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Una serie di esercizi e quiz relativi alla linguistica romanza, con particolare attenzione all'evoluzione del latino nelle lingue romanze. Gli esercizi coprono argomenti come il vocalismo tonico, la perdita del neutro, la formazione del comparativo e la grammaticalizzazione. Utile per studenti universitari e liceali che desiderano approfondire la loro conoscenza della linguistica romanza.
Tipologia: Appunti
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“Romania” è una parola basso-latina, designante le terre in cui si parla il latino (la prima attestazione di questo termine si ha nel IV secolo); in italiano moderno ne deriva il toponimo ROMAGNA, corrispondente a un territorio nel quale all’epoca della dominazione longobarda si trovavano i bizantini. I Romani erano quelli che parlavano latino, mentre gli altri erano barbari. Anche i greci che dominavano Ravenna erano detti Romani, in opposizione ai Longobardi (Pavia) e ai Franchi. Viene anche coniato un nuovo aggettivo, romanicus (Roma: romanus / Romania: romanicus), dal cui corrispondente avverbio romanice filtrato dal francese antico romanz deriva, come si è detto, l’italiano romanzo. La Romania è il territorio in cui si parlano lingue romanze, diretta continuazione del latino. Le lingue romanze o neolatine sono quelle lingue che sono derivate dal latino a seguito dell’espansione dell’Impero Romano. La Romania nel III secolo, ha il suo periodo di massima espansione dell’Impero. La Grecia faceva parte dell’impero, ma non è compresa nella Romania perché vi parlavano latino solo i funzionari; anche il pezzo di Turchia compreso nell’Impero era di lingua greca. Gli intellettuali romani e in generale gli appartenenti ai ceti superiori conoscevano bene il greco, lingua di cultura. Anche il vangelo fu scritto in greco. Le zone chiare in Italia (Puglia, Calabria, Sicilia orientale) sono zone di fortissima influenza greca (territorio della Magna Grecia): tuttora in alcuni comuni della bassa Puglia di parla il grecanico, di struttura greca, benché con parole anche italiane o latine (gli studiosi discutono se sia greco antico o bizantino). In questi comuni anche la liturgia continua a servirsi del greco. Nel Nord-Africa era latinizzata l’attuale Tunisia. Libia ed Egitto erano parte dell’impero, ma di lingua greca, come il vicino Oriente. La presenza del greco taglia in due l’impero, del quale considereremo la parte occidentale. Tra le lingue incontrate dai Romani nella conquista, solo il greco fu un serio rivale del latino, per motivi di prestigio culturale.
Nel territorio basco, un tempo più ampio (come si deduce da certe particolarità di alcuni dialetti spagnoli), si parla una strana lingua non indoeuropea, molto più arcaica; non è mai stato latinizzato. Il numero delle lingue romanze potrebbe corrispondere a quello di tutte le varietà neolatine parlate sul territorio, un tempo occupato dall’Impero Romano e che viene chiamato continuum romanzo. Per semplificare il tutto, i romanisti distinguono circa 9 lingue (elenco misto perché presenti varietà linguistiche nazionali e non che non forzatamente rientrano nei veri e propri confini nazionali; due lingue possono essere parlate in uno stesso confine nazionale ; in seguito alla colonizzazione del Nuovo Mondo da parte di popolazioni di una lingua romanza, tali lingue si sono diffuse anche in altri continenti, dando vita alla cosiddetta ROMANIA NUOVA e a una lingua intermediaria “creolo” , che parte dalla lingua “lessificatore”, per poi diventare pigdin e, infine, una vera e propria lingua creola - > creolizzazione). I romanisti distinguono solitamente tra 9 lingue romanze: Portoghese (Portogallo, Galizia, Brasile, parte Africa e Asia) Galego Spagnolo (Spagna, centro-sud America, Messico) Catalano (catalogna, Andorra, Alghero) Occitano o provenzale , veicolo di una letteratura importante nel Medioevo Francese (Francia, Belgio, Svizzera, Canada, parte Africa, Oceania, Caraibi) Sardo Italiano Romanzo alpino - > romancio (Svizzera), ladino e friulano (Italia) Romeno (Romania, Moldova, parti Ucraina, Albania, Macedonia, Grecia) Dalmatico , il cui ultimo parlante morto risale al 1898 Tale elenco può definirsi “misto”, in quanto include delle varietà che sono definite lingue romanze e varietà che non lo sono. Agli albori della filologia romanza, Friedrich Diez isolava solo 6 lingue tra queste, contemplando solo le lingue di cultura più elevata, che sono diventate anche lingue nazionali. Si usa, inoltre, raggruppare le lingue romanze in famiglie più ampie, in particolare in 5 famiglie, tra le quali possono trovarsi a cavallo delle lingue: Balcanoromanza - > romeno, dalmacio Italoromanza - > italiano, sardo Retoromanza - > friulano, ladino, romancio
stilistiche (scritto vs parlato, formale vs informale, culture, età, generi diversi…), fondamentali per comprendere quale latino sia effettivamente alla base delle lingue romanze. Il primo a introdurre un metodo scientifico per classificare i manoscritti di una determinata opera e creare un testo critico che tenda conto della tradizione è Lachmann , nella prima metà dell’800 con il metodo ricostruito, ovvero con il metodo lachmaniano. LATINO CLASSICO VS LATINO VOLGARE (CONSIDERATO LA LINGUA PARLATA) Il confronto tra le lingue romanze ha rivelato che molte forme erano derivate dal latino, ma era un latino che non coincideva con la lingua “classica” di Cicerone. Dal punto di vista lessicale, molte parole si sono risemantizzate, ampliando o restringendo il loro significato, come ad esempio il verbo “LOQUI” (parlare) non ha lasciato traccia di sé, se non in termini come colloquio, interlocutore; ma il verbo “parlare” viene piuttosto da termini particolari come “PARABOLARE” o “FABULARE”. Dal punto di vista dei suoni, le due vocali toniche distinte dal latino classico (e lunga; i breve), in sillabe che presentano identica configurazione, hanno esito simile. L’intuizione che ci dovesse essere una differenza tra il latino tramandato dalla letteratura e quello alla base delle lingue romanze è confermato anche da ricerche sul latino stesso. Già alla fine del XVII secolo, studiando i testi latini dell’epoca antica e medievale, si notò una differenza dalla lingua classica. Tutto il materiale comparato, pubblicato tra il 1863 e il 1943 nei 16 volumi del Corpus Inscriptionum Latiarum (CIL) , rivela la presenza di cambiamenti avvenuti durante il tempo all’interno della lingua latina. Questo latino diverso viene definito LATINO VOLGARE / PROTOROMANZO , un latino che comprendeva diversi livelli stilistici e varietà nazionali considerati in qualche modo scorretti rispetto al latino classico della letteratura. In realtà, era il latino parlato, in quanto è normale che la lingua parlata sia più “scorretta” rispetto a quella scritta. La lingua scritta era la sua età aurea, le descrizioni sopravvissute testimoniano l’evoluzione e la distanza dal latino classico (Cicerone, Plauto, Testi Pratici, Vulgata di San Girolamo, Apprendix Probi). CAPITOLO 3 - INFLUENZE ESTERNE Il latino variava a seconda del tempo, ma anche dal punto di vista regionale. Essendo stato un Impero immenso con tante diverse tipologie di culture e lingue indigene, si sono create varietà diverse a seconda della lingua del paese conquistato. Uno dei modi tardo ottocenteschi per spiegare le differenze tra lingue romanze era analizzarle in base alle varie influenze delle lingue di sostrato (quelle precedenti all’arrivo dei Romani). Il sostrato è quindi uno strato linguistico antico che, sopraffatto da uno sopraggiunto, lo influenza più o meno sensibilmente dall’interno.
Il francese è la lingua più influenzata e più evoluta delle lingue romanze; l’influenza proviene dalla lingua francone dei Franchi (35 parole su 100 hanno origine franca). Il romeno , invece, è maggiormente influenzato dalle lingue slave per la ovvia vicinanza geografica. Si nota, oltre che nel lessico, anche nel sistema consonantico, nel quale sono presenti molti più nessi consonantici che nelle altre lingue romanze non esistono (hr, zb) e sul piano morfologico dei casi. Lo spagnolo , il catalano e il portoghese furono molto influenzati durante la dominazione araba. Gli arabi, essendo una popolazione più sviluppata, apportarono diverse parole di ambito scientifico-filosofico prima allo spagnolo e poi diffuse in tutta Europa. CAPITOLO 4 – FONETICA Tra i vari aspetti della lingua esposti al cambio vi è dunque il lessico, quello che si modifica di più e più casualmente; al contrario, invece, sono meno esposte al cambiamento le strutture grammaticali, in quanto coinvolgono interi sistemi formali e di significato. I cambi sintattici e morfologici dipendono, invece, da una lacuna nel sistema che viene poi colmata inconsciamente dai parlanti. Tali modifiche vengono definite ANALOGHE , fenomeno attivo anche nelle strutture fonetiche e fonologiche. VOCALISMO Il sistema vocalico del latino classico era costituito da TRE DITTONGHI (AE, OE, AU) e 10 VOCALI
Questa distinzione di LUNGHEZZA / QUANTITÀ creava OPPOSIZIONI FONOLOGICHE (fonemi e non foni), cambiando significato (malum - > male; maaaalum - > mela) o funzione grammaticale (gradus (gradino) - > soggetto; graduuus - > complemento di specificazione). Nell’evoluzione si hanno 5 vocali e tanti dittonghi. Con le vocali /i/ e /u/ in posizione atona/seconda posizione (sono dittonghi discendenti, ma se atoni in 1 posizione sono ascendenti e i/u sono approssimanti, affiancate a qualsiasi altra vocale in posizione tonica, oppure con le vocali /i/ e /u/ affiancate fra di loro, una delle due può portare l’accento tonico. La distinzione precedente scompare, facendo posto a una distinzione di qualità/timbro (pèsca / pésca), in base all’apertura della vocale tonica.
un suono che dipende dalla pressione aspiratoria impiegata quando lo si articola (ci sono suoni che di natura hanno un maggior volume di altri. - > La A lunga ha maggiore volume rispetto alla A breve, la sillaba chiusa ha maggiore volume rispetto alla sillaba aperta). È alla base di ciò che diceva la regola in latino, che affermava che nei polisillabi l’accento doveva cadere sulla penultima sillaba, s lunga, o sulla terzultima, se la penultima era breve. Non sempre però era possibile applicare tale regola: nei bisillabi l’accento era obbligato ad andare sulla penultima senza tener conto della lunghezza. E nei polisillabi l’accento era obbligato ad andare sulla terzultima quando sia penultima che terzultima erano brevi. Nell’evoluzione si assiste a una tendenza a PARIFICARE IL VOLUME : si allungherà una vocale breve in sillaba aperta ( canem > caaanem ) e si accorcerà una vocale lunga in sillaba chiusa ( faaactum > factum ).
se questa è lunga ( → civitátem ‘città’); sulla terzultima se questa è breve ( → aurícola ‘orecchio’). Nell’evoluzione, la sillaba che porta l’accento tonico resta immutata anche quando cambia il numero di sillabe. Ci sono, però, dei casi in cui l’accento latino si è spostato , da proparossitone / sdrucciole (terzultima sillaba accentata) a parole parossitone / piane (penultima sillaba accentata) : In POLISILLABI con PENULTIMA SILLABA BREVE (e, quindi, accento sulla terzultima) + NESSO CONSONANTICO CON R → integrum > intégrum > intero****. In parole PROPAROSSITONE con IATO e accento che cade sulla PRIMA sillaba → **_filíolum
filiólum > figliolo_****.** In parole COMPOSTE CON PREFISSO (accento da prefisso passa alla radice) → ímplicat implícat > impiega****. Dove compare una U IN IATO, l’accento si anticipa alla sillaba che precede e la U sparisce → battúere > báttuere > battere****. In certi SINTAGMI, (sintagma: unione di due o più parole, secondo un nesso sintattico). L’elemento più debole perde il suo accento o ne viene modificata la posizione → íllum videt illúm videt: lo vide****. L’accento si sposta e la parte iniziale cade (AFERESI). Con le numerose SINCOPI DI VOCALI POSTONICHE (trisillabe) in proparossitonia → auricola > oricla****. DITTONGAZIONE ROMANZA Variano anche i dittonghi: OE (evoluta già nel latino classico) segue l’evoluzione di / e / → poena > pena****. AE segue l’evoluzione di / ɛ / → caelum > cielo. AU (evoluta già nel latino popolare) segue l’evoluzione prima di / o / e poi di / ᴐ / → non ha raggiunto il romeno, occitano, portoghese, dialetti meridionali italiani e retoromanzo → aurum > italiano oro ma portoghese ouro → in sardo si evolve in a → laurum > laru MA si evolve in a atona quando è la u tonica → augustum > agosto. Dalle vocali latine si formano nelle lingue romanze:
tieni → + diffuso e antico.
lunghe Ē e Ō e dalle vocali brevi Ī e Ū (ora e/o chiuse) **→ tēlam (tela) > toile; flōrem (fiore)
fleur → - diffuso e + recente. L’italiano** dittonga solo le vocali ɛ e ɔ se si trovano in sillaba libera ( dittongazione spontanea → fŏcu(m) > fuoco). Il francese dittonga solo le vocali ɛ, ɔ, e, o in sillaba libera ( dittongazione spontanea ) → habēre aveir> avoir.
Nello spagnolo , il dittongamento avviene indifferentemente sia in sillaba libera, sia in sillaba chiusa (dittongazione spontanea e condizionata) e interessa le vocali ɛ e ɔ → fěrrum>hierro; pŏrta>puerta. Anche il rumeno dittonga sia in sillaba chiusa che aperta, ma interessa solo la vocale anteriore e. In occitano e portoghese non c’è dittongazione spontanea. Il motivo della dittongazione è un problema non del tutto risolto. Una scuola di pensiero vedrebbe in esso una DITTONGAZIONE per METAFONESI/ARMONIZZAZIONE della vocale tonica con un altro elemento vocalico che segue (di solito i/u). Si ha, quindi, un INNALZAMENTO della vocale tonica → tōtti>tutti; feeeci> occitano fis. Invece nelle vocali medie , l’innalzamento è parziale perché coinvolge solo il primo segmento del suono → fŏlia> occitano fuolha. Si pensa, quindi, che da un’iniziale fase di dittongazione per metafonesi in questi casi, si sarebbe poi esteso anche a tutti gli altri casi. Una seconda scuola vedrebbe l’ALLUNGAMENTO DELLA SILLABA TONICA APERTA la causa della dittongazione. La vocale si allunga fino a scindersi → fěrrum > hierro.
I cambiamenti più radicali sono: SINCOPE (caduta di vocale pre o post tonica interna), cambio che modifica la struttura di una parola, facendole perdere una sillaba. RIDUZIONE DELLE VOCALI IN IATO , anch’essa porta alla perdita di una sillaba.
simile a un segmento adiacente, assumendone completamente o solo in parte i tratti fonetici → ad-ripare>arrivare
quaerere>chiedere; aborem>albero.
costituiti da S + Consonante → schola> escuela; spatha> espada.
Occlusive sorde (/p, t, k/) e sonore (/b, d, g/). Fricative sorde (/f, s/) e non sonore (/v, z/) e sorde (/ʃ,ʒ/). Non ci sono le affricate, né la dentale sorda /ts/ e sonora /dz/; né la palatale sorda /tf/ e sonora /d̠ʒ/.
Mutamenti riguardanti le consonanti iniziali Resistenza delle consonanti P, B, T, S, M, N, L, R e nessi consonantici CONS+R, (E)S+CONS. Palatalizzazione delle consonanti quando seguite da vocale anteriore E/I (A solo per francese), della IOD iniziale o D+Jod e dei nessi consonantici CONS+L (ma si conservano in francese, catalano e occitano) → g(h)entem>gente; iocum>gioco; plenum>lleno, pieno****. Prevalente caduta delle consonanti finali (prima si assordano e poi cadono)
(il suono della consonante passa dal velo al palato), che ha creato numerosi suoni che erano sconosciuti al latino ( FRICATIVE, AFFRICATE, PALATALI, NASALI, LATERALI ). Vedere consonanti iniziali. K/G + E/I → era pronunciata con un suono mediopalatale (quello reso in italiano dal diagramma italiano CHE/CHI/GHE/GHI). Nelle lingue romanze, fuorché nei dialetti sardi settentrionali, si passa ai suoni palatali i tʃ/ʃ; dʒ/ʒ → centum>cento (it.), cen (occitano), cent (francese), cien (spagbolo), cem (portoghese) ; ma sardo kentu.
La morfologia è una delle basi su cui si sono fatte delle classifiche che si rifanno alla tipologia delle lingue. Una delle prime classificazioni tipologica, risalente alla linguistica comparata dell’800, fu quella di Schlegel , che la basò sulla morfologia. Egli distingueva tre tipi di lingue: Lingue di tipo isolante o analitico : tutte le parole sono invariabili e i rapporti grammaticali sono espressi mediante l’ordine delle parole. Esempi di lingue isolanti sono il cinese e il vietnamita. Lingue di tipo agglutinante : le parole sono costruite da una serie di unità o morfemi, ognuno dei quali ha un solo significato grammaticale. Esempi di lingue agglutinanti sono il turco e il finlandese. Lingue di tipo flessivo o sintetico : i rapporti grammaticali sono espressi con la modifica della struttura della parola, generalmente mediante l’aggiunta di desinenze diverse, ma anche con cambi della struttura interna. Tali modifiche possono esprimere più di una funzione grammaticale. Esempi di lingue flessive sono il latino, il greco e l’arabo. Si afferma tradizionalmente, quindi, che l’evoluzione del latino nelle lingue romanze, è un’evoluzione che conduce da una lingua flessiva a una lingua isolante; ma ciò non è vero, possiamo considerarlo solo in parte. Il latino aveva ereditato, evolvendosi, la flessività dalle lingue indoeuropee. E così, le lingue romanze continuano ad evolversi. L’evoluzione morfologica è strettamente legata all’ordine sintattico della frase (SVO o SOV). Il latino era una lingua SOV, mentre le lingue romanze sono SVO.
lingue romanze si descrive come un’evoluzione da una lingua sintetica a una lingua analitica (per perdita delle desinenze casuali nel sistema nominale con il conseguente ricorso alle preposizioni e all’ordine fisso delle parole per sostituire la stessa perdita). SISTEMA NOMINALE Il sistema nominale latino comprende sostantivi, aggettivi, pronomi e numerali. Tutte queste classi di parole erano declinate, ossia si servivano di desinenze diverse per esprimere numero, genere e
caso (quest’ultimo cambiava a seconda della funzione svolta dalla parola nella frase: soggetto,
Tuttavia, la maggior parte delle lingue romanze non li usa più e ricorre all’ordine delle parole nella frase per esprimere le funzioni dei casi. DA 6 CASI SI PASSA A 1. Le desinenze esistono, ma esprimono solo genere e numero. L’evoluzione più radicale è quella del francese che distingue genere e numero solo dall’articolo preposto. Mentre il genitivo e il dativo restano in rumeno solo quando l’articolo determinativo è postposto (per influenza slava). I sostantivi latini si dividevano in 5 DECLINAZIONI , ognuna con forme singolare/plurale e con 6 casi: 1 DECLINAZIONE → tutta femminile (desinenza in - A). 2 DECLINAZIONE → maschile e neutro. 3 DECLINAZIONE → tutti i generi (-E) → la più numerosa. 4 DECLINAZIONE → tutti i generi → poco numerosa. 5 DECLINAZIONE → tutta femminile tranne dies , che poteva essere femminile o maschile a seconda del contesto (desinenza in - E) → poco numerosa. Numerose sono le comunanze tra le declinazioni : abbiamo l’uguaglianza fra le terminazioni dei casi retti dei sostantivi neutri (con la comune uscita in - A dei casi retti plurali neutri) e la sopracitata comune uscita in - M dell’accusativo singolare dei sostantivi maschili e femminili. Altre caratteristiche sono comuni a più declinazioni, come l’uscita in - RUM (per la prima, la seconda e la quinta) o in - UM (per la terza e la quarta) del genitivo plurale, o la terminazione in - IS (per le prime due declinazioni) o in - BUS (per le altre declinazioni) del dativo e ablativo plurale; oppure il caso accusativo plurale sigmatico in tutte le declinazioni. È inoltre comune a più declinazioni l’uguaglianza fra la desinenza del genitivo singolare e del nominativo plurale, come avviene per la prima, la seconda e la quarta declinazione. Infine, il caso nominativo coincide con il vocativo in tutte le declinazioni tranne che per la seconda declinazione singolare. Ci sono quindi delle imperfezioni in questo sistema di declinazione, dal momento che mancano delle desinenze specifiche per tutti i casi e ricorrono le stesse desinenze in alcune declinazioni. Anch’esse si sono ridotte con l’evoluzione (4D E 5D classi improduttive), come anche i generi. Il sistema nominale si è ridotto, perché era un sistema squilibrato sia perché già il latino ricorreva alle preposizioni per esprimere le funzioni (rendendo ridondanti i casi). Potendo fare a meno dei casi, non si è combattuto nemmeno il cambio fonetico delle desinenze finali che iniziarono a dileguare.
Sembra che la resistenza alla totale eliminazione del neutro fosse più forte nelle lingue orientali, dove si sono mantenuti i neutri plurali con significato plurale. Ciò spiega le forme italiane con singolare in - o e plurale il - a → cornum/cornua > corno/corna; ovum/ova> uovo/uova. Il neutro è una categoria ancora viva in rumeno, con parole con forma maschile al singolare e femminile al plurale → scamnum: scaun (sing), scaune (plur) “sedia”. RIDUZIONE DEI CASI → diversi fattori concorsero alla riduzione dei casi (completata solo tra il V e il VII secolo), tra cui l’uso ridondante delle preposizioni e il cambio fonetico, che aveva eliminato alcune delle distinzioni casuali La perdita di - M finale rendeva identiche le forme del nominativo e accusativo singolare della prima declinazione → rosa/rosa(m) e quelle di accusativo e ablativo singolare nella terza declinazione → duce/duce(m); cive(m)/cive. La perdita della quantità vocalica come opposizione funzionale rese indistinte le forme di nominativo e dell’ablativo singolare della prima declinazione → rosă > rosa, rosā > rosa. Il caso che sopravvive nelle lingue romanze, con pochissime eccezioni, è l’accusativo, ed è per questo che si citano le forme dell’accusativo come base delle parole romanze: rosam > rosa ; è difficile che la parola notte derivi dal nominativo nox , bensì dall’accusativo noctem o dall’ablativo nocte. Un esempio di mantenimento di un sistema bi-casuale è quello del galloromanzo , che ha conservato due casi solo fino al 1300 (caso retto per le forme derivanti dal nominativo e che fungono da soggetto nella frase, e caso obliquo per quelle derivanti dall’accusativo, che si utilizzano per tutte le altre funzioni → la declinazione dei sostantivi, dunque, si declina in tre classi per il maschile e in altre tre classi per il femminile, che si distinguono per la presenza di una - s finale al singolare retto) e retoromanzo , che ancora ne conserva alcuni. Le forme moderne del francese confermano che è l’accusativo, o caso obliquo, a sopravvivere normalmente, mentre nel rumeno va notata la sopravvivente di una forma di genitivo/dativo, laddove le altre lingue romanze ricorrerebbero alle preposizioni (influenza slava). A parte questi esempi, medievali e moderni, di sopravvivenza delle funzioni casuali, vanno inoltre notate alcune forme fossilizzate degli antichi casi latini, privi ormai della loro funzione originale: Alcuni nomi di luogo francesi di origine celtica sono accomunati da una - s finale, e derivano dall’antico ablativo plurale uscente in - IS, - IBUS, che indicava il luogo in cui abitava una determinata tribù → Pariis > Paris; Pictavis > Poitiers. I nomi dei giorni della settimana derivano da forme genitive del tipo LUNAE DIEM “il giorno della luna” > it. lunedì. Più importanti, perché ancora in uso, sono le forme del genitivo e soprattutto del dativo rimaste nel sistema dei pronomi, anche se con funzione diversa rispetto a quella originale → illorum > italiano loro; illui > lui. Il risultato dell’evoluzione dei sostantivi è la loro riduzione a due classi di sostantivi: una classe con desinenze diverse per il maschile e il femminile e una classe che non distingue tra femminile e maschile.
La riduzione a due classi dei sostantivi riflette la stessa evoluzione anche per l’aggettivo: una classe con desinenze diverse per maschile e femminile ( → bonus/bona > buono/buona) e una classe che non distingue tra femminile e maschile (grandis > grande). Nell’area che comprende il francese, l’occitano e il catalano, vi è la tendenza a fornire delle forme femminili analogiche agli aggettivi della seconda classe, sicche il francese moderno distingue tra maschile grand e femminile grande ; maschile doux e femminile douce. COMPARATIVO E SUPERLATIVO Un ulteriore esempio di evoluzione da un tipo di lingua sintetico a un tipo analitico è quello della formazione del comparativo. In latino classico il comparativo si formava con l’aggiunta del suffisso
IDEM, EADEM, IDEM “medesimo”; IPSE, IPSA, IPSUM “stesso, proprio lui”. Per quanto riguarda questi due tipi di pronomi, si sono verificate delle modificazioni o scomparse per cui alcune forme brevi come IS sono piano piano sfumate. Le forme che restano sono solo ISTE, IPSE e ILLE, con le relative forme femminili e neutre. Solo HOC sopravvive per affermare nel galloromanzo.
per il genere. I pronomi personali nominativi avevano, in effetti, la stessa funzione della desinenza del verbo e così la loro presenza non è necessaria in latino, come non è sempre nelle lingue romanze, che tendono ad essere delle lingue pro-drop , che non hanno bisogno, cioè, di impiegare il pronome personale per esprimere il soggetto del verbo; solo il francese richiede il pronome personale soggetto con il verbo. Il latino, inoltre, distingueva solo tra due persone: il destinatore, “io” ( ego ) e il destinatario “tu” ( tibi ), con i rispettivi plurali noi e voi ( nos e vos ). Il latino non aveva una terza persona, ma aveva un pronome riflessivo , riferito cioè alla persona che faceva da soggetto del verbo quando il verbo era alla terza persona, come in italiano “Pietro si lava” (Pietro lava sé stesso). Questo pronome, se, era privo del nominativo e identico al singolare e plurale. La costruzione con il pronome riflessivo venne a ricoprire anche la funzione di passivo. La terza persona singolare deriva da ille e ipse e detiene, in alcuni casi, anche un pronome neutro → ello. La terza persona singolare in italiano deriva da ille + qui → illi > egli oppure illi+cui > illui/illaei> lui/lei. Esistono anche delle forme toniche della terza persona singolare e plurale derivate da ipse>esso, a, i, e. In italiano esistono degli avverbi pronominali con funzione locativa derivati da inde>ne.
per il numero (singolare e plurale) e si accordano con l’oggetto posseduto. Se in latino il pronome possessivo singolare e plurale della terza persona era uguale (SUUS, “suo” e “loro”), con la possibilità di una seconda versione per il plurale proveniente dal genitivo dei dimostrativi illorum , nell’evoluzione questa distinzione si è amalgamata ( suo per il singolare e loro per il plurale). Solo le lingue iberiche hanno mantenuto l’uguaglianza della terza persona singolare e plurale. Vi è la sostituzione di vester con la forma più arcaica voster>vostro. Alcune lingue distinguono aggettivi e pronomi possessivi (francese, occitano e spagnolo) e altre no (italiano).
identici, tranne che per il nominativo e l’accusativo singolare, essendo storicamente derivati dalle stesse forme. Le forme dell’aggettivo interrogativo “quale” erano identiche a quelle del relativo e la dunque la quasi identità di queste due serie di pronomi ha portato alla loro totale confusione. Inoltre, la coincidenza del singolare nominativo QUI con il plurale nominativo QUI, e il fatto che le forme del plurale non erano sempre necessarie, ha portato alla loro eliminazione. Così, i relativi e gli interrogativi delle lingue romanze si basano sostanzialmente sulle seguenti tre forme: QUI;
Alcune di queste forme hanno avuto un’evoluzione di tipo tonico oppure atono a seconda delle aree: Qui è solo tonico e forma chi, qui; mentre quem e quid sono sia tonici che atoni, formando: quem>quien/que , che, que e quid>quei o quoi/que, che que. Il genitivo Cuius ha perseguimento in lingue iberiche in cuyo, cujo e il dativo Cui si evolve in cui, qui. Con la perdita e la somiglianza di tanti relativi e interrogativi, sono stati necessari gli acquisti di altre parole → l’aggettivo interrogativo qualis è stato portato anche alla funzione di pronome interrogativo e di relativo (con aggiunta dell’articolo determinativo).
che appartengono al sistema nominale con la funzione di pronomi, detti indefiniti. Sono parole come: tutti, altro, ciascuno, ogni, alcuno , e i negativi come nessuno, niente. Talem>tale, tal, tel; tanti/tantos>tanti, tantos, tant; alterum/alius>altro… ARTICOLO L’articolo non esisteva in latino, bastavano le numerose desinenze di declinazioni e casi. La sua formazione sembra parallela alla sua comparsa nelle lingue germaniche, intorno al VI secolo. Si iniziano a usare i dimostrativi ille e ipse per identificare una cosa già nota, in un testo come la Peregrinatio Eterie / Egerie [genitivo: di Egeria] ad loca sancta. Per lo più è ille che dà le basi per l’articolo determinativo (per questo serve il rafforzamento per i pronomi dimostrativi) che, essendo in posizione atona, va a perdere una sillaba iniziale. Il caso italiano di il , è una variante dell’antico italiano ‘l , variante a sua volta di lo preceduto da vocale (e non di una conservazione della prima sillaba di illum come nel caso di “ el ” in spagnolo ). Il romeno è un caso a parte, in quanto l’articolo lo pospone. L’articolo indeterminativo proviene dal numero cardinale unus, una. SISTEMA VERBALE Il sistema verbale latino si conserva più intatto del sistema nominale, in quanto non provvederà all’eliminazione delle desinenze in favore di particelle obbligatore (solo il francese avrà l’obbligo di porre il soggetto. Nell’evoluzione ci sono state delle riformazioni di tempi verbali per eliminare l’irregolarità presente in latino.