




























































































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Luciano Canfora - La Storia Falsacbcvbcvbc
Tipologia: Appunti
Caricato il 12/11/2019
4.3
(923)3.7K documenti
1 / 212
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!





























































































Luciano Canfora
Rizzoli
MARZO 1928, carcere di San Vittore. Antonio Gramsci e Umberto Terracini ricevono due strane lettere
firmate Ruggero Grieco. Una terza, destinata ad un altro leader comunista arrestato, non viene consegnata. Mancano
poche settimane al "processone" contro i dirigenti del Partito comunista italiano e la lettera di Grieco viene messa a
frutto per aggravare la pena detentiva inflitta ai tre. Una leggerezza cospirativa? Forse. Di sicuro intercettata e
prontamente utilizzata dalla polizia politica.
Dall'inverosimile lettera di Pausania spartano al re di Persia, ai discorsi che si leggono nella Storia di Tucidide, alla
lettera di Bruto fatta passare per falsa, alle lettere "falsovere" di Grieco a Gramsci, al celebre «testamento» di Lenin,
inghiottito per anni dalla macchina di partito, La storia falsa raccoglie esempi clamorosi di doppi giochi e trucchi
testuali messi in atto per deviare il corso della lotta politica. In questa indagine sul filo del rasoio testuale Luciano
Canfora ci guida in un universo dove i lapsus, i periodi che si ingarbugliano e gli errori di scrittura si rivelano preziosi
indizi di scottanti verità. Il risultato è un racconto avvincente che mette a nudo miti e leggende e soprattutto dimostra
che la fabbrica del falso non conosce soste. Ma che persino nei suoi più sofisticati prodotti si scorgono crepe che
tradiscono financo il più abile dei falsari.
Luciano Canfora [Bari 1941], ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari, collabora
abitualmente con il "Corriere della Sera". Tra i suoi numerosi libri, tradotti in tutto il mondo, ricordiamo La biblioteca
scomparsa [Sellerio 1986], Giulio Cesare: il dittatore democratico [Laterza 1999], Il mistero Tucidide [Adelphi 1999],
Noi e gli antichi [Rizzoli xoox, ora in Bur], Il papiro di Dongo [Adelphi xooy], Esportare la libertà. Il mito che ha
fallito [Mondadori 1007] e i recenti IIpapiro dì Artemidoro [Laterza2008] e Ma come fa a essere un papiro dì
Artemidoro? [con Luciano Bossina, Edizioni di Pagina x008].
Progetto grafico di Mucca Design
www.rizzoli.eu
RCS
Libri
ISBN 978-88-17-02188-3 \
Pausania, Demostene,
il testamento di Lenin,
Parte Prima L'arte del falso
Lettere false
«Io Pausania, capo degli Spartani, ti restituisco questi prigionieri catturati in battaglia volendoti fare
cosa gradita e ti propongo, se piace anche a te, di sposare tua figlia e di sottomettere al tuo potere
Sparta e tutta la Grecia. Ritengo di essere in grado di realizzare questo piano se mi metto d'accordo
con te. Se dunque qualcosa di questa proposta ti piace, manda qualcuno fidato con cui si possa
proseguire la trattativa.»
Leggiamo in Tucidide (1,128) questo documento che, se autentico, sarebbe uno dei più antichi della
nostra storia. E anche dei più inquietanti. Si tratterebbe infatti della prova del tradimento di
Pausania, il potentissimo «reggente» spartano, nonché vincitore a Platea (479 a.C), uno degli
artefici, con Temistocle, della vittoria dei Greci sui Persiani, quando Serse tentò l'invasione. Ora
Pausania chiederebbe all'invasore da lui sconfitto un'alleanza matrimoniale in cambio della
sottomissione della Grecia alla Persia. Questa lettera, e la risposta possibilista del Gran Re,
anch'essa trascritta da Tucidide (I, 129), furono la base per il processo per alto tradimento e
l'esecuzione capitale di Pausania, quando egli commise l'imprudenza di abbandonare il suo
potentato di Bisanzio e rientrò a Sparta, probabilmente intenzionato a provocare un radicale
cambiamento politico.
Come più tardi Lisandro, Pausania a questo forse soprattutto mirava. In ogni caso, per la sua
liquidazione politica e fisica quelle lettere furono perfette: l'arma di cui gli efori si servirono per
infliggergli una morte atroce murandolo vivo nel tempio nel quale si era rifugiato in nome del
diritto di asilo.
Ma come avevano potuto entrarne in possesso? L'ipotesi più ragionevole è che la lettera di Serse
può essere autentica (indica semplicemente una buona disposizione a fare accordi), mentre l'altra
sarà stata fabbricata dagli efori come prova esplicita del tradimento.
Osservò, mordace, il Beloch che la lettera di Pausania a Serse appare inverosimile già per il suo
contenuto: è come se il presidente Theodore Roosevelt chiedesse in sposa la figlia del re
d'Inghilterra. Le figlie del Gran Re - soggiungeva - finché è esistito l'impero persiano, hanno
sposato soltanto grandi notabili e principi persiani.2 Aveva perfettamente ragione. Anche contro
l'opposta
12
opinione del grande Eduard Meyer, il quale riteneva di immediata evidenza l'autenticità di questa
singolare missiva, «stilizzata» - concedeva - da Tucidide.
È ben nota la tendenza di Eduard Meyer a trovare un nucleo autentico in quasi tutti i documenti che
l'antichità ci ha lasciato. E nel caso di Tucidide la questione si complica, più che in altri, poiché
effettivamente nella sua opera troviamo sia documenti autentici trascritti integralmente, sia
documenti «stilizzati» (la lettera di Nicla che si trova al principio del settimo libro) sia documenti
rielaborati (i discorsi dei protagonisti). Ma, nel caso particolare della lettera di Pausania a Serse, la
vera difficoltà è che a Erodoto, il quale ne parla di sfuggita, risultava un'altra più credibile versione
dei fatti: che cioè Pausania avesse progettato un'alleanza matrimoniale non con il Gran Re, ma con
il satrapo della Frigia Megabates (V, 32). E va apprezzata la prudenza di Erodoto che, nel far cenno
alla vicenda, si cautela con un «sempre che sia vero ciò che si dice in proposito». Un punto a suo
favore rispetto alla ben nota ipercritica di Tucidide verso di lui.
La lettera è in qualunque epoca il genere falsificabile per eccellenza. Cosa c'è di più agevole che
inserire un nuovo pezzo in una raccolta fatta di pezzi singoli? Nelle condizioni di minore possibilità
di tutela dell'autenti-
13
cità, proprie del mondo antico, questo rischio è molto alto. Ma in specifiche situazioni, pur in
epoche dotate di maggiori strumenti di controllo, il rischio si ripresenta. Certo è che la superstite
letteratura antica, pur così drasticamente decimata, comprende un'imponente quantità di raccolte
epistolari e di lettere incastonate in altre opere. Basti pensare al corposissimo volume della
Collection Didot riservato agli Epistolographi Graeci, uno straordinario e spesso inestricabile
coacervo di vero e di falso.
dell'immediata sua cerchia. Ma tra questo testo capitale per la ve-
15
ra comprensione della vita e del pensiero di Platone e le buffe letterine che paiono quasi delle trame
per mimi che furono messe in giro sotto il nome di Eschine (l'avversario di Demostene) corre una
differenza abissale. Potrebbero essere entrambi prodotti non autentici ma di quale abissalmente
diversa inautenticità!
Già considerando questo curioso fenomeno, si comprende che uno dei fini per cui si creano false
sillogi epistolari (e più in generale dei falsi) è quello di «colmare un vuoto».
Colmare un vuoto vuol dire ad esempio creare il pezzo mancante in una serie coerente ma lacunosa
(o che appare tale). Un caso molto noto è la 'creazione' del discorso di Demostene a sostegno della
dichiarazione di guerra alla Macedonia nell'anno 339/8 a.C. E l'undicesimo discorso della raccolta
giunta a noi, sostanzialmente la stessa su cui lavorarono Callimaco e i grandi studiosi della
Biblioteca di Alessandria nel III secolo a.C. Il fenomeno è straordinario, ed è straordinario che i
documenti superstiti ci consentano di accorgercene. Se non avessimo infatti il cosiddetto «papiro di
Didimo», scoperto all'inizio del Novecento e conservato a Berlino, non avremmo mai saputo che
quel discorso si trovava tal quale - come si esprime il buon Didimo - nell'opera storica di
Anassimene: un contemporaneo un po' più giovane di Demostene che, poco dopo la tragica morte
dell'oratore sconfitto, aveva scritto un'opera storica su Fi-
16
lippo di Macedonia e aveva 'creato' il discorso di Demostene per la dichiarazione di guerra (il più
importante della sua carriera!) usando pezzi e frasi degli altri discorsi, tutti violentissimi contro
Filippo.
L'imprevisto fu che, a un certo momento, questa breve Filippica 'spuria', creata dallo storico per la
sua opera storica, è andata a finire nella raccolta demostenica. Ciò era accaduto ben prima del
tempo di Didimo (età augustea) per opera di qualcuno che volle 'completare' la raccolta
demostenica, che manca proprio di quel pezzo cruciale. Anassimene aveva già avviato l'operazione
di 'colmare il vuoto' operando più o meno come Tucidide nel secolo precedente quando dava la
parola ai protagonisti usando pensieri da loro effettivamente espressi ma 'creando' i loro discorsi.
L'operazione fu completata col passaggio di quel discorso 'falso e vero insieme' - cioè fatto di vere
parole demosteniche ma nel complesso falso -nel corpus demostenico. Dove è stabilmente rimasto,
nonostante ancora al tempo di Didimo qualcuno si desse pur sempre cura di ricordare che quelle
stesse parole stavano pari pari nell'opera di un altro autore.
Anassimene per parte sua aveva preso le mosse da un documento vero: cioè dalla lettera garbata ed
elegante nella forma ma ultimativa nella sostanza che Filippo aveva fatto pervenire ad Atene.
Lettera assai ferma nei toni e molto seria nella sostanza, cui Demostene e i suoi avevano ritenuto si
dovesse rispondere con la rottura e con la guerra. La Lettera di Filippo, scritta ovviamente da qual-
17
che bravo retore greco della sua segreteria, era conservata ancora al tempo di Didimo, che infatti ne
cita un passo nel suo commento a Demostene giuntoci sul papiro di Berlino. Questa citazione ci
permette di constatare che la Lettera di Filippo rielaborata da Anassimene, che poi (dopo l'età di
Didimo) confluì anch'essa nella raccolta demostenica, era molto simile, ma non identica, a quella
autentica. Dunque questo insieme di circostanze fortunate - la ricchezza della tradizione
demostenica superstite e il fortunato ritrovamento del papiro di Berlino - ci mette nella condizione
di ricostruire l'intera operazione.
Essa parte da uno storico, Anassimene, il quale - quando si tratta della parola dei protagonisti -
ritiene, come già Tucidide (modello durevole del genere storico), di poter agire con libertà. Ha
davanti un documento di partenza: è la Lettera con cui Filippo ha deciso di mettere Atene alle
strette, ben consapevole della coalizione antimacedone che da un anno almeno Demostene veniva
costruendo (finale della Terza Filippica). I documenti della cancelleria macedone erano certo ben
accessibili a uno storico 'cortigiano' come Anassimene. Ha stilizzato la lettera, con lievi ritocchi:
possiamo osservarlo agevolmente perché disponiamo della lunga citazione del finale autentico (in
Didimo) e della rielaborazione (nel corpus demostenico). Ha fatto in sostanza quel che aveva fatto
Tucidide con la drammatica lettera di Nicia agli Ateniesi con pressanti richieste di soccorsi in
Sicilia. A questo punto gli serviva, in omaggio a un canone storiografico codificato proprio da
18
Tucidide, il testo antagonistico di Demostene, che però mancava nel corpus perché Demostene, il
Bruto, il cesaricida, allora impegnato a organizzare le forze repubblicane in Oriente (A Bruto, II, 5).
20
Siamo nell'aprile del 43, per l'esattezza l'I 1 aprile, tre giorni prima della battaglia di Forum
Gallorum, nell'incertezza generale sull'esito della feroce guerra civile in corso nella Cisalpina tra le
truppe consolari e quelle di Antonio, considerato in quel momento, dalla fazione dominante in
Senato, magistrato ribelle alla Repubblica. Giungono contemporaneamente in Senato due messaggi,
uno di Antonio e uno di Bruto. Le parole di Bruto creano sconcerto: sono «troppo moderate»
{admodum lenes) nei confronti di Antonio! Io - soggiunge Cicerone scrivendo a Bruto - non sapevo
che fare: avrei dovuto proclamare che erano false? E se poi da te fosse giunta una conferma della
loro autenticità? Allora avrei dovuto confermare anch'io che la lettera era davvero tua? Si preferì sul
momento ignorare il problema. Ma nella seduta del giorno dopo c'è un contrattacco politico che
coinvolge anche la specifica e delicata questione testuale. Si aprono le ostilità contro il messaggio di
Antonio, alcuni interventi mettono in discussione il fatto stesso che egli possa firmarsi «proconsul»
(allora coloro che lo stanno combattendo in Cisalpina cosa sarebbero? dei banditi?). Sull'onda degli
infuocati interventi (che Cicerone riferisce con molti dettagli a Bruto, e pour causer) viene ripresa
la questione della lettera troppo «tenera» di Bruto; ed è Labeone - il giurista repubblicanissimo,
suicida dopo Filippi - che si incarica dell'operazione. Egli fece notare che: a) il sigillo di Bruto
mancava in calce al testo, b) non c'era la data, e) mancava la notizia,
21
usuale da parte di Bruto, di aver scritto anche ai suoi («nec te scripsisse ad tuos ut soleres»).
Dunque - conclude Cicerone - questo imponeva di considerarla falsa «anzi, se me lo chiedi, lo
dimostrava!».
Curiosa e delicata situazione. Cicerone si sforza di dimostrare a Bruto che quella sua lettera è falsa.
Ma il suo primo argomento è debolissimo, perché il dissenso tra i due, che andrà aggravandosi, fino
alla rottura, nelle settimane successive, è proprio sull'apertura possibilista verso Antonio che Bruto
(ostile a Ottaviano, protetto di Cicerone) propugna e che Cicerone respinge e condanna.
Arriveranno a rinfacciarsi accuse pesanti: che Cicerone volesse semplicemente cambiar padrone,
che Bruto avesse indebolito la causa, rifiutandosi di rientrare con l'esercito in Italia per affrontare
direttamente Antonio.
Saranno stati validi gli indizi messi in evidenza da Labeone? Non lo sapremo mai. Possiamo invece
osservare un altro fenomeno. Questa lettera (II, 5), in cui si discute sulla autenticità di una lettera di
Bruto, ne ha generate altre quattro, palesemente false, tre di Cicerone a Bruto e una di Bruto a
Cicerone. La loro falsità risulta da anacronismi e contraddizioni rispetto a quel che si ricava da altre
lettere sicuramente autentiche.9 Una, assai
22
evidente, riguarda le informazioni sui successi di Cassio in Siria,10 che fanno a pugni con quanto lo
stesso Cicerone scrive proprio a Bruto non molti giorni dopo.11 Altrettanto rovinoso è che il falsario
faccia dialogare Bruto e Cicerone (1 e 12 aprile) intorno a un possibile prossimo scontro con Pansa
in Senato, senza rendersi conto che Pansa è già partito, con l'esercito, verso la Cisalpina il 19 marzo
e dunque non può essere in Senato!
Il falsario ha preso le mosse dalla lettera sul possibile 'falso Bruto' (II, 5): lì ha letto che Bruto aveva
l'abitudine di far sapere ai destinatari delle sue missive di aver contestualmente scritto anche al suo
clan familiare (la mancanza di tale elemento aveva fatto propendere per la falsità del messaggio
controverso di Bruto quando se n'era discusso in Senato e Labeone l'aveva fatto rilevare): e perciò
in II, 3.3 il finto Bruto dice: «Ho scritto a mia sorella e a mia madre di non diffondere le notizie su
Cassio prima di essersi consultate con te», e perciò il finto Cicerone risponde: «Hai fatto bene a
dare quel consiglio a tua sorella e a tua madre, infatti il partito cesariano in Senato potrebbe reagire
fortemente». Il fenomeno della crescita intorno a un nucleo autentico - che osservammo nel caso
molto semplice del carteggio tra Pausa-
23
nia e il Gran Re - è tutt'altro che inusuale. Per Bruto, che evidentemente era un soggetto che si
prestava, è accaduto qualcosa di simile anche per le sue lettere in greco: brevi dispacci e rapide
comunicazioni militari dei mesi in cui preparava la riscossa repubblicana taglieggiando le province
orientali. Plutarco ne conosce alcune, forse genuine (Vita di Bruto, 2), ma nella tradizione si è
venuta formando una raccolta molto consistente e molto ripetitiva che si presenta come opera
editoriale di un Mitridate.13 Ma anche nel caso ben più significativo di Platone è evidente che si è
l'incrinarsi del fronte 'repubblicano' a seguito del voltafaccia di Ottaviano dopo Modena (e si
giocano tutte sulla questione della morbidezza di Bruto verso Antonio e della condiscendenza di
Cicerone verso Ottaviano ormai nemico), allora la 'strana' lettera di Bruto giunta in Senato l'
aprile apparirà sotto ben altra luce. Oltre tutto essa è giunta proprio mentre anche Antonio si fa
vivo, evidentemente alla ricerca di un compromesso.
Il fatto che una soluzione certa ci sia (forse) preclusa, in assenza di altri documenti, non ci
impedisce però di vedere gli inconvenienti dell'applicazione scolastica di un pur grande modello
(Bentley). Estromettere dalla raccolta come spurie le lettere che documentano la rottura tra Cicerone
e Bruto significa non aver capito nulla di quella vicenda e, più in generale, della lotta politica. Nella
quale le asprezze e i contrasti all'interno dello stesso schieramento sono all'ordine del giorno. Fa
sorridere vedere quanta presa abbia avuto nei secoli tra gli studiosi l'argomento addotto, se non
erriamo, per la prima volta dal Tunstall {Epistula ad C. Middleton, 1741) secondo cui era
«impossibile» che Cicerone avesse definito il cesaricida Casca «assassino». Del che Bruto si duole
con Attico e rinfaccia addirittura a Cicerone l'uccisione senza processo dei catilinari («lui sì ne ha
uccisi più
26
d’uno»).15 Ma quale falsario avrebbe battuto questa strada impervia? Quelle parole dure e sleali
Cicerone le avrà ben pronunciate: allo stesso modo che Decimo Bruto, il più odiato dei cesaricidi,
ha cercato disperatamente di ingraziarsi Ottaviano - rimasto inopinatamente unico vincitore a
Modena e padrone del campo - gridando di essere stato traviato da altri, che lo avevano attirato
nella congiura!16 Uscite vergognose di questo genere, in cui tutti rinnegano tutto, non sono una
novità. Per salvarsi, il 9 Termidoro, il grande David rinnegherà Robespierre appena ghigliottinato.
Nel caso che qui ci interessa, esse sono impregnate di una verità tutta politica, nel clima di quei
giorni di caos e di spappolamento delle forze repubblicane, mentre Ottaviano, ormai pronto a
marciare su Roma, alterna aperture (per esempio verso Cicerone) e minacce, avendo ormai in mano
tutto il potere che conta, cioè gli eserciti consolari.
Il fallimento dell'astrattezza bentleyana è qui evidente. Ma non sfuggirà che il recupero
dell'autenticità di quelle lettere tremende di fine luglio 43 (diciannove giorni dopo Ottaviano
realizza il colpo di Stato) fa dubitare che Labeone abbia visto giusto in quella seduta dell'11 aprile
quando liquidava come senz'altro falsa la «strana lettera» di Marco Giunio Bruto al Senato.
27
E dunque, se davvero le cose stanno così, la storia di quei giorni decisivi andrebbe scritta in altro
modo. E cioè ali'incirca così: l'11 aprile 43 Cicerone e Labeone hanno fatto fallire, dichiarando falsa
la lettera «troppo conciliante verso Antonio» fatta giungere da Bruto in Senato, un tentativo di
composizione in extremis; tre giorni dopo, la guerra civile divamperà, ormai irreparabile, sul campo
di battaglia di Forum Gallorum.
1 A. Momigliano, s.v. Pausania, in Enciclopedia Italiana, vol. XXVI, 1935, p. 539.
4 Plutarco, Vita di Demostene, 8 e 9.
5 Ma qualunque altro storico antico avrebbe ragionato allo stesso modo.
7 Cicerone, A Bruto, II, 5.4.
8 Ivi, 1,15-18.
9 Cfr. L. Canfora, Studi di storia della storiografia romana, Edipuglia, Bari 1993, pp. 311-315; e «Ciceroniana» IX,
1996, pp. 177-189; X, 1998, pp. 191-208.
10 A Bruto, II, 2.3.
11A Bruto, I,5.2.
12 A Bruto, II, 3.5; II, 4.4. Cfr. T.R.S. Broughton, TheMagistrates ofthe
Roman Republic, American Philological Association, New York 1952, II, p. 335.
13 Un sovrano di tal nome o, in alcuni esemplari, un congiunto e omonimo del sovrano.
14 Cipriano, Epistola, IX, § 2.
che si trattasse di un falso circolò subito. I temi trattati erano, nello stesso ordine e spesso con
impressionanti coincidenze verbali, quelli svolti da Zhou nell'ultima intervista da lui concessa a
Edgar Snow. Inoltre essi rispecchiavano in modo non generico l'ossatura dell'intervento svolto da
Deng Xiaoping alla sessione speciale delle Nazioni Unite sulle materie prime nel 1974. Incastonata
nel tutto, brillava anche una frase sul «ruolo del partito» che si ritrova identica nel rapporto letto da
Zhou alla tribuna del X Congresso del Partito comunista cinese. Un solo inserto appariva del tutto
nuovo sul piano concettuale: la necessaria priorità dell'industria pesante nel nuovo piano
quinquennale cinese. Perché questo montaggio, e a be-
30
neficio di chi? Una assenza forniva, forse, la chiave: l'assenza di qualunque riferimento ai rapporti
russo-cinesi, tema, negli anni precedenti e nel periodo tardo-maoista, di polemiche durissime. Una
spiegazione plausibile del non raffinato pastiche era che lo si potesse leggere come messaggio della
fazione di Deng (fedelissimo di Zhou), allora in rimonta all'interno del Partito comunista cinese,
rivolto all'interno e all'esterno, e anche all'URSS. Pochi giorni prima infatti aveva stupito tutti (
gennaio) l'elogio di Zhou Enlai da parte della TV sovietica, dopo anni di attacchi. Il falso
testamento funzionò come un vero evento, a tutti gli effetti.
Venti anni più tardi, il 26 febbraio 1997, i giornali di Hong Kong, in particolare il «Ta Kung Pao»
(organo ufficioso cinese della allora colonia britannica),3 pubblicarono un «testamento» di Deng
Xiaoping, da pochi giorni scomparso (19 febbraio). Vi si leggeva, tra l'altro: «C'è una sola cosa in
tutta la mia vita per la quale provo tristezza. Sono i fatti del [giugno] 1989.4 Ho meditato a lungo su
di essi, e sono giunto a una decisione. Chiedo che dopo la mia morte sia reso pubblico il mio
rincrescimento e che si porgano le mie scuse alle vittime e a tutto il popolo».
Il documento conteneva anche altre informazioni, come ad esempio quella secondo cui Deng aveva
«curato
31
personalmente» il volume dei suoi discorsi relativo al periodo più difficile, quello successivo al suo
ritorno al governo.5 Dopo la smentita ufficiale cinese, che negò l'autenticità del documento, ci si è a
lungo chiesti cosa esso significasse e donde effettivamente provenisse. L'ipotesi più spesso
prospettata, e che forse coglie nel segno, fu che, autenticità a parte (quesito insolubile), l'operazione
fosse partita dall'ala innovatrice del Partito comunista cinese, dagli uomini nuovi che non erano
allora (giugno '89) ancora al potere. Se così è, l'operazione era perfetta. L'azzeramento degli effetti
negativi e della lacerazione determinata da Tian'an Men veniva, così, messo sulle spalle del defunto
leader, la cui intima perplessità di fronte a quella terribile decisione era - comunque - nel novero
delle cose credibili. Era un modo abile per 'voltar pagina' affidandone l'onere al leader scomparso e
universalmente apprezzato, un collocare all'indietro nel tempo un gesto politico attuale. Se è vero
che la capacità di salvaguardare la continuità è uno dei segreti per la conservazione del potere (la
chiesa cattolica ne è un esempio insigne e istruttivo), si può dire che la Cina moderna ha fatto tesoro
di tale precetto. Essa è riuscita a non sconfessare Mao, pur instaurando una politica antitetica
rispetto a quella del «timoniere» della catastrofica «Rivoluzione Culturale»; è riuscita a tenere
32
insieme il mito sempre più sbiadito e progressivamente dimenticato di Mao e il mito ben più
significativo, efficace e attuale di Deng. Con quel «testamento» si dava a lui postumamente anche il
merito di ciò che in realtà stava per accadere: il tentativo cioè di riconciliazione del Paese a quasi
dieci anni dall'89.
Le due storie parallele dell'URSS e della Cina popolare diventano così un esempio da manuale di
come si perde o invece si conserva il potere. Nell'URSS ci sono voluti due traumi, due rotture palesi
(il XX Congresso nel '56 e la perestrojka nel 1986-89) per distruggere lo Stato formatosi dopo la
rivoluzione del '17 e grazie ad essa. In Cina la rottura voluta da Mao (1966: «Rivoluzione
Culturale») rischiava l'analogo esito. Ma i grandi tutori della continuità, Zhou e Deng, pur
accantonati ma mai del tutto travolti dalla follia maoista (e questa è una peculiarità della storia
cinese che non deve sfuggire), riuscirono nel miracolo del cambiamento totale senza sconfessioni o
rotture e cancellazioni irreparabili. Il testamento di Deng fu in tale quadro un ulteriore atto di
saggezza: nel solco di una tradizione antitetica rispetto a quella occidentalistica e drammatica del
bolscevismo russo. Alla lunga, si sa, nei grandi processi storici contano la cultura profonda e la
tradizione, non le ideologie.
La prima 'rottura' l'aveva tentata lo stesso Lenin col cosiddetto «testamento», o per meglio dire la
immenso potere, e io - scrive - non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente
prudenza». A Trockij riconosce che «egli è forse il più capace tra i membri dell'attuale CC», ma gli
rimprovera: «ha anche una eccessiva sicurezza di sé» nonché «una tendenza eccessiva a considerare
il lato puramente amministrativo dei problemi». Alcuni giorni dopo, il 4 gennaio '23, la decisione è
presa.
35
Lenin detta una breve aggiunta alla Lettera, consistente in un unico capoverso, tutto su Stalin e
culminante - dopo averne tracciato un più duro profilo - nella proposta, evidentemente destinata
all'imminente Congresso, «di pensare alla maniera di togliere Stalin dall'incarico di Segretario
generale» del Partito, e nell'auspicio di trovarne uno «più tollerante, più leale, più cortese e più
riguardoso verso i compagni, meno capriccioso».
La storia della trasmissione, diffusione e conservazione di questo testo non è ancora del tutto
chiarita.9 Nadezda Krupskaja, moglie di Lenin, svolge, in questa storia testuale, un ruolo solo in
parte simile a quello che fu di Livia rispetto alle disposizioni che Augusto destinava postumamente
al Senato. La differenza, non piccola, consiste nella minore forza della Krupskaja rispetto al CC del
Partito e al suo segretario. A ogni modo è alla Krupskaja che tocca il compito di far pervenire la
Lettera di Lenin al Partito.
E già qui c'è un punto oscuro. Una leggenda mirante ad attutire le asprezze di quella vicenda e a
spiegare la lunga latitanza di quel documento sostiene che Lenin avesse disposto che la «Lettera al
Congresso» (o forse solo la aggiunta?) venisse fatta recapitare solo dopo la sua morte.10 Egli però
non poteva prevedere la data della
36
propria morte, né d'altra parte procrastinare sine die una decisione che, dalle sue stesse parole
dell'addendum, appare urgente. Del resto già la intitolazione divenuta corrente {testamento di
Lenin) contribuisce a confortare la tesi depistante, secondo cui Lenin stesso avrebbe dato a questa
sua Lettera al Congresso il senso e i tempi di una comunicazione postuma. Un'altra tradizione
sostiene che «inizialmente» Lenin avrebbe nascosto persino alla Krupskaja quell'addendum}
Il vero problema, che solo in parte trova spiegazione nell'aggravarsi delle condizioni di salute di
Lenin, è l'intervallo, il vuoto di quasi un anno e mezzo, tra il 4 gennaio '23 e il maggio del '24,
quando finalmente, al XIII Congresso (23-31 maggio '24), qualcosa trapela. Che al XII non se ne sia
fatto nulla resta comunque da spiegare, visto che invece un altro scritto di Lenin proposta al XII
Congresso: come riorganizzare l'ispezione operaia e contadina), dettato il 23 gennaio '23, che esce
due giorni dopo sulla «Pravda»,12 approda regolarmente al XII Congresso e viene messo a frutto per
le Tesi congressuali (17 aprile '23).
In previsione del risultato che si proponeva di ottenere al XII Congresso (la sostituzione di Stalin
alla segreteria in ragione della ruvidezza, slealtà etc. dei suoi com-
37
portamenti), Lenin fece anche un altro passo: inviò un'aspra lettera a Stalin, il 5 marzo '23, in cui gli
minacciava la rottura dei rapporti se non ci fossero state sue scuse scritte per la violenza verbale da
lui adoperata verso la Krupskaja nel corso di una telefonata. Inopinatamente Stalin accolse
immediatamente tale richiesta. Quando però il Congresso ha inizio a metà aprile - è questa la
spiegazione corrente -, Lenin è daccapo paralizzato nel fisico (né c'è più nulla di suo fino alla morte,
21 gennaio '24): «Egli era inabilitato nel fisico e i documenti in cui raccomandava la rimozione di
Stalin dalla sua carica rimasero sotto chiave fino a qualche tempo dopo la sua morte sopraggiunta
nel gennaio '24»."
Secondo la versione recepta, la Krupskaja avrebbe presentato al CC e fatto giungere direttamente a
Stalin la Lettera al Congresso soltanto il 18 maggio 1924 precisando, in una accompagnatoria, che
«Vladimir Il'ic aveva espresso il fermo desiderio che dopo la sua morte queste note venissero
portate all'attenzione del prossimo Congresso del partito». La lettera esiste: si trova nel volume
XLV della quinta edizione (1964) dell'Opera omnia di Lenin (p. 594).
Se quel che scrive la Krupskaja fosse esatto, se ne dovrebbe arguire che lo stesso Lenin ha esitato,
dopo la pronta lettera di «scuse» di Stalin del 5 marzo '23, a portare a fondo subito, già col XII
Congresso, l'operazione
38
di cambio del segretario generale. Ha preferito aspettare? Certo di lì a poco è entrato nel buio di una
malattia obnubilante e intollerabile, e il 17 marzo ha fatto chiedere proprio a Stalin il veleno per