato di “luogo in cui si fa”, in “dormicchiare” di “fare la cosa in maniera parziale e discontinua”). I morfemi derivazionali permettono la formazione di un numero teoricamente infinito di parole a partire da una certa base lessicale, dando luogo a famiglie di parole. Una famiglia di parole è formata da tutte le parole derivate da una stessa radice lessicale (es. socio, società, associare, socievole, sociologia…). La parola socializzabilità ad esempio conta 5 morfemi, più un morfema zero. {soci} - {al} – {izz} - {abil} – {ità} - {0}

socio- agg rel.- vb.- agg pot. -sost. astr.- num. m. lessicale- morfemi derivazionali - m. flessionale radice suffissi zero è molto frequente in italiano trovare molti suffissi, i passaggi per arrivare alla parola socializzabilità sono: socio – sociale – socializzare – socializzabile – socializzabilità In molte forme verbali e parole derivate da verbi si pone il problema della vocale tematica, la vocale iniziale della desinenza all’infinito dei verbi (are, ere, ire). In socializzabilità si trova la vocale tematica nel morfema -abil- dal verbo “socalizzare”, possiamo perciò considerare -abil- un allomorfo del suffisso che crea aggettivi deverbali con valore potenziale, oppure come formato da due morfemi uno dei quali è la vocale tematica (morfema vuoto). Entrambe le soluzioni sono accettabili, sono corrette perciò sia mangi-are sia mangi-a-re, cambi- ament-o sia cambi-a-ment-o. C’è anche la possibilità di considerare la vocale tematica come facente parte della radice lessicale, è meno intuitiva ma molto usata nella teoria morfologica recente (cambia-ment-o). Prefissoidi : morfemi che sono allo stesso tempo morfemi derivazionali e lessicali, radici e prefissi. Es. “sociologia”, a prima vista sembra che in “sociologia” ci siano due morfemi lessicali, soci- il capostipite della famiglia lessicale in causa, e -log-(i-a) con valore di “studio di”. Qual è in questo caso la base? Sociologia non vuol dire “studio dei soci” ma “studio della società”, perciò socio- è il morfema in gioco e non soci-, socio- il quale rappresenta una radice lessicale, si comporta come un prefisso attaccandosi ad un’altra radice lessicale modificandone il significato. Suffissoidi : morfemi con significato lessicale come le radici ma che si comportano come suffissi nella formazione delle parole, -logia può essere quindi considerato un suffissoide. Es. -metr(-o) in “cronometro” letteralmente “misuratore del tempo”, questo suffissoide va ovviamente distinto dalla parola “metro” come unità di misura della “lunghezza”. Esiste anche un metro- prefissoide come in “metronomo”, parola costituita da un prefissoide e un suffissoide. Suffissoidi e prefissoidi sono anche chiamati “semiparole” e “confissi” e provengono spesso dalle lingue classiche. I formativi provenienti da lingue classiche danno luogo a parole che vengono chiamate “composti (neo)classici”. Un caso interessante di prefissoide è auto- dal quale si sono formate parole come “autonomia”, “autocritica”, “automobile” dove auto ha come significato “da/ sé stesso”. La parola automobile è stata abbreviata con “auto” dal quale si hanno nuove formazioni dove auto- sta per “relativo alle automobili” come “autolavaggio”, “autostrada”. Processo di suffisazione: in italiano il principale e più importante dei procedimenti di formazione della parola è la suffissazione, fra i suffissi derivazionali più comuni ci sono -zion- e -ment- che formano nomi di azione o processo a partire da basi verbali, -ier- -ai- -tor- che formano nomi di agente o di mestiere a partire da basi nominali o verbali, -ità che forma nomi astratti a partire da basi aggettivali, -os -al- -an- -evol- -es- -ic- -ist- che formano aggettivi a partire da verbi o da nomi, -izz- che forma verbi da nomi o aggettivi, -mente che forma avverbi a partire da aggettivi. Processo di prefissazione: i prefissi a differenza dei suffissi non cambiano la classe grammaticale di appartenenza della parola, ad esempio aggiungendo il prefisso in- di negazione all’aggettivo utile ottengo l’aggettivo inutile. Tra i più comuni c’è in- di negazione con le sue varianti