



















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Breve riassunto dei libri del prof Trifone per storia della lingua italiana, triennale. Malalingua e Pocoinchiostro.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 27
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!




















Il primo grande capolavoro in volgare, la Commedia dantesca, entra a far parte della scena linguistica e culturale italiana in un momento in cui il latino domina il mondo della scrittura e continua ad essere la lingua europea della comunicazione elevata. A questa supremazia non riescono ad opporsi gli idiomi locali, utilizzati per la comunicazione quotidiana in aree circoscritte. Qualche dialetto, però, viene utilizzato anche in ambito letterario, primo fra tutti il siciliano illustre della scuola poetica fiorita negli ambienti della corte di Federico II di Svevia ; ma si tratta per lo più di fenomeni effimeri. Durante il 200, in Italia, si fa un largo uso dei volgari romanzi che sono già dotati di prestigio letterario, come il francese antico e il provenzale : ad esempio, il “ Milione ” di Marco Polo fu scritta in francese antico. È a partire da questa situazione che il magistero dantesco contribuisce a cambiare il corso della lingua e della letteratura italiana. Più precisamente, l’italiano letterario nasce e si sviluppa grazie a due autori: Dante e Petrarca. Dante ne è il padre munifico, generando un sistema complesso di forme e significati, Petrarca ne è il principe, tanto da diventare il più potente modello della poesia italiana ed europea. Nel 1525, con la pubblicazione delle “Prose della volgar lingua” di Pietro Bembo, si radicalizza l’antitesi Dante-Petrarca. Bembo sostiene che Petrarca è il fautore più rappresentativo della rinascita della classicità volgare, non Dante, colpevole di scrivere “bassissime e le vilissime cose”. Bembo condanna il plurilinguismo dantesco, dai latinismi ai forestierismi, dagli arcaismi ai neologismi, criticando l’ospitalità offerta dal poeta agli idiotismi dell’uso plebeo (i dialettismi); paragona la Commedia ad un “bello e spazioso campo di grano” in cui tutto è mescolato. La critica si sofferma maggiormente sulle parole “rozze e disonorate” di cui Dante si era servito. Bembo, evita di citare passi della Commedia che per lui erano sconcertanti, come “ ed elli avea del cul fatto trombetta ”, facendo piuttosto riferimento a forme dal senso comico e popolare, come signorso per signore. Queste critiche evidenziano i limiti dell’ideale linguistico bembiano, incentrato solo sul decoro formale che condurranno al petrarchismo più sclerotico e inespressivo. Sono anche gli anni del Galateo , che punterà il dito anche sui versi danteschi caricandoli di doppisensi. Dante è agli antipodi di questo perbenismo; all’interno del “ De vulgari eloquentia ” raccoglie i diversi idiomi italiani, illustrando non solo i fenomeni dialettici più caratteristici delle 14 aree individuate, ma si immerge nella parte viva della lingua, inserendo molti di questi elementi nella Commedia. Ad esempio riporta una frase dell’uso reale fiorentino: “ manichiamo, introque che noi non facciamo altro ”, cioè “mangiamo, intanto che non abbiamo altro da fare”. Qui, le forme caratterizzate in senso popolareggiante sono “manichiamo” per “mangiare” e “introque” per “intanto”, entrambe molto utilizzate nell’inferno. Nello Zibaldone Leopardi affermava che Dante “non ebbe e non avrà mai pari” fra i poeti italiani. Naturalmente Dante sa pesare le parole come nessun altro, trovando le giuste parole sia per l’Inferno che per il Paradiso: nella sua produzione lirica anteriore alla Commedia, il poeta aveva già dato prova di finezza intellettuale e di eleganza compositiva, tanto che alcuni lo considerano l’antenato della poesia petrarchesca. Tuttavia, nella Commedia non soltanto vengono amalgamati e riassorbiti materiali linguistici di varia estrazione (ingiurie, cattivi odori, malattie, metafore animalesche ecc.), ma il poeta forma anche nuove unità lessicali, che di possono definire “dantismi”. Ad esempio vengono costruiti numerosi verbi applicando il prefisso in- a una base nominale (infuturarsi, cioè prolungarsi nel futuro), ad un avverbio (inforsarsi, essere in forse), a un numerale (inmillarsi, moltiplicarsi per mille). Occorre però separare questi neologismi di matrice colta, che troviamo soprattutto nel Paradiso e che cercano di esprimere l’inesprimibile, da formazioni di impronta del tutto diversa (arruncigliare, raccosciare), attestate anche queste per la prima volta nella Commedia. Nulla ci impedisce di pensare che si tratta di parole attinte a sorgenti di lingua viva, sia pure di diffusione limitata o di utilizzo marginale. Parole come ‘accaffare’ o ‘accoccare’, fanno pensare ad aspetti dell’oralità più selvatica, più nascosta. Queste parole sono inserite all’interno di animati discorsi diretti, che stimolano l’interesse del poeta per la riproduzione del parlato. L’esplorazione di Dante nella lingua raggiunge l’apice nella rima: alla fine dell’endecasillabo il poeta colloca numerosi plebeismi che spesso sono in rima. È significativo che si tratta principalmente di rime rare e difficili, tali quindi da stimolare l’istinto dello scrittore ad allontanarsi “dalle acque sicure per tentare rotte avventurose”.
Un custode appassionato delle tradizioni locali, Vincenzo Simoncelli , all’interno di una sua raccolta di canti popolari rilevava con rammarico la tendenza dei piccoli centri locali ad apprendere la lingua di Roma, schivando sdegnosamente usi e costumi caratteristici della campagna e assumendo un italiano scorretto. Erano soprattutto le nuove generazioni ad avvicinarsi a questo italiano scorretto. Simoncelli ironizza su un giovane
ciociaro, che conobbe lui stesso, il quale cercava di italianizzare parole dialettali aggiungendo la terminazione -i (caratteristica che troviamo anche in altre zone): perciò vennero registrate parole come “la krapi, la kummari, la mani” al posto di la capra, la comare, la mano. Anche a Rieti, alla fine dell’ottocento, non esisteva più un dialetto puro e sincero, ma un dialetto quasi ibrido, con una netta distinzione tra la città più italianeggiante e la campagna più conservativa. Un altro dialettologo del primo 900, Raffaele Giacomelli, osserva che queste interferenze linguistiche avvenivano soprattutto nei gruppi più dinamici, in chi viaggiava e intrecciava relazioni: sostiene, infatti, che i contadini e la numerosissima classe dei calzolai conservavano ancora bene il dialetto, a differenza degli artigiani più giovani e di coloro che erano più a contatto con Roma il cui dialetto era in declino. Giacomelli indentifica, dunque, una koinè laziale a tinta romanesca arricchita dalle impronte locali più o meno forti (provenienti dalla cultura dell’individuo e le sue relazioni con Roma), che gli abitanti dei vari paesi del Lazio utilizzano per parlare fuori dal loro paese o con i forestieri. Si trattavano di una sorta di italiano- romanesco-laziale mercantile e itinerario, poiché era la lingua dei “lavoratori normali del Lazio” e dei “piccoli mercanti di campagna”. Foscolo può essere considerato il primo grande storico della lingua italiana. All’interno del saggio “ Epoche della lingua italiana ” ed anche in altri scritti, Foscolo fa delle riflessioni su una prospettiva nuova legata alla “questione della lingua”: l’assenza in Italia delle condizioni che trasformano una comunità umana in una società nazionale. Il problema principale della civiltà italiana era l’intreccio tra le moltissime tradizioni culturali e l’incessante ricerca di un’identità comune. In uno dei passaggi più noti delle “epoche della lingua italiana”, l’autore abbozza un quadro realistico della situazione del parlato nell’Italia dell’epoca e propone per la prima volta il concetto di un italiano comune “mercantile e itinerario”. Foscolo, oltre a sottolineare l’inesistenza dell’italiano parlato, fa un’importante osservazione sull’inadeguatezza comunicativa della lingua italiana e la sua censurabilità sociale, delineando una situazione di radicale dicotomia tra il piano dello scritto e quello del parlato. Riprendendo poi la nozione di lingua mercantile e itineraria, Foscolo insiste sull’aspetto dell’ibridismo interregionale: è perciò una specie di lingua comune, che non coincide con nessuno dei dialetti italiani, ma presenta alcune qualità bastarde di tutti. Per quanto povera e mutabile, questa lingua itineraria ha avuto una sua importanza obiettiva, come risulta in particolare dalle esperienze dei predicatori e dei cantastorie medievali, i quali, vagando di città in città, hanno educato il popolo a modelli di lingua più evoluti e civili. Mentre l’esistenza di una lingua nazionale o comune nell’Italia preunitaria appare già in alcuni studi romantici, è più attuale l’individuazione di alcuni mediatori culturali itineranti, in grado di gettare le basi di un incivilimento anche linguistico. Il concetto di lingua itineraria ha permesso di svolgere studi proprio su alcune figure fondamentali di operatori itineranti: il mecenate, il predicatore, l’attore e il viaggiatore. Boccalata de Bovi sottolinea l’esigenza di comunicare oltre i confini delle mura cittadine, selezionando all’interno di un determinato repertorio linguistico forme più prossime a usi di koiné. Questa dialettica interlinguistica tra il mittente e il destinatario provoca spesso contaminazioni e conguagli: troviamo, ad esempio, toscanismi in lettere di siciliani indirizzate a toscani. Ovviamente, nelle lettere commerciali, tendono a prevalere gli elementi linguistici provenienti da centri mercantili di maggiore importanza (cioè toscani e veneziani). Oltre ai carteggi mercantili (che sono scritture, però non letterarie), negli scambi commerciali hanno una grande importanza anche le comunicazioni immediate tra parlanti di origine diversa: si pensi ad esempio alle fiere, tradizionali luoghi di confluenza di uomini e merci provenienti da paesi lontani. Solo nel Regno di Napoli, al tempo della dominazione aragonese, si svolgevano più di 200 fiere, animate da numerosi “fieraioli” forestieri, con una prevalenza di toscani e genovesi sul versante tirrenico, veneziani e lombardi lungo le coste adriatiche e ioniche, con una presenza diffusa di catalani. Da questi rapporti si creano transazioni non solo commerciali, ma anche linguistiche. Nel 1600 Andrea Perrucci vagò a lungo per l’Italia e, con queste peregrinazioni, si convince dell’inesistenza dell’italiano parlato, sottolineando che ogni lingua pecca in qualche cosa nella pronuncia. Perciò passa in rassegna i principali difetti in cui incorrevano più frequentemente tutti i parlanti, attori compresi quando si sforzavano di parlare bene. Ai fiorentini rimproverava la gorgia (havallo invece di cavallo, duha invece di duca); i siciliani pronunciavano sempre aperte la E e la O; cita poi i raddoppiamenti indebiti dei settentrionali (Nicolla per Nicola ecc); sottolinea anche la necessità di porre in freno agli arcaismi. Infine Perrucci descrive la lingua del suo tempo: in sostanza, si trattava di una miscela di elementi confusi e contraddittori, tra i quali spiccavano i regionalismi, gli ipercorrettismi, gli arcaismi letterari. Questa immagine trova molte conferme dalle testimonianze dei viaggiatori stranieri in Italia. Sicuramente la soluzione migliori erano comunque soluzioni di compromesso tra lingua letteraria e gli usi non letterari. Non a caso la più moderna ed efficace didattica dell’italiano sembrò, per molto tempo, quella fondata sui dialoghi teatrali di Goldoni grande scrittore, maestro delle scene e un maniaco dei viaggi, il quale riuscì ad elaborare un esempio straordinariamente evoluto di lingua itineraria. I viaggiatori stranieri concordarono con Perrucci riguardo alla
riescono a far emergere in modo del tutto verosimile gli aspetti divertenti o ridicoli dei personaggi e delle situazioni. Goldoni realizza cosi un modello di comunicazione scenica più evoluto, capace di coniugare intensità e naturalezza. La sensibilità per la dimensione internazionale del discorso e per i suoi elementi impliciti si approfondisce con Pirandello, in particolare il problema della comunicazione interpersonale. Anche l’opera di Eduardo de Filippo si colloca sostanzialmente sulla linea goldoniana della naturalezza espressiva. Il parlato teatrale di De Filippo si caratterizza per le varie relazioni che si stabiliscono tra lingua e dialetto. Nel primo atto di “Filumena Marturano”, ad esempio, abbiamo lo scontro tra l’italiano della giovane snob Diana e il napoletano della protagonista analfabeta. Altre volte abbiamo invece una sorta di compenetrazione tra l’italiano e il dialetto che si avvicendano nei discorsi dello stesso parlante, non tanto come 2 codici linguistici contrapposti, ma come 2 diversi registri stilistici. Questo passaggio dall’italiano colloquiale al dialetto non dipende in genere dalla competenza inadeguata dei 2 codici, ma dipende soprattutto dagli slanci emotivi dei parlanti che, lasciandosi trasportare dai propri sentimenti, scivolano spontaneamente da una varietà all’altra. Il filone del plurilinguismo linguistico si collega a uno dei poli della tradizione letteraria italiana, la cosiddetta “linea folengo-gadda”, il cui principale tratto distintivo risiede nello sfruttamento espressivo o comico dei contrasti tra lingue, dialetti, varietà sociali e culturali, registri stilistici, gerghi, oltre che in un certo gusto per l’invenzione verbale e per il gioco di parole. I primi documenti stampati di questo filone possono essere rintracciati in una popolare tecnica espressiva dei buffoni medievali, come ad esempio la figura leggendaria di Gonnella di Matteo Bandello. Dopo le numerose esperienze del plurilinguismo rinascimentale, la commedia dell’arte codifica questo aspetto in forme che resteranno esemplari. Nel 1600 Andrea Perrucci ribadirà l’esigenza di usare lingue diverse sulla scena, soffermandosi sull’articolata caratterizzazione idiomatica delle varie maschere. Ai giorni nostri, un caso di manipolazione linguistica è costituito dal grammelot di Dario Fo. Il grammelot annulla gli elementi basilari di qualsiasi comunicazione linguistica: la parola e la grammatica. Nell’esperienza di Dario Fo, il filone della manipolazione carnevalesca del linguaggio raggiunge un punto di tensione sperimentale particolarmente avanzato. Analogamente, i moltissimi proverbi e modi di dire alla rovescia di Totò (ad esempio: ogni limite ha una pazienza, parli come badi, ho un capello per diavolo) vantano una nutrita schiera di antecedenti nel teatro popolare senese del 500: “aver fatto l’oste senza ‘l conto”. -Capitolo IV: Il libro che Firenze mise al rogo- La forza satirica di Girolamo Gigli (1660-1722) si concentra a colpire la grettezza dei circoli clericali, nobiliari, accademici della Toscana medica e della Roma curiale, accanendosi con la ferocia contro l’ipocrisia dei falsi devoti e contro il dogmatismo linguistico dei cruscanti. All’interno dell’opera “vocabolario cateriniano” lo scrittore si ribella alla tirannia linguistica dell’Accademia della Crusca, in quanto non accetta l’assoluto predominio linguistico fiorentino, difendendo invece i diritti della tradizione cittadina con particolare riferimento alle forme trecentesche della prosa di Santa Caterina, ingiustamente escluse dal Vocabolario della Crusca. Si tratta comunque di un’iniziativa del tutto controproducente che scatena una furibonda reazione della potente accademia fiorentina e ottiene l’effetto involontario di mettere in evidenza gli “errori” della parlata senese. Questa indole anticonformista gli procurò profonde inimicizie e gravi persecuzioni, come l’allontanamento dalla Toscana e da Roma, l’espulsione delle Accademie della Crusca e dell’Arcadia; il vocabolario cateriniano fu messo all’indice e sequestrato, mentre le copie requisite a Firenze furono fatte bruciare pubblicamente. Lettore di lingua toscana prima nel Collegio Tolomei e poi nell’università di Siena, membro dell’accademia della crusca, editore, autore delle grammatiche “regole di toscana favella” e “lezioni di lingua toscana”, investigatore degli usi antichi e dei modi popolari toscani nel vocabolario cateriniano, Gigli mise a frutto il proprio bagaglio di linguaiolo creando un vivace libello satirico nel quale affronta diversi temi. La gorgia, ad esempio, è il principale bersaglio delle invettive antifiorentine di Gigli. Un altro esempio è dato dalla parola povaro: Gigli richiama all’autorità di Caterina e di Borbogli per sottolineare il prestigio di questo senesismo, rimproverando tutti coloro che non lo accettano. Lo scrittore ricorre poi all’uso dello shibbolet, cioè del riconoscimento su base linguistica del luogo di origine di una persona. A proposito dell’opposizione tra fiorentini e senesi, lo scrittore racconta di una crudelissima strage di poveri senesi, seguita all’uso improprio della vocale E, nel tempo dell’assedio a Siena. Un comandante dei fiorentini faceva imprigionare i passeggeri non fiorentini, perciò i senesi per salvarsi negavano la loro patria. Il soldato aveva con se certi pesci che i senesi chiamavano tenca e i fiorentini tinca; il soldato chiese loro che pesce fosse e i senesi risposero “quella è una tenca” così furono uccisi o malmenati dal comandante. Ci sono molti dubbi sull’effettiva attendibilità linguistica del vocabolario cateriniano. Bruno Migliorini, ad esempio, pur apprezzando qualche osservazione e qualche testimonianza che non dovrebbero essere perdute, non sa fino a che punto sia possibile fidarsene. Nell’opera troviamo infatti vocaboli cateriniani che erano ancora in uso, ma anche vocaboli inventati da Gigli stesso, che
faceva però credere di averli trovati in opere risultate inesistenti. Giudizi simili sull’opera di Gigli si ritrovano in alcune lettere di Uberto Benvoglienti, il quale stima le difese che prende Gigli, ma sostiene che fa troppe digressioni, troppe lodi e troppi biasimi. Gigli prende poi in esame le cause del primato linguistico fiorentino, che secondo lo studioso sono fondamentalmente cinque: 1- il prestigio letterario dei primi fondatori della lingua toscana, ovvero Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio. 2- lo sviluppo delle attività economiche che hanno moltiplicato le occasioni di contatto e di scambio con genti di posti diversi 3- il programma di egemonia culturale messo in atto da Lorenzo il Magnifico 4- l’edizione del gran Vocabolario degli Accademici della Crusca, che hanno fondato la diffusione del modello linguistico fiorentino 5- il dominio politico di Firenze sulle altre province toscane Gigli sostiene che il contesto extralinguistico influenza la vita della lingua, perciò lo studioso ha mostrato le differenze dell’idioma senese utilizzando dei ceti sociali più elevati e dal popolino, cioè tra l’uso della città e quello della campagna. Ad esempio corrire al posto di correre; giovano al posto di giovane; povaro al posto di povero; famigghia più tosto che famiglia; lassare invece di lasciare; nissuno per nessuno. Gigli sostiene che i cittadini di condizione più elevata tendono alla “pronunzia fiorentina”, mentre il volgo e il contado parlano “alla senese”. Nel 600 e 700 le varie forme del dialetto antico sono spesso relegate nell’uso degli strati bassi della popolazione, specialmente dei contadini; mentre le classi superiori tendono ad accogliere il fiorentino colto, quindi dell’italiano. -Capitolo V: gli errori di Checchina scolara di altri tempi- L’alfabetizzazione resta, nei cinquant’anni successivi all’unità, un fondamentale mezzo di apprendimento della lingua comune. Proprio quei cinquant’anni sono caratterizzati da un attivismo senza precedenti nel settore della glottodidattica e della divulgazione linguistica: si pubblicavano grammatiche, vocabolari, testi scolastici, libri di lettura per l’infanzia e per la gioventù, saggi destinati ad un pubblico vasto. Questo fu un vero processo di svecchiamento e di riassestamento delle strutture dell’italiano, il quale viene registrato per la prima volta e codificato da zero. Precedentemente, infatti, erano molti i canali non istituzionali di accesso all’apprendimento della scrittura e quindi della lingua, i quali saranno utilizzati fino a tutto l’800 e oltre. Si pensi, ad esempio, all’insegnamento impartito da religiosi nelle parrocchie di campagna e di paese; si pensi anche alla consuetudine dell’istruzione privata nelle classi alte. Una conferma di questo insegnamento ci è pervenuta dall’esperienza di Checchina Ferri, una giovinetta di Sulmona affidata appunto alle cure di un precettore. Di lei abbiamo una trentina i quaderni con i compiti svolti negli anni intorno al 1876/1878, un materiale utile per avere informazioni sulla didattica del tempo. Da questi quaderni ricaviamo che Checchina era seguita nei suoi studi da un insegnante privato, ma non si può escludere che avesse frequentato anche una scuola pubblica. I quaderni appartengono ad anni diversi, e quindi corrispondono a diversi stadi di avanzamento didattico; tuttavia buona parte di essi denota livelli di maturità paragonabili a quelli degli attuali studenti delle ultime classi delle elementari o delle prime classi medie. Un dato colpisce immediatamente: sui 27 quaderni che ci sono pervenuti, 21 contengono esercitazioni di italiano, 4 di aritmetica e solo 2 di francese. Perciò notiamo l’importanza attribuita all’insegnamento dell’italiano. E l’istruzione privata non doveva discostarsi molto dalla prassi seguita nelle aule pubbliche. La scrittura di Checchina costituisce comunque un prezioso documento ottocentesco di italiano regionale d’Abruzzo. Questi quaderni presentano una varietà articolata: quaderni di esercizi di lingua italiana, di comprensione italiana, di dettatura, di copiatura, di calligrafia, di regole grammaticali, di elocuzione e di bozza per raccontini. Sfogliando le pagine degli “esercizi di lingua italiana” s’incontra subito la tradizionale analisi del periodo, tuttora vitalissima nella scuola. Questi esercizi di smontaggio della frase ricorrono più delle volte nei quaderni, probabilmente a causa delle forti incertezze dell’alunna. Alcuni errori sono legati all’uso del congiuntivo (del verbo fare in particolare Checchina inciampa sul presente “voglio che facci…). Nel corso del periodo ipotetico invece inizialmente si corregge solo sull’apodosi (passa da faressimo a faremo, nella frase “se noi saressimo più esperti faressimo meglio i nostri interessi”); successivamente si corregge con protasi al condizionale (se noi saremmo). Abbiamo quindi un tipico percorso di italianizzazione progressiva lungo una linea di sviluppo se saressimo, faressimo se saressimo, faremmo se saremmo, faremmo, che procede da un massimo a un minimo di caratterizzazione regionale, con l’italiano popolare a fare da ponte verso la lingua standard. La situazione non è diversa nella “composizione italiana”, il maestro di Checchina arriva fino al “tema da scrivere in versi” su una traccia come “un bel fiore in mano di un bambino” nel quale l’alunna non sa cosa scrivere. Anche questo risente nel ricco filone dei temi strappalacrime affidati dal maestro. Giorgio Bini parla addirittura di carattere sadomasochistico e cimiteriale della didattica dell’800. Nel quaderno dedicato all’ “elocuzione” e interessante la parte relativa ai neologismi e ai barbarismi: il maestro cerca di far evitare a Checchina i neologismi per non turbare la purità della lingua; occorre inoltre fare attenzione ai gallicismi o francesismi che sono i barbarismi più comuni. Per quanto
Verga utilizza l’imperfetto indicativo voleva al posto del condizionale avrebbe voluto. L’autore, in una lettera di risposta ad una recensione del critico Filippo Filippi, gli dice che i passati imperfetti che lui critica, sono voluti, sono il risultato del modo di vedere per rendere completa l’illusione della realtà dell’opera d’arte. *dislogazioni a destra e a sinistra In Cavalleria Rusticana Verga ricorre spesso sia alla dislocazione a destra sia a quella a sinistra. Talvolta Verga corregge la lezione del manoscritto per introdurre la dislogazione a destra: “dovette vendere la nostra mula baia” = “la dovette vendere la nostra mula baia”. *”che” polivalente Il che polivalente, cioè impiegato con una funzione di connettivo subordinante generico, si ripresenta spesso sia nella novella che nel dramma. La Cavalleria Rusticana, ad esempio, troviamo: “quel fazzoletto…che Dio sa quante lagrime ci ho pianto dentro”. *”a me mi” La narrativa verghiana accoglie la tipica ridondanza pronominale a me mi, molto comune nell’uso informale, in Vita dei campi e nei Malavoglia: “a me mi hanno detto altre cose ancora!”, “a me mi dispiace, padron N’toni”. *”sto” questo Sto è eccezionale nella forma verghiana. Questa forma figura sia in Cavalleria Rusticana e anche nei Malavoglia (sto discorso, ste belle notizie). -Capitolo VII: La sindrome di Svevo: non sapere l’italiano- Fra i grandi scrittori del 900, Svevo è forse quello che più di tutti ha visto minacciata la propria reputazione letteraria da scetticismi o dissensi riguardanti la lingua, certamente per lo Svevo drammaturgo l’accusa di scrivere male dovette risultare ancora più frustante che per il romanziere. Inoltre, lo scrittore era consapevole di essere esposto per origini familiari, provenienza geografica e formazione culturale al pericolo dell’artificiosità espressiva. Svevo nasce a Trieste, allora dell’Impero Austriaco, quindi gli mancavano esperienze davvero significative di italiano parlato cui fare riferimento; anche quelle che potevano scaturire dal contatto con insegnanti italiani nella scuola gli erano state vietate nel collegio di Segnitz. Dunque la scrittura teatrale, simile alla lingua viva con i suoi modi franchi e spigliati, era da lui contemplata come una specie di sogno proibito. Il teatro per Svevo è stato in effetti la passione creativa più segreta e più costante, coltivata dalla prima giovinezza fino all’estrema maternità, con una continuità che non ha conosciuto pause nemmeno negli anni della sofferta autosospensione della scrittura narrativa. Come risulta dall’importante testimonianza della moglie Livia, Svevo aveva maturato una specie di gerarchia delle forme letterarie, collocando sul gradino più alto proprio il teatro, in cui la vita può essere trasmessa per “via diretta e precisa”. Agli occhi dello scrittore invece, i suoni numerosi esperimenti drammatici erano dei prodotti minori o semplici passatempi letterari; al contrario le opere scritte per la scena dovevano apparirgli addirittura come quelle di valore artistico più elevato. La sua attività di drammaturgo ha avuto un destino più sfortunato di quello toccato per lungo tempo alla produzione narrativa: quando è ancora vivo, solo un testo viene pubblicato, ovvero il breve monologo “prima del ballo”, e solo un testo viene rappresentato, l’atto unico “terzetto spezzato” messo in scena nel 1927 a Roma. Poi i suoi lavori drammatici conoscono un prolungato oblio che si attenuerà a partire dal 1960, quando vede la luce la prima edizione del teatro sveviano. Negli anni successivi cresce l’attenzione dei lettori, degli studiosi e degli stessi uomini di spettacolo, i quali si impegnano in realizzazioni sceniche coronate talora da notevole successo. L’impegno drammaturgico di Svevo comincia a dare i suoi frutti tra il 1880 e il 1892. Le commedie di questo periodo parrebbero collocarsi entro l’orizzonte letterario del verismo, di cui il giovane scrittore mostra di abbracciare le teorie. Molti testi sono di carattere autobiografico: i protagonisti delle commedie “il ladro in casa” e “le ire di Giuliano”, con i loro problemi caratteriali di natura nevrotica, con i disturbi delle personalità, rimandano piuttosto ai fantasmi che agitavano nella mente di Svevo e del suo alter ego Zeno Cosini. Le “ire” di Giuliano a spese della moglie Lucia sono riconducibili a un’ancora più diretta matrice autobiografica. Lo spazio canonico del salotto borghese e l’ancor più usuale schema del triangolo amoroso sono gli involucri convenzionali di cui Svevo si serve all’unico scopo di demolirli, al fine di far emergere la solidità apparente e l’effettiva fragilità del sistema su cui si fondono le relazioni interpersonali e i legami familiari. Tra i vari giudizi negativi ricordiamo quello di Montale, il quale sostiene che quello che mancò a Svevo per diventare un eccellente autore drammatico è la sua scarsa attitudine alla sintesi e al dialogo. Nei lavori teatrali, secondo Montale, Svevo risulta sovrabbondante e indiscriminato. Sebbene possono apparire troppo severe, queste notazioni colgono un’effettiva difficoltà dello scrittore di analisi a farsi scrittore di sintesi, dello scrittore di introspezione a farsi scrittore di azione, dello scrittore di monologo a farsi scrittore di dialogo. Montale, inoltre, notando l’insolita estensione di certe scene e l’innaturale durata di alcuni dialoghi, definì l’opera “la rigenerazione” come un romanzo sceneggiato, piuttosto che una commedia; in precedenza anche la moglie Livia aveva qualificato l’opera come una lunga novella dialogata. Nel caso della Rigenerazione (ultima opera teatrale di Svevo, scritta tra il 1927 e il 1928) l’intreccio con l’esperienza biografica e con quella narrativa si fa ancora più stretto che nei drammi precedenti. Il protagonista Giovanni Chierici, un ultrasettantenne, si sottopone ad una operazione di ringiovanimento in “un’epoca in cui non è permesso essere vecchi, diventando
così un patetico e ridicolo “vecchio giovane”. Si allude, infatti, di rivivere antiche e irrisolte fantasie erotiche proiettandole sul corpo desiderabile della giovane e maliziosa servetta. Fantastica addirittura di ammazzare la moglie per avere campo libero con la cameriera, fino a quando si rassegna, al suo emblematico destino di individuo “fuori porta”. Il tema fondamentale della Rigenerazione è la vecchiaia, e Svevo torna ad utilizzare l’ironia e l’umorismo. Sebbene fosse consapevole di aver dovuto fare i conti con il dialetto triestino, con la lingua tedesca e quella italiana, Svevo confessò all’amico Montale di provare un certo fastidio per insistenti rimproveri mossi alle sue incertezze linguistiche. Gli editori del teatro sveviano hanno stilato un lungo elenco di solecismi (errori di sintassi), barbarismi, ipercorrettismi che non fanno parte di nessuna norma, attribuibili ad un uso incerto della lingua italiana; alcuni esempi sono: apettito, barrocco, emoragia, malatto, ettichetta, zoppicare ecc.. Alcuni esempi dei rischi a cui era esposta la lingua di Svevo sono: -uso ipercorretto del passato remoto, in risposta ai dialetti settentrionali a generalizzare l’uso del passato prossimo -abuso della preposizione Di, in cui potrebbero confluire modelli diversi (dialetto, tedesco, francese) ad esempio “sono sempre disposto di ricominciare”. In alcuni casi testi come “inferiorità”, Svevo comincia a correggere questa tendenza. Sempre in quest’ultimo testo lo scrittore tende ad avvicinare la lingua del dramma all’uso più vivo e attuale, nella grafia (straordinarii: straordinari), nella morfologia (io credeva: io credevo), soprattutto nell’ordinatura sintattica e in alcune scelte lessicali (si sapeva da tutti: tutti sapevano). Dunque, Inferiorità offre delle prove più evidenti di avvicinamento al parlato; mentre nelle opere La Rigenerazione e Un marito lo scrittore cerca di riportare sulla scena la complessità delle sue idee, quasi sacrificando la naturalezza e la vivacità dei dialoghi, e la linearità dell’azione. -Capitolo VIII: ‘O dimo strano. Battute del cinema italiano- Grazie alla su forza di penetrazione popolare, l’esperienza cinematografica ha dato un contributo notevolissimo alla memoria collettiva e alla lingua comune degli italiani: basti pensare a figure come Totò e Peppino, al Sordi, alle numerose parole ed espressioni che si sono diffuse grazie al cinema, quali ad esempio dolce vita, paparazzo, armata brancaleone, rambo con il derivato di rambismo. Alcuni titoli di film sono divenuti proverbiali come: padre padrone, siamo uomini o caporali ecc.. Alla storia d’amore più popolare di Hollywood, Via col vento si deve l’espansione del nome italiano della protagonista, Rossella, oltre che la diffusione di battute come “domani è un altro giorno” ecc. Per quanto riguarda il campionario di frasi celebri del cinema italiano, le più influenti sono quelle pronunciate da Alberto Sordi, come ammazza che fusto, che appartengono ormai a un patrimonio linguistico largamente condiviso. Importante è anche la forza dirompente dei funambolismi di Totò; in particolare la leggendaria dettatura di una lettera di Totò, Peppino e…la malafemmina. Qui accanto agli errori di grammatica e della sintassi, vi troviamo i fraintendimenti e le deformazioni di chi cerca di sollevarsi a un livello linguistico che non gli appartiene, scambiando tra loro le parole (parente per parentesi) o scimmiottando la lingua della burocrazia (veniamo noi con questa mia addirvi), e culmina con il surreale ipercorrettismo della punteggiatura: punto, punto e virgola, punto, punto e virgola vengono schierati tutti insieme, uno dopo l’altro, perché non si dica “che sono provinciali e tirati”. Nei film di satira sociale e nelle commedie di un certo spessore la battuta scava in un carattere o in un atteggiamento, mettendo in crisi certezze e luoghi comuni. Ad esempio ne I soliti ignoti di Mastroianni quest’ultimo apostrofa i compagni “rubare è un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, unica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare”. Qui, dunque, non è detto che essere ladri sia sempre una cosa di cui vergognarsi. Non c’è dubbio che le frasi ad effetto siano più frequenti nei film comici, ma ci sono battute perfino in film dove non avrebbero dovuto essercene, come ad esempio l’asserzione del Brutto in Il buono, il brutto, il cattivo: “vado, l’ammazzo e torno”. Il cinema ha dunque fatto circolare una serie di frasi che in qualche caso hanno messo radici nell’immaginario nazionale, diventando molto celebri; si tratta di frasi progettate per suscitare una forte impressione e per essere ricordate, perciò sono brevi e intense, a differenza del normale parlato filmico. La notevole temperatura espressiva delle frasi viene ulteriormente accresciuta dal modo marcato con il quale sono pronunciate dall’attore. Accade spesso che la sequenza si concluda immediatamente dopo una di queste battute ad effetto, con interruzione improvvisa che nega qualsiasi possibilità di replica all’interlocutore. Le battute più felici hanno maggior successo, che si manifesta attraverso le loro innumerevoli riapparizioni non solo nella fisionomia originale, come il titolo del film “maledetto il giorno che ti ho incontrato” riutilizzato da Luciano Mossi con “maledetto il giorno che ti ho incontrato Berlusconi”. -Capitolo IX: Il guazzabuglio del linguaggio giovanile- Nel marzo del 1992 in un programma televisivo della TV privata abruzzese, fu letto un monologo in slang pescarese, una sorta di sommario delle più notevoli abitudini linguistiche diffuse tra i giovani del capoluogo
Anche il turismo balneare offre molteplici occasioni di contatti e relazioni, in particolare tre giovani di diversa provenienza. Al flusso dei villeggianti si aggiunge il nomadismo giovanile del sabato sera. Per la nascita e l’espansione di forme di linguaggio giovanile ha un’importanza fondamentale la presenza di istituti professionali, scuole superiori e facoltà universitarie, capaci di raccogliere a Pescara studenti di un ampio bacino territoriale. -Capitolo X: Call center: Fenomenologia del nuovo latinorum- Negli ambienti lavorativi legati alle cosiddette “nuove professioni”, all’economia globale, alla tecnologia informatica e satellitare, alla comunicazione multimediale, circola un’enorme quantità di neologismi (soprattutto anglicismi) per ora confinati nell’uso settoriale, ma destinati a diffondersi sempre più nella lingua comune in seguito al crescente sviluppo di tali attività. I neologismi sono soltanto la punta dell’iceberg, perché nel mondo del lavoro precario, dei call center, dei codici pin e delle carte sim, delle radio private, delle vendite porta a porta si intrecciano giovanilese, aziendalese e computerese. A questo mondo è dedicato un libro di Giorgio Falco, intitolato “Pausa Caffè” e pubblicato nel 2004. Questo libro non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, non è un’inchiesta sociologica, ma è un tavolo anatomico sul quale sta distesa la vita delle lavoratrici e dei lavoratori precari, temporanei, interinali, a termine, a contratto. È una raccolta di voci, microstorie, flussi di coscienza, dialoghi, narrazioni, soliloqui, slogan ecc.. Lo stesso falco offre, nella parte finale del volume, un sintetico glossarietto di questa compatta serie di anglicismi settoriali, ad esempio: -sim (subsoriber identity module): carta con riconoscimento incorporato che contiene informazioni utili a identificare il cliente -pin (personal identification number): codice segreto rilasciato al cliente e necessario per attivare la sim -call wait: è la chiamata in attesa. Il lavoro temporaneo e atipico, la nascita delle agenzie per il cosiddetto “lavoro in affitto”, la diffusione di lavoratori precari hanno determinato lo sviluppo una sorta di gergo, fatto di termini e locuzioni che hanno per lo più una componente eufemistica, che tendono cioè a occultare o addolcire una realtà di fatto spiacevole e talvolta drammatica. Le radici di tutto ciò affondano in una serie di provvedimenti legislativi (la più nota è la legge Biagi sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che hanno istituzionalizzato vari tipi di “lavoro flessibile” tra cui: -il lavoro interinarle: è gestito da un’agenzia di intermediazione che stipula 2 contratti, uno con l’azienda per la fornitura della manodopera e uno con il lavoratore per la prestazione professionale temporanea. Gli svantaggi di questo contratto ricadono sul lavoratore. -contratti a tempo determinato, a termine, co.co.co (contratti di collaborazione coordinata e continuativa): le aziende vogliono stabilire un rapporto diretto con il lavoratore. -job on call (lavoro a chiamata o intermittenza): obbliga il lavoratore a rimanere a disposizione del datore di lavoro che lo può chiamare in qualsiasi momento; il lavoratore riceve un’indennità minima anche nel caso in cui non venga richiesta la sua opera. -job smaring (lavoro condiviso): 2 o più lavoratori condividono un medesimo lavoro, dividendosi ore, responsabilità e retribuzione. -staff leasing: somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, in cui il lavoratore viene assunto in pianta stabile dall’agenzia di intermediazione. -Capitolo XI: La lingua agra del giovane scrittore atipico- Ne “La Vita Agra” di Luciano Bianciardi, affondando lo sguardo sull’Italia del miracolo economico, svela alcune patologie di cui il paese non si sarebbe mai più liberato, primo fra tutte la perdita di prestigio della cultura, quindi la degradazione del ruolo dell’intellettuale. L’io narrante della Vita Agra, intellettuale arrabbiato della provincia toscana, trasferitosi a Milano con l’intenzione di compiere un attentato, deve invece piegarsi ad una condizione di precarietà non molto diversa da quella degli attuali lavoratori atipici o flessibili. Risucchiato sempre più dal sistema capitalistico, si riduce a vivere in condizioni di disagio facendo traduzioni pagate un tanto a pagina. Bianciardi non lavorava con materiali si seconda mano, ma scavava invece nelle proprie autentiche nevrosi personali per dare alle inquietudini di un’intera generazione; inquietudini ancora contenute ma che si preparavano ad esplodere con violenza. L’opera già citata Pausa Caffè, dal punto di vista linguistico, è un insieme di discorsi, monologhi, prescrizioni, messaggini, slogan insistenti. Il ragazzo della polizia privata, ad esempio, accompagna i toni ruvidi del parlato mediocre con il cinismo tipico del linguaggio giovanile di marca borgatara e coatta: caramba: carabinieri; sfigato; a cranio: per ciascuno; cazziatone; ecc… Un altro brano distende le frasi che riempiono le pagine dei giornali: emergenza maltempo; chiara matrice terroristica; caldo africano; svolta nelle indagini. I colloquialismi, i gergalismi si intrecciano in modo disordinato con gli anglicismi del gergo aziendale e informatico, ad esempio: … dovrei proporglielo al prossimo briefing, mi manda a fare in culo al debriefing. Importante è anche il romanzo di Mario Desiati intitolato “Vita precaria e amore eterno” che racconta la vicenda esemplare di una famiglia piccolo-borghese costretta a fuggire dal paese natale/la Sicilia), per cercare un’improbabile salvezza nella squallida bolgia metropolitana del Laurentino 38 nella capitale. A
raccontare la vicenda è il figlio del terzetto familiare, Martino Bux detto Martin. I suoi discorsi hanno un timbro nervoso e contraddittorio, proprio come la personalità di questo giovanotto. Incline all’intolleranza, al nichilismo, si giustifica ricorrendo a vari alibi, primo fra tutti la frustante condizione di precarietà. La scrittura si adegua alla molteplicità dell’umanità rappresentata alle molteplici sfaccettature di un universo sociale e psicologico. Il ricorso alle crudezze del dialetto è un evento abbastanza eccezionale. Colpisce invece la contaminazione dell’informale e del popolare con il tecnologico, dalla parola bassa con l’anglicismo: admin: amministratore; coatti: giovani rozzi e volgari; gossip: pettegolezzo mondano; sgallettata: ragazza spregiudicata. Anche Michela Murgia ne “Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria” denuncia i maltrattamenti subiti in 30 interminabili giorni di lavoro in un call center. Lo fa utilizzando spirito di osservazione, senso critico e carica espositiva, perciò l’opera non manca di passaggi godibili, come quando smaschera i diabolici trucchi escogitati per mandare a buon fine l’approccio telefonica con la cliente ribelle. Ciò che manca è una barriera tra il linguaggio della centralinista e della scrittrice: il lettore può aspettarsi che la centralinista utilizzi parole o locuzioni come: e sti cazzi; lavoro di merda; new entry; viaggi all inclusive; vaffanculo; un casino. -Capitolo XII: l’italiano di oggi tra norma e uso- La storia della didattica delle lingue in generale, e della lingua italiana in particolare, si caratterizza per un prolungato dominio assoluto della grammatica. Per secoli, infatti, insegnare una lingua ha significato insegnare la grammatica, ma questa impostazione ha indotto a trascurare le caratteristiche specifiche delle diverse situazioni comunicative. Questo ha portato negli anni 70 ad una condanna del libro di grammatica da autorevoli pedagogisti e linguisti, con una reazione che ebbe effetti salutari, ma sicuramente eccessiva. Fu opportuno denunciare i limiti imposti dalla tradizione all’insegnamento grammaticale, e affermare l’esigenza di un’educazione linguistica integrale, capace di far riflettere sugli effettivi modi di funzionamento della comunicazione verbale. Questa minore attenzione riservata all’accuratezza formale dei testi ha probabilmente concorso ad allentare il controllo scolastico e sociale della lingua. L’impoverimento delle abilità linguistiche che si osserva soprattutto nelle nuove generazioni dipende da diversi fattori molto più complessi. In primo luogo, è naturale che la lingua risente del passaggio da una cerchia ristretta ed elitaria i parlanti e di scriventi a un’intera ampia e stratificata. La stessa vicinanza tra lingua scritta e lingua parlata può provocare in molti casi una certa confusione, rendendo più difficile riconoscere e correggere alcuni tratti non standard, che perciò si conservano nel parlato e possono poi trasferirsi nello scritto. A questa motivazione si aggiunge quella culturale, cioè lo stato di abbandono e di disagio in cui versa tanta parte delle istituzioni scolastiche. A seguito di questi sviluppi indesiderati, le ipotesi di abolire la grammatica sono state ormai accantonate; anzi, da più parti si tende a rivalutare il ruolo della grammatica nella scuola, pensando naturalmente a una grammatica rinnovata nei metodi e nelle prospettive. Un procedimento analogo sembra delinearsi nello stesso insegnamento delle lingue straniere. Verso la fine degli anni 80, studiando la situazione linguistica di Roma e del Lazio, si sono verificati fenomeni che contraddicevano il modello teorico dell’ormai inesorabile “morte dei dialetti”. Nella capitale molti giovani si sentivano padroni dia della lingua che del dialetto e tendevano quindi a preferire consapevolmente, solo in determinate circostanze, un neoromanesco più espressivo dell’italiano standard. Le indagini sull’uso dell’italiano e del dialetto svolte dall’Istat nel 1987/88, nel 1995, nel 2000 e 2006 confermano che negli ultimi 20 anni è cresciuto l’uso dell’italiano, ma non è diminuito tanto l’uso del dialetto, quanto piuttosto l’uso esclusivo del dialetto. Le indicazioni principali di tali indagini mostrano che: -crescita costante in tutti i contesti dell’uso esclusivo o prevalente dell’italiano standard -diminuzione in tutti i contesti dell’uso esclusivo o prevalente del dialetto -crescita complessiva dell’uso alternato o misto di italiano e dialetto in famiglia e con amici -lieve ma costante ripresa dell’uso alternato o misto di lingua e dialetto con estranei Questo significa che il dialetto non è morto e probabilmente non morirà mai del tutto, ma è cambiato profondamente e continuerà a cambiare, rimanendo una varietà del repertorio linguistico italiano marcata in senso geografico (varietà regionale) e stilistico (varietà informale). Il dialetto non si estende a tutte le frontiere dell’uso, non può essere utilizzato sempre, ma può essere autorizzato quando il parlante voglia mettere in evidenza moti dell’animo, tingere il discorso d’umori ironici ecc. Nei testi rap, ad esempio, il dialetto si configura quasi come controlingua, come espressione di una cultura alternativa da recuperare e valorizzare. Gli autori del volume “inglese-italiano 1 a 1”si oppongono al crescente moltiplicarsi i anglicismi nel lessico italiano. Così Claudio Giovanardi, Riccardo Gualdo e Alessandra Coco avanzano proposte operative di traduzione italiana di 150 anglicismi recenti della telematica: blog: diario di rete; spam: spazzatura; dell’economia: no profit: senza profitto; del mondo del lavoro: call center: centralino; ecc. Probabilmente si tendono a preferire le parole inglesi per il loro status particolare, quell’aria di prestigio che pe porta ad essere sentite come parole tecniche,
A proposito del rifiuto opposto dal dizionario Zingarelli alle grafie con accento acuto anziché grave é, cioè, caffè, tè, Sgroi esprime un netto dissenso, dal momento che la distinzione segnaccento acuto/segnaccento grave può essere giustificata solo in quella varietà di italiano che conserva l’opposizione fonologica é-è, come nella classica alternativa pésca-pèsca. Nel secondo dopoguerra i progressi dell’economia, l’ampliamento dell’istruzione, la disponibilità di nuovi potenti mezzi di comunicazione hanno influenzato la lingua nazionale. Il superamento di alcuni vincoli linguistici ha portato a semplificare la sintassi, a ricorrere più spesso al TU (specialmente tra giovani) a legittimare almeno in parte le parolacce, ad accogliere nello stesso italiano scritto una serie di forme e strutture caratteristiche dell’italiano parlato, in precedenza censurate dalla grammatica normativa (ad esempio LUI usato anche come soggetto invece del tradizionale EGLI). La rivincita del parlato è favorita dalla diffusione del telefono cellulare. Il fattore tempo incide sul grado di elaborazione testuale: il parlar spedito di CHAT o SMS è qualitativamente inferiore a una corrispondenza epistolare, perché viene a mancare la lentezza, tipica di chi ha una scrittura accurata. Le abbreviazioni, infatti, come XKÉ (perché) o TVB (ti voglio bene), ma anche l’uso enfatico del maiuscolo (SMETTILA!) o della ripetizione della lettera (CIAOOOO), le cosiddette “faccine” o EMOTICONS caratterizzano proprio il linguaggio tra giovani; si tratta di uno stile di scritture più dinamico e moderno. Quando si discute dello STANDARD si fa per lo più riferimento alla lingua scritta, che è soggetta al controllo normativo in misura maggiore della lingua parlata. Ma oggi, grazie a strumenti come il LIP, il Lessico di frequenza dell’italiano parlato, è possibile mettere a fuoco anche un italiano standard parlato. Nella definizione di una varietà standard due elementi hanno una grande rilevanza: - codificazione: descrizione e impostazione della norma linguistica -diffusione: ovvero la tendenza di un tratto ad affermarsi ed espandersi Ci sono poi altri aspetti che lo distinguono lo standard, ma si tratta comunque di elementi in gran parte riconducibili ai due fattori elencati precedentemente. Gli altri aspetti, dunque, sono: - prestigio: connesso a determinate prerogative socioculturali -formalità: dipendente dai particolari contesti d’uso -polifunzionalità: cioè la capacità di coprire diversi registri funzionali Vediamo un esempio, in base a questi parametri, il grado di standardizzazione di 6 punti critici dell’italiano contemporaneo, chiamato da Gaetano Berruto e da Francesco Sabatini, rispettivamente, italiano neostandard e italiano dell’suo medio, che si può definire anche italiano informale e parlato. 1-pronome GLI per LORO: è andato da Luigi e Maria e gli ha detto, anziché ha detto loro: non è solo diffuso, ma è anche ammesso nelle grammatiche in vari tipi di scritto 2- pronome GLI per LE: è andato da Maria e gli ha detto tutto, anziché le ha detto tutto: l’uso di “gli” per a lei è parzialmente codificato, nel senso che molte grammatiche lo registrano ma ne prendono comunque le distanze; la forma “gli” prevale nel parlato, mentre le prevale nettamente nella lingua scritta. 3-CHE indeclinato: la casa che ci abito: è una struttura comune nel parlato, ma censurata dalle grammatiche e quindi marcata negativamente quanto a prestigio e formalità. 4-indicativo dopo i verbi di opinione: credo che è vero 5- indicativo nel periodo ipotetico dell’irrealtà: se potevo venivo 6-CI attualizzante o rafforzato: ci ho fame Questi tre punti dell’elenco possono essere considerati in gruppo in quanto le grammatiche li escludono dalla lingua scritta, mentre sono più possibiliste per quanto riguarda la lingua parlata. Si tratta, infatti, di fenomeni tipici del parlato, mentre nello scritto continuano ad essere apprezzate le varianti tradizionali, che sono più formali e più versatili. La situazione si complica quando entrano in scena i dialetti e i gerghi.
Il titolo riproduce il soprannome di un ventenne pugliese – all’anagrafe Angelo Michele Ciavarella di Foggia – che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per le bande di briganti, i quali erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive; le richieste si presentavano con notevole frequenza, tanto che a Ciavarella capitava spesso di restare con il calamaio asciutto: di qui il soprannome di “ pocoinchiostro ”. L’autore ha voluto alludere al principale nucleo tematico degli effetti del deleterio rapporto che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura, evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune; il titolo può riferirsi anche all’attuale declino della “spada d’inchiostro” e quindi al definitivo pensionamento del cosiddetto “uomo di penna”, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione e sistemi di videoscrittura. Di recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito l’importanza del nesso che lega la lingua alla cultura, Capitolo I – L’italiano comune nella storia. Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo più a svalutare ciò che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono gli scogli maggiori che incontrano i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le condizioni delle esperienze super dialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro dell’italiano nascosto. Testa dice che è un tipo di lingua che rimane fuori dalla storia perché spesso sono clandestini. Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto più liberale consente di estenderne l’ambito fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune tiene conto di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto: non bisogna confondere l’italiano dei colti con quello più incerto delle persone poco istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo si tratta dell’inadeguatezza di una visione formalistica a rendere conto di una realtà articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato. Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta competenza della lingua scritta; il secondo configura invece una situazione di semi-italofonia, caratterizzata dalla presenza di elementi linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie del codice grafico. L’italiano comune, dal 500 all’800, viene usato prevalentemente dagli alfabetizzati post-elementari nello scritto, nel parlato formale, tende a conservare tratti linguistici locali o regionali anche nell’oralità controllata di celebri letterati, intellettuali e scienziati. Sia le persone colte sia altre dotate di una buona alfabetizzazione pervenivano all’italofonia così intesa, i cosiddetti semicolti riuscivano invece a scrivere e parlare in una varietà di italiano locale o regionale o comunque in una varietà intermedia tra la lingua e il dialetto, con maggiore persistenza di forme dialettali. La sostanziale italofonia dei colti si opponeva alla semi-italofonia dei semi-colti, ed entrambe si opponevano alla dialettofonia di gran parte degli analfabeti (maggioranza degli italiani). Gli italiani locali o regionali sono varietà intermedie tra lingua e dialetti, precisando che si tratta di varietà marcate sia sul piano diatopico (geografico), sia sul piano diafasico (situazionale) e diastratico (sociale), le quali si collocano dal punto di vista del prestigio + in alto dei rispettivi dialetti e + in basso della lingua comune. Queste varietà locali o regionali erano realmente intermedie solo per un’esigua minoranza di parlanti colti; mentre le stesse varietà diventavano componenti di livello apicale per i semicolti, e restavano invece scarsamente accessibili e difficilmente utilizzabili per moltissimi analfabeti. I litterati potevano avvalersi di una ricca e flessibile gamma di registri diafasici. Gli illitterati totali o parziali riuscivano a esprimersi soltanto nelle varietà segnate in diversa misura da un marchio di subalternità, con l’unica magra consolazione che il loro ben + umile status sociolinguistico era condiviso da circa il 90% dell’intera popolazione, tra semi-italofoni e dialettofoni. Anche nei decenni successivi all’unificazione nazionale l’uso del parlato della lingua comune continuerà a ristagnare. Nel 1890 Pirandello mette a fuoco con lucidità alcuni nodi fondamentali della questione, a cominciare dalla correlazione tra i dislivelli sociolinguistici e quelli socioculturali. “I letterati non conoscono altra lingua che quella dei libri: mentre gl’illetterati continuano a parlare quella a cui sono abituati”. Inoltre Pirandello fa un’interessante allusione a una terza categoria di parlanti, intermedia rispetto a quelle da lui individuate dei letterati italofoni e degli illetterati dialettofoni: la categoria dei non del tutto illetterati. “L’uso della lingua
turbamento o confusione persino nelle coscienze + aperte e mature. Castellani riconduce la nuova varietà identificata da Sabatini a un italiano nomale o italiano senza aggettivi, diffuso e vitale da tempo anche nello scritto. Dardano non riconosce un’identità propria al neostandard, considerandolo come un fascio di tratti che attraversa + di una varietà dell’italiano di oggi. La lingua ha una conformazione e un’evoluzione di tipo diverso rispetto agli organismi biologici. Le varianti della classificazione non cambiano sostanza delle cose. Il ritardo della piena affermazione di lui soggetto e altre vicende analoghe confermano che l’ultimo mezzo secolo ha visto aumentar in misura considerevole la diffusione la vitalità dell’italiano di registro informale. Questo processo è stato favorito dalla crescita della lingua comune nel suo insieme, che ha sollecitato i parlanti a configurare in termini meno rigidi e meno libreschi anche il codice scritto o alcuni suoi consistenti settori. Capitolo II- Parlare la stessa lingua. Ormai alla metà degli anni ’60 e il passaggio dall’Italia del boom economico, della scuola di massa, dell’edonismo consumista, dell’omologazione televisiva aveva determinato un’evidente frattura tra le generazioni. È significativo che nella prima metà dell’800 i dizionari accostassero la frase parlare la stessa lingua a essere della stessa nazione, come a sottintendere la sua fondamentale inapplicabilità al territorio e al popolo di un paese come l’Italia, che a quel tempo una nazione non lo era ancora. A nessuno è mai venuto in mente che parlare la stessa lingua potesse significare anche essere in sintonia e intendersi reciprocamente. Questo valore figurato si affermerà solo nel 900, quando gli Italiani cominceranno effettivamente a parlare la stessa lingua anche in senso letterale. Il parlare la stessa lingua può avere la coesione di una comunità e specialmente l’importanza che la coscienza collettiva degli italiani di oggi attribuisce al fatto di parlare la stesa lingua. Dal 300 all’800 le base dell’unità linguistica italiana, oltre che di quella culturale, sono state poste prevalentemente da litterati, anche a diversi livelli di competenza. Naturalmente questi alfabetizzati virtualmente italofoni stabilivano relazioni di vario tipo con gli analfabeti dialettofoni, che hanno partecipato in una certa misura al processo di italianizzazione linguistica; ma non è possibile ignorare che lungo tutto l’ moltissimi osservatori esprimono giudizi estremamente negativi sulla circolazione dell’italiano parlato. Secondo Pellegirini “è risaputo che la comprensione reciproca tra un italiano del Nord e uno del sud si esprimono in un mezzo linguistico locale e arcaico non influenzato dalla koinè italiana, risulta quasi sempre impossibile”. Queste parole intendono descrivere la situazione degli anni 70 del900, quando l’italiana era già nel pieno dell’età televisiva. Almeno fino alla metà dell’800 gli italiani non parlavano la stessa lingua. Brevini osserva che nell’Italia dell’800 i rapporti con chi proveniva da un’area regionale diversa dalla propria erano caratterizzati da una strisciante xenofobia. Il senso di estraneità all’Italia e la frequente avversione reciproche tra le varie comunità del paese potevano indurre a considerare gli altri italiani alla stregua di forestieri e nemici. La mancanza della comune lingua fa notare con grande acutezza Giordani, ha un peso maggiore della frammentazione politica del paese, dal momento che il senso di appartenenza scarseggia anche nei cittadini di uno stesso stato preunitario. Bruni sottolinea la funzione fondamentale svolta sul piano politico-culturale dalla lingua scritta (il parlato contribuisce a un senso di identità etnica o di tribù o di stirpe mentre è la lingua scritta che contribuisce a una nazione che non sia la pura espressione di un’etnia).
Dalla costruttiva aleatorietà di una ricerca sulle vicende dell’italiano parlato da realizzarsi per forza di cose attraverso l’analisi di documenti scritti. Tale consapevolezza mi ha indotto a diffidare dalle prove che mi pareva di raccogliere e delle deduzioni che mi sforzavo di trarne. Muratori o Foscolo si mostrano ora favorevoli ora contrari all’ipotesi dell’esistenza dell’italiano comune parlato, e evidenziano le loro osservazioni che possono risultare + scomode, in quanto non immediatamente riconducibili a una coerente linea di pensiero. Esponendo francamente i punti di difficoltà o incertezza, ho cercato di risolverli attraverso un’analisi + attenta del contesto di cui fanno parte. Dal 500 in poi abbonda la documentazione diretta e indiretta del frequente ricorso a varietà intermedie tra il dialetto e l’italiano, l’utilizzo di una di tali varietà intermedie da parte di un parlante non si accompagna sempre alla competenza della lingua comune. L’etichetta + adeguata resta quella di italiano locale o regionale, che può configurare una semi-italofonia. In Italia è mancata la possibilità di dominare il repertorio linguistico: sottolineare che le condizioni linguistiche e le circostanze storiche hanno fatto di tale traguardo il privilegio di una determinata minoranza. La lingua non è paragonabile a un codice semiotico elementare, intuitivo e unidirezionale, come quello dei segnali e cartelli della strada; al contrario, si tratta di uno strumento di interazione comunicativa assai sofisticato, che racchiude in sé anche un flessibile modello di rappresentazione delle idee e di interpretazione della realtà. Per questo motivo le persone che parlano la stessa lingua non riescono sempre a comprendersi una con l’altra. Polimeni nota che nei Promessi Sposi aleggia un’idea di democrazia linguistica, l’idea che il singolo possa farsi protagonista e autore del racconto di sé. Ma
questa nobile visione era lontana dalla realtà del 600 e dell’800, tanto che nei procedimenti giudiziari del passato veniva spesso richiesta la nomina di un interprete ufficiale. Dovendo riferire in dialetto agli accusati e ai testimoni le domande fatte in italiano dai magistrati, e quindi tradurre dal dialetto all’italiano le risposte dei primi. Si potrebbe anzi osservare che il dialetto, mancando per lo + di una sicura codificazione e di un regolare uso scritto, pone problemi maggiori rispetto a una lingua straniera, in particolare quando si renda necessario riprodurre fedelmente, in qualsiasi atto giuridico, i discorsi tenuti nell’idioma nativo da una delle parti interessate. La diffusa percezione de dialetti come lingue straniere, invece che come altre lingua d’Italia usate in ambito locale, potrà dirsi superata di fatto solo quando nel corso del 900, l’italiano non sarà + una specie di lingua straniera per una parte considerevole degli italiani, e tutti i parlanti della comunità nazionale non avranno + bisogno di un interprete per dialogare tra di loro.
Ancora oggi, in un contesto iniziale di full immersion collettiva nell’italiano, esiste una minoranza di parlanti che sanno esprimersi quasi esclusivamente in dialetto, e che mostrano qualche difficoltà a comunicare con chi invece si esprime in lingua. Si tratta di inconvenienti della maggioranza degli analfabeti dialettofoni del’800, anche se ridotti dalla frequenza assai maggiore delle occasioni di contatto diretto o indiretto con l’italiano. L’intervistata presuppone una competenza passiva del dialetto nell’intervistatore, nella stessa misura in cui l’intervistatore presuppone una certa competenza almeno passiva dell’italiano dell’intervistata. La parlante dimostra una scarsa competenza attiva della lingua, come pure una sostanziale capacità di affrontare temi + ampi e + alti rispetto a quelli compresi nei limiti della sua immediata esperienza quotidiana. Capitolo III- Chi costruì Tebe dalle sette porte? L’Italia vi appariva non tanto come un’entità geografica, quanto piuttosto come un soggetto politico: Dante poteva dolersi che l’Italia fosse sottomessa a vari signori, sprovvista di una guida autorevole, ridotta in un grave stato di disordine civile e di corruzione morale. Dante discende la prima unificazione dell’Italia, quella linguistica: che nei secoli successivi ha dato frutti minori a causa delle condizioni politiche, sociali e culturali in cui versava la penisola. Per comprendere le conseguenze del problema linguistico sulla stessa identità del paese, è sufficiente riflette su un’affermazione come parliamo italiano, quindi siamo italiani. L’Italia non conosce al proprio interno varietà linguistiche distinte dall’italiano che siano al tempo stesso dotato di uno statuto ufficiale; né dall’altra parte l’italiano si è esteso fuori dei suoi confini in misura paragonabile allo spagnolo, anzi ha tardato ad affermarsi anche dentro i propri confini. La diffusione della lingua comune di base di toscana ha riguardato soprattutto l’uso scritto di una ristretta fascia di persone colte; la piaga dell’analfabetismo ha impedito a larghi strati della popolazione di apprendere l’italiano. Il dialetto era del resto il mezzo espressivo di cui si avvalevano anche cittadini eminenti in occasioni di vario tipo. Beccaria ricorda che un po’ in tutte le città d’Italia per la comunicazione orale ci si affidava alla vitalità + immediata del dialetto, oppure si incespicava con un italiano insicuro. La lingua è diventata gradualmente patrimonio effettivo della maggioranza degli italiani soltanto dopo l’unificazione politica. Per la storia linguistica le testimonianze dirette o indirette di parlanti e scriventi privi di particolare prestigio o di elevata cultura sono preziose, perché attraverso di esse affiorano aspetti della comunicazione verbale + ordinaria che altrimenti resterebbero del tutto sommersi.
I brani in volgare presi dai registri dell’archivio di Stato di Lucca risalgono al 300, quando l’italiano non esisteva; data la provenienza toscana, possiamo annoverarli tra i + prossimi precursori della futura lingua comune. Sebbene la legge imponesse che i resoconti delle udienze processuali fossero suffragati da elementi oggettivi di attendibilità, il trasferimento su pagina comportava comunque aggiustamenti e modifiche, non solo per la diversa cultura del giudice e dell’accusato, ma anche per la diversa natura dello scritto e del parlato: lo scritto tende a essere + ordinato e regolare, + influenzato da certi schemi tradizionali, che invece non agiscono o agiscono meno sul parlato. Prova evidente è la confessione stesa nel primo 500 da una presunta strega sabina e l’adattamento coevo realizzato dal verbalizzatore dotato di un ben maggior bagaglio culturale. L’episodio rimanda a condizioni e caratteri peculiari della cultura popolare, una cultura che per conservarsi e trasmettersi richiede necessariamente il passaggio personale di saperi, abilità ed esperienze dal maestro all’allievo. Ciò che caratterizza spesso questi documenti è la presenza di elementi che appartengono al dialetto nativo dello scrivente o che riflettono comunque aspetti del discorso orale, accanto a elementi propri della lingua scritta appresa durante un corso di studi abbastanza sommario, nel quale l’attenzione al modello del toscano poteva assottigliarsi fino a svanire. In un impasto linguistico di livello medio, la sintassi presenta un andamento simile a quello della lingua parlata; la maggiore sequenza delle scritture coordinative rispetto alle subordinative.
linguistici e il livellamento delle varianti formali nella produzione a stampa si spiegano con ragioni di ordine sia culturale sia economico: gli autori assumono specialisti del toscano letterario, incaricandoli della revisione linguistica dei testi. La significativa persistenza di tratti locali nelle scritture non destinate ad altri usi pubblici segna una rivincita degli usi di koinè privilegiati da quelli che erano stati i + pericolosi antagonisti di Bembo, ovvero i sostenitori della lingua cortigiana. Per la sua relativa apertura nei confronti delle varietà dell’uso con cui la lingua italiana non avrebbe cessato di convivere e confrontarsi. Nella nozione di lingua italiana si è definito in rapporto con quello della nozione di dialetto, in cui il primo termine ha un valore positivo, mentre il secondo ne assume uno negativo. Questo valore negativo del dialetto risale all’impiego che gli intellettuali fiorentini del 500. Il cambiamento di significato del termine avviene solo in un secondo tempo, per effetto del prevalere della linea fiorentinista e del modello letterario, che ha assegnato al dialetto il ruolo di antimodello al quale opporsi: la varietà locale smette di essere una compagna di strada dell’Italia e diviene un nemico da battere. Del resto tutto ciò che definiamo tradizionale diventa tale perché in qualche modo funziona, e il modello del toscano letterario non fa certo eccezione. I richiami di grammatici e letterari all’osservanza di raffinatissimi precetti formali non hanno incoraggiato la propensione dei parlanti a servirsi dei gradini intermedi esistenti tra il livello della lingua e quello del dialetto. L’irrigidimento normativo ha avuto un effetto controproducente, perché è stato di intralcio piuttosto che di impulso allo sviluppo delle varietà regionali di italiano, ovvero del fenomeno che darà un forte contributo al superamento della dialettofonia esclusiva. Per Gli antesignani il concetto di lingua comune non corrisponde perfettamente a quello di lingua diffusa sull’intero territorio italiano in alternativa ai dialetti ma si avvicina piuttosto a quello di lingua che accomuna varietà diverse attraverso l’eliminazione dei tratti locali + circoscritti e marcati. L’ideale di lingua comune non ha una fisionomia troppo difforme dalle future varietà regionali dell’italiano; e proprio per la sua effettiva possibilità di successo in centri importanti e nei loro rispettivi ambiti territoriali era aborrita e insieme temuta da Bembo. Secondo Colocci, Calmeta ed Equicola quel tipo di lingua era lo strumento comunicativo effettivamente utilizzato nella corte romana del primo 500. Il battesimo dell’italiano La questione del nome della lingua è al centro del dibattito rinascimentale. Tesi afferma che il sintagma “lingua italiana” è un neologismo rinascimentale, che Trissino inserisce nel titolo dell’Epistola sulla riforma dell’alfabeto, pubblicata nel 1524. Questa combinazione era volta a valorizzare il contributo dell’uso cortigiano e comune accanto a quello della varietà toscana. L’Epistola avrebbe aiutato mirabilmente ad asseguire la pronuncia toscana e la cortigiana. Si evidenzia anche la disponibilità ad accogliere forme non toscane, in virtù del loro prestigio socioculturale garantito dal tirocinio in ambiente cortigiano, o per effetto di una diffusione molto ampia sul territorio del paese. La + antica stampa in volgare che rechi nel frontespizio la dizione lingua italiana risale al 1500 ed è un manuale per l’apprendimento di una lingua straniera. Migliorini notava che le prime tracce del termine italiano, nell’accezione linguistica tendono a emergere in contesti nei quali si allude al confronto con altre lingue vive. Verso la metà del 300 troviamo una notevole testimonianza isolata dell’espressione loquela italiana in un poema allegorico-didascalico ispirato al modello della commedia dantesca. Le difficoltà incontrate nella conquista di una lingua comune trovano comunque un riscontro significativo nella stessa tardiva affermazione del nome attuale della lingua italiana. Il nome che oggi usiamo per indicare i suoi abitanti sembra sorgere assieme al patrimonio linguistico che contribuì a delineare l’identità culturale. Cioè il volgare. È possibile delineare le sorti delle 3 denominazioni alternative lingua fiorentina/toscana/italiana attraverso la loro frequenza nei frontespizi del vasto campione di libri registrati nel catalogo dell’istituto centrale per il catalogo unico (ICCU). Secondo Migliorini nei frontespizi delle stampe 500 il nome + frequente è quello del volgare. La lunga prevalenza della denominazione volgare si spiega con la sua maggiore genericità e con la correlata neutralità: -ultimo quarto del 400 fiorentina, toscana, italiana -primo quarto del 500 toscana, fiorentina, italiana -secondo quarto del 500 toscana, italiana, fiorentina -terzo quarto del 500 toscana/italiana, fiorentina -ultimo quarto del 500 italiana, toscana, fiorentina.
Con un’accorta strategia di marketing, gli stampatori tendono ad ampliare di generazione in generazione l’orizzonte territoriale della designazione del volgare passando dal riferimento cittadino a quello regionale per comprendere infine l’intera Italia. Verso la fine del 500 la dizione lingua italiana è considerata sicuramente + opportuna, + in linea con le attese del pubblico. Il prestigio della dizione concorrente lingua toscana resta a lungo altissimo. Per una tratto non breve del 900 toscano e lingua toscana sono stati sinonimi di italiano e lingua italiana, non solo nelle indicazioni dei programmi scolastici di ispirazione manzoniana, ma anche nell’uso effettivo di insegnanti scrittori e comuni parlanti. Svevo ricorda che la lingua italiana, intesa come
lingua comune insieme come lingua di cultura discende dai magnanimi lombi del toscano letterario, fino al punto di esservi identificata nel sentire collettivo. Questa concezione tradizionale dell’italiano si è accompagnata a una parallela svalutazione del dialetto. La fase risorgimentale e postunitaria è evidente che l’unità della lingua appariva in quegli anni come un traguardo imprescindibile, per ratificare a livello sociale l’unità politica perseguita fino a quando i dialetti avrebbero continuato a svolgere efficacemente gran parte delle funzioni comunicative utili alle popolazioni dei centri locali, la maggioranza dei parlanti italiani avrebbe potuto non avvertire affatto l’esigenza di adottare un diverso strumento linguistico al medesimo scopo. La volontà di aprirsi al resto d’Italia attraverso l’uso della lingua comune fosse un fatto tutt’altro che ovvio per molti cittadini dello stato in gestazione o appena nato. Si spiega anche così il deciso irrigidimento antidialettale di alcuni degli spiriti + illuminati nel tempo. Una penalizzazione dei dialetti era il prezzo che gli italiani avrebbero dovuto pagare per ampliare i flussi della comunicazione all’interno del paese, per tenere il passo con le lingue, le culture e le società avanzate, per accresce il proprio livello di conoscenza e di benessere. Altrimenti la naturale devozione dei parlanti nei confronti delle radici linguistiche dialettali si sarebbe convertita in una masochista idolatria. Sebbene poi la conquista della lingua comune proietti anche le parlate locali in un nuovo scenario, rimuovendo antiche inibizioni: l’esclusione del dialetto dai contesti formali si accompagna spesso a un suo rinnovato apprezzamento nel discorso di registro familiare ed espressivo, con una crescita complessiva delle opportunità di variazione di chi parla e scrive in italiano. Capitolo VI – La lingua parlata prima dell’Unità. Dopo l’unificazione politica, osserva Migliorini, “la nuova partecipazione alla vita civile di ceti sempre + ampi fa sì che l’uso della lingua scritta e parlata estenda man mano il suo àmbito.” Prima di allora, l’italiano era stato l’appannaggio esclusivo di una fascia abbastanza ristretta di persone istruite, e questi privilegiati dovevano fare continuamente i conti, nella pratica corrente della lingua, con i vari idiomi locali. Per farsi capire dal popolo non si poteva far altro che parlare dialetto. Manzoni, Leopardi e Foscolo hanno avvertito la scarsa diffusione in Italia di una lingua comune scritta e parlata e hanno sottolineato le gravi implicazioni di questo limite al dialogo tra gli individui. Leopardi nel 1821 riferisce che solo in Toscana la lingua scritta e quella parlata potrebbero ancora confondersi mentre nel resto d’Italia l’italiano non si parla. Leopardi denunciava l’assenza in Italia di una civiltà della conversazione, e metteva in rapporto tale lacune con un’attitudine tipicamente italiana all’indifferenza, al cinismo, al disprezzo di ogni forma sociale. Afferma anche che la Babele comunicativa genera disgregazione civile: mentre nelle + evolute nazioni europee la conversazione è un mezzo d’amore scambievole si nazionale che generalmente sociale, in Italia la mancanza di conversazione produce disunione. Ciò che colpisce in questa osservazione leopardiana è il forte accreditamento della lingua come vettore di unione nazionale e di armonia sociale, nel senso che la disponibilità e l’esercizio collettivo di un efficiente strumento di interazione verbale contribuiscono a far maturare l’idea del bene comune di un popolo, mentre condizioni opposte frenano questo fondamentale processo coesivo. L’incapacità o l’impossibilità di conversare rendono + difficile il superamento dei particolarismi e ostacolano la formazione di quel codice di abitudini e di regole condivise su cui si fondano le reti della convivenza pubblica. La mancanza di cultura determina la mancanza di lingua e insieme determinano la mancanza di tono sociale. L’estraneità tra norma e uso si accompagnava al rifiuto di qualsiasi compromesso o accomodamento, anche alla luce di un’interpretazione radicale dei già severi precetti di Bembo. I seguaci del pensiero bembiano si incaricarono di estenderne la portata a tutti gli ambiti della lingua, anche quelli votati alla funzionalità piuttosto che all’estetica, spargendo largamente il seme dell’interdizione verbale. È evidente che una situazione nella quale solo gli individui appartenenti ai ceti + elevati potevano avere la piena padronanza dell’uso scritto, formale e ufficiale della lingua rendeva molto difficile che si producessero fenomeni importanti di dinamica tra le classi e di partecipazione alla vita pubblica. Il protrarsi nei secoli della disgregazione linguistica non dipende solo dalla concomitante disgregazione politica del paese, ma chiama in causa precisi interessi e opzioni consapevoli dei gruppi dominanti. Migliorini sottolinea che pochissimo sentita era la necessità di porre rimedio a questo stato di cose. De Mauro registra l’atteggiamento delle classi dirigenti cattoliche e moderate, spesso indifferenti o avverse al diffondersi della istruzione tra le classi contadine e operaie. I problemi della lingua comune sono stati aggravati notevolmente dalla confluenza, all’interno della compagine sociale e delle istituzioni politiche, di spinte conservatrici e di interessi localistici. Il particolarismo dialettale e il formalismo retorico sono stati i corrispettivi linguistici del localismo e del conservatorismo che hanno caratterizzato la vita degli stati regionali preunitari. L’orientamento preferenziale dei detentori del potere è andato naturalmente a rivolgersi verso i poli alternativi del dialetto locale e dell’italiano letterario. Sul piano orizzontale la parlata locale rispondeva alle normali esigenze della comunicazione quotidiana e insieme marcava l’appartenenza dell’individuo al territorio; sul piano verticale, la lingua per eccellenza precludeva o