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La figura di Marziale, celebre per la sua produzione di epigrammi satirici e realistici, e di Quintiliano, importante retore dell'epoca che compose un trattato di pedagogia. Il testo descrive le caratteristiche dell'epigramma di Marziale, la sua tecnica di rappresentazione grottesca dei personaggi quotidiani e la sua attenzione alla vita concreta. Inoltre, si parla della figura di Quintiliano, del suo magistero culturale e del suo trattato di pedagogia. anche le opere di Marziale e la sua importanza per l'epigramma artistico.
Tipologia: Appunti
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Marziale è diventato celebre dedicandosi a un solo genere letterario, l’epigramma. Questo tipo di poesia, originariamente destinato a impieghi concreti (era inciso sulle tombe o sugli oggetti dedicati agli dèi), nel corso dei secoli aveva ampliato la propria gamma tematica fino a includere ogni occasione e sentimento della vita umana: con Marziale, l'epigramma si specializzò nel senso odierno, quello della satira mordace. Ma Marziale è prezioso anche e soprattutto per il suo realismo: nei suoi versi rivive in mille scenette vivaci la vita quotidiana dell'antica Roma. Nacque a Bilbilis, tra il 38 e il 41 d.C. Venne a Roma nel 64, trovandovi il generoso appoggio della famiglia di Seneca, che lo introdusse nella buona società. Nell’ 80 compose e pubblicò una raccolta di epigrammi per celebrare l'inaugurazione dell'anfiteatro flavio, l’opera gli valse un riconoscimento, anche economico, del nuovo imperatore Tito. Dall'84-85 comincia a pubblicare regolarmente i suoi componimenti: il successo gli arrise, e ricopri anche cariche onorifiche (fu tribuno militare, e quindi ottenne il rango equestre), venendo a contato con personalità eminenti come il futuro imperatore Nerva e scrittori quali Silio Italico, Plinio il Giovane, Quintiliano e Giovenale. Non ebbe però benefici economici stabili, poiché nell’antichità era solo il libraio a ricavare profitti dalla vendita dei libri. Nell'87,58, infastidito dalla vita cittadina, Marziale lascia Roma per un soggiorno a Imola e in altre città emiliane; ma torna dopo breve tempo nella capitale che lascia definitivamente nel 98, quando si decide a tornare nella sua Biblis, grazie l'aiuto di Plinio il Giovane, che gli paga il viaggio, dove morì verso il 104. Marziale scrisse varie raccolte di epigrammi, divise in vari corpus : La disposizione attuale dell'intero corpus di Marziale riproduce probabilmente quella di un' edizione antica, successiva alla morte dell'autore. Gli epigrammi sono in totale più di 1500, per un complesso di quasi 10.000 versi. I metri sono vari: accanto al distico elegiaco, largamente prevalente, sono frequenti anche falecio e scazonte, ma non mancano altri metri diversi. Varie sono anche le dimensioni dei componimenti: dall' epigramma di un solo distico (o addirittura di un solo verso) a quelli di dieci o più versi, fino ad alcune decine. Marziale fa dell'epigramma il suo genere esclusivo, l'unica forma della sua poesia, apprezzandone soprattutto la duttilità, la facilità ad aderire ai molteplici aspetti del reale. La mobilità di un genere agile come l'epigramma sono i pregi che Marziale polemicamente contrappone ai generi illustri, all'epos e alla tragedia, con i loro toni seriosi e le irrealistiche vicende mitologiche. Al contrario, Marziale rivendica proprio il realismo, l'aderenza alla vita concreta, come trattato qualificante della propria poesia e che vede orgogliosamente confermato dall'enorme successo che il pubblico le accorda. Con l'opera di Marziale, quindi, l'epigramma trova riconoscimento artistico; Marziale conferisce un importanza preponderante al genere satirico, destinato in età moderna a diventare esclusivo. Marziale accentua i tratti grotteschi dei personaggi quotidiani e li riconduce a tipologie ricorrenti (es. vanitosi, imbroglioni, etc..). Deformazione e grottesco sono il frutto di una tecnica di rappresentazione molto ravvicinata, quasi un effetto ottico: secondo i modi propri dell'epigramma scommatico, i singoli personaggi sono focalizzati isolandone alcuni tratti e negando loro uno sfondo, come se, per meglio mostrarli, fossero strappati al contesto reale, quasi sospesi nel vuoto. L'atteggiamento del poeta è però quello di un osservatore attento ma per lo più distaccato, che raramente si impegna nel giudizio morale e nella condanna: una satira sociale priva di asprezza. I temi degli epigrammi di Marziale sono vari e investono l'intera esperienza umana: l’epigramma funerario, epigrammi di polemica letteraria e epigrammi celebrativi o adulatori nei confronti di Domiziano. Rispetto alla tradizione l'epigramma di Marziale sviluppa fortemente l'aspetto comico-satirico, proseguendo un processo avviato già da un poeta greco di età neroniana Lucillio; da lui Marziale mutua anche alcuni procedimenti formali, come per esempio la tecnica della trovata finale, ovvero della battuta che chiude il pensiero.
La tendenza a concentrare l'arguzia nella chiusa si avvertiva già nell' epigramma ellenistico, ma era stato appunto Lucillio a sviluppare questo procedimento e sarà Marziale a perfezionarlo: con lui l'epigramma acquista una fisionomia e una forma tipica, diventa un meccanismo comico costruito appunto in funzione del fulmen in clausula , della stoccata finale. Le forme compositive sono svariate, ma generalmente si riconducono a una modalità ricorrente: a una prima parte, che descrive la situazione, l'oggetto, il personaggio e suscita nel lettore una tensione di attesa, segue la parte finale che scarica quella tensione in un paradosso. In accordo con la tipologia poetica realistica di Marziale, troviamo un linguaggio e uno stile conformi, aperti alla vivacità dei modi colloquiali e alla ricchezza del lessico quotidiano. i suoi epigrammi celebrativi e adulatori sono un documento importante del linguaggio manierato in uso negli ambienti di corte e nella sfera della cultura ufficiale. QUINTILIANO Quintiliano fu il retore più importante della sua epoca, il suo magistero culturale contribuì a riportare in auge un gusto classicheggiante decisamente più vicino a modelli dell'età di Cesare e di Augusto, contrapponendosi a quel gusto 'barocco' predominante nella prima età imperiale. In tarda età compose una imponente Institutio oratoria , nella quale si propose di educare il perfetto oratore non solo in età giovanile, ma già dalla primissima infanzia; è il primo trattato di pedagogia della storia. Marco Fabio Quintiliano nacque a Calagurris (oggi Calahorra), in Spagna, intorno al 35 d.C; suo padre era maestro di retorica. In gioventù si trasferì a Roma, dove segui l'insegnamento del grammatico Remmio Palèmone e del retore Domizio Afro. Successivamente fece ritorno in Spagna, dove probabilmente svolse attività forense. Fu richiamato a Roma da Galba, nel 68 .C., e incominciò la sua attività di maestro di retorica. La sua attività di insegnamento riscosse grande successo tanto che nel 78 Vespasiano gli affido la prima cattedra statale con uno stipendio di centomila sesterzi annui. Domiziano lo incaricò dell'educazione di due suoi nipoti, cosa che fece ottenere a Quintiliano gli oramenta consularia: Nell'88 si ritirò dall’insegnamento e dall'attività forense, dedicandosi esclusivamente ali studi. Mori dopo il 95. Si e conservata l'opera principale di Quintiliano, in dodici libri:la institutio oratoria, iniziata forse nel 9 3, e pubblicata nel 96. È andato perduto un trattato De causis corrupiae eloquentiae: Pure perduti i due libri De arte rhetorica , una sorta di dispense che gli allievi di Quintiliano trassero dalle sue lezioni e pubblicarono senza il suo consenso, spingendolo a pubblicare la sua opera maggiore. I manoscritti che ci rimangono sono due raccolte di declamazioni (19 declamationes maiores e 145 declamationes minores; queste ultime sono la partite superstite di una raccolta che ne contava originariamente 388). La critica considera però spuri questi due declamationes, soprattutto le 19 maiores, dato il forte colorito stilistico non proprio di Quintiliano, tra le minores invece alcune sembrano essere autentiche. Nell'epoca di Quintiliano fu molto avvertita una generale corruzione dell'eloquenza, e la ricerca delle cause fu un problema molto dibattuto tra i retori. Questa decadenza riguardava sia la morale sia il gusto letterario. L'aspetto morale era particolarmente evidente nel diffuso malcostume della delazione, che spesso asserviva l'eloquenza a fini di ricatto materiale e morale; inoltre, a quanto pare, nelle scuole erano abbastanza diffuse figure di insegnanti corrotti. Il secondo aspetto del problema riguardava le scelte letterarie, perché nelle virtù e nei vizi dello stile alcuni vedevano l'espressione di virtù e vizi del carattere. Dal punto di vista dei gusti letterari, Quintiliano fu il vessillifero di una reazione classicistica nei confronti dello stile «corrotto» e «degenerato» di cui egli vedeva in Seneca il principale esponente e insieme il maggiore responsabile. Le cause della crisi dell'oratoria furono individuate con lucidità da Tacito nel Dialogus de oratoribus e dall'anonimo autore del trattato greco Sul sublime: erano proprio le mutate condizioni politiche ad aver posto fine alla grande oratoria, in quanto con la fine della libertà repubblicana si era chiuso ogni dibattito politico e nei processi il verdetto, spesso influenzato dalle inclinazioni della famiglia imperiale. Dunque, l'unico teatro che ancora permettesse il libero svolgimento di un dibattito (sia pure nella forma di una simulazione) erano le scuole, con i loro esercizi declamatori. Rispetto al problema della decadenza dell'oratoria Quintiliano, non diversamente da altri autori antichi, considera la questione in termini moralistici e ne addita le cause nella generale degradazione dei costumi; L'Institutio oratoria delinea quindi un programma complessivo di formazione culturale e morale, che il futuro oratore deve seguire scrupolosamente dall’infanzia fino all’ingresso nella vita pubblica. La Institutio oratoria: