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Analisi dell'Epigramma X, 4 di Marziale: Un Rifiuto del Mito a Favore della Realtà Umana -, Dispense di Letteratura latina

Marziale: vita, analisi delle opere Liber de spectaculis Xenia e Apophoreta L'epigramma come poesia realistica Il meccanismo dell'arguzia (fulmen in clausula) Schema-tipo dell'epigramma Ricorso al motivo La fortuna di Marziale come autore

Tipologia: Dispense

2022/2023

Caricato il 02/08/2023

francescorosarioluca
francescorosarioluca 🇮🇹

4.5

(31)

101 documenti

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Marco Valerio Marziale - Epigrammata X, 4
Qui legis Oedipoden caligantemque Thyesten,
Colchidas et Scyllas, quid nisi monstra legis?
Quid tibi raptus Hylas, quid Parthenopaeus et Attis,
quid tibi dormitor proderit Endymion?
Exutusve puer pinnis labentibus? Aut qui 5
odit amatrices Hermaphroditus aquas?
Quid te vana iuvant miserae ludibria chartae?
Hoc lege, quod possit dicere vita ‘Meum est’.
Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyiasque
invenies: hominem pagina nostra sapit. 10
Sed non vis, Mamurra, tuos cognoscere mores
nec te scire: legas Aetia Callimachi.
Tu che leggi di Edipo e di Tieste immerso nelle tenebre,
di donne della Colchide e di Scille, che cosa leggi se non mostruosità?
A che cosa ti gioveranno Ila rapito, a cosa Partenopeo e Attis,
a cosa quel dormiglione di Endimione?
O il ragazzo svestito delle piume che scivolano via? O 5
Ermafrodito che odia le acque innamorate?
A che ti giovano queste vane prese in giro della povera carta?
Leggi ciò di cui la vita possa dire: ‘È cosa mia’.
Qui non troverai né Centauri, né Gorgoni e Arpie:
la mia pagina ha sapore di uomo. 10
Ma tu non vuoi, Mamurra, conoscere i tuoi costumi
né te stesso: allora leggi gli Aitia di Callimaco.
Metro: distico elegiaco.
Marziale ribadisce in modo fermo la sua netta opposizione al genere epico-mitologico, che nulla gli sembra
abbia a che vedere con la realtà della vita quotidiana. I diversi miti che vengono presentati sono nel loro
complesso opposti a un tipo di poesia che potremmo definire “concreta”, una poesia che non perde mai di
vista l’uomo nella sua dimensione più essenziale e ordinaria, come ci ricorda il celebre v. 10 (hominem
pagina nostra sapit). Così se da un lato il rifiuto per i livelli alti della produzione poetica (epica e tragedia)
potrebbe avvicinare – come già abbiamo avuto modo di dire – Marziale a Catullo e in genere alla poetica
neoterica, dall’altra questo epigramma rivela che in realtà esiste una distanza incolmabile che separa i due
autori. Catullo, infatti, si pone come l’erede dell’alessandrinismo e del canone poetico di Callimaco, che con
gli Aitia aveva dato vita ad una poesia preziosa ed elegante, tutta intrisa di riferimenti mitologici eruditi;
Marziale invece dichiara apertamente di non apprezzare questo tipo di produzione poetica, preferendo
rivolgere la sua attenzione agli spettacoli della vita reale, ai ritratti un po’ deformati dal gusto satirico, alla
descrizione divertita dei vizi più comuni agli uomini dei suoi tempi. Condire la pagina letteraria con questo
sapore di uomosignifica far sì che essa sia specchio reale dei costumi umani, perché chiunque abbia
l’opportunità di guardarvi dentro possa riconoscersi e migliorarsi.
M. difende l’epigramma contro i generi gonfi e ampollosi della poesia elevata (epica e tragedia), e sostiene
che il genere epigrammatico svolga una funzione sociale in quanto, diversamente dalla poesia elevata
(caratterizzata da vacui miti -> dei quali presenta una serie di esempi nei vv. 1-7), permette al lettore di
acquisire consapevolezza di sé stesso: per una analoga recusatio della produzione epica in favore di una
poesia ritenuta più adeguata ai tempi moderni, quale quella satirica, cf. Iuv. 1, 51-62. Per M., dunque, la
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Marco Valerio Marziale - Epigrammata X, 4 Qui legis Oedipoden caligantemque Thyesten, Colchidas et Scyllas, quid nisi monstra legis? Quid tibi raptus Hylas, quid Parthenopaeus et Attis, quid tibi dormitor proderit Endymion? Exutusve puer pinnis labentibus? Aut qui 5 odit amatrices Hermaphroditus aquas? Quid te vana iuvant miserae ludibria chartae? Hoc lege, quod possit dicere vita ‘Meum est’. Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyiasque invenies: hominem pagina nostra sapit. 10 Sed non vis, Mamurra, tuos cognoscere mores nec te scire: legas Aetia Callimachi. Tu che leggi di Edipo e di Tieste immerso nelle tenebre, di donne della Colchide e di Scille, che cosa leggi se non mostruosità? A che cosa ti gioveranno Ila rapito, a cosa Partenopeo e Attis, a cosa quel dormiglione di Endimione? O il ragazzo svestito delle piume che scivolano via? O 5 Ermafrodito che odia le acque innamorate? A che ti giovano queste vane prese in giro della povera carta? Leggi ciò di cui la vita possa dire: ‘È cosa mia’. Qui non troverai né Centauri, né Gorgoni e Arpie: la mia pagina ha sapore di uomo. 10 Ma tu non vuoi, Mamurra, conoscere i tuoi costumi né te stesso: allora leggi gli Aitia di Callimaco. Metro: distico elegiaco. Marziale ribadisce in modo fermo la sua netta opposizione al genere epico-mitologico, che nulla gli sembra abbia a che vedere con la realtà della vita quotidiana. I diversi miti che vengono presentati sono nel loro complesso opposti a un tipo di poesia che potremmo definire “concreta”, una poesia che non perde mai di vista l’uomo nella sua dimensione più essenziale e ordinaria, come ci ricorda il celebre v. 10 ( hominem pagina nostra sapit). Così se da un lato il rifiuto per i livelli alti della produzione poetica (epica e tragedia) potrebbe avvicinare – come già abbiamo avuto modo di dire – Marziale a Catullo e in genere alla poetica neoterica, dall’altra questo epigramma rivela che in realtà esiste una distanza incolmabile che separa i due autori. Catullo , infatti, si pone come l’erede dell’alessandrinismo e del canone poetico di Callimaco, che con gli Aitia aveva dato vita ad una poesia preziosa ed elegante, tutta intrisa di riferimenti mitologici eruditi; Marziale invece dichiara apertamente di non apprezzare questo tipo di produzione poetica, preferendo rivolgere la sua attenzione agli spettacoli della vita reale, ai ritratti un po’ deformati dal gusto satirico, alla descrizione divertita dei vizi più comuni agli uomini dei suoi tempi. Condire la pagina letteraria con questo sapore di uomo significa far sì che essa sia specchio reale dei costumi umani, perché chiunque abbia l’opportunità di guardarvi dentro possa riconoscersi e migliorarsi. M. difende l’epigramma contro i generi gonfi e ampollosi della poesia elevata (epica e tragedia), e sostiene che il genere epigrammatico svolga una funzione sociale in quanto, diversamente dalla poesia elevata (caratterizzata da vacui miti -> dei quali presenta una serie di esempi nei vv. 1-7), permette al lettore di acquisire consapevolezza di sé stesso: per una analoga recusatio della produzione epica in favore di una poesia ritenuta più adeguata ai tempi moderni, quale quella satirica, cf. Iuv. 1, 51-62. Per M ., dunque, la

poesia deve porsi un fine non tanto edonistico quanto pedagogico. Il componimento, di tono elevato, presenta numerosi exempla mitici: alcuni provengono dalla Tebaide di Stazio , altri si ritrovano nelle Metamorfosi di Ovidio , altri ancora nelle Argonautiche di Valerio Flacco ; certi miti non sono invece riconducibili a fonti precise. Questi exempla sono disposti secondo un ordine ben preciso: nei vv. 1-2 vengono nominati 4 personaggi che si macchiano di crimini verso i familiari; al v. 3 vengono nominati tre giovani famosi per la loro straordinaria bellezza; nei vv. 4-6 si fa riferimento ad altri tre giovani, uno per verso; v. 9 la lista si chiude con una schiera di mostri. Una struttura, quindi, molto ricercata, che funge da preparazione al ricercato poema in cui sarebbe stato possibile trovare quei contenuti: gli Aitia di Callimaco , menzionati alla fine.

1. Qui ~ Oedipoden : Edipo , figlio di Giocasta , re di Tebe, che uccide il padre e giace con la madre; Oedipoden è forma secondaria di accusativo, esemplata sul greco ( Οἰδιπόδην ), di Oedipodes. L’espressione Qui legis Oedipoden può riferirsi sia agli appassionati di poesia epica che a quelli di poesia tragica, ma qui il poeta ha senz’altro in mente la tragedia, probabilmente quella – ormai ‘ canonica’ – di Seneca.

  • caligantem… Thyesten : Tieste è detto ‘ immerso nelle tenebre’ (cf. OLD2, s. v. caligo2 [1]) perché mangia inconsapevolmente i propri figli e solo alla fine della cena compie l’orribile scoperta, cui segue un’eclissi di sole (cf. Sen. Thy. 782- 783: in malis unum hoc tuis / bonum est, Thyesta, quod mala ignoras tua). 2. Colchidas… Scyllas : plurali generalizzanti. Colchidas : si cita il mito di Medea , qui evocata tramite la sua regione natia, la Colchide , essendo figlia del signore della regione in cui si recò Giasone per conquistare il vello d’oro. Marziale critica forse qui le Argonautiche di Valerio Flacco , incentrate su quel mito. Scyllas : Scilla era figlia di Niso, re di Megara. Sapendo che la vita del padre era legata a un capello d’oro che egli aveva sul capo, glielo strappò per amore di Minosse quando questi assediò Megara, causando così la rovina della città. Scilla credeva di ingraziarsi l’eroe, che invece la respinse inorridito. Scilla per il dolore si uccise e fu trasformata in un airone ( ciris ). Per il mito cf. Ov. Met. 8, 1-152. M. forse intese qui condannare i poemi mitologici come le Metamorfosi di Ovidio 2 quid nisi monstra legis?: i personaggi mitologici menzionati nel primo distico sono definiti monstra perché violarono le leggi non scritte che regolano i rapporti tra genitori e figli. La disposizione dei miti è ben studiata: vi sono 2 personaggi maschili che commisero le loro nefandezze inconsapevolmente e 2 femminili consapevolmente. Il primo e l’ultimo dei 4 si macchiarono di colpe contro i genitori; il secondo e il terzo contro i figli ( chiasmo ) 3-4. Quid… quid… / quid: l’anafora conferisce carattere incalzante alle domande di Marziale. - Hylas : Ila era un giovane amato da Ercole e rapito dalla ninfa della fonte presso la quale si era fermato a bere durante la spedizione degli Argonauti. Anche l’allusione al ratto di Ila, come al v. 2 il più generico riferimento alla Colchide, potrebbe essere una ‘stoccata’ alle Argonautiche di Valerio Flacco (cf. Val. Fl. Arg. 3, 545-564).
  • Parthenopaeus : il nome del più giovane dei Sette contro Tebe e allude qui alla Tebaide di Stazio , e forse anche alla città di cui Stazio era originario ( Napoli , l’antica Parthenope ).
  • Attis : paredro di Cibele , si autoevirò in preda al furore -> pàredro [πάρεδρος, « che siede accanto », comp. di παρά «presso» e ἕδρα «sedia»]. – 1. agg. Nella religione degli antichi Greci di divinità associata nel culto ad altra divinità maggiore (per es. Neriene a Marte). 4. dormitor… Endymion : riferimento beffeggiante al mito di Endimione , il cacciatore di cui si invaghì Selene. Viene definito dormitor poiché Giove (Zeus) gli diede la possibilità di scegliere tra una vita mortale e un’eterna giovinezza, accompagnata però da un sonno eterno, ed egli scelse l’eterna giovinezza affinché l’amore da parte di Selene non venisse mai meno. Al mito accenna Val. Fl. Arg. 8, 27-31.