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Memoria del Testimone, Sintesi del corso di Psicologia Forense

Riassunto del libro memoria del testimone

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/12/2020

alessia-penna-1
alessia-penna-1 🇮🇹

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LA MEMORIA DEL TESTIMONE
PREMESSA
L’intervista cognitiva interessa la psicologia forense; lo studio di tale tecnica vuole migliorare l’approccio con il
testimone di un delitto, al fine di consentire un miglior recupero dei dati dalla memoria del soggetto. Tale tecnica ha
bisogno di essere calata sia nelle realtà dei singoli ordinamenti processuali, perché prima di affrontare un metodo,
bisogna conoscere in quale sistema processuale ci si muove; sia nelle specifiche realtà sociali. Un interrogatorio non
può essere condotto con lo stesso sistema all’estero ed in Italia, qui infatti non si può usare la stessa tecnica al nord
ed al sud: gli omicidi commessi al sud sono quasi esclusivamente omicidi connessi alla criminalità organizzata.
Avvicinandosi ad un testimone, l’interrogante deve prima di tutto vincere la diffidenza del testimone, poi può
passare al recupero dei dati dalla memoria.
TESTIMONE SEMPLICE: deve ricordare un solo fatto, quello a cui ha assistito o di cui è rimasto vittima; la sua attività
di recupero è limitata a quello specifico episodio.
COLLABORATORE DI GIUSTIZIA: deve ricordare un insieme di fatti, per cui l’attività di recupero dei dati nella memoria
è più difficile. Difficoltà di un corretto e completo ricordo dei fatti: 1) il collab. di giustizia deve ricordare fatti successi
anche molti anni prima; 2) i fatti stessi sono simili tra loro, per cui c’è bisogno di molta concentrazione per ricordare
e raccontare, distinguendo un episodio dall’altro; 3) la credibilità del collab di giustizia dipende dalla correttezza dei
suoi ricordi, infatti il suo racconto sarà confrontato con quanto emerso dalle indagini condotte all’epoca dei fatti.
La testimonianza vera e propria, dal punto di vista processuale, è la dichiarazione di chi ha assistito ad un episodio
delittuoso (testimone indifferente) oppure vi ha partecipato come vittima (persona offesa dal reato), oppure ha
ricevuto info da chi vi ha assistito, ne è rimasto vittima o ne è stato autore: il testimone deve essere una persona
estranea al delitto, cioè non deve averci partecipato né direttamente né indirettamente, non deve essere
compromesso con gli ambienti delinquenziali nei quali il delitto è maturato. La testimonianza, quindi, è la
dichiarazione di chi non ha avuto alcun ruolo attivo nella commissione del delitto ed è indifferente rispetto al delitto
stesso ed al suo autore. Accanto alla testimonianza vera e propria vi è la chiamata, cioè il racconto di un fatto
delittuoso, operato da chi vi ha partecipato direttamente (chiamata in correità) o ha avuto notizie da altri (chiamata
in reità). Quello che caratterizza la chiamata non è il contenuto della dichiarazione ma la qualità del dichiarante,
ovvero una persona che è inserita in contesti delinquenziali, dai quali evidentemente ha inteso dissociarsi: si tratta
del collaboratore di giustizia (pentito). Il nostro ordinamento prevede che la prova si formi in dibattimento, cioè nel
corso del processo pubblico, celebrato davanti al giudice, dove si fronteggiano le due parti: accusa e difesa. È nel
dibattimento che il materiale raccolto nella fase delle indagini preliminari deve essere riprodotto, nel senso che è
davanti al giudice che le parti devono far emergere quanto raccolto durante le indagini.
CAPITOLO 1 ASPETTI LEGALI DELLA TESTIMONIANZA: GLI ASPETTI GIURIDICI DELLE DICHIARAZIONI NEL
NOSTRO SISTEMA PROCESSUALE
1 DICHIARAZIONI DEL TESTIMONE
Un ruolo importante che, durante il processo, porta il giudice a decidere, con la sentenza, la colpevolezza o meno
dell’imputato ce l’ha la testimonianza. Essa è una dichiarazione resa da chi è a conoscenza di fatti rilevanti per la
ricostruzione di un episodio delittuoso. La testimonianza è la dichiarazione resa dinanzi al giudice, e quindi, nel
processo, infatti è solo in questa fase che si forma la prova: il testimone diventa tale quando è sentito dal giudice. Le
dichiarazioni rese dallo stesso soggetto, prima del processo, hanno nome e importanza diversi.
1.1. LE DICHIARAZIONI DEL GIUDICE
I due principi cardini della testimonianza sono: obbligo di presentarsi ed obbligo di rispondere secondo verità alle
domande che gli sono rivolte. Il nostro ordinamento prevede una serie di norme che garantiscono la genuinità della
testimonianza: 14 articoli del codice di procedura penale, dal 194 al 207 più altri 4 articoli dal 497 al 500.
Le linee guida per la raccolta della testimonianza:
1) testimone deve essere esaminato su fatti determinati e non indotto a rendere dichiarazioni sui massimi sistemi; il
processo è il momento in si deve provare l’attribuibilità di un fatto (reato) ad un soggetto (imputato), quindi è sui
fatti specifici che il testimone deve essere chiamato a rispondere.
2) il testimone deve raccontare al giudice quanto ha visto o sentito; egli deve portare al processo la sua personale
esperienza relativa al fatto per consentire al giudice di collegare ogni fatto ad ogni fonte di prova; per questo il
testimone non può deporre sulle voci correnti nel pubblico, infatti, questo finirebbe per introdurre nel processo
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LA MEMORIA DEL TESTIMONE

PREMESSA

L’intervista cognitiva interessa la psicologia forense; lo studio di tale tecnica vuole migliorare l’approccio con il testimone di un delitto, al fine di consentire un miglior recupero dei dati dalla memoria del soggetto. Tale tecnica ha bisogno di essere calata sia nelle realtà dei singoli ordinamenti processuali, perché prima di affrontare un metodo, bisogna conoscere in quale sistema processuale ci si muove; sia nelle specifiche realtà sociali. Un interrogatorio non può essere condotto con lo stesso sistema all’estero ed in Italia, qui infatti non si può usare la stessa tecnica al nord ed al sud: gli omicidi commessi al sud sono quasi esclusivamente omicidi connessi alla criminalità organizzata. Avvicinandosi ad un testimone, l’interrogante deve prima di tutto vincere la diffidenza del testimone, poi può passare al recupero dei dati dalla memoria. TESTIMONE SEMPLICE: deve ricordare un solo fatto, quello a cui ha assistito o di cui è rimasto vittima; la sua attività di recupero è limitata a quello specifico episodio. COLLABORATORE DI GIUSTIZIA: deve ricordare un insieme di fatti, per cui l’attività di recupero dei dati nella memoria è più difficile. Difficoltà di un corretto e completo ricordo dei fatti: 1) il collab. di giustizia deve ricordare fatti successi anche molti anni prima; 2) i fatti stessi sono simili tra loro, per cui c’è bisogno di molta concentrazione per ricordare e raccontare, distinguendo un episodio dall’altro; 3) la credibilità del collab di giustizia dipende dalla correttezza dei suoi ricordi, infatti il suo racconto sarà confrontato con quanto emerso dalle indagini condotte all’epoca dei fatti. La testimonianza vera e propria, dal punto di vista processuale, è la dichiarazione di chi ha assistito ad un episodio delittuoso (testimone indifferente) oppure vi ha partecipato come vittima (persona offesa dal reato), oppure ha ricevuto info da chi vi ha assistito, ne è rimasto vittima o ne è stato autore: il testimone deve essere una persona estranea al delitto, cioè non deve averci partecipato né direttamente né indirettamente, non deve essere compromesso con gli ambienti delinquenziali nei quali il delitto è maturato. La testimonianza, quindi, è la dichiarazione di chi non ha avuto alcun ruolo attivo nella commissione del delitto ed è indifferente rispetto al delitto stesso ed al suo autore. Accanto alla testimonianza vera e propria vi è la chiamata, cioè il racconto di un fatto delittuoso, operato da chi vi ha partecipato direttamente (chiamata in correità) o ha avuto notizie da altri (chiamata in reità). Quello che caratterizza la chiamata non è il contenuto della dichiarazione ma la qualità del dichiarante, ovvero una persona che è inserita in contesti delinquenziali, dai quali evidentemente ha inteso dissociarsi: si tratta del collaboratore di giustizia (pentito). Il nostro ordinamento prevede che la prova si formi in dibattimento, cioè nel corso del processo pubblico, celebrato davanti al giudice, dove si fronteggiano le due parti: accusa e difesa. È nel dibattimento che il materiale raccolto nella fase delle indagini preliminari deve essere riprodotto, nel senso che è davanti al giudice che le parti devono far emergere quanto raccolto durante le indagini. CAPITOLO 1 – ASPETTI LEGALI DELLA TESTIMONIANZA: GLI ASPETTI GIURIDICI DELLE DICHIARAZIONI NEL NOSTRO SISTEMA PROCESSUALE 1 DICHIARAZIONI DEL TESTIMONE Un ruolo importante che, durante il processo, porta il giudice a decidere, con la sentenza, la colpevolezza o meno dell’imputato ce l’ha la testimonianza. Essa è una dichiarazione resa da chi è a conoscenza di fatti rilevanti per la ricostruzione di un episodio delittuoso. La testimonianza è la dichiarazione resa dinanzi al giudice, e quindi, nel processo, infatti è solo in questa fase che si forma la prova: il testimone diventa tale quando è sentito dal giudice. Le dichiarazioni rese dallo stesso soggetto, prima del processo, hanno nome e importanza diversi. 1.1. LE DICHIARAZIONI DEL GIUDICE I due principi cardini della testimonianza sono: obbligo di presentarsi ed obbligo di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte. Il nostro ordinamento prevede una serie di norme che garantiscono la genuinità della testimonianza: 14 articoli del codice di procedura penale, dal 194 al 207 più altri 4 articoli dal 497 al 500. Le linee guida per la raccolta della testimonianza:

  1. testimone deve essere esaminato su fatti determinati e non indotto a rendere dichiarazioni sui massimi sistemi; il processo è il momento in si deve provare l’attribuibilità di un fatto (reato) ad un soggetto (imputato), quindi è sui fatti specifici che il testimone deve essere chiamato a rispondere.
  2. il testimone deve raccontare al giudice quanto ha visto o sentito; egli deve portare al processo la sua personale esperienza relativa al fatto per consentire al giudice di collegare ogni fatto ad ogni fonte di prova; per questo il testimone non può deporre sulle voci correnti nel pubblico, infatti, questo finirebbe per introdurre nel processo

elementi non verificabili.

  1. testimone deve fornire un racconto concreto ed indifferente, non può esprimere apprezzamenti personali né giudicare, in quanto questo spetta al giudice.
  2. testimone deve riferire tutto ciò che conosce, che ha sentito da altre purché sia in grado di riferire chi siano tali persone; in tali casi (testimonianza de relato) egli funge da canale attraverso il quale vengono veicolate nel dibattimento dichiarazioni di altri, ma perché queste dichiarazioni de relato siano utilizzabili, è necessario che la fonte delle conoscenze del testimone sia a sua volta chiamata a deporre durante il processo. Se il testimone non rivela le sue fonti, la sua dichiarazione de relato non è utile a prescindere dalla sua importanza.
  3. per garantire la terzietà della testimonianza, ovvero la sua assoluta indifferenza rispetto alle parti ed alla vicenda, non possono rendere testimonianza coloro che hanno svolto funzioni di giudice, di PM, di difensore.
  4. per poter tutelare libertà ed integrità del testimone, questo non può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale.
  5. per salvaguardare l’integrità ed i rapporti interfamiliari, non possono essere obbligati a deporre i prossimi congiunti dell’imputato, nonché le persone legate da vincolo di adozione ed i conviventi.
  6. per tutelare il segreto, legato allo svolgimento di attività di carattere spirituale o professionale, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, i ministri di confessioni religiose, gli avvocati, i notai, gli esercenti di una professione sanitaria, i giornalisti.
  7. per tutelare esigenze di segretezza, DEVONO astenersi dal deporre i depositari di tali segreti, a meno che non ci sia un reato davvero grave.
  8. per garantire la correttezza, l’equilibrio e la sobrietà dell’esame del testimone, il giudice deve vigilare sull’esame che deve essere condotto senza ledere il rispetto della persona. L’obbligo di dire la verità: prima di raccogliere la dichiarazione, il giudice deve avvertire il testimone dell’esistenza di tale obbligo, in più deve avvertirlo delle responsabilità e conseguenze a cui il testimone può andare incontro nel caso di testimonianza falsa o parziale. Il testimone è anche chiamato a pronunciare la formula di impegno. Nel caso in cui le dichiarazioni del testimone siano contraddittorie, incomplete o contrastanti con le prove già acquisite, il giudice deve far notare tale situazione e ricordargli gli avvisi fatti durante la fase preliminare dell’assunzione di testimonianza. In sede di decisione poi, il giudice, può ritenere che il testimone ha dichiarato il falso o negato il vero e quindi avvisare il pubblico ministero per far sì che proceda nei confronti del testimone per il reato di falsa testimonianza = pena da 2 a 6 anni di reclusione. 1.2. DICHIARAZIONI ALLA POLIZIA GIUDIZIARIA La polizia giudiziaria (P.G.) ha il primo contatto con il fatto delittuoso e quindi è lei che raccoglie i primi elementi dai soggetti che riferiscono l’accaduto. Le dichiarazioni qui raccolte sono sommarie informazioni. Il soggetto che rende tali dichiarazioni deve fornire alla PG tutti gli elementi in suo possesso che siano utili ai fini delle indagini, esso quindi ha l’obbligo di presentarsi e anche di dire la verità. Questi obblighi emergono indirettamente dall’art. 351 c.p.p. che si collega all’art. 362 c.p.p. e 198 c.p.p. Quando il soggetto dichiarante permette al responsabile di eludere le investigazioni dell’autorità mentendo o rifiutandosi di rispondere, sarà chiamato a rispondere del delitto di favoreggiamento personale, art. 378 c.p. = pena da 15 giorni a 4 anni di reclusione. 1.3. DICHIARAZIONI AL PUBBLICO MINISTERO Nella fase delle indagini preliminari, anche il PM raccoglie dichiarazioni dalle persone non coinvolte nella commissione del reato: assunzione di informazioni da persone informate sui fatti, queste sono sia le persone offese che quelle in grado di riferire circostanze utili alle indagini. Il soggetto ha l’obbligo di presentarsi al PM, di rispondere alle domande e di dichiarare il vero. Se ci si rifiuta di deporre o se si dice il falso, il soggetto risponderà del delitto di false informazioni al PM (art.371 bis c.c.) = pena da 15 giorni a 4 anni di reclusione. 1.4. DICHIARAZIONI AL DIFENSORE Norme sulle investigazioni difensive: anche il difensore dell’indagato raccoglie dichiarazioni dalle persone in grado di riferire; la raccolta delle info avviene secondo una triplice direzione: a) colloquio non documentato che ha come scopo l’acquisizione di info utili ai fini dell’attività difensiva; b) dichiarazione scritta, ricevuta dal difensore che deve redigere una propria relazione; c) rilascio di info verbalizzate dal difensore. Il soggetto in questione NON ha obbligo

dell’indagato e non questo a dover provare la propria estraneità al fatto e quindi la propria innocenza. La norma prevede regole da seguire per un corretto svolgimento dell’interrogatorio: sono attività che precedono le domande sul fatto: a) interrogante deve contestare all’indagato in forma chiara e precisa il fatto che gli viene attribuito ed egli deve fornire le proprie giustificazioni; b) interrogante deve comunicare gli elementi di prova esistenti contro l’indagato, quindi una volta contestato il fatto, bisogna comunicare all’indagato quali attività sono state compiute e quindi sulla base di quali elementi si ritiene che egli abbia commesso quel fatto; c) interrogante rivela all’indagato le sue fonti. Una volta finita la fase della contestazione, interrogante invita indagato ad esporre quanto ritiene utile per la sua difesa. Dopo aver ascoltato di che cosa è accusato, quali sono gli elementi raccolti a suo carico e chi lo accusa, l’indagato può scegliere di rispondere alle domande attuando così la sua strategia difensiva. 2.1. DICHIARAZIONI ALLA PLIZIA GIUDIZIARIA interrogatorio può essere effettuato dalla PG che assume le sommarie informazioni utili alle investigazioni sulla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini. PG deve avvisare il difensore di fiducia scelto dall’indagato oppure nominarne uno di ufficio; l’assunzione delle sommarie info deve avvenire obbligatoriamente in presenza del difensore; la persona interrogata deve essere libera e quindi né in stato di fermo né in stato di arresto. PG raccoglie le dichiarazioni e tale raccolta deve avvenire secondo le regole dell’art. 64 c.p.p. PG anche senza il difensore può raccogliere notizie ed indicazioni dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, sul luogo e nell’immediatezza del fatto, anche se la persona è arrestata o in stato di fermo, ma solo per l’immediata prosecuzione delle indagini, senza alcuna possibilità di verbalizzare ed usare le dichiarazioni. PG può raccogliere spontanee dichiarazioni dall’indagato, il cui contenuto sarà contestato nel corso del processo. PG può anche procedere all’interrogatorio dell’indagato su specifica delega del PM a condizione, però, che l’indagato sia libero e che sia presente il difensore. 2.2. DICHIARAZIONI AL PUBBLICO MINISTERO Se interrogatorio è condotto dal PM non è necessaria la presenza del difensore, purché questi abbia ricevuto il rituale di avviso per l’interrogatorio stesso. Il PM procede all’interrogatorio della persona che si trova in stato di detenzione, ma in questo caso, l’interrogatorio oltre che documentato deve essere documentato (verbale riassuntivo) sia in forma scritta che con mezzi di riproduzione fotografica o audiovisiva. 2.3. DICHIARAZIONI AL DIFENSORE La persona sottoposta ad indagini può essere convocata dal difensore nell’ambito delle indagini difensive. L’indagato può essere convocato a riferire, ricevere dichiarazioni o assumere info e il difensore deve avvisare il difensore dell’indagato che deve essere presente per poter usare l’atto compiuto. Il difensore conferisce, riceve dichiarazioni o assume informazioni anche dall’indagato in stato di detenzione. L’indagato può non rispondere o non rendere dichiarazione. 2.4. DICHIARAZIONI AL GIUDICE Nell fase delle indagini preliminari l’indagato entra in contatto con il giudice dopo l’esecuzione di una misura cautelare nei suoi confronti, quando quindi viene svolto l’interrogatorio di garanzia, questo è diverso da quello del PM che è l’interrogatorio difensivo, infatti quest’ultimo consente al PM stesso di acquisire altre info ed elementi utili alle indagini. Quello di garanzia non ha finalità investigative ma serve solo per consentire all’indagato, nei cui confronti sia stata applicata una misura cautelare, di difendersi, spiegare i fatti, contestare la ricostruzione operata dall’accusa, cercare di neutralizzare gli elementi posti a suo carico. Esso si volge con le modalità indicate negli articoli 64 e 65: forme di garanzie specificate nella parte inerente all’interrogatorio. Il giudice valuta se, dopo l’interrogatorio, sussistono ancora le condizioni che hanno consentito l’adozione della misura cautelare (cioè se ci sono ancora gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari), in caso diverso, infatti, può revocare la misura o sostituirla con una meno grave. 3 INTERROGATORIO DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Il collaboratore di giustizia, il pentito, è uno strumento molto importante per le indagini: è una voce di dentro che può rivelare non solo singoli delitti ma anche le strategie del gruppo criminale. Esso non è un testimone dato che

quest’ultimo è uno spettatore, ma non è neanche un semplice imputato: è una via di mezzo. Può essere sentito sia nel processo nel quale è coinvolto (quindi è anche lui imputato), sia nel processo dove sono coinvolti altri, in questo caso è imputato in procedimento connesso. Al pari del testimone, l’imputato in procedimento connesso ha l’obbligo di presentarsi davanti al giudice che ne ordina l’accompagnamento coattivo, ma ha la facoltà di non rispondere. Ha 180 giorni da quando ha deciso di collaborare, per dire al PM tutto ciò che sa. Le dichiarazioni vengono raccolte in un verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione che diventa il parametro di confronto al processo: se durante il processo il collaboratore riferisce fatti o nomi non riferiti durante i 180 giorni, la sua attendibilità sullo specifico punto delle dichiarazioni in esubero, sarà poco forte. Quello che il collaboratore ha riferito nei 180 giorni diventa una linea guida per le dichiarazioni che poi dovrà fare nel corso dei processi nei quali sarà convocato per deporre. La sua attendibilità sarà maggiore se racconta episodi di cui è stato diretto protagonista e/o spettatore. L’inquirente deve cercare i riscontri che possono essere anche dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Il collaboratore DEVE raccontare anche fatti appresi da altri, purché riferisca fatti precisi ed indichi la fonte delle sue conoscenze. Se da un lato non si può fare un atto di fede nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia che si accusi di un fatto chiamando in correità altre persone (in quanto è sempre necessario ricercare i riscontri a carico degli altri), non si può fare atto di fede in relazione a vicende che egli racconta solo per sentito dire. 4 MODALITA’ DI RCCOLTA DELLE DICHIARAZIONI 4.1 PREMESSA Il momento centrale di tutto l’iter è il processo, nel corso del quale c’è la fase di acquisizione della prova. Se nel corso del processo la persona chiamata a rendere dichiarazioni riferisca fatti e circostanze diverse da quelle narrate durante le indagini, si procede alla contestazione di quanto riferito precedentemente, attraverso la lettura delle dichiarazioni rese in fase di indagini preliminari, questo vale sia per il testimone che per l’imputato che per il collaboratore di giustizia, ovvero imputato in procedimento connesso. In ogni caso si terrà conto di quanto detto durante il processo. Ma se emerge che il dichiarante sia stato sottoposto a minaccia, violenza, offerta di denaro o di altro per non deporre o deporre il falso, le dichiarazioni rese in fase di indagini vengono acquisite al fascicolo del processo e quindi usate non più solo per le contestazioni ma direttamente come prova e ciò vale sia per il testimone che per l’imputato in procedimento connesso. La fase del dibattimento non sempre si svolge, infatti l’imputato può scegliere di essere giudicato con le forme del rito abbreviato: giudizio che si svolge dinanzi al GUP(Giudice dell’udienza preliminare), che dovrà basare la decisione su tutti gli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero e quindi su tutti gli atti di indagine preliminare. Lo stato premia chi fa questa scelta, infatti, in caso di condanna prevede che l’imputato sia condannato ad una pena scontata, nel senso che la pena che il giudice avrebbe voluto applicare deve essere diminuita di un terzo. Quindi gli atti di indagine diventano prove. 4.2 VERBALE A PIU’ VOCI E’ vietata l’audizione contemporanea di più persone dato che c’è mancanza di indipendenza delle dichiarazioni, c’è un appiattimento reciproco, influenza negativa di una dichiarazione sull’altra, possiamo dire quindi che si finisce per raccogliere un materiale inattendibile. Le dichiarazioni devono essere indipendenti l’una dall’altra. Il rischio che si corre nell’assumere le dichiarazioni separatamente è che non combacino, ma l’interrogante non deve preoccuparsi di questo in quanto non deve giudicare, né valutare ma solo raccogliere le dichiarazioni anche a costo di acquisire elementi tra loro discordanti. Nella fase successiva ad un episodio delittuoso quando i ricordi non sono ancora sedimentati, si è più disponibili ad accomodare il proprio racconto, ad appoggiarsi sul racconto dell’alto, ad autoconvincersi che l’altro evidentemente ricorda di più e meglio, così facendo si crea una dichiarazione debole che non consente di decidere con certezza. Nel verbale a più voci non si sa chi abbia riferito cosa perché il prodotto è formato da una dichiarazione unica e indistinta, quindi, non si potrà mai essere certi se quella dichiarazione è stata spontaneamente resa ovvero se si tratta della conseguenza di uno stimolo proveniente da una dichiarazione di altri. È preferibile raccogliere più dichiarazioni purchè siano indipendenti tra loro. Questo, però, non impedisce di confrontare tra le varie persone, per chiarire il perché delle divergenze tra una dichiarazione e l’altra. Il confronto deve avvenire solo dopo aver preso e verbalizzato le dichiarazioni. 4.3. COMPLETA VERBALIZZAZIONE L’interrogante deve limitarsi a fotografare fedelmente quello che dichiara la persona, potrà non approfondire un

  • strutturale: 2 compiti usano lo stesso canale e quindi interferiscono tra loro (vedere un film e parlare) - > interferenza doppio compito.
  • da risorse limitate: quando le operazioni mentali sono impegnative, assorbono più risorse; quindi possiamo fare più cose contemporaneamente purché queste non interferiscano tra l’oro. Risorse = metafora del serbatoio di risorse. Il compito che ci impegna di più = primario, l’altro = secondario. KAHNEMAN: il suo modello rappresenta il tentativo di unificare le teorie strutturali e quelle della capacità. Ogni soggetto ha una capacità limitata per eseguire le varie attività mentali; tale limite varia in base al livello di attivazione, che dipende dal carico di ciò che dobbiamo fare. Quando l’attivazione fisiologica è alta, c’è più capacità e quindi al crescere delle richieste, si ha un aumento della quantità di risorse usate. Questo accade fino a quando le prime non eccedono le seconde: a questo punto la prestazione del soggetto non è più adeguata alla domanda avendo un’interferenza tra compiti.
  • interferenza di capacità: poco specifica e dipende solo dalle richieste di entrambi i compiti;
  • interferenza strutturale: specifica e dipende da quanto i compiti usino sugli stessi meccanismi. Per eseguire, quindi, una qualsiasi attività mentale sono necessarie due condizioni: 1) disporre di un insieme di info adeguate e specifiche per quella attività; 2) poter usufruire della quantità sufficiente di impegno sforzo o attenzione. DEUTSCH – teoria della selezione tardiva: processamento percettivo uguale per tutte le caratteristiche degli stimoli, l’intervento del filtro selettivo si aveva nel momento in cui doveva essere selezionata la risposta - > il filtro non si trovava più al momento della ricezione delle info ma a livello della risposta. Gli effetti di navon, stroop e simon dimostrano che esiste un’interferenza prodotta dalle info non rilevanti per il compito. JOHNSTON ED HEINZ: attenzione = strumento flessibile che funziona secondo la modalità più adatta per un determinato compito. La selezione non è collocata ad un determinato livello di processo e basta, ma avviene il prima possibile, in base alle circostanze e alle richieste del compito stesso. TREISMAN – teoria dell’integrazione strutturale: percezione di un oggetto = prodotto di due stadi di elaborazione: stadio 1 individuazione delle qualità primarie: vengono registrate ed identificate alcune caratteristiche dello stimolo, tali operazioni implicano un’elaborazione automatica ed in parallelo. Stadio 2 integrazione delle qualità primarie: attraverso l’integrazione delle qualità analizzate nello stadio 1 si arriva al prodotto cognitivo - > quello che percepiamo; le operazioni di questo stadio prevedono il controllo dell’attenzione ed un’elaborazione seriale = elaborazione sequenziale di tutti gli stimoli presenti nel campo visivo. BIEDERMAN – teoria del riconoscimento per componenti: la percezione è influenzata dalle attese, dalle conoscenze conservate nella memoria e dal contesto. Il riconoscimento di un oggetto dipende dall’identificazione dei GEONI che lo compongono e dalle loro relazioni spaziali. Nuove teorie: flessibilità della selezione attentiva - > riduce l’elaborazione degli stimoli non rilevanti in base alla quantità di risorse attentive disponibili: IPOTESI DEL CARICO PERCETTIVO. Il carico percettivo = insieme delle info rilevanti per il compito, esse devono essere elaborate per il suo svolgimento: più stimoli ci sono o più caratteristiche da elaborare ci sono e più aumenta il carico percettivo. LAVIE: in condizioni di alto carico percettivo non ci sono effetti d’interferenza da parte di stimoli distrattivi poco importanti, mentre, se il carico percettivo del compito c’è distrazione. Le immagini emozionali catturano attenzione e sono elaborate in modo preferenziale rispetto agli stimoli neutri. Il continuo flusso di info sensoriali che ci arrivano dall’ambiente è elaborato velocemente ed automaticamente, dopo viene integrato alla nostra attività mentale, questo avviene in due modi: bottom – up e top – down. BOTTOM – UP dal basso verso l’alto: percezione guidata dai dati sensoriali dell’ambiente e mette in moto un insieme di aree cerebrali nei lobi frontali e parietali ( sistema fronto-parietale ventrale ). È una via esogena ed è importante la noradrenalina. TOP – DOWN dall’alto verso il basso: la codifica percettiva dell’input si arricchisce di fattori e significati riconducibili all’esperienza passata, ad atteggiamenti e attese soggettive. Quando possiamo anticipare la comprensione di alcune qualità specifiche dello stimolo o della risposta da mettere in atto, abbiamo più capacità di percepire e rispondere agli stimoli ambientali. Quindi rivolgiamo un’attenzione utile al comportamento. La sede di questa attivazione endogena sta nel lobo frontale e nelle aree parietali= sistema fronto-parietale dorsale. È bilaterale e, le stesse

strutture attivate per la via endogena dell’attenzione, sono interessate anche nel controllo dei movimenti oculari. Teoria premotoria dell’attenzione: attenzione è orientata in conseguenza della programmazione di un atto motorio. Quindi, attenzione selettiva è sotto il controllo di: via top down (volontaria, endogena e dorsale)-> fattori cognitivi; via bottom up (automatica, esogena e ventrale) - > fattori ambientali. Ipotesi della competizione integrata: la selezione comincia ai primi stadi dell’elaborazione sensoriale e continua fino alla selezione della risposta. Quindi i segnali top down ed il carico percettivo influiscono sulla selezione attentiva partendo dal fatto che: - tutte le risposte nel cervello sono reciprocamente inibitorie e sempre in competizione tra loro; - le info top down influiscono sugli esiti della competizione; - la competizione è integrata: qualità specifiche diverse appartenenti allo stesso oggetto (incluse le risposte motorie) prevalgono nella competizione in aree cerebrali diverse. Spostamenti volontari dell’attenzione =/ spostamenti involontari: i primi sono gestiti internamente, i secondi dall’ambiente; in più cambiano anche i tempi: per i volontari ed interni = 150/500 millisecondi; per involontari ed esterni = 50 millisecondi. 2.2. MEMORIA Ogni ricordo è elaborato, ricostruito, manipolato, rappresentato. I ricordi sono labili e passibili di continue modificazioni a causa del tempo passato, del nostro stato emotivo, del contesto, della nostra conoscenza generale del mondo e dell’evento specifico. La memoria include processi attraverso i quali l’individuo acquisisce, conserva, recupera ed usa conoscenze ed abilità e si manifesta in una varietà di prestazioni cognitive. Abbiamo: memoria sensoriale, a breve termine ed a lungo termine. Nella memoria esplicita/dichiarativa: soggetto opera un richiamo cosciente dell’informazione; nei compiti di richiamo bisogna recuperare fatti, elementi sentiti o letti. Nei compiti di riconoscimento bisogna identificare un elemento già incontrato prima (priming percettivo). Le prestazioni della memoria implicita consentono di richiamare info senza esserne coscienti. Memoria procedurale: abilità apprese, uso di strumenti e prestazioni automatiche. Memoria temporale: colloca nel tempo un evento (quando è accaduto) e ne stabilisce la lunghezza (quanto è durato). Il ricordo è un processo di ricostruzione ed integrazione continua tra l’esperienza in corso e li schemi preesistenti. Le 3 operazioni essenziali della memoria sono: codifica (così si formano i ricordi); immagazzinamento (o storage, così l’info è conservata nel tempo); recupero (o retrieval, consente il richiamo del ricordo). 2.3. 3 LIVELLI DI IMMAGAZZINAMENTO DELLA MEMORIA I modelli che includevano tutti i 3 tipi di immagazzinamento della memoria sono elaborati da ATKINSON, SHIFFRIN, SPERLING, TAYLOR ed includono: - deposito o registro sensoriale: conserva l’info per poco tempo; - MBT: poca capacità di immagazzinamento sia per numero di info che per la durata di mantenimento dell’info stessa; - MLT: deposito con capacità di immagazzinamento illimitata, può conservare info per lunghi periodi di tempo. Il modello del plurimmagazzinamento ha 4 elementi in comune a tutti i modelli della memoria: riconoscimento stimolo esterno, diversi tipi di memoria, ognuno con caratteristiche ed abilità diverse, stimolo o info procedono da un’unità di memoria ad un’altra in maniera sequenziale, la consapevolezza che lo stimolo e/o l’info possono essere persi in questo processo. L’individuo deve prestare attenzione agli oggetti presenti nel deposito sensoriale, così la MBT può selezionarli, invece, il passaggio successivo nella MLT è garantito dalla ripetizione. Il registro sensoriale conserva info proveniente dall’ambiente per poco tempo. Il passaggio successivo attiva la MBT, la cui capacità (span) è di 7 elementi, ma può essere incrementata se si raggruppano le info in gruppi. MBT trattiene info per 20/30 sec o di più se c’è ripetizione o reiterazione. La MBT viene anche ritenuta una memoria di lavoro, essa recupera dalla MLT fatti e operazioni necessarie allo svolgimento dell’attività corrente. La scoperta della MDL ha permesso il superamento del modello di plurimmagazzinazione di Shiffrin e Atkinson. 2.4. DEPOSITO SENSORIALE/REGISTRO SENSORIALE I nostri sensi sono bombardati dagli stimoli esterni ma l’individuo è consapevole solo di una parte di essi, grazie al registro sensoriale che rappresenta l’unità di memoria con capacità di immagazzinamento minimo sia per quantità di info che per quantità di tempo. Tale deposito sensoriale è simile al filtro selettivo di B: i sensi ricevono stimolazioni ma solo alcune di queste lo oltrepassano e catturano la nostra attenzione. Ci sono diversi depositi per i vari sistemi sensoriali. Il deposito sensoriale visivo trattiene più info per più tempo (+ di mezzo secondo), quello uditivo, invece, poche info per più secondi. C’è una relazione e comunicazione tra MLT e deposito/registro sensoriale: quando i sensi

codificati in corrispondenti riproduzioni percettive degli stimoli stessi. Poi c’è la codificazione sensoriale che agisce successivamente, quando sono riconosciute le riproduzioni, trasmettendo prima di tutto l’info degli stimoli entranti a sistemi a maggiore pertinenza; - consolidamento a breve termine: rappresentazione percettiva, decadendo presto a causa della memoria-registro e del filtro, deve essere trasferita in una forma più duratura nella mdl. 2.7. MEMORIA A LUNGO TERMINE O SECONDARIA (a fine riassunto tabella) E’ un sistema di processi dinamici di rielaborazione degli eventi passati. Ha capacità illimitata, gli elementi vengono trasferiti dalla mbt attraverso ripetizione o familiarità, ma il passaggio nella prima non è una condizione indispensabile per l’acquisizione di info nella mlt. In generale, non è solo la semplice reiterazione a facilitare il passaggio nella mlt, ma l’elaborazione e l’integrazione del materiale in strutture organizzate già presenti in memoria. Sarebbe il livello di attivazione dei vari elementi mantenuti nella stessa memoria l’elemento chiave per determinare il suo funzionamento. I ricordi si differenziano in funzione del loro livello di attivazione che dipende: dal tempo trascorso dal momento in cui l’abbiamo usato l’ultima volta (quanto il ricordo è recente): un ricordo diventa attivo quando noi lo recuperiamo dalla nostra memoria, dopo questo primo accesso rimane molto attivo ma perde questa proprietà con il trascorrere del tempo (decadimento temporale); dalla frequenza del ricordo: dal numero di volte in cui esso è stato recuperato o usato nel passato. Questi 2 fattori costituiscono l’attivazione di base di un ricordo, poi c’è l’attivazione contestuale che è rappresentata da quel processo (propagazione dell’attivazione) attraverso il quale il livello di attivazione di un elemento di memoria aumenta in base al fatto che è stato attivato un elemento ad esso associato. Questa operazione è collegata al tempo, perché per recuperare una sequenza di ricordi l’attivazione deve propagarsi lungo una serie di collegamenti. Fattore di ramificazione: numero di percorsi lungo i quali l’attivazione può propagarsi. Effetto ventaglio: allungamento dei tempi di reazione provocato dall’aumento del numero di combinazioni associate ad un concetto. Questo è un fattore cruciale per comprendere il fenomeno dell’interferenza, che dipende dal fatto che l’aggiunta di ulteriori info su di un concetto, può alterarne il ricordo della sua struttura originaria

  1. TEORIE DELLE RETI Conoscenza è conservata sotto forma di associazioni. Pensare per associazioni = connessioni tra gli elementi, le cose, gli eventi ecc. Questi elementi sono collegati tra loro nella memoria attraverso la somiglianza interna, tempo o disuguaglianza. Le qualità degli oggetti potrebbero essere descritte con le attribuzioni: essere e avere. Tali attribuzioni si riferiscono a ciò che una persona rappresenta affettivamente (ciò che è) e alle sue qualità (ciò che ha). 3.1. LE RETI SEMANTICHE COLLINS E LOFTUS – modello delle reti semantiche: schema composto da punti o nodi connessi tra loro, simile ad una rete neuronale. La connessione ha diverse soglie di attivazione e varie relazioni. La teoria ipotizza che se si menziona un concetto, allora la soglia tra gli altri concetti associati nella memoria si abbassa. 3.2. RETI DI COLLEGAMENTO Sono più complicate delle reti semantiche, hanno delle caratteristiche: - sono unità (nodi) interconnesse tra loro similmente alla struttura dei neuroni; - le comunicazioni tra loro avvengono attraverso inibizione o stimolazione di altri nodi; - i nodi devono raggiungere un valore di soglia che è uguale alla somma della stimolazione; - le caratteristiche della rete sono rappresentate dall’insieme delle sue connessioni, dei suoi algoritmi, delle sue regole e dal numero totale dei nodi presenti; - la rete ha dei regolatori delle unità e dei nodi: nodi input, intermedi ed ordinatore di nodi input; - il ricordo di un concetto, di un evento o di un singolo elemento può essere distribuito in varie parti del sistema e recuperato, in ogni momento, attraverso un processo di attivazione specifico per l’elemento in questione; - una rete può immagazzinare molti modelli diversi; - il singolo algoritmo o la singola regola che la rete usa per imparare si chiama retropropagazione di errori (backprop). Stimoli provenienti dai nostri sensi sono immagazzinati e collegati tra loro. Uno stesso evento può stimolare il recupero di un ricordo, ma se si aggiunge lo stato d’animo specifico ad un evento chiave, il recupero del ricordo è più probabile. L’evento può provenire da un nodo e lo stato d’animo da un altro nodo, così, entrambi contribuiscono ad abbassare la soglia necessaria per il recupero del ricordo. Quindi, più elementi sono recuperati quando più di un nodo stimola il recupero del modello che sostituisce il ricordo. Il recupero che nasce da un singolo nodo potrebbe essere insufficiente, dato che potrebbe non bastare a stimolare il raggiungimento della soglia del nodo con il quale essa comunica. Se il soggetto riesce a riprovare lo stato d’animo che sentiva quando il ricordo è stato registrato, si potrebbero attivare più nodi, dato che così si creerebbero gli stimoli sufficienti per recuperare quel particolare

ricordo. Alcuni nodi (associati ad esempio ad una forte emozione) posseggono più potere di attivazione di altri. L’attivazione di un nodo ha minor effetto riguardo al recupero della memoria rispetto a quella di più nodi. L’emozione può avere un impatto stimolante o inibitorio sul recupero del ricordo: se è la stessa di quando l’evento è stato memorizzato ha effetti stimolanti sul recupero dell’info; avviene il contrario quando essa è poco consistente o opposta a quella provata nel momento in cui è stato vissuto l’evento. Inoltre, anche l’aspetto motivazionale è molto importante quando si interrogano i testimoni di un incidente o di un crimine. 3.3. TIPI DI RICORDI Associazione tra un evento esterno e stato interno della mente: alcuni pensano che esista una relazione tra come le cose sono ricordate e osa sia stato provato a livello di emozioni quando l’evento ha avuto luogo. Di base esiste una relazione tra come si interpreta un evento e come lo si codifica. Diversi tipi di ricordi: - quelli che riguardano attività giornaliere; - quelli che sono stati creati con la ripetizione fino a quando non è stato possibile rievocarli senza sforzo;

  • i ricordi flash che riguardano fatti significativi carichi di emozione (flash bulb memories); - quelli autobiografici; - quelli che appartengono alla memoria semantica/episodica; - quelli legati ai traumi; - falsi ricordi. Schemata: codificazione mentale dell’esperienza che include un particolare modo organizzato di percepire cognitivamente e di rispondere a una complessa situazione o ad un insieme di stimoli. Da un punto di vista psicologico la schemata è: una rappresentazione mentale di alcuni aspetti dell’esperienza, basati sull’esperienza e sulla memoria precedenti, strutturate in modo tale da facilitare la percezione, la cognizione, da tracciare interferenze o fornire interpretazioni di nuove info in termini di conoscenza esistente. Sarebbero situati nella memoria remota, rappresentando entità organizzate che contengono in un dato momento tutto il sapere individuale su sé stesso e sul mondo: sono rappresentazioni organizzate dalle esperienze precedenti che facilitano il ricordo possono indurre delle info sistematiche della percezione, quindi possiamo dire che sono il peso del passato sull’avvenire. Il ricordo è una costruzione immaginativa formata dall’insieme delle nostre reazioni e atteggiamenti affettivi nei confronti dell’evento ricordato. C’è un carattere anticipatorio dell’elaborazione a schemi: uno schema usato a fronte di una situazione che si sta formando, consente di prevedere come la situa si completerà. SCHANK E ABELSON – script: copioni che contengono sequenze di azioni predeterminate e stereotipate, che definiscono una situa conosciuta bene. Gli scripts contengono in memoria le trame stereotipate di situazioni sociali molto comuni e consentono di trarne inferenze sulla base di una serie di comportamenti strutturati in sequenze comportamentali, riconosciute in maniera intersoggettiva. I singoli episodi diventano per noi memorabili quando si interrompe la sequenza standard delle azioni, oppure quando interviene un elemento imprevisto e inusuale; altrimenti, solitamente, gli episodi singoli finiscono per essere confusi tra loro perché tendono a essere ricondotti ad un unico script. Il concetto di script riguarda la caratteristica della mente umana di agire in determinate condizioni, come se rispondesse ad un copione. Il pericolo per la memoria sta nel fatto che spesso il copione ci porta a pensare che le cose siano andate in un modo preciso, quindi la routine prende il sopravvento facendoci ricordare un avvenimento non così com’era veramente avvenuto ma come noi ci aspettiamo che sia avvenuto, secondo la nostra rappresentazione standard. Lo script orienta il soggetto a prevedere ciò che può succedere in una determinata situazione. Frame: struttura, acquisita nel corso dell’esperienza passata, che include frammenti relativi a ragionamenti, linguaggio, memoria, percezione, riferibili ad una stessa area concettuale e strettamente interconnessi. I frames si basano sull’idea che la memoria umana sia strutturata in un insieme di schemi (rappresentazioni stereotipiche di oggetti e situazioni). Ogni persona ricorda milioni di frames, ciascuno dei quali rappresenta una situazione stereotipata. Il concetto di frame o cornice indica una serie di principi di base che influenzano e controllano come gli individui vengono coinvolti in una situazione e ne hanno esperienza. Il frame raccoglie e organizza tutte le info che compongono un concetto. I frames sono interconnessi tra loro in modo articolato e complesso: ogni componente di un frame è collegata al frame che descrive la struttura. 3.4 MEMORIA SEMANTICA ED EPISODICA TULVING divide in due parti la mlt: esiste una memoria delle nostre attività giornaliere (episodica) ed un’altra della nostra conoscenza generale (semantica). La memoria semantica cattura il significato concettuale degli eventi a prescindere dalla specifica situa spazio-temporale. Essa coincide con il sistema generale di conoscenze basato su schemi, concetti, categorie, e la sua struttura è a rete. La semantica ed episodica fanno parte della memoria dichiarativa (sapere che). La memoria non dichiarativa, invece, incorpora la memoria procedurale (sapere come) e vari processi associativi legati alla percezione ed al condizionamento stimolo-risposta. Memoria episodica è quella degli episodi e degli eventi che accadono in un particolare luogo e/o in un particolare momento. Essa fa riferimento ad aventi concreti, vissuti personalmente e consente al soggetto di risalire a fatti, dettagli, circostanze passate ma
  1. info sensoriali arrivano al talamo che le porta in neocorteccia per poter essere analizzate. Qui vengono processate in varie aree corticali dove il linguaggio è usato per organizzare e generare risposte (si forma una memoria dichiarativa). Le info vengono associate ad altre info e il tutto viene inviato all’ippocampo per la memorizzazione. Dalle aree corticali partono impulsi inibitori della risposta di sopravvivenza (attacco/fuga). In condizione di tensione psico-fisica estrema, il cervello produce ormoni dello stress che interferiscono col consolidamento dell’info nella neo corteccia, impedendo, quindi, inibizione delle risposte comportamentali automatiche di sopravvivenza, e le relative emozioni associate. Le memorie che i formano in una condizione traumatica sono spesso frammentate e non sono associate o incluse in altre esperienze. Quando viene stimolata una traccia di questa memoria, il corpo reagisce con la reazione di sopravvivenza. La memoria autobiografica riguarda i collegamenti concettuali, emotivi, sociali che il soggetto ha intrattenuto col mondo: esempio ricordi riguardanti atteggiamenti passati, le opinioni, i giudizi ecc.. - > MEMORIA SOCIALE. La memoria autobiografica migliora anche la propria immagine (self-enhancement). Se individuo pensa sia plausibile che un ricordo si adatti all’immagine o schema di sé, è più probabile che egli adotto questi ricordi come propri, così facendo, questi ultimi diventano una parte integrante della sua memoria autobiografica. Quando ricordiamo i nostri ricordi personali, li consideriamo azioni originali rivissute. Se un avvenimento che riguarda noi stessi riaccade almeno 2 volte, si associa allo schema di sé, in seguito lo schema di sé modificherà ed influenzerà le info ricevute che riguardano sé stessi, condizionando così i ricordi successivi sia autobiografici che di altro tipo. I ricordi autobiografici, e quindi lo schema di sé può cambiare con le nuove conoscenze e con le info acquisite nella propria conoscenza di base. DIFFERENZA tra ricordi felici e traumatizzanti: varia la rilevanza dei dettagli di contenuto del ricordo autobiografico; i ricordi autobiografici molto emotivi portano a focalizzarsi sugli elementi centrali o periferici del fatto: negli eventi negativi ci si focalizza sugli elementi centrali, in quelli felici sugli elementi periferici. I ricordi di eventi scioccanti sono chiamati ricordi tunnel: combinazione di arousal elevato, unito a valenza negativa. C’è una correlazione tra stato d’animo che precede il recupero mnesico e ciò che viene ricordato: se il soggetto è in uno stato d’animo triste prima di richiamare il ricordo, è probabile che recuperi i ricordi tristi piuttosto che felici. Quando individuo recupera ricordo autobiografico può inibire gli altri ricordi correlati allo stesso segnale usato per sollecitarne il recupero. FLASHBULB MEMORIES: eventi inediti e scioccanti che innescano un particolare meccanismo cerebrale, il now print, che sembra un flash di un apparecchio fotografico - > fissa e conserva lo scenario presente mentre apprendiamo l’evento. Sono ricordi molto duraturi, formati dopo circostanze caratterizzate da grande sorpresa e da grande coinvolgimento emotivo, ma non per forza hanno avuto effetto diretto sulla propria vita. Tali ricordi riguardano sia gli eventi in sé che il luogo in cui ci trovava quando si è appresa la notizia dell’evento, da chi è stata comunicata la notizia, l’attività che si stava facendo, le reazioni alla notizia. I fattori implicati: emozionalità intensa, fattore sorpresa, significato personale ricoperto dall’evento, frequenza del ripasso e condivisione sociale. CAHILL E MCGAUGH: tale fenomeno è dovuto all’adrenalina (ormone rilasciato da situazioni di stress) che ha effetto consolidamento dei processi della memoria. GREENBERG e RUBIN: 5 processi cognitivi collegati tra loro che rappresentano le componenti principali della memoria autobiografica: memoria esplicita, immaginazione mentale, linguaggio, capacità narrative e emozione. CONWAY E PLEYDELL-PEARCE – modello più dinamico: le memorie autobiografiche, incluse in un self memory system, sono costruzioni mentali dinamiche, evidenziate da una conoscenza di base sensibile a stimoli e pattern d’attivazione. I 3 livelli di conoscenza a cui si riferiscono le memorie autobiografiche sono: periodi di vita, eventi generali ed eventi specifici. Il recupero avverrebbe secondo 2 modalità: diretta e generativa, la seconda si basa sui processi di controllo in corteccia frontale e deve contestualizzare i ricordi alla luce delle nostre caratteristiche individuali, delle conoscenze ed esperienze passate. MODELLO A 2 COMPONENTI DEL FUNZIONAMENTO DELLA MEMORIA (DUAL PROCESS THEORY): accesso alle info precedentemente acquisiste avviene secondo 2 processi cognitivi distinti e indipendenti: familiarity e recollection. Il processo di recollection consente di riconoscere e ripescare info su uno stimolo insieme agli aspetti contestuali ed episodici che lo accompagnavano nel momento in cui è stato incontrato la prima volta. Il processo di familiarity, invece, si riferisce alla sensazione di avere familiarità con lo stimolo, di averlo già incontrato. Recollection = processo lento richiama dettagli specifici associati alla precedente presentazione di un item; consente di ricordare l’esperienza intera collegata ad un item; processo che richiede sforzo cognitivo. Familiarity = processo veloce che consente il riconoscimento di un item incontrato in precedenza, senza però, richiamare altri dettagli contestuali; permette solo di fornire un giudizio di riconoscimento sulla base della familiarità con quello stimolo; processo automatico. Somministrare bdz altera maggiormente le stime di recollection piuttosto che quelle di familiarity. Ippocampo importante per recollection; aree vicine al giro paraippocampale, soprattutto la corteccia peririnale, sono importanti

per la familiarity. Memorie recenti arrivano la corteccia prefrontale dorso laterale sinistra, mentre le più remote la corteccia laterale bilaterale. Nella prospettiva di campo, field, il soggetto mantiene lo stesso punto di vista che aveva nel momento in cui ha vissuto l’evento, il tipo di ricordo è caratteristico della memoria episodica e tende a svanire più facilmente. Nella prospettiva dell’osservatore, observer, il soggetto vede sé stesso durante l’evento dalla stessa prospettiva di uno spettatore esterno; è significativo che questa memoria appare più duratura nel tempo. 3.6. STATO D’ANIMO E RICORDO Stato d’animo è parte integrante della memoria. BOWER – teoria del contesto emotivo: stato emotivo provato durante un’esperienza può aiutare nel suo ricordo successivo. Se lo stato d’animo durante la rievocazione è simile a quello provato nel momento dell’immagazzinamento, il ricordo sarà più facile (state-dependency). Per produrre gli effetti della memoria dipendente dallo stato d’animo, il soggetto deve realizzare 3 condizioni: sperimentare uno stato d’animo sentito forte e genuino, prendere parte alla creazione dell’evento, essere attivo nel produrre i segnali che determinano il ricordo dell’evento in questione Le ricerche su individui depressi hanno mostrato esistenza di una correlazione tra depressione e tipologia di ricordi richiamati alla mente - > state-congruency. Emozioni e memoria sono tra loro interconnesse, per cui se una persona è felice tende a ricordare categorie di eventi felici, mentre se è triste avviene il contrario. Le emozioni intense causano un rafforzamento dei ricordi traumatici, poiché si imprimerebbe una sorta di ferita indelebile. L’amnesia post- traumatica nell’uomo riguarda un blocco del processo di elaborazione semantica, che consentirebbe, a livello dichiarativo, il recupero cosciente del ricordo episodico. L’effetto dell’intensità emozionale estrema favorisce la ritenzione ed ostacola il recupero, mantenendo disponibile per tanto tempo un ricordo inaccessibile. Distinzione tra singoli episodi di violenza e situazioni di abuso ripetuto ed abituale con durata prolungata: nel primo caso è probabile che il ricordo ci sia, mentre nel secondo caso, l’amnesia, associata ad una condizione dissociativa post- traumatica è molto più probabile. Anche se l’esito mnesico dell’esperienza traumatica non è prevedibile e risulta problematico, l’intensità della reazione emotiva rimane un fattore rilevante per il ricordo dell’vento. LEDOUX: distingue tra vie basse (talamo-amigdala) e vie alte (talamo-corticali) del condizionamento della paura: memoria cosciente è rafforzata da un lieve stress grazie agli effetti favorevoli dell’adrenalina; uno stress intenso e prolungato, invece, innalza il livello degli steroidi surrenali fino a danneggiare l’ippocampo. Gli steroidi, rilasciati in situa stressanti, potenziano il circuito di condizionamento mediato dall’amigdala e, quindi, la memoria implicita, per cui è possibile conservare per pochi secondi i ricordi coscienti di un evento traumatico, ma formare ricordi emotivi inconsci potentissimi e persistenti. Emozione rende selettiva la memoria legata all’attenzione: il testimone di un evento emozionale codifica solo pochi dettagli - > è molto attento ad una gamma ristretta di info; se ne richiama tanti

  • ricostruzioni esposte all’errore di memoria: effetto di focalizzazione sull’arma nelle vittime d’aggressioni violente che non riconoscono il volto dell’assalitore. Nelle situa in cui la reazione di fronte al pericolo è troppo intesa e non c’è possibilità di coping efficace nei confronti dell’ambiente esterno, le risorse psicologiche sono dirette a controllare le risposte fisiologiche associate, se neanche questo riesce, si parla di trauma psichico, con la rinuncia ad ogni controllo fino alla perdita di coscienza ed alla totale amnesia, almeno temporanea. Anche l’effetto tunnel della memoria avrebbe un valore di sopravvivenza, per cui l’attenzione verrebbe regolata in modo automatico, come reazione d’attacco-fuga, per questo, la persistenza e l’accentuazione del restringimento di campo in memoria sarebbero un limite cognitivo connesso ad un migliore adattamento. In situa d’impossibilità a difendersi e di trauma ripetuto, la focalizzazione attentiva su dettagli irrilevanti può costituire una strategia di distrazione utile per mantenere l’autocontrollo, evitando di esasperare l’assalitore e portare al ricordo di dettagli bizzarri. L’effetto dell’intervallo di ritenzione non emerge sempre, ma porta ad un miglioramento del ricordo con il tempo, questo vale anche per l’info esclusa in un primo momento dall’attenzione. 3.7. METAMEMORIA Insieme di attività psichiche che presiedono al funzionamento cognitivo, quindi, riguarda un aspetto metacognitivo. La metacognizione è la conoscenza, consapevolezza e controllo che noi possiamo avere sui nostri processi cognitivi; descrive come viene acquisita e si struttura progressivamente il sapere sui meccanismi mentali. WELLMAN: necessarie alla metacognizione 5 gruppi di conoscenze: 1) esistenza: riconoscimento dell’esistenza indipendente degli stati interni, così si differenziano le azioni dagli avvenimenti esterni, in più permette di comprendere la nozione di menzogna: stato interno non corrisponde al comportamento manifestato; 2) diversità degli atti mentali: capacità di discernere le differenze tra processi cognitivi; 3) integrazione: consapevolezza della relazione che unisce i vari atti mentali e che dona una specificità allo spirito; 4) variabili: riconoscimento del fatto che

marcati, mentre non accade in soggetti con tratti antisociali di personalità. Invecchiamento influisce sulla metamemoria per 2 motivi: il primo è legato ad una cattiva percezione della propria efficacia mnesica personale, il secondo dipende da deficit strutturali. Nei pz con problemi nelle regioni frontali anteriori c’è un deficit del fok che si associa alla difficoltà a iniziare e gestire la realizzazione di un compito. Lesioni temporali = deficit della memoria ma NON della metamemoria. Invecchiamento cerebrale normale si accompagna ai seguenti cambiamenti strutturali: dilatazione ventricoli cerebrali, riduzione volume dei neuroni a livello della cort frontale e giro temporale superiore e riduzione densità sinaptica nella cort frontale e nel’ippocampo, diminuzione metabolismo funzionale soprattutto a livello del lobo frontale, parietale e temporale. Invecchiamento cerebrale = deficit meta-mnesico precoce; i jol e la precisione del fok semantico sono risparmiati ma è alterato il fok episodico. 3.8. DIMENTICANZA TEORIA DEL DECADIMENTO: eventi molto lontani nel tempo o sono ricordati con difficoltà o dimenticati (se così fosse anziani non ricorderebbero la loro gioventù). TEORIA DEL DISUSO: se un ricordo è rievocato spesso non si cancella, ma se non viene mai revocato, piano piano si perde (ma non spiega come mai molti ricordi lontano riaffiorano dopo molto tempo anche se non sono stati rievocati). TEORIA DELL’INTERFERENZA: si suddivide in 3 parti: 1) interferenza pro-attiva= ricordi vecchi interferiscono con i nuovi; 2) interferenza retro-attiva = ricordi nuovi interferiscono con i vecchi; 3) interferenza da rimozione = si dimenticano ricordi che causano ansia e disagio, in realtà c’è difficoltà di revocazione del contenuto del ricordo per poter farlo emergere a livello conscio. TEORIA DELL’ECONOMIA MENTALE: l’oblio non è un fenomeno negativo = se non dimenticassimo non potremmo acquisire nuove cose, oblio servirebbe, quindi, ad attenuare o cancellare tutto quello che non serve più per l’azione. Il fattore temporale influenza la memoria: quanto più tempo trascorre dall’evento fino al momento in cui è richiamato alla memoria, tanto più può essere dimenticato. Interferenza e distrazione dell’attenzione fanno perdere elementi dalla mbt. Nella mlt, invece, ci sono altri meccanismi implicati nella dimenticanza. La quantità di cose apprese è direttamente proporzionale al tempo speso per impararle: IPOTESI DEL TEMPO TOTALE = se si raddoppia il tempo speso a imparare si raddoppia anche la quantità di info immagazzinate. Anche gli eventi successi dopo hanno la capacità di alterare il ricordo: alcune parti di esso vengono sostituite ed altre perse. La dimenticanza potrebbe essere dovuta anche ad altre due condizioni: nella prima le info sono immagazzinate nella memoria, ma inaccessibili; nella seconda sono andate perse. TULVING: dimenticanza dipende dalla traccia o dallo stimolo. Traccia = perdita completa di info; stimolo = inaccessibilità delle info alla consapevolezza cosciente. Altri autori, invece, distinguono i ricordi in base alla loro disponibilità e/o accessibilità. Peer portare il ricordo alla consapevolezza cosciente, la memoria deve essere sia disponibile che accessibile: se la memoria è disponibile ma NON accessibile = ricordo fuori dalla coscienza MA potrebbe influenzare la percezione; se ricordo non è né disponibile né accessibile non può essere recuperato dalla memoria e non influenza la percezione del soggetto. Nella dimenticanza quotidiana è importante l’interferenza, soprattutto in presenza di falsi ricordi e suggestionabilità. CONFUSIONE DELLA FONTE DELL’INFORMAZIONE esempio: se vado in fattoria, dopo 6 mesi ricordo di aver visto un trattore che in realtà non c’era, questo perché nella nostra memoria l’idea del trattore è associata al ricordo della fattoria (script). La prima immagine non dipende da ricordo, ma dalla nostra rappresentazione mentale di una fattoria. Un’altra possibilità è quella dell’INTERFERENZA DI MEMORIE SIMILI: se abbiamo visto un solo balletto, possiamo descriverlo accuratamente, ma se ne abbiamo visti molti saremo meno accurati. Questo non significa che i ricordi nuovi sono cancellati da quelli vecchi ma che viene ridotta l’accuratezza del ricordo per cui alcuni dettagli si spostano da un episodio all’altro. Questo è il fenomeno dell’INTERFERENZA RETROATTIVA: il nuovo apprendimento interferisce con gli elementi di ciò che si era già appreso nella nostra memoria - > si dimenticano le cose perché ne impariamo di nuove. RECUPERO SPONTANEO: ricordiamo elementi imparati ma che prima erano bloccati dall’interferenza retroattiva. Dimenticanza giornaliera = sovraccaricamento dello stimolo: i nuovi ricordi non hanno avuto la possibilità di unirsi agli altri nella nostra memoria per cui sono più vulnerabili all’interferenza delle attività cognitive. La dimenticanza è un fenomeno importante come il ricordo: alcuni individui cercano di evitare il ricordo di esperienze cariche di emozioni e questo può avere una valenza auto-protettiva ed essere, quindi, parte di un meccanismo di difesa. Falsi ricordi: quando i soggetti erano convinti di ricordare un’immagine vista realmente, quando questa, in realtà era stata solo visualizzata, l’attività cerebrale era intensa se non maggiore di quando si ricordavano ricordi reali. Più i ricordi

sono vividi e dettagliati più vengono ritenuti veri anche se in realtà provengono solo da una visualizzazione. I falsi ricordi possono essere anche influenzati socialmente - > induzione di falsi ricordi sia per suggestione diretta ed intenzionale sia per suggestione indiretta e sottile. Inoltre, ascoltare altri che ricordano il loro passato favorisce la creazione di ricordi falsi autobiografici, quest’effetto si produce, ad esempio, in alcune forme di psicoterapie di gruppo. 3.9. DISTURBI DELLA MEMORIA Memoria presenta disturbi di tipo quantitativo come iper e ipofunzione (ipermnesie e amnesie) e di tipo qualitativo (paramnesie) dovuti alla presenza contemporanea di alterazioni della psiche. IPERMNESIA: presenza di una capacità mnesica e di funzioni di memoria aumentate rispetto alla media - > eccessivo sviluppo, ovvero ipertrofia della memoria e può essere transitoria o permanente; presenza costante di sinestesie. A causa di quest’intasamento sensoriale si moltiplica la capacità di ritenzione e di richiamo di contenuti assimilati. Una condizione d’ipermnesia transitoria si può avere nell’ipomania o nelle intossicazioni da sostanze ad attività psicostimolante. IPOMNESIE (diminuzione memoria) sia transitorie e secondarie ad una condizione psicopatologia (depressione) risolvibili con remissione della sintomatologia di base, sia persistenti (invecchiamento) e progressivamente ingravescenti fino all’amnesia. CAPITOLO 4 – LA PSICOLOGIA FORENSE Psicologia forense = campo che coinvolge l’applicazione della ricerca, della teoria, della pratica psicologia e che coinvolge la metodologia tradizionale e specializzata per fornire info rilevanti per una questione giudiziaria. 1 BREVE STORIA DELLA PSICOLOGIA FORENSE Sia la legge che la psicologia non sono statiche, ma cambiano in base alla politica, al miglioramento dei metodi di ricerca, alle modifiche nella morale, dei costrutti teorici, della domanda sociale e quelle legate allo sviluppo di nuove tecnologie. I primi studiosi considerati psicologi forensi erano studenti di WUNDT. Ma MUNSTERBURG è considerato il padre della psicologia forense. Gli psicologi apparvero nel campo della giustizia dopo il 1960, quando uno psicologo fu ammesso come testimone esperto in tribunale. Negli anni 70 la psicologia sociale cominciò ad occuparsi della giuria e dello studio dei processi decisionali; poi gli psicologi dello sviluppo cominciarono a studiare l’attendibilità dei bambini. Nell’agosto 2001, la psicologia forense fu approvata dall’associazione di psicologia americana come area di specializzazione nel campo della psicologia. C’è ancora molto lavoro da fare sia nella ricerca che nello sviluppo all’interno del campo e del sistema della giustizia. Il sistema della giustizia non è predisposto ai cambiamenti dato che per natura è conservatore, infatti, anche quando una nuova tecnica (es DNA) ha dimostrato il suo valore, i vecchi metodi vengono comunque considerati i migliori (es testimone). La testimonianza e le confessioni del testimone oculare sono ancora i principali strumenti di lavoro nel sistema giudiziario. Ma, è bene ricordare, che se c’è un errore nella testimonianza offerta essa può avere un grande impatto per la credibilità della professione psicologica forense. 2 VALUTAZIONE FORENSE VS. VALUTAZIONE CLINICA (a fine riassunto tabella) Differenza negli approcci tra accertamento clinico e forense. L’accertamento forense è un processo complicato e diretto in cui il perito usa spesso info di terzi che possono essere di due tipi: a) documentazioni; b) interrogatori con qualcuno che conosce la persona. Lo scopo principale di questa valutazione è di confrontare i punti di forza e/o debolezza dell’individuo per poterne accertare l’attendibilità a prescindere dalla volontà di aiutare il soggetto. Lo psicologo ha il ruolo di aiuto, è empatico e cerca di aiutare il cliente a trovare soluzioni ai suoi problemi. Lo psicologo forense è obiettivo e mentre lo psicologo clinico annota elementi che riguardano il processo terapeutico, lo psicologo forense deve avere delle note dettagliate su ciò che è stato fatto e sul metodo seguito, per dimostrare al giudice la solidità del lavoro svolto. Lo psicologo nella situa forense deve dare delle indicazioni al giudice, invece nel campo clinico deve aiutare il cliente. Il cliente stesso ha un ruolo diverso: se è paziente si ipotizza che le sue risposte siano lecite e veritiere, invece, nella valutazione fornese, le risposte possono anche non essere attendibili. Questo secondo aspetto è variabile e dipende dalla prospettiva nella quale ci si trova: è interesse del sospettato sminuire la sua responsabilità nell’episodio per poter ridurre gli effetti causati dal suo comportamento, mentre, la vittima cerca di evidenziare il danno subito anche per ottenere un legittimo risarcimento economico.

sentito qualcosa ma non ricordiamo bene la fonte, oppure ricordiamo la fonte ma non il messaggio. Si definiscono errori di monitoraggio della fonte i ricordi che sono riferiti ad un’altra fonte piuttosto che a quella vera. I fattori che aumentano gli errori di monitoraggio della fonte sono: somiglianza della fonte, stimoli frammentati o poco familiari e scarsi sforzi per identificare la fonte dell’info. 4.2. EFFETTO DELLA DISINFORMAZIONE Si verifica quando si attribuisce all’evento originario un fatto avvenuto in seguito; è proprio l’info successiva che elimina una parte dell’evento originale. LOFTUS – discrepancy detenction principle: è più probabile che i ricordi cambino se una persona non riconosce subito la differenza tra l’info successiva all’evento ed il ricordo del fatto originale. Disinformazione causa 2 tipi di influenza sul ricordo originale: indebolimento di traccia = il ricordo originale sarà alterato ed includerà (in parte o tutta) la nuova info; indebolimento di recupero = possibilità che la nuova info diminuisca l’accessibilità al vecchio ricordo. L sostiene anche che i soggetti che scelgono l’info fuorviante non ricordano l’info iniziale che è formata da disinformazione. Altri autori, invece, ritengono che l’info fuorviante non alteri la memoria originale e nemmeno indebolisca il ricordo dell’evento originale dato che non è registrata su di esso. L’unica cosa che cambierebbe è ciò che il soggetto riporta se non ha mai registrato l’vento originale. I suggerimenti fuorvianti possono indebolire la capacità di richiamare i dettagli dell’evento passato, ma con delle adeguate indagini ricognitive, si possono superare questi effetti. In alcuni casi prevale l’info successiva all’evento, per cui il ricordo originale cambia; ma ci sono altri casi in cui ciò non succede e quindi è evidente che, a seconda della metodologia dell’interrogatorio, si può avere o meno quell’effetto. 4.3. SUGGESTIONABILITA’ Soggetto mentalmente sano ha tra i suoi obiettivi quello di adattarsi alle circostanze sociali, per fare ciò, egli deve occasionalmente dimostrare di condividere affermazioni ed argomenti, anche se sa che non sono così corretti, o non sono perfettamente corrispondenti alla propria visione del fatto in questione. Questo comportamento dipende da 3 fattori: il soggetto = gli individui si differenziano per la propria inflessibilità, ovvero quanto rigidamente riescono a mantenere la loro opinione o quanto facilmente accettano i suggerimenti altrui; la questione = quanto più è importante il problema, tanto meno è probabile che si accetti una conclusione che avrà effetti negativi sulla persona stessa; le circostanze = includono la persona che suggestiona e la cornice in cui la suggestione stessa viene fatta. Quanto più una persona viene considerata forte, tanto più è probabile che si accettino i suoi punti di vista. Suggestione - > trasmessa sia con le parole che con il comportamento. Se si chiede ad un testimone “hai visto l’arma che..?” già si include l’affermazione che l’assalitore aveva un’arma, anche se questo non è vero. Il cambiamento di una sola parola in una domanda può portare ad una testimonianza diversa: “ha notato se avesse in mano qualcosa?” riformulando la frase ed eliminando una sola parola, viene alterata la descrizione dell’evento. L’inquirente = fa osservare la legge e questo gli conferisce un notevole potere; situazione = formale ed i risultati dell’interrogatorio possono avere gravi conseguenze per qualcuno. 4.4. SUGGESTIONABILITA’ VS. ACCONDISCENDENZA Differenza tra essere suggestionabili e accondiscendenti verso qualcuno. SUGGESTIONE: influenza che una persona esercita su di un’altra con la parola, con l’esempio o con la sola presenza, al fine di provocare in questa una riduzione del controllo personale ed un’accettazione di idee estranee. Il grado di suggestionabilità varia da individuo ad individuo, è elevato nei bambini e nelle folle. ACCONDISCENDENZA: comportamento di colui che è disposto a fare tutto ciò che le altre persone gli chiedono di dire o fare. In psicologia, suggestionabile = propensione ad essere eccessivamente accondiscendente ai suggerimenti, alle indicazioni, alle istruzioni o agli ordini di un’altra persona. Secondo questo punto di vista, è accondiscendente la persona che delega le decisioni delle proprie azioni e/o del proprio comportamento ad un’altra. MILGRAM: studiò gli effetti dell’autorità, del grado e del potere in relazione all’obbedienza: è molto probabile che un individuo esegua gli ordini anche se questi includono il danneggiare altri soggetti. Le persone sottomettono il loro comportamento a chi aveva più potere e più autorità. CONCETTO DI SUGGESTIONABILITA’: suggestione - > processo con il quale uno stato fisico o mentale è influenzato da un pensiero o da un’idea. GUDJONSSON: suggestione = stimolo, suggestionabilità = tendenza di un individuo a rispondere alle suggestioni. Suggestionabilità = essere facilmente influenzato dalla suggestione. G parlò di suggestionabilità interrogativa

intendendola come la misura in cui, all’interno di una stretta interazione sociale, il soggetto accetta messaggi comunicati durante un formale interrogatorio risultando influenzato nel comportamento successivo. SUGGESTIONABILITA’ INTERROGATIVA: nel processo di suggestionabilità bisogna avere: lo stimolo suggestivo; la suscettibilità del soggetto - > la persona che riceve quello stimolo deve essere influenzata da esso; la reazione suggestiva - > la suggestione si rivela attraverso il comportamento della persona oggetto di studio. G distinse 2 tipi di suggestionabilità legati all’accondiscendenza e al cambiamento. L’accondiscendenza - > tendenze di una persona ad avallare la domanda che gli viene rivolta; cambiamento - > correlato alle risposte dell’interlocutore, per questo l’interrogato cambia la sua risposta precedente nella stessa direzione del feedback negativo ricevuto. G divise l’accondiscendenza in due parti: tipo 1 rendimento = riguarda il numero di domande necessario poste prima del feedback negativo, affinché l’interrogato cambi versione; tipo 2 spostamento = si riferisce alla quantità di domande, volte allo stesso intento (indurre risposte inesatte), poste dopo un feedback negativo. Il punteggio alla scala di tipo 2 è il risultato del feedback negativo e si correla con il punteggio del cambiamento. La scala di tipo 2 informa l’esaminatore su come la suscettibilità del soggetto sia influenzata dalla pressione esercitata durante l’interrogatorio. Definizione di suggestionabilità dovuta all’interrogatorio: grado in cui, all’interno di un’interazione sociale chiusa, il soggetto arriverà ad accettare messaggi comunicati durante un interrogatorio formale, e conseguentemente, a cambiare la propria versione. In questa definizione ci sono 5 componenti importanti: forma del contatto sociale, procedura dell’interrogatorio, domande che hanno proprietà suggestive, approvazione dello stimolo suggestivo e risposta comportamentale. Quest’ultima dipende dalle strategie di coping dell’interrogato: il soggetto può usare una strategia di coping generale o resistente. Strumento di valutazione della suggestionabilità: GSS - > adatto per valutazione clinica e per ricerca. Durante un interrogatorio, il soggetto può essere suggestionato in due modi: 1) facendo domande che portano in esse ciò che l’interrogante vuole intendere (domande portanti); 2) con il feedback negativo. 1)Domande importanti > includono info fuorvianti e suggestive ed anche una risposta prevista che si riflette nel modo in cui la domanda è formulata. Nella tecnica di Reid ci sono approcci differenti a seconda dell’emotività del sospettato: se il soggetto è emotivo = dettagliati temi portanti che l’interrogante può usare; se il soggetto non è emotivo non vengono usate le suggestioni, ma metodi diretti per ottenere la confessione: a) knowledge bluff: chi conduce l’interrogatorio comunica alcuni dettagli mostrando di saperne molto di più, facendo così credere di avere info provenienti da altre fonti (inesistenti); b) fixed line up: identificazione del sospettato come colpevole da parte di finti testimoni; c) reverse line up: interrogato viene accusato da parte di finti testimoni di un reato molto più grave di quello di cui è sospettato; d) bluff on a split pair: si consegna all’indagato una finta confessione dell’eventuale complice che lo accusa del reato commesso; e) dilemma del prigioniero: nel caso sia imputato con un complice, si cerca di metterli in competizione fra loro, facendo credere a ciascuno che l’altro ha confessato, coinvolgendolo nel reato. In questo caso si sfrutta la rispettiva mancanza di fiducia.

  1. Feedback negativo > interrogante usa come feedback negativo la critica provocando un’alterazione delle risposte dell’interrogato. ESEMPIO: dichiara di non credere all’interrogato, dubitando su ciò che ha detto e ripetendo le domande a cui il soggetto ha già risposto. Usando questo metodo, l’inquirente riesce a trasformare le risposte indesiderate in risposte plausibili, che potrebbero essere o meno conformi a ciò che è realmente successo. GUDJONSSON e CLARK – modello teorico che incorpora sia le domande portanti che il feedback negativo. La premessa di questo modello è che la suggestionabilità dipende dalle strategie di coping dell’individuo durante due momenti della situa interrogativa: incertezza ed aspettative. Spesso accade che l’interrogato si dimostri incerto, perché non conosce la risposta giusta alla domanda e quindi può succedere che: dice di non conoscere la risposta, dà la risposta più probabile basata sulla conoscenza precedente; accetta o non nega la domanda per compiacere l’interrogante anche quando egli sa che il suggerimento non è giusto; trova il suggerimento credibile o plausibile e quindi lo accetta. L’accondiscendenza della terza possibilità dipende dal fatto che l’interrogato sa che il suggerimento è errato ma asseconda comunque l’interrogante. Incertezza = disagio per i testimoni di un crimine o di un incidente; essi ritengono di non conoscere la risposta esatta, desiderano aiutare l’inquirente, perché credono così di avere un ruolo importante nella soluzione del caso. Se l’interrogato ha un ricordo chiaro dell’evento non si sentirà incerto e quindi è meno probabile che ceda all’info suggestiva. Fiducia interpersonale si crea quando interrogato crede che interrogante sia onesto e che i suoi obiettivi siano genuini. Se c’è una mancanza di fiducia, intervistato sarà riluttante ad accettare i suggerimenti dell’interrogante. Aspettativa di successo: necessaria quando interrogato fornisce una possibile risposta ad una domanda, se egli crede che la risposta alla domanda non sarà utile, sarà meno preciso.