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Tipologia: Dispense
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La ricerca-azione rivisitata alla luce dell’indagine deweyana John Dewey nasce a Burlington, nel 1859 e muore a New York del 1952. È uno tra i maggiori filosofi e pedagogisti statunitensi. Studiò filosofia all'università del Vermont e alla Johns Hopkins University (Baltimora), dove ricevette una formazione di tipo neohegeliano dal maestro George Sylvester Morris. Oltre che dell'influsso di quest'ultimo, la sua formazione risentì in maniera determinante del contatto con le opere dei due fondatori del pragmatismo : C. S. Peirce e W. James. Opere principali :
Ad esempio, inizio una ricerca sui corvi: il primo che vedo è nero, il secondo pure, il terzo uguale e così via, penserò che il prossimo corvo che vedrò sarà probabilmente nero oppure probabilmente tutti i corvi sono neri. L’induzione è un’inferenza ampliativa ma solo probabile ; la deduzione, invece, è un’inferenza non ampliativa ma necessaria. Teniamo presente nell’induzione:
giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così, arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni le più disparate. Finché la sua coscienza induttivista fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa conclusione si rivelò incontestabilmente falsa alla Vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.” Anche Carl Gustav Hempel con il cosiddetto paradosso dei corvi secondo cui anche un oggetto non nero diverso da un corvo è una conferma dell’ipotesi che tutti i corvi sono neri, ci mette in guardia sul metodo induttivo, che può farci giungere a conseguenze insensate ed assurde. Se, infatti, affermiamo induttivamente che tutti i corvi sono neri, non potremo mai essere sicuri di tale affermazione, come diceva lo stesso Popper. Se vogliamo delle conferme potremmo andare a cercare tutti i corvi e verificarne il colore. Ma questa potrebbe rivelarsi un’impresa improba. Si potrebbe allora utilizzare un equivalente logico dell’affermazione “tutti i corvi sono neri” e cercare conferme in esso. Se è vero che “tutti i corvi sono neri” allora deve essere pure vero che “tutte le cose non nere non sono corvi”. Perciò trovare conferma che tutti i corvi sono neri significa trovare conferma all’equivalente logico “tutte le cose non nere non sono corvi”. Ad esempio, osservare una macchina gialla, un libro verde, cioè cose apparentemente slegate dal colore dei corvi, costituisce una prova ripetuta che i corvi sono neri. “Il paradosso è tanto più evidente se pensiamo di presentare ad un giudice, come prova che una pistola ha sparato, un qualsiasi altro oggetto che non ha sparato, come un sasso!”. Il filosofo statunitense Charles Sanders Peirce (Cambridge 1839 – Milford 1914) ha suddiviso il ragionamento umano in tre diversi sistemi, affiancando, al metodo deduttivo ed a quello induttivo , il metodo abduttivo (non lo trattiamo): a) Deduzione :
La Ricerca-Azione nell’insegnamento
Cos’è la ricerca-azione
Possiamo definire la ricerca-azione, in maniera molto generale, come la metodologia d’indagine operativa che ˗ in campo educativo e in particolare nella scuola ˗ si attiva quando le procedure didattiche, ordinariamente utilizzate, non sono idonee per affrontare un’insolita e critica situazione. Essa nasce da un contesto considerato problematico , in cui non si sa bene cosa fare, ma che si è intenzionati a cambiare e viene assunta, nel suo essere d’indagine, perché le strumentalità di cui si è in possesso, le esperienze pregresse della pratica professionale e le conoscenze padroneggiate, non sono sufficienti a strutturare un rapido e risolutorio piano progettuale. “ Le pratiche dell’educazione forniscono dati, gli argomenti , che costituiscono i problemi dell’indagine; esse sono l’unica fonte di problemi fondamentali che devono essere studiati. Queste pratiche dell’educazione sono anche la prova definitiva del valore da attribuire al risultato di tutte le ricerche”. “Di fronte alla situazione indeterminata, all’enigma , la persona può ritrarsi, sentendosi inadeguata, volgersi a qualcosa di più facile e rassicurante, indulgere alla fantasticheria, può ripiegare su sé stessa, oppure può guardare in faccia la realtà. Solo in questo caso comincia a r iflettere”. J. Dewey, Le fonti di una scienza dell’educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1929 (1951 )
La ricerca-azione nasce negli Stati Uniti d’America, intorno agli anni ’40 grazie agli studi dello psicologo tedesco Kurt Lewin. Secondo lo studioso il campo è: "la totalità dei fatti coesistenti nella loro interdipendenza ad un momento dato".
A partire dagli anni ‘80 la ricerca- azione entra nel mondo della scuola e rappresenta la traduzione metodologica della teoria di campo elaborata dallo psicologo. In campo educativo, la ricerca – azione si è sviluppata soprattutto come analisi della “pratica” educativa, finalizzata a introdurre cambiamenti migliorativi. In Francia, la ricerca – azione ha trovato sviluppo, in particolare negli studi di Jean-Pierre Pourtois e René Barbier. Scrive Pourtois all’inizio del suo saggio sulla ricerca-azione, evidenziandone in tal modo la priorità: “ Studiare un problema vuol dire interessarsene e riferirsi a una determinata aspettativa che determina l’oggetto di studio […]. Non si tratta tanto di comprendere qualcosa quanto di acquisire un potere di fare.” Egli connette così la ricerca alle urgenze della situazione e alla fattibilità diretta ed immediata di un intervento pratico e attivo. René Barbier sottolinea tra le parole chiave della ricerca – azione:
La ricerca-azione è quindi prioritariamente ed essenzialmente
La ricerca- azione segue un processo razionale logico e rigoroso e, benché le sue scoperte non siano generalizzabili, vere e certe, possono ambire alla trasferibilità e non può cadere nel relativismo del pensiero debole soggettivistico lasciando la sua valutazione solo ai risultati di un accordo conversazionale.
La prospettiva della ricerca-azione si sposta da un’ottica esclusivamente ermeneutica - per cui la ricerca è normale conversazione - e da una ricerca-azione, come la definisce René Barbier, “ esistenziale ” - “ in cui la categoria del ‘sensibile’ corrisponde al suo asse centrale di comprensione ”- ad una che ne valorizza la natura epistemologico-pragmatica.
La caratteristica più specifica della ricerca-azione - il suo “valore” - che la “qualifica” rispetto alle altre tipologie di ricerca, è proprio data dalla sua prospettiva investigativa, non esteriore ma integrata nel contesto da modificare, che la rende più efficace:
Nella ricerca-azione l’identità tra il soggetto che elabora e il soggetto che agisce nella ricerca sostiene:
Procediamo ora con ordine seguendo quelle che Dewey indica come fasi dell’indagine. Va puntualizzato che la loro progressione è sequenza logica e non solo temporale: seguono “da”, oltre che “dopo”.
La condizione “ antecedente all’indagine” è quella della situazione indeterminata che è fonte di dubbio, disturbata, ma che proprio in quell’indeterminatezza ha il suo potenziale poiché ne stimola l’indagine. Non si tratta di un dubbio patologico, di rinuncia alla realtà, bensì dell’espressione della fattibilità di definire un problema per trasformarlo: è qualcosa di attivo e operativo, è possibilità di cambiamento. È perplessità pertinente alla realtà che non è né stabile né sicura, ma sempre relativa. Il dubbio diviene, pertanto, da una parte apparente fonte di destabilizzazione , di crisi delle false certezze e di ogni consolante chiusura nelle usuali abitudini, nonché d’inquietudine per la perdita di punti di riferimento assoluti ma, altresì, strumento intellettuale per prendere coscienza di questa condizione e, allo stesso tempo, strumento di costruzione incessante del “ragionevole possibile”. Il disordine da cui muove la ricerca è una situazione vera che comporta turbamento, non è perplessità solo mentale, ma proviene da una realtà viva che comprende elementi d’incertezza, condizioni proprie delle circostanze nelle quali l’individuo viene a trovarsi, causa di squilibrio naturale e biologico, fonte di dubbio e proprio in quanto tale, condicio sine qua non dell’indagine. L’indeterminatezza è data rispetto al risultato:
“ a qualche ipotesi, che sia un piano ed una norma di condotta per la risoluzione esistenziale della situazione sociale di conflitto.” È allora la disponibilità di una soluzione, anche se solo in termini di intuizione di possibili nessi di comprensione/ trasformazione, che ci consente di far evolvere una situazione problematica in un problema scientifico, cioè assoggettato al pensiero concettuale-riflessivo e all’investigazione controllata. La sola urgenza di un problema pratico non è allora condizione sufficiente, anche se necessaria, a sollecitare la ricerca di una soluzione: il problema deve essere, anche se solo potenzialmente, alla nostra portata onde potere formulare ipotesi di soluzione.
Questa fase corrisponde al processo in cui la situazione indeterminata diventa problematica attraverso l’assoggettamento all’indagine. Tale qualificazione di “problematica” della situazione è già un passo avanti importante per la ricerca. Per intellettualizzazione s’intende allora il sottoporre ad indagine, utilizzando l’attività riflessiva, il pensiero, ciò che prima era semplicemente una qualità emozionale dell’intera situazione. L’indagine parte, infatti, proprio con l’attività di posizionamento di un problema, attività che è esistenziale in quanto legata ad una realtà e, fin da subito e insieme, attività del pensiero che “circoscrive” il problema. Senza un problema l’indagine non esisterebbe poiché vi sarebbe solo un brancolare nel buio, ma esso deve essere reale poiché elaborare un problema che non scaturisca dalla realtà sarebbe intraprendere un lavoro sterile. Porre un problema significa decidere di quali suggerimenti avvalersi e di quali scartare, significa scegliere i dati di cui servirsi. È un “sostanziare” l’attività dell’indagine che consente di trasformare una situazione “confusa”, “indeterminata”, un’esperienza che ha cioè soltanto una qualità emotiva, in una situazione “pensata”, potremmo dire intellettualizzata, nella quale la vaghezza del dubbio viene sostituita da un problema, che rappresenta la precisazione e la localizzazione del dubbio. “Posizionare un problema” significa essere già in ricerca poiché, al contrario del problema del lavoro scolastico già predisposto affinché ne venga trovata la soluzione, circoscrivere un problema significa “porlo” ed in questo porlo vi è già una costruzione. Nonostante quindi Dewey indichi chiaramente come elemento d’avvio del processo d’indagine “il primato del problema” subito ed in correlazione necessaria, pena il cadere della ricerca, mette in luce il fatto che il problema non si evidenzia come chiaro e definito , ma che si genera all’interno di una più complessa problematicità che si rischiara con un’attività di reciproco rinvio di osservazioni ed ipotesi, di materia esistenziale e di proposizioni concettuali, di riferimenti spazio-temporali e di quadri categoriali teorici.
linea d’attacco ” in cui si attiva uno spazio di rappresentazione determinato da un dominio oggettuale e al tempo stesso concettuale.
Il processo che elabora lo sviluppo nelle loro relazioni reciproche delle significazioni , contenuto delle idee, è il ragionamento o discorso razionale. Le idee non sorgono alla mente, ma si sviluppano mettendole in relazione con strutture concettuali (teorie). Tale sviluppo avviene sulla base dell’esperienza accumulata e delle conoscenze possedute. Il ragionamento è lo sviluppo dell’idea in relazione con le strutture concettuali, le teorie, e l’insieme delle significazioni già determinate grazie alle positive esperienze precedenti (nel senso che hanno risolto similari, passate situazioni). Pertanto, ci sembra di dover sottolineare che l’ampiezza, l’estensione e la ricchezza del ragionamento, ed in connessione la possibile soluzione del problema, dipende dall’esperienza del ricercatore e dalla sua cultura scientifico-teorica. Quando una significazione data da una suggestione viene immediatamente accettata l’indagine viene recisa e la conclusione a cui si perviene, anche se casualmente corretta, non è fondata. La fondazione si costruisce attraverso il ragionamento che, di fatto, determina una totalità di senso, una sostanzialità, in senso logico e non ontologico, definendo una corrispondenza reciproca e biunivoca “tra il materiale che costituisce il singolare ‘questo’ osservato ed il genere di predicato caratterizzante ad esso applicabile.”
L’illazione e il ragionamento, il raziocinare vero e proprio, sono sempre in relazione reciproca con i fatti specifici osservati, rappresentano la proposta di possibile soluzione ed offrono i mezzi alla soluzione del problema. Non risolvono direttamente il problema indicano la possibilità e i modi in cui farlo: mettono a disposizione i procedimenti operazionali. È questa operazionalità che rende possibile il loro concorso alla soluzione del problema evidenziato. L’indagine ha pertanto sempre una portata esistenziale. I fatti sono operazionali nel senso che vengono selezionati e descritti per enunciare il problema, si legano alle idee perché le dirigono e ne sono dirette: promuovono l’ideazione dei piani d’intervento che poi muovono nuove operazioni d’osservazione onde fare venire alla luce nuovi fatti. Essi sono cioè funzionali alle idee. Se i fatti fossero chiusi e compiuti in se stessi non avrebbero valore evidenziale. Invece la loro pregnanza operativa è proprio offerta dalla loro qualità di risalto: attestano un’idea nella misura in cui si organizzano tra di loro, cioè interagiscono. Alcuni eventi osservati possono far supporre un’idea di possibile soluzione. L’idea stessa, poi, suscita ulteriori osservazioni che si collegano alle prime e ne escludono altre in rapporto al loro compito di indicazione. Questo nuovo ordine di fatti suggerisce
una modificata idea, ipotesi, che a sua volta determina un nuovo ordine e così finché l’ordine sia unificato e completo. Tutto questo processo a spirale attesta proprio la natura operazionale sia dell’osservazione e delle idee che del ragionamento e il loro reciproco rapporto di funzionalità. I fatti osservati e i contenuti d’ideazione sono fra loro strettamente intrecciati ed in reciproca relazione: i fatti isolati dalle idee sono insignificanti, vengono separati solo per motivi pratico- operazionali. Sia i fatti che le idee, poi, sono sempre provvisori ed “in via di collaudo” fino a quanto la sperimentazione non ne riconosca praticamente la validità. Poiché le operazioni d’osservazione mettono in luce alcuni aspetti relegandone altri sullo sfondo , tale operazione d’osservazione eseguita trasforma innanzitutto il materiale antecedentemente esistente in modo che quello che ne risulta divenga più indicativo, significativo , e questo materiale mutato chiama in gioco ulteriori operazioni e così fin quando non venga a istituirsi una situazione risolta. “I fatti sono evidenziali ed attestano un’idea nella misura in cui sono capaci di organizzarsi fra loro. L’organizzazione può realizzarsi soltanto nella misura in cui essi interagiscono l’uno con l’altro. Quando la situazione problematica è tale da richiedere estese indagini per pervenire alla soluzione, ha luogo una serie d’interazioni. Alcuni fatti osservati convergono verso un’idea che si presenta come possibile soluzione. Quest’idea suscita ulteriori osservazioni. Alcuni dei fatti osservati da ultimo si collegano a quelli osservati precedentemente e sono tali da escludere altre cose osservate in rapporto alla loro funzione evidenziale. Il nuovo ordine di fatti suggerisce un’idea (o ipotesi) modificata che è occasione di nuove osservazioni il cui risultato determina a sua volta un nuovo ordine di fatti, e così via finché l’ordine esistente sia ad un tempo unificato e completo. Nel corso di questo processo seriale, le idee che rappresentano possibili soluzioni vengono verificate o ‘provate’. La trasformazione è quindi, possiamo dire, la categoria principe dell’indagine fin dal suo nascere attraverso l’individuazione di un problema. È l’attività che fa evolvere le suggestioni in idee e queste ultime in ragionamento ed infine, si compie nella modificazione delle condizioni ambientali e della relazione tra colui che indaga e l’oggetto indagato. Coessenziale alla trasformazione in quanto operazione intenzionale, finalizzata, pena il suo procedere casuale, è il carattere progettuale dell’indagine. Se, infatti, la formulazione di un problema incorpora anticipazione e definizione degli elementi utili alla sua soluzione essa è già progetto, (etimologicamente pro-icere = gettare avanti), indicazione di una possibilità, un proposito, il disegno di un’attività prima della sua esecuzione, un piano di lavoro. Vale a dire che la complessiva strategia operativa dell’indagine è , nella sua essenzialità, parallelamente progressiva e trasformativa.
Illazione e ragionamento sono inerenti alle due operazioni di osservazione ed ideazione distinte nell’operato, in continua e serrata reciprocità poiché la distinzione tra le due sfere non è d’essenza, ma è data dal diverso modo di organizzare materiali e processi comuni. Dewey presenta questa similitudine per spiegare tale reciprocità: “La pura ragione, come mezzo per arrivare alla verità, è come un ragno che tesse una tela con la propria seta: la tela è ordinata e complessa, ma è soltanto una trappola. L’accumulo passivo di esperienze - il metodo empirico tradizionale - somiglia alla formica che corre avanti e indietro, raccoglie e accumula materie prime. Il vero metodo, quello che Bacone avrebbe introdotto, è paragonabile all’attività dell’ape che raccoglie materia prima dal mondo esterno come la formica, ma, diversamente da lei, intacca e modifica la materia raccolta per farne uscire il tesoro che vi è celato. ”
L’osservazione è operazione che ci sostiene nella scoperta dei dati affinché la situazione incerta possa divenire problema; quindi, ci offre i dati “primi” sui quali poter costruire ipotesi , ci conduce durante il processo di ricerca offrendoci i mezzi materiali (proposizioni esistenziali) con cui procedere - rende attendibili le illazioni , ed infine conferma o smentisce l’operato svolto. Tale azione di ricerca è sempre empirica non perché non razionale ma, al contrario, perché ogni passo compiuto, in via di fatto, implica ragionamenti accompagnati o provenienti da “principi generali”.
L’ideazione è operazione che:
La valenza pratica che spinge il nostro agire non risiede nell’immediatezza di impulsi e stimoli del momento, bensì nella strutturazione di ipotesi immaginative articolate ed interconnesse che si saldano alle condizioni di fatto per fattibilità. L’azione cosciente prevede come una sorta d’inibizione dell’immediatezza osservativa ed un’intensificazione dell’attività immaginativa che pre-raffigura uno o più possibili percorsi d’azione , una scelta di quello più soddisfacente, e quindi, solo da ultimo, una effettiva attuazione dell’alternativa selezionata. L’articolazione di questi corsi immaginativi (immaginativi non nel senso di evasivi della realtà, vagheggiamenti fantastici, ma immaginativi solo nel senso di prefiguranti azioni non ancora effettuate) non è altro che pre-rappresentazioni di operazioni e quindi assimilano in sé le esperienze passate di concrete e provate correlazioni fra condizioni e conseguenze. Secondo Dewey le teorie logiche che non fanno emergere il carattere di cooperazione e continuativo concorso tra operazioni d’osservazione e di ideazione, convertono così una distinzione funzionale tra empirico e razionale in opposizione metafisica tra dimensioni ontologiche, cioè in una differenziazione essenziale, assoluta e non relativa e storico-operativa. Dewey, a tal riguardo, rileva un’analogia tra razionalismo ed empirismo. Infatti, per il razionalismo la conoscenza avviene ad opera della ragione, mentre per l’empirismo tradizionale la conoscenza è semplice rispecchiamento di un mondo già dato ma, per entrambe, a ben guardare, la forma di conoscenza è aprioristicamente data : per il razionalismo dalle strutture concettuali e per l’empirismo dalla materia oggettuale reale. L’empirismo, infatti, sottintende addirittura la conoscenza a priori di tutti i dati empirici. Entrambe trascurano il ruolo funzionale ed ipotetico del conoscere, come se il conoscere fosse una questione fissa ed indipendente dal nostro operare mentre né la forma delle spiegazioni possibili (idee), né quello dei dati possibili (oggetto) può essere fissato una volta per tutte, come dimostra l’evoluzione ed il progresso storico scientifico. Dewey ci richiama quindi ad accogliere lo stato ipotetico di tutti i dati e di tutte le premesse.
L’osservazione è operazione di una scelta che riduce gli “oggetti” in “dati”. Scrive Dewey sull’osservazione: “ Noi portiamo nella più semplice osservazione un apparato complesso di abiti, di significati e di tecniche accettate , altrimenti l’osservazione sarebbe il più vuoto degli sguardi e l’oggetto naturale un racconto letto da un idiota, pieno solo di rumore e di furia.”